Dovevo fidarmi di me stesso; intendo il me stesso volgare e schietto che risiede nei miei bassifondi. Il me stesso in questione è arrogante, spavaldo, disfattista, infarcisce i suoi discorsi di “cazzo” (il suo intercalare preferito) e bestemmia di continuo. Mi vergogno sempre un po’ a portarlo in gi
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Dovevo fidarmi di me stesso; intendo il me stesso volgare e schietto che risiede nei miei bassifondi. Il me stesso in questione è arrogante, spavaldo, disfattista, infarcisce i suoi discorsi di “cazzo” (il suo intercalare preferito) e bestemmia di continuo. Mi vergogno sempre un po’ a portarlo in giro, a presentarlo alla gente. Rischiando di passare per fatalista credo che così come non ti scegli i parenti nello stesso modo non ti scegli la tua cantina spirituale. Però devo anche ammettere che gli sono affezionato e che, al di là di tutti gli orpelli con cui mi sono appesantito negli anni, devo a lui molte delle buone letture fatte. Questa tirata solo per acquietarlo un poco, visto che è anche molto narcisista e già me lo vedo gongolare al suono di queste parole. Ad ogni modo, ero nella sezione storica della mia biblioteca preferita, scorrendo svogliatamente i titoli dei libri, senza un fine ben definito. Mi sono fermato davanti a questo La bellezza e l’orrore, indeciso se prenderlo o meno. Il primo pensiero è stato “mi ricorda quel libro di Saviano, La bellezza e l’inferno, figurati se lo leggo” (e me lo avevano regalato, il libro di Saviano, e visto che sono sempre riconoscente quando qualcuno mi regala libri, mi sono costretto a leggerlo; per dire, una volta una persona che stimo mi ha regalato Noi di Veltroni, incoscientemente ho letto pure quello; il fatto è che mi sembra di essere riconoscente non quando dico “Grazie, che bel libro!” ma quando poi lo leggo, il libro). Subito dopo al primo pensiero è seguito il secondo, quello gentile e che vuole fare il democratico, “ma diamogli una possibilità, magari è uno di quei titoli tradotti alla cazzo di cane, tipo Se mi lasci ti cancello, chissà quante persone stimabili non hanno mai visto Se mi lasci ti cancello solo perché aveva un titolo così di merda in italiano e invece poi vedi il film e ne rimani affascinato; magari è un libro bellissimo, ha anche un sottotitolo suggestivo La Grande Guerra narrata in diciannove destini, a volte bisogna gettare il cervello oltre l’ostacolo del pregiudizio” (detto tra parentesti: l’ultimo pensiero mi è venuto ora, non faccio pensieri così speranzosi di solito). Così ha prevalso la parte più gentile di me, quella che cerca di controllarsi in pubblico, perché se no “che deve dire la gente”, e così ho preso il libro.
Lo sapevo che dovevo fidarmi del me stesso terra-terra. Al diavolo tutti i buoni propositi! Al diavolo i ragionamenti sul “come fai a giudicare Moccia se non lo hai letto?!”! Al diavolo questo senso di inferiorità intellettuale spacciata per superiorità e saggezza! La verità è che un libro lo senti quando va letto o meno. Se non hai consigli di persone stimate a guidarti (o consigli di persone che ti fanno schifo, intellettualmente parlando), un libro lo percepisci subito quando merita. Questa cosa del sentire è una visione dogmatica, lo ammetto, ma ho appena mandato a quel paese tutti i ragionamenti, ormai vado solo per intuito. Il libro, a parte alcune pagine del diario di Robert Musil, potevo anche non leggerlo. La bellezza e l’orrore si propone di fare anti-Storia (o storia dei vinti), ossia di far parlare gli ultimi, quelli che nella Storia (o la storia “scritta dai vincitori”, come si dice comunemente) non ci sono mai entrati, ma lo fa con abbondante ritardo rispetto a tutte le prove precedenti (quaranta anni di ritardo, come minimo: penso in questo momento a Il formaggio e i vermi di Ginzburg, del 1976) e soprattutto lo fa con una costruzione piatta e superficiale – tipica di un certo fare storia americano. Avendolo letto in traduzione (a proposito, solidarietà a Katia De Marco e Laura Cangemi), non posso parlare della lingua. Avrei voluto avere tra le mani un libro con la stessa ricerca documentaria ma in cui lo storico-scrittore si fosse interrogato sui modi possibili di “far parlare” i soggetti studiati, su come scrivere la storia, sui limiti di una ricerca di questo tipo, sulla sua posizione rispetto alle esistenze che avevo sotto i propri occhi. In poche parole avrei voluto un libro diverso da leggere. E invece ha prevalso la mia parte buona, e anzichè chiuderlo senza rimpianti dopo 50 pagine sono andato fino alla fine, quasi per masochismo. Mentre nella testa quell’altro smadonnava. Non aveva tutti i torti. E poi wikipedia dice che Peter Englund è il segretario permanente dell’Accademia Svedese. Adesso mi spiego alcuni premi Nobel.
