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  • Cover of Viaggio al termine di una stanza

    Viaggio al termine di una stanza

    2 people find this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Il cinismo è una grande risorsa - un grimaldello in un certo senso - per un romanziere, un saggista, un filosofo.
    Tanto per buttare lì un esempio a chi facesse obiezioni etiche alla mia affermazione: spiega di più, e con maggior espressività, sulla società del consumismo, "Fight Club" di cento sagg ... (continue)

    Il cinismo è una grande risorsa - un grimaldello in un certo senso - per un romanziere, un saggista, un filosofo.
    Tanto per buttare lì un esempio a chi facesse obiezioni etiche alla mia affermazione: spiega di più, e con maggior espressività, sulla società del consumismo, "Fight Club" di cento saggi sociologici sull'argomento. Come lo fa? Grazie al cinismo.
    Quindi non mi sarei scandalizzata più di tanto se l'autore del magnifico "Sotto il culo della rana" avesse partorito un romanzo su personaggi inglesi e non contemporanei altrettanto divertente e devastante di quello.
    Invece no.

    Spreco. Spreco è la prima parola che viene in mente per descrivere questo "Viaggio al termine di una stanza", che dilapida letteralmente ogni occasione di affondare il coltello nella piaga rifugiandosi nella comoda copertina di un manierismo appunto cinico e pensoso ma che puzza di finto lontano un miglio.
    Sprecata l'occasione di satireggiare la guerra nell'ex Jugoslavia, che è solo il pretesto per mostrarci un campo base di legionari fanatici e fuori di testa e quello che succede nella testa di un codardo che voleva essere un eroe.
    Sprecata l'occasione offerta da un gruppo di lavoratori del sesso nella peccaminosa Barcellona: ci annoieremmo fino alla morte, omicidi compresi, se non ci fosse il cattivo Rutger, peraltro moscissimo anche lui.

    Mancanza di convinzione è la seconda.
    Ma perché scrivere un romanzo se in quel periodo non avevi niente di interessante da dire?
    Ma perché tu, scrittore uomo, mi devi andar a scrivere un romanzo narrato in prima persona da un personaggio femminile se poi del cervello femminile non hai capito un'acca?
    E' così penoso leggere i pensieri sessuali di questa Oceane, così smaccatamente di cartapesta... Una donna non ragiona così, mi spiace.
    E dire che mi erano tanto piaciuti, Tiborino, i tuoi giocatori di pallacanestro sessuomani e affamati! Ma erano maschi ventenni, ci potevo anche credere: qui no.
    Tu non sei Faber (quello del "Petalo cremisi...", per intenderci), sei uomo, etero e stai benissimo nella tua pelle, ma cosa pensano, cosa sentono, che rapporto hanno col loro corpo le donne, non lo sai, non lo immagini e non hai neanche vagamente capito di non poterci arrivare.
    La prossima volta prima di leggere un tuo libro controllerò da che punto di vista l'hai scritto: non sia mai detto che riesca ancora a divertirmi come con la Rana.

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    — Dec 14, 2009 | Add your feedback
  • Cover of L'amore e l'occidente

    L'amore e l'occidente

    2 people find this helpful

    Sire, pour Dieu onnipotente,
    Il ne m'aime pas ne je lui,
    Fors par un herbé dont je bui
    Et il en but: ce fu pechiez.

    Non c'è nessun bisogno di aver letto il Tristano del Béroul o quello del Bédier, né d'aver sentito l'opera di Wagner, per subire nella vita quotidiana il dominio nostalgico d' ... (continue)

    Sire, pour Dieu onnipotente,
    Il ne m'aime pas ne je lui,
    Fors par un herbé dont je bui
    Et il en but: ce fu pechiez.

    Non c'è nessun bisogno di aver letto il Tristano del Béroul o quello del Bédier, né d'aver sentito l'opera di Wagner, per subire nella vita quotidiana il dominio nostalgico d'un tal mito. (...)
    Il mito agisce ovunque la passione è sognata come un ideale, non già temuta come una febbre maligna: ovunque la sua fatalità sia chiamata, invocata, immaginata come una bella e desiderabile catastrofe, e non già come una catastrofe. Esso vive della vita stessa di coloro i quali credono che l'amore sia un destino (nel romanzo si chiama 'il filtro'); che piombi sull'uomo impotente e travolto per consumarlo in un puro fuoco; e che sia più forte e più vero della felicità, della società, della morale. Vive in noi della vita stessa del romanticismo: è il grande mistero di quella religione di cui i poeti del secolo scorso si fecero i sacerdoti e gli oracoli.

