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La forza (oscura) di un sogno
E ben, beh... boh. No, ok, non sono impazzito, è solo che volevo riportare il rumore che fa il mio cervello quando rimane un po’ così, a metà tra il basito e il perplesso, di fronte ad una nuova lettura. Che poi, nel caso specifico, era anche una lettura “pesante” se non nel contenuto almeno nel nom ... (continue)
E ben, beh... boh. No, ok, non sono impazzito, è solo che volevo riportare il rumore che fa il mio cervello quando rimane un po’ così, a metà tra il basito e il perplesso, di fronte ad una nuova lettura. Che poi, nel caso specifico, era anche una lettura “pesante” se non nel contenuto almeno nel nome: quel Grande gatsby di cui uno ha sempre sentito parlare ma che, per un motivo o per l’altro, non ha mai avvicinato davvero.
Ecco, questa volta l’ho fatto e per l’appunto il mio cervello - almeno per la prima metà del libro - ha fatto quei suoni così incerti. Dunque, la prima metà, perchè questo benedetto romanzo nemmeno troppo lungo è proprio diviso in due sezioni ben distinte: la prima, nella quale mi sono francamente annoiato a morte arrivando a chiedermi se avesse un senso proseguire, la seconda in cui tutto assumeva un significato e anzi prendeva una piega davvero interessante!
Dunque, essendo Scott Fitzgerald non certo uno sprovveduto bensì uno scrittore come si deve, tale struttura non può essere casuale, visto e considerato che la distinzione è resa ancor più evidente da un vero e proprio cambiamento radicale dello stile. Dalle frasi asciutte, scarne, banali, quasi vuote delle prime pagine si passa ad una prosa più sentita e profonda, direi più “densa”, della conclusione. Naturalmente il tutto al servizio di una vicenda che abbandona la mera descrizione dello stile di vita festaiolo e spensierato a tutti i costi dell’altissima borghesia statunitense (roba che uno diventa marxista-leninista solo a leggerlo...) ad una vicenda umana che ha dei contenuti veri, del sangue, del dolore, dello spessore. Peccato che tale vicenda nasce in un ambiente e coinvolge persone che tale spessore proprio non ce l’hanno, che non possono sapere cosa significhi realmente amare poichè non hanno le risorse priscologiche per farlo. E se in Màrai la borghesia non viveva per qualcosa ma contro il resto del mondo, qui questi “figli di papà” non fanno altro che andare avanti, divertendosi e vantandosi con gli amici di quanto si divertono e nel frattempo stritolando tutti coloro che hanno la disgrazia di averci a che fare.
Erano gente sbadata, Tom e Daisy: sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia sbadataggine o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto...
Ecco, per l’appunto, Gatsby. Non è il più bello, non è il più simpatico (spesso lo butteresti giù dalla scogliera), è ricco anche lui da fare schifo (anche se, per vie molto traverse, il suo patrimonio lui se lo è guadagnato), è più furbo che intelligente ma - a differenza di tutti gli altri - pensa, crede, desidera, SENTE. Anche troppo, anche al di là della realtà stessa, anche contro la realtà stessa e quest’ultima - lo sappiamo bene - ha sempre un modo tutto suo per vendicarsi.
...doveva essergli parso di aver perduto il calore del vecchio mondo, di aver pagato un prezzo molto alto per aver vissuto troppo a lungo con un unico sogno.
Si può dunque vivere appresso ad un unico sogno? Ovviamente, no. E non è una questione di volontà, ma di realtà, perché i sogni sono solo una nostra percezione e provare a trasformarli in analisi oggettive delle circostanze non solo è sbagliato ma anche terribilmente pericoloso.
La vicenda assume dunque un ritmo rapido, quasi sincopato, che ti prende e non pare farti riflettere troppo. Ma poi, alla fine, i nodi vengono al pettine e perfino il narratore che prova a rimanere il più possibile distaccato da questi fatti - lui che non è una cima, ma almeno è uno che i soldi se li guadagna col proprio lavoro - non può fare a meno di trovarsene coinvolto e di cominciare anche lui a provare qualcosa.
Ma, alla fine della fiera, questo libro si merita tutta la sua fama? Beh, sì, è importante, certo. Però questa ossessione del non dare giudizi apertamente, del non porre una reale critica diretta bensì una sorta di ironica disillusione nei confronti di uno stile di vita assurdo e privo di una qualsiasi pulsione morale alla fine ci lascia un po’ delusi. E va bene prepararsi al cambio di passo per il finale, nel quale gli eventi e le riflessioni connesse si succedono fin troppo velocemente, ma va anche detto che a furia di asciugarlo questo Martini risulta davvero troppo Dry, quasi acido. Sarò anche io che sono troppo fissato coi russi e con i mitteleuropei (ah, le loro atmosfere...), ma questa prosa americana ancora non è riuscita a prendermi del tutto...
Però è senz’altro un libro che va letto e che lascia qualcosa dentro di noi. Forse poteva lasciare qualcosa di più importante, di più significativo. Però va bene anche così e le ore dedicate a queste pagine non sono state affatto buttate.
Momento Amarcord: Non ho letto questo libro in previsione di andare a vedere il relativo film, appena uscito nei cinema. L’ho letto sia per colmare una lacuna che per il sottile e un po’ snobistico piacere di poter dire “Ecco, non andrò a vedere il film perché ho già letto il libro”. Che ci volete fare, ci sono letture che si fanno anche un po’ per ripicca intellettuale, non credete?