La guerra dei poveri è un diario in più atti. Adesione al fascismo. Accademia militare a Modena. Partenza per la Russia con l'ARMIR - ossia l'Armata Italiana in Russia. La disfatta del Fronte orientale. Il ritorno disastroso in Italia. Resistenza. Liberazione.
Non mi capita spesso di leggere romanzi storici. Fortunatamente mi capita spesso di leggere buoni libri e La marcia è tra questi. Il titolo è il condensato del libro: l'atto del marciare è il soggetto di questo libro. La marcia in questione è quella intrapresa dall'esercito nordista (guerra civile a
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Non mi capita spesso di leggere romanzi storici. Fortunatamente mi capita spesso di leggere buoni libri e La marcia è tra questi. Il titolo è il condensato del libro: l'atto del marciare è il soggetto di questo libro. La marcia in questione è quella intrapresa dall'esercito nordista (guerra civile americana, 1861-65), comandato dal generale William T. Sherman, per colpire il cuore delle forze dell'esercito confederato. Devo ammettere che provo un interesse morboso per i racconti di guerra, questa forma di violenza organizzata. Nutro interesse morboso perché seppure ho sempre ben presente che la guerra è un continuo cercare di sopprimere un tuo simile (in cui non vi è nulla di romantico o epico o di sensato) non riesco a non esserne affascinato. Per esempio mi interessa la guerra come banco di prova per concetti come amicizia, amore, empatia, onore, pudore, riconoscenza. Mi interessano i racconti della noia e dell'attesa. Se ripenso a tutte le storie di guerra che ho letto mi viene in mente che sono tenute assieme da una certa coerenza e da una certa omogeneità del punto di vista. Ad interessarmi sono i racconti dei poveracci che la guerra non la volevano nemmeno, di quelli che per l'obbligo di leva o per sfamarsi sono costretti a rischiare la vita; alcuni di questi leggendari esseri umani, quando hanno fatto ritorno a casa, hanno scritto memorie, diari o racconti di finzione su quello che avevano vissuto. Penso in questo momento a Mario Rigoni Stern, solo per fare un nome. Leggere la storia di Arly e Will, due disertori che cercano in tutti i modi di sfuggire la morte rimanendo in coda alla grande marcia, oppure quella del medico di campo, che con pochi mezzi cerca in tutti i modi di salvare ogni vita, o quella dell'ufficiale di cavalleria Judson Kilpatrick, conosciuto come Kilcavalry perché semplicemente non teneva conto della vita di ogni uomo suo sottoposto mandandolo a morire irragionevolmente, leggere queste storie, dicevo, e quelle di altre vite brevissime - che durano lo spazio di poche righe o di una frase, il tempo di avere il cranio frantumato in mille pezzi - ha rappresentato per me il ripercorrere tutto ciò che mi fa ripudiare la guerra e che nel contempo mi fa interessare ai suoi racconti, da Omero in poi.