    Impossibile sintetizzare un'opera così complessa, interdisciplinare e che ha avuto una simile influenza sulla cultura occidentale e su varie espressioni artistiche negli ultimi 40 anni.

    Mi limiterò a consigliarlo caldamente a tutti, e a scrivere due o tre cose.
    Primo, che il Personalismo, corrente filosofica che non conoscevo, è molto interessante, e originale la sua conciliazione di amore e matrimonio nella sostituzione dell'amore-passione (subìto, imprevedibile e non di rado transitorio) con l'amore-azione (atto di volontà sul quale si possono fondare promesse e progetti di lunga durata).

    Secondo. Il lungo pos-scriptum del 1971, oltre a precisare ancor meglio dell'edizione originale i termini storici delle questioni trattate contro la superficialità e spesso la preconcetta ostilità di molti critici (ai limiti dell'incredibile il voltafaccia di Sartre dall'irrisione iniziale al disinvolto appropriamento nel secondo dopoguerra delle tesi di Rougemont), rende giustizia - grazie anche al contributo di Lévi-Strauss - a varie tesi freudiane (su amore-morte, sul tabù dell'incesto, sulla rimozione del sesso in dati ambiti culturali...) cui precedentemente l'Autore aveva guardato con troppa diffidenza in nome del suo antimaterialismo.

    Terzo. Un enorme merito di Rougemont è proporre una soluzione elegante e coerente con il suo oggetto a un enigma che mi affascina da vent'anni: perché Sören Kierkegaard lasciò Regine Olsen pur continuando a proclamare il suo amore e la sua fedeltà alla donna fino alla morte?

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    — Dec 7, 2009 | Add your feedback
  • Cover of L'opera al nero

    L'opera al nero

    2 people find this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    In un mondo di fanatici (o nel mondo in genere) non è l'intelligenza una maledizione?

    Non mago (se non per compiacere qualche cliente), non alchimista (il titolo è un preziosismo fuorviante), ma medico, filosofo e scienziato può essere definito Zenone, liberissimo e intenzionale compendio dei più ... (continue)

    In un mondo di fanatici (o nel mondo in genere) non è l'intelligenza una maledizione?

    Non mago (se non per compiacere qualche cliente), non alchimista (il titolo è un preziosismo fuorviante), ma medico, filosofo e scienziato può essere definito Zenone, liberissimo e intenzionale compendio dei più acuti pensieri ed esperimenti di Leonardo, Michele Serveto, Paracelso e molti altri:

    Qualche anno prima, giungendo a Bruges, aveva creduto che la memoria di sé fosse dissolta nell'ignoranza e nell'oblio. Su quella certezza aveva fondato la sua precaria sicurezza. Ma un suo fantasma aveva dovuto sopravvivere rannicchiato in fondo alla memoria della gente, ed ora emergeva, favorito da quello scandalo (...). Improvvisamente si coagulavano vaghe dicerie legate alle grossolane immagini del mago, del rinnegato, del sodomita, della spia straniera, che aleggiano dovunque e sempre nella fantasia del popolo.

    La scrittrice pone uno scienziato moderno (ossia razionale, tendenzialmente ateo, guidato solo dalla ricerca della verità empirica, sperimentale, ripetibile) in un'epoca che vede l'Europa intera dominata dal sangue in nome delle contrapposte certezze teologiche, così come da guerre, pestilenze, magia e irrazionalismo diffuso.

    Una delle esperienze più belle che si possano fare è trovare un libro e sentire che da quel momento farà parte dei "libri della nostra vita"; e il tuo unico rimpianto è di non averlo letto prima, ma ti consoli pensando che forse ogni cosa accade esattamente quando sei pronto per accoglierla (che fa molto new age ma forse anche Zenone avrebbe potuto ipotizzarlo).

    No, non è mai esistito questo personaggio meraviglioso, irrimediabilmente straniero tra i suoi simili, ma verso la fine del romanzo ci sembra di averlo sempre conosciuto e capiamo che non è perché ci ricorda qualcuno - un padre, un maestro - ma perchè è l'Uomo, la mente umana, la scintilla creativa che Pico vide nell'essere umano ridandogli quella dignità che a suo giudizio il Medioevo aveva scordato.
    Dignità fino alla morte: che Zenone si darà in cella evitando le inutili sofferenze del rogo.