Parlare di Paolo Nori è complesso. Io stimo questo scrittore e il suo percorso artistico ma, devo ammettere, l'ho capito solo da poco tempo (o da pochi libri), o almeno credo di averlo compreso meglio. Quando leggevo i suoi primi libri, li prendevo in prestito dalla libreria di mio zio. Spinoza, Gra
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Parlare di Paolo Nori è complesso. Io stimo questo scrittore e il suo percorso artistico ma, devo ammettere, l'ho capito solo da poco tempo (o da pochi libri), o almeno credo di averlo compreso meglio. Quando leggevo i suoi primi libri, li prendevo in prestito dalla libreria di mio zio. Spinoza, Grandi Ustionati, Gli Scarti, Si chiama Francesca, questo romanzo (che ho prestato in lungo e in largo con scarsi risultati, inspiegabilmente, visto che a me era sembrato bellissimo), Pancetta. Sono titoli della sua vasta produzione, e sono bellissimi come titoli - soprattutto Gli Scarti, che contiene nel titolo un'idea di letteratura quasi; ho chiamato anche varie cartelle sul mio desktop con questo nome, chissà che fine hanno fatto?
Dicevo che Paolo Nori all'inizio non l'avevo capito bene. Coglievo solo l'aspetto letterale della sua scrittura (come il fatto del dito e della luna forse, anche se non ho mai capito bene questa metafora). L'aspetto letterale della scrittura di Paolo Nori è che ti sembra una cosa semplice, una cosa che potresti scrivere anche di getto in questo momento - una cosa tipo un verbale delle forze dell'ordine, che pensi che siano bravi tutti a scriverlo, e invece è di una difficoltà estrema; essendo molto vicino all'oralità, essendo la rappresentazione di una oralità ben definita geograficamente, ti viene da pensare che questo "scrive come mangia", dando ovviamente una connotazione negativa, primitiva e semplicistica a questa definizione.
Invece con il tempo, seguendo il suo percorso artistico, vedendo i suoi reading su youtube, leggendo il suo blog ultimamente, ho iniziato a percepire un piacere estremo nella lettura delle cose che scrive; lo stesso piacere, mi viene da pensare, che provo quando mi scontro con qualcosa di bello, che magari non riesco ad afferrare, a comprendere totalmente, ma solo a percepirlo. Andare a sbattere contro uno spigolo al buio, ma provando un piacere enorme.
I discorsi contenuti in questo libro sortiscono questo effetto improvviso. Li leggi non capendo bene dove vadano a parare, magari divertendoti a certe trovate stilistiche o pensieri, poi d'improvviso inizia a costruirsi un senso profondo che ti ricollega alla tua esistenza, magari in un punto che avevi dimenticato di avere. È difficile da spiegare, però è come la descrizione di una determinata curva in un racconto di Ugo Cornia (amico di Paolo Nori, scrittore anch'esso). Che quando l'ho letto mi è sembrata stupenda, come descrizione; impressione confermata dal fatto che Paolo Nori nel suo blog ha descritto la medesima cosa, dicendo che, in definitiva, lui non riesce più a fare una curva in macchina senza pensare alla bellezza della curva raccontata dal suo amico Ugo Cornia. Se non è vita che si specchia nella letteratura (e viceversa) questa?!
Con i credenti in genere, ma soprattutto con i cattolici, mi trovo sempre a fare i conti con due pensieri ricorrenti che delimitano il campo del mio discorso:
Pensiero ricorrente numero 1: Con i credenti non è possibile avere alcun dialogo in quanto partiamo da posizioni appartenenti a livelli para
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Con i credenti in genere, ma soprattutto con i cattolici, mi trovo sempre a fare i conti con due pensieri ricorrenti che delimitano il campo del mio discorso:
Pensiero ricorrente numero 1: Con i credenti non è possibile avere alcun dialogo in quanto partiamo da posizioni appartenenti a livelli paralleli e divergenti: l'uno dogmatico, l'altro empirico-materialista. Assodato ciò, posso solamente tollerare il loro discorso sulla vita e tutto il resto, di certo non posso rispettarlo.
Pensiero (meno) ricorrente numero 2: Come fai a definirti civile e votato al dialogo se sei il primo a chiuderlo, questo dialogo? E come la mettiamo con tutte quelle menate di Voltaire e del "darei la mia vita per farti proferire la tua stronzata anche se so che è una totale e irrevocabile stronzata"?