    Sono esistiti invece i paesaggi, e le spiagge, e le città mercantili delle Fiandre, e molti personaggi, perfino i nomi di alcuni di loro, che la Yourcenar prende - per complesse ragioni legate più alla memoria storica che a vanità familiare - direttamente dalla storia della propria famiglia.
    Davanti ai nostri occhi si compone come per magia tutto un mondo di ostesse, frati, mercenari colti o avidi o violenti, e mercanti, banchieri, possidenti, oche, giochi di bambini: è il mondo fisico dei grandi pittori fiamminghi, di Bruegel innanzitutto, ma anche (per le carneficine di eretici, le torture, le guerre che lo sconvolgono) quello di Bosch, e noi lo gustiamo con tutti i nostri sensi parallelamente alla fascinazione metafisica emanata dall'uomo solo, Zenone, temuto, incompreso, libero, medico compassionevole ma straniero ai suoi concittadini e ovunque lo portino le sue peregrinazioni, l'uomo che raramente o mai ama, e raramente o mai è stato amato.

    Quando ero adolescente, credevo istintivamente con Polibio che la storia fosse ciclica e destinata a ripetersi per sempre; ora penso che ciò possa in parte essere ipotizzato, sul lunghissimo periodo, per la storia naturale. Ma quella umana no: e le vicende degli uomini di scienza nell'età moderna non ne sono che un esempio, seppur eclatante: per noi uomini del XXI secolo che ogni giorno constatiamo con inquietudine, curiosità o raccapriccio a seconda della nostra sensibilità, il potere schiacciante delle multinazionali del farmaco; gli ormai indissolubili legami scienza/denaro e scienza/potere; lo spostamento delle frontiere delle biotecnologie ogni giorno più avanti verso la clonazione, il corpo bionico, l'eugenetica, l'abitabilità di altri pianeti; sì, per noi questa Europa del XVI secolo che teme,esilia e mette a morte le sue menti più alte è veramente "una terra straniera".

    E sulla responsabilità etica degli scienziati chiudo, con questo pensiero che Zenone, ormai sotto processo e alla vigilia di uno scontato verdetto di condanna, temendo ed esecrando la tortura, fa sulle proprie responsabilità:

    ... inciampò in un ricordo: da giovane aveva venduto all'emiro Noureddin la suaa formula di fuoco liquido che venne usato ad Algeri in una battaglia navale e forse, da allora, continuava ad essere impiegato. L'atto in se stesso era banale: qualsiasi artificiere avrebbe fatto altrettanto. (...) ...nondimeno era autore anche lui e complice d'oltraggi inflitti alla miserabile carne dell'uomo e c'erano voluti trent'anni perché si destasse in lui un rimorso che probabilmente avrebbe fatto sorridere ammiragli e principi. Tanto valeva uscir presto da quell'inferno.

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    — Dec 5, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Scorre la Senna

    Scorre la Senna

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    Letterina di Natale

    Sì vabbe', Vargas, allora dillo che vuoi solo farci soffrire: cosa vuoi che siano 95 pagine di cui 3 disegni (peraltro molto belli)?
    Dai, non scherziamo, per farti perdonare minimo-minimo devi farci trovare sotto l'albero un nuovo romanzo con gli Evangelisti di almeno 500 pagine, e se non sai c ... (continue)

    Sì vabbe', Vargas, allora dillo che vuoi solo farci soffrire: cosa vuoi che siano 95 pagine di cui 3 disegni (peraltro molto belli)?
    Dai, non scherziamo, per farti perdonare minimo-minimo devi farci trovare sotto l'albero un nuovo romanzo con gli Evangelisti di almeno 500 pagine, e se non sai come si fa, organizza una seduta spiritica e richiama lo spirito di Stieg Larsson, che ti spiega lui.
    Tua Simo

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    — Dec 3, 2009 | 2 feedbacks
  • Cover of Le ceneri di Angela

    Le ceneri di Angela

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    *** This comment contains spoilers! ***