A pensarci bene, poi, nei discorsi quotidiani, questi pensieri rimangono insespressi, ed agisco in maniera molto più elastica. Questa elasticità, però, è venuta solo con l'esperienza. Che cosa significa esperienza, mi chiederà il socratico? L'esperienza secondo me è la stratificazione di tutte quelle volte che mi sono bruciato prima di capire che il fuoco e gli oggetti che ne vengono a contatto scottano. Ma non voglio dilungarmi; stavo parlando dell'esperienza in campo di dialoghi tra credenti ed atei (gli agnostici non contano perché tanto loro se ne lavano le mani). Da quando, adolescente, ho iniziato a sperimentare l'insensatezza dei dogmi e dei vari ragionamenti su entità che trascendono il nostro mondo, ho iniziato a discutere, quando mi è capitato, con i credenti (perché sono sempre stato un tipo dubbioso, e non so cosa avremmo prodotto di buono, come genere umano, senza il dubbio). Però, essendo ingenuo, non vagliavo il credente che avevo di fronte - intendo, se questo fosse uno spinoziano o un neocatecumenale o un teologo della liberazione -, e così la maggior parte delle volte mi sono trovato impegolato in discorsi senza una via di uscita sensata, e per di più nei posti e nelle situazioni meno adatte (funerali, feste religiose, processioni, locali con la musica dal vivo). Sono passati anni - anni in cui, per tornare alla metafora dell'esperienza, mi sono quasi completamente ustionato - prima che capissi qual era la soluzione a queste continue farneticazioni. La soluzione, che è ancora in rodaggio visto che ricado molte volte nell'errore, è che prima, parlando di fiori o farfalle o del tempo, cerco di capire l'assennatezza della persona che mi sta di fronte, e poi, con molta delicatezza introduco qualsiasi tipo di discorso inerente alle credenze più disparate (dagli ufo alle scie chimiche, dal problema della transustanziazione alla scomunica causa utilizzo metodi contraccettivi). Eppure, i miei rapporti con i credenti tutti continuano ad essere difficoltosi, come nel caso di questo libro. (continua su http://www.liberdocet.it/2013/03/la-posizione-della-mis…
La bellezza e l'orrore
Dovevo fidarmi di me stesso; intendo il me stesso volgare e schietto che risiede nei miei bassifondi. Il me stesso in questione è arrogante, spavaldo, disfattista, infarcisce i suoi discorsi di “cazzo” (il suo intercalare preferito) e bestemmia di continuo. Mi vergogno sempre un po’ a portarlo in gi ... (continue)
Dovevo fidarmi di me stesso; intendo il me stesso volgare e schietto che risiede nei miei bassifondi. Il me stesso in questione è arrogante, spavaldo, disfattista, infarcisce i suoi discorsi di “cazzo” (il suo intercalare preferito) e bestemmia di continuo. Mi vergogno sempre un po’ a portarlo in giro, a presentarlo alla gente. Rischiando di passare per fatalista credo che così come non ti scegli i parenti nello stesso modo non ti scegli la tua cantina spirituale. Però devo anche ammettere che gli sono affezionato e che, al di là di tutti gli orpelli con cui mi sono appesantito negli anni, devo a lui molte delle buone letture fatte. Questa tirata solo per acquietarlo un poco, visto che è anche molto narcisista e già me lo vedo gongolare al suono di queste parole. Ad ogni modo, ero nella sezione storica della mia biblioteca preferita, scorrendo svogliatamente i titoli dei libri, senza un fine ben definito. Mi sono fermato davanti a questo La bellezza e l’orrore, indeciso se prenderlo o meno. Il primo pensiero è stato “mi ricorda quel libro di Saviano, La bellezza e l’inferno, figurati se lo leggo” (e me lo avevano regalato, il libro di Saviano, e visto che sono sempre riconoscente quando qualcuno mi regala libri, mi sono costretto a leggerlo; per dire, una volta una persona che stimo mi ha regalato Noi di Veltroni, incoscientemente ho letto pure quello; il fatto è che mi sembra di essere riconoscente non quando dico “Grazie, che bel libro!” ma quando poi lo leggo, il libro). Subito dopo al primo pensiero è seguito il secondo, quello gentile e che vuole fare il democratico, “ma diamogli una possibilità, magari è uno di quei titoli tradotti alla cazzo di cane, tipo Se mi lasci ti cancello, chissà quante persone stimabili non hanno mai visto Se mi lasci ti cancello solo perché aveva un titolo così di merda in italiano e invece poi vedi il film e ne rimani affascinato; magari è un libro bellissimo, ha anche un sottotitolo suggestivo La Grande Guerra narrata in diciannove destini, a volte bisogna gettare il cervello oltre l’ostacolo del pregiudizio” (detto tra parentesti: l’ultimo pensiero mi è venuto ora, non faccio pensieri così speranzosi di solito). Così ha prevalso la parte più gentile di me, quella che cerca di controllarsi in pubblico, perché se no “che deve dire la gente”, e così ho preso il libro.