    McCourt vs Durrell

    Vi capita mai di voler scrivere una recensione letteraria ed essere bloccati, non riuscirci proprio, come se qualcosa nel libro ve lo impedisse? In quel momento magari pensate (e potreste aver ragione): sono io che ho la testa altrove - oppure: è un romanzo/saggio troppo denso, o troppo complesso, n ... (continue)

    Vi capita mai di voler scrivere una recensione letteraria ed essere bloccati, non riuscirci proprio, come se qualcosa nel libro ve lo impedisse? In quel momento magari pensate (e potreste aver ragione): sono io che ho la testa altrove - oppure: è un romanzo/saggio troppo denso, o troppo complesso, non sintetizzabile, superiore insomma alle mie deboli forze.
    Poi, una mattina, ecco il miracolo: la mente si chiarisce e la colomba bianca vola.
    E in questo particolare caso capire le cause dello sblocco ha coinciso con il capire a fondo il valore del libro. Perché il miracolo va tributato alle prime due pagine di "La mia famiglia e altri animali" di Gerald Durrell, che mi hanno letteralmente aperto gli occhi. Sentite qua:

    "Perché sopportiamo questo maledetto clima?" domandò all'improvviso, facendo un gesto verso la finestra coi suoi obliqui ruscelli di pioggia. "Guarda lì! E quanto a questo, guarda noi... Margo tutta gonfia come un piatto di porridge rosso... Leslie che se ne va in giro con dieci metri di ovatta nelle orecchie... Gerry che pare che abbia il palato fesso dalla nascita... E guarda te: ogni giorno che passa hai un'aria più decrepita e stravolta".
    Mamma gettò un'occhiata al di sopra di un grosso volume intitolato 'Ricette facili del Rajputana'.
    "Neanche per sogno!" disse sdegnata.
    "E invece sì", insistette Larry, "cominci a somigliare a una lavandaia irlandese... e i tuoi figli sembrano le illustrazioni di un'enciclopedia medica".

    Chi parla è Lawrence Durrell, poi scrittore, raccontato qui dal fratello minore Gerald. Siamo evidentemente di fronte a una famiglia inglese che combatte con il clima inclemente (scusate l'allitterazione) di Bornemouth, una famiglia borghese probabilmente, e di cultura alta, a giudicare da come si esprimono i suoi membri.
    E mostrano anche il tipico complesso di superiorità inglese verso gli irlandesi, ai quali, dio ne scampi e liberi, si spera di non somigliare mai.

    Ma non è questo il punto. E' che anche Durrell, come McCourt, sta raccontando della sua famiglia (la mette anche nel titolo, un titolo scherzoso dove li associa al mondo animale, come McCourt ci mette il nome della madre associato a una parola funerea) ma Durrell riesce ad elevarsi al di sopra della materia bruta e, fin dalle prime righe, a farne una narrazione stimolante.
    Anzi, ci dice nell'introduzione, che intitola "L'arringa della difesa":

    Per condensare cinque anni di eventi, osservazione scientifica e vita felice in qualcosa che fosse un po' meno lungo dell'Enciclopedia Britannica sono stato costretto a incastrare, sfrondare e innestare, sicché resta ben poco della cronologia originale. E sono stato anche costretto a lasciar fuori una bella quantità di avvenimenti e personaggi che mi sarebbe piaciuto descrivere.

    Che cosa notiamo in queste sette righe?
    Be', intanto apprendiamo che i cinque anni oggetto di narrazione sono stati felici, cosa che non si può dire dell'infanzia di Frank McCourt che ...naturalmente è stata un'infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un'infanzia infelice irlandese è peggio di un'infanzia infelice qualunque, e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora.

    Ma soprattutto spiccano alcuni verbi: "incastrare, sfrondare e innestare"; "lasciar fuori una bella quantità di avvenimenti e personaggi".
    E qui capisci il problema di fondo.
    Che cosa ha fatto McCourt? Qual è stata l'idea geniale che rende originale il suo libro?
    Narrare in prima persona la storia con la voce di un bambino di tre anni, poi di sette, di dieci e così via.
    Questo meccanismo crea un efficace contrasto tra quello che accade e quello che il narratore capisce (es. l'angelo del settimo gradino, o la nascita dei fratellini), rende divertenti cose terribili e commovente tutto l'insieme.
    Ma, signori della corte, basta tutto ciò per dire che ha scritto un romanzo e non una cronaca familiare? Sinceramente mi sembra un po' poco, Perché McCourt, nei panni di un bambino di quattro anni, giustamente non sfronda, non innesta, non lascia fuori un bel niente, anzi non ci dà altro sostanzialmente che un'iterazione di avvenimenti tutti uguali, in una famiglia derelitta, in un clima di merda (come quello descritto da Durrell) e in un ambiente sociale pesantissimo.
    E, per quanto sia poco rispettoso il paragone, ricordiamo che la narrazione delle proprie tribolazioni da parte di un bambino era già stata fatta da Dickens in 'Oliver Twist' e nel dichiaratamente autobiografico 'David Copperfield', laddove però è evidente che Dickens non dimentica quasi mai il suo Sè adulto e scrittore, e al massimo riesce a scrivere come un adolescente di buona cultura ben a suo agio con la grammatica e la sintassi: mentre McCourt, e questo va a suo grande merito, è riuscito a risalire alle sorgenti dell'infanzia e a ricordarsi come pensa e come scriverebbe - se gli chiedessero di farlo - un bambino dotato (lui) di tre o quattro anni.

    Da questo però a dire che la sua sia poco più di una cronaca familiare, ci andrei cauta.
    So bene che molte persone vi si sono immedesimate, in particolare chi ha avuto genitori alcolisti; mi rendo conto che gli episodi descritti sono spesso toccanti, e hanno toccato anche me; e sapendo che sono veri, non inventati per creare pathos, ma purtroppo veri o verosimili, mi succede la stessa cosa di quanto esce un film che parla di tortura, che so, in Argentina, o Cile, o Grecia dei colonnelli: se posso li evito, proprio perché non sono film horror da coca cola e popcorn, alla Carpenter, alla Sam Raimi: sono cose successe veramente, e io non le voglio vedere sul grande schermo.

    Oppure proviamo a fare il paragone con un film porno: che cos'è in fondo un porno? Una sequenza interminabile di atti sessuali: una fellatio, un'orgia, poi un'altra fellatio, poi un'altra orgia... finisce una scena e sai già che quella successiva non sarà molto dissimile.
    "Le ceneri di Angela" mi ha dato più o meno lo stesso tedio: sì, va bene, qualcosa succede, alcuni figli crescono, altri muoiono di polmonite o di stenti, i genitori invecchiano e mettono la dentiera, si fa la prima comunione, la cresima, ma in questa famiglia succedono sempre le stesse cose: la madre fuma e sopporta tutto, il padre canta, sveglia i figli la notte per cantare inni all'Irlanda, si beve i soldi del sussidio o del salario e in casa non si mangia.
    Una ripetizione monotona, straziante, immutabile, in cui nessuno si ribella mai, in cui la moglie non solo non spacca la faccia al coniuge, ma nemmeno lo lascia, e anche i figli continuano ad amarlo perché come canta le ballate e racconta le leggende lui, non lo fa nessuno.
    E sì, la promessa iniziale viene mantenuta: vi abbiamo annunciato un'infanzia infelice irlandese e cattolica, e per 376 pagine (edizione economica Superpocket, euro 5,90) avrete un'infanzia infelice irlandese e cattolica.

    Però, che fatica - come lettore - non ribellarsi a quell'immarcescibile accettazione di tutto.
    E che sollievo quando finalmente Frank prende la nave e torna, da solo, a New York.

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    — Nov 28, 2009 | 4 feedbacks
  • Cover of Nordest

    Nordest

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    *** This comment contains spoilers! ***

    Innocenti? Nessuno.

    Dicevano Fruttero e Lucentini, in un loro articolo poi raccolto ne "La prevalenza del cretino", che non esistono più scrittori come Balzac o altri dell'800 in grado di salire nella loro soffitta, prendere il mondo reale, aggredirlo e descriverlo senza paura.

    Carlotto, dopo la serie dell'Alliga ... (continue)

    Dicevano Fruttero e Lucentini, in un loro articolo poi raccolto ne "La prevalenza del cretino", che non esistono più scrittori come Balzac o altri dell'800 in grado di salire nella loro soffitta, prendere il mondo reale, aggredirlo e descriverlo senza paura.