Lo sapevo che dovevo fidarmi del me stesso terra-terra. Al diavolo tutti i buoni propositi! Al diavolo i ragionamenti sul “come fai a giudicare Moccia se non lo hai letto?!”! Al diavolo questo senso di inferiorità intellettuale spacciata per superiorità e saggezza! La verità è che un libro lo senti quando va letto o meno. Se non hai consigli di persone stimate a guidarti (o consigli di persone che ti fanno schifo, intellettualmente parlando), un libro lo percepisci subito quando merita. Questa cosa del sentire è una visione dogmatica, lo ammetto, ma ho appena mandato a quel paese tutti i ragionamenti, ormai vado solo per intuito. Il libro, a parte alcune pagine del diario di Robert Musil, potevo anche non leggerlo. La bellezza e l’orrore si propone di fare anti-Storia (o storia dei vinti), ossia di far parlare gli ultimi, quelli che nella Storia (o la storia “scritta dai vincitori”, come si dice comunemente) non ci sono mai entrati, ma lo fa con abbondante ritardo rispetto a tutte le prove precedenti (quaranta anni di ritardo, come minimo: penso in questo momento a Il formaggio e i vermi di Ginzburg, del 1976) e soprattutto lo fa con una costruzione piatta e superficiale – tipica di un certo fare storia americano. Avendolo letto in traduzione (a proposito, solidarietà a Katia De Marco e Laura Cangemi), non posso parlare della lingua. Avrei voluto avere tra le mani un libro con la stessa ricerca documentaria ma in cui lo storico-scrittore si fosse interrogato sui modi possibili di “far parlare” i soggetti studiati, su come scrivere la storia, sui limiti di una ricerca di questo tipo, sulla sua posizione rispetto alle esistenze che avevo sotto i propri occhi. In poche parole avrei voluto un libro diverso da leggere. E invece ha prevalso la mia parte buona, e anzichè chiuderlo senza rimpianti dopo 50 pagine sono andato fino alla fine, quasi per masochismo. Mentre nella testa quell’altro smadonnava. Non aveva tutti i torti. E poi wikipedia dice che Peter Englund è il segretario permanente dell’Accademia Svedese. Adesso mi spiego alcuni premi Nobel.
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La guerra dei poveri
La guerra dei poveri è un diario in più atti. Adesione al fascismo. Accademia militare a Modena. Partenza per la Russia con l'ARMIR - ossia l'Armata Italiana in Russia. La disfatta del Fronte orientale. Il ritorno disastroso in Italia. Resistenza. Liberazione.
Continua su http://www.liberdocet.it
La marcia
Non mi capita spesso di leggere romanzi storici. Fortunatamente mi capita spesso di leggere buoni libri e La marcia è tra questi. Il titolo è il condensato del libro: l'atto del marciare è il soggetto di questo libro. La marcia in questione è quella intrapresa dall'esercito nordista (guerra civile a ... (continue)
Non mi capita spesso di leggere romanzi storici. Fortunatamente mi capita spesso di leggere buoni libri e La marcia è tra questi. Il titolo è il condensato del libro: l'atto del marciare è il soggetto di questo libro. La marcia in questione è quella intrapresa dall'esercito nordista (guerra civile americana, 1861-65), comandato dal generale William T. Sherman, per colpire il cuore delle forze dell'esercito confederato.