    Carlotto, dopo la serie dell'Alligatore, spesso a quattro mani con altri giallisti, fa proprio questo: aggredisce un pezzo di realtà italiana che gli dà fastidio, che gli fa ribrezzo, si documenta e poi ci scrive sopra un noir.
    Sì, noir, perché quasi sempre i suoi colpevoli la sfangano, anzi i loro delitti pagano in termini di ascesa sociale e di denaro.
    Anche qui, chi scappando in Romania, chi sfuggendo alla giustizia con il suicidio. Scappa anche il figlio della contessa, che, poverino, non ha fatto niente.
    Insomma, Carlotto: dal fuggiasco in poi scappano tutti, nei tuoi libri :D

    Qui addirittura cominciamo con una dichiarazione programmatica: dati grezzi, giornalistici, sul nordest italiano - lavoro, capitale, evasione fiscale, invasione cinese, delocalizzazioni in Romania - giusto per ricordare al lettore che anche un'opera di fantasia si innerva spesso sul reale.

    Dopo un paio di pagine inizia la storia vera e propria, che come noir è deboluccia, nel senso che:
    - personaggi e situazioni sono purtroppo abbastanza stereotipati, per non parlare dei dialoghi,
    - che il vero colpevole si intuisce troppo presto,
    - che il moralismo dilaga
    - e che dal protagonista, Francesco, visto il milieu che di lui ci viene dato, ci aspetteremmo una presa di coscienza ben più sofferta, più lunga, o in alternativa una totale ottusità, un non voler vedere neppure quando gli indizi sono tutti davanti a lui: sarebbe stato un bel finale, carlottianamente parlando, con lui che spazza tutte le sue scomode scoperte sotto il tappeto, dice "scusate, devo aver equivocato" e finisce tutto a tarallucci e vino sotto l'ombrello protettivo della Fondazione.

    Invece così si resta un poco insoddisfatti: troppo buono, 'sto ragazzo. Troppo monolitico.

    Interessante però la tesi che si intravede alla fine: le colpe dei padri ricadranno sui figli, non per una biblica maledizione, ma semplicemente per l'irresponsabilità dei primi dietro il moralismo chiesastico e la falsissima retorica del nordest creativo e lavoratore, unita all'immaturità e al distacco dalla realtà dei secondi.

    Innocenti? Nessuno. Sarà che ho appena visto "Il nastro bianco" di Haneke, e anche là con le colpe dei padri non si scherzava.

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    — Nov 11, 2009 | 1 feedback
  • Cover of Maigret e il ladro indolente

    Maigret e il ladro indolente

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    *** This comment contains spoilers! ***

    Alla stanchezza di un Maigret prossimo alla pensione corrisponde inevitabilmente (o ne è la mera proiezione) quella di un Simenon abbastanza sazio e ripetitivo: solite atmosfere, solite birre e panini portate su dai camerieri della Brasserie Dauphine...

    Stanchezza motivata, per il personaggio, ... (continue)

    Alla stanchezza di un Maigret prossimo alla pensione corrisponde inevitabilmente (o ne è la mera proiezione) quella di un Simenon abbastanza sazio e ripetitivo: solite atmosfere, solite birre e panini portate su dai camerieri della Brasserie Dauphine...

    Stanchezza motivata, per il personaggio, da un passaggio storico inevitabile ma visto con fastidio dal suo creatore: quello da una polizia autonoma, autodiretta, empatica sia con le vittime che con i devianti e che, grazie all'esperienza maturata sulla strada, conosce ogni banda e ogni singolo criminale e relative idiosincrasie (sarà mai esistita fuori dal libro dei sogni?), ad una eterodiretta da giudici e procuratori gelidi, ansiosi di mettersi in mostra e privi della benché minima conoscenza del territorio.

    Il Maigret di questo romanzo, stoico, malinconico, rassegnato, soffre talmente (in silenzio, come ci aspetteremmo da lui) della situazione che per la prima volta lo vediamo ribellarsi agli ordini superiori e trascurare il caso che gli è stato assegnato - naturalmente lo riprenderà per la coda nel concitato finale - per occuparsi di uno insignificante per tutti tranne che per lui e per l'ispettore Fumel, uno dei tanti "falliti" che danno umanità all'universo simenoniano: e fallito, rispetto ai canoni della criminalità parigina media, potrebbe apparire anche l'uomo che da titolo al romanzo, uno svizzero pieno di segreti, alcuni dei quali resteranno tali fino alla fine.

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    — Nov 11, 2009 | 1 feedback

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