Devo ammettere che provo un interesse morboso per i racconti di guerra, questa forma di violenza organizzata. Nutro interesse morboso perché seppure ho sempre ben presente che la guerra è un continuo cercare di sopprimere un tuo simile (in cui non vi è nulla di romantico o epico o di sensato) non riesco a non esserne affascinato. Per esempio mi interessa la guerra come banco di prova per concetti come amicizia, amore, empatia, onore, pudore, riconoscenza. Mi interessano i racconti della noia e dell'attesa.
Se ripenso a tutte le storie di guerra che ho letto mi viene in mente che sono tenute assieme da una certa coerenza e da una certa omogeneità del punto di vista. Ad interessarmi sono i racconti dei poveracci che la guerra non la volevano nemmeno, di quelli che per l'obbligo di leva o per sfamarsi sono costretti a rischiare la vita; alcuni di questi leggendari esseri umani, quando hanno fatto ritorno a casa, hanno scritto memorie, diari o racconti di finzione su quello che avevano vissuto. Penso in questo momento a Mario Rigoni Stern, solo per fare un nome.
Leggere la storia di Arly e Will, due disertori che cercano in tutti i modi di sfuggire la morte rimanendo in coda alla grande marcia, oppure quella del medico di campo, che con pochi mezzi cerca in tutti i modi di salvare ogni vita, o quella dell'ufficiale di cavalleria Judson Kilpatrick, conosciuto come Kilcavalry perché semplicemente non teneva conto della vita di ogni uomo suo sottoposto mandandolo a morire irragionevolmente, leggere queste storie, dicevo, e quelle di altre vite brevissime - che durano lo spazio di poche righe o di una frase, il tempo di avere il cranio frantumato in mille pezzi - ha rappresentato per me il ripercorrere tutto ciò che mi fa ripudiare la guerra e che nel contempo mi fa interessare ai suoi racconti, da Omero in poi.
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La meravigliosa utilità del filo a piombo
Parlare di Paolo Nori è complesso. Io stimo questo scrittore e il suo percorso artistico ma, devo ammettere, l'ho capito solo da poco tempo (o da pochi libri), o almeno credo di averlo compreso meglio. Quando leggevo i suoi primi libri, li prendevo in prestito dalla libreria di mio zio. Spinoza, Gra ... (continue)
Parlare di Paolo Nori è complesso. Io stimo questo scrittore e il suo percorso artistico ma, devo ammettere, l'ho capito solo da poco tempo (o da pochi libri), o almeno credo di averlo compreso meglio. Quando leggevo i suoi primi libri, li prendevo in prestito dalla libreria di mio zio. Spinoza, Grandi Ustionati, Gli Scarti, Si chiama Francesca, questo romanzo (che ho prestato in lungo e in largo con scarsi risultati, inspiegabilmente, visto che a me era sembrato bellissimo), Pancetta. Sono titoli della sua vasta produzione, e sono bellissimi come titoli - soprattutto Gli Scarti, che contiene nel titolo un'idea di letteratura quasi; ho chiamato anche varie cartelle sul mio desktop con questo nome, chissà che fine hanno fatto?
Dicevo che Paolo Nori all'inizio non l'avevo capito bene. Coglievo solo l'aspetto letterale della sua scrittura (come il fatto del dito e della luna forse, anche se non ho mai capito bene questa metafora). L'aspetto letterale della scrittura di Paolo Nori è che ti sembra una cosa semplice, una cosa che potresti scrivere anche di getto in questo momento - una cosa tipo un verbale delle forze dell'ordine, che pensi che siano bravi tutti a scriverlo, e invece è di una difficoltà estrema; essendo molto vicino all'oralità, essendo la rappresentazione di una oralità ben definita geograficamente, ti viene da pensare che questo "scrive come mangia", dando ovviamente una connotazione negativa, primitiva e semplicistica a questa definizione.
Invece con il tempo, seguendo il suo percorso artistico, vedendo i suoi reading su youtube, leggendo il suo blog ultimamente, ho iniziato a percepire un piacere estremo nella lettura delle cose che scrive; lo stesso piacere, mi viene da pensare, che provo quando mi scontro con qualcosa di bello, che magari non riesco ad afferrare, a comprendere totalmente, ma solo a percepirlo. Andare a sbattere contro uno spigolo al buio, ma provando un piacere enorme.
I discorsi contenuti in questo libro sortiscono questo effetto improvviso. Li leggi non capendo bene dove vadano a parare, magari divertendoti a certe trovate stilistiche o pensieri, poi d'improvviso inizia a costruirsi un senso profondo che ti ricollega alla tua esistenza, magari in un punto che avevi dimenticato di avere. È difficile da spiegare, però è come la descrizione di una determinata curva in un racconto di Ugo Cornia (amico di Paolo Nori, scrittore anch'esso). Che quando l'ho letto mi è sembrata stupenda, come descrizione; impressione confermata dal fatto che Paolo Nori nel suo blog ha descritto la medesima cosa, dicendo che, in definitiva, lui non riesce più a fare una curva in macchina senza pensare alla bellezza della curva raccontata dal suo amico Ugo Cornia. Se non è vita che si specchia nella letteratura (e viceversa) questa?!
La posizione della missionaria
Con i credenti in genere, ma soprattutto con i cattolici, mi trovo sempre a fare i conti con due pensieri ricorrenti che delimitano il campo del mio discorso:
Pensiero ricorrente numero 1:continue)
Con i credenti non è possibile avere alcun dialogo in quanto partiamo da posizioni appartenenti a livelli para ... (
Con i credenti in genere, ma soprattutto con i cattolici, mi trovo sempre a fare i conti con due pensieri ricorrenti che delimitano il campo del mio discorso:
Pensiero ricorrente numero 1:
Con i credenti non è possibile avere alcun dialogo in quanto partiamo da posizioni appartenenti a livelli paralleli e divergenti: l'uno dogmatico, l'altro empirico-materialista. Assodato ciò, posso solamente tollerare il loro discorso sulla vita e tutto il resto, di certo non posso rispettarlo.
Pensiero (meno) ricorrente numero 2:
Come fai a definirti civile e votato al dialogo se sei il primo a chiuderlo, questo dialogo? E come la mettiamo con tutte quelle menate di Voltaire e del "darei la mia vita per farti proferire la tua stronzata anche se so che è una totale e irrevocabile stronzata"?
A pensarci bene, poi, nei discorsi quotidiani, questi pensieri rimangono insespressi, ed agisco in maniera molto più elastica. Questa elasticità, però, è venuta solo con l'esperienza. Che cosa significa esperienza, mi chiederà il socratico? L'esperienza secondo me è la stratificazione di tutte quelle volte che mi sono bruciato prima di capire che il fuoco e gli oggetti che ne vengono a contatto scottano. Ma non voglio dilungarmi; stavo parlando dell'esperienza in campo di dialoghi tra credenti ed atei (gli agnostici non contano perché tanto loro se ne lavano le mani). Da quando, adolescente, ho iniziato a sperimentare l'insensatezza dei dogmi e dei vari ragionamenti su entità che trascendono il nostro mondo, ho iniziato a discutere, quando mi è capitato, con i credenti (perché sono sempre stato un tipo dubbioso, e non so cosa avremmo prodotto di buono, come genere umano, senza il dubbio). Però, essendo ingenuo, non vagliavo il credente che avevo di fronte - intendo, se questo fosse uno spinoziano o un neocatecumenale o un teologo della liberazione -, e così la maggior parte delle volte mi sono trovato impegolato in discorsi senza una via di uscita sensata, e per di più nei posti e nelle situazioni meno adatte (funerali, feste religiose, processioni, locali con la musica dal vivo). Sono passati anni - anni in cui, per tornare alla metafora dell'esperienza, mi sono quasi completamente ustionato - prima che capissi qual era la soluzione a queste continue farneticazioni. La soluzione, che è ancora in rodaggio visto che ricado molte volte nell'errore, è che prima, parlando di fiori o farfalle o del tempo, cerco di capire l'assennatezza della persona che mi sta di fronte, e poi, con molta delicatezza introduco qualsiasi tipo di discorso inerente alle credenze più disparate (dagli ufo alle scie chimiche, dal problema della transustanziazione alla scomunica causa utilizzo metodi contraccettivi). Eppure, i miei rapporti con i credenti tutti continuano ad essere difficoltosi, come nel caso di questo libro. (continua su http://www.liberdocet.it/2013/03/la-posizione-della-mis…