Su Youtube c’è un video che mostra Ratko Mladić, capo di stato maggiore dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, mentre a favore di telecamera parla agli sfollati di Srebrenica dicendo loro di non avere paura e tranquillizzandoli che non verrà fatto loro del male. Mladić fa sfog
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Su Youtube c’è un video che mostra Ratko Mladić, capo di stato maggiore dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, mentre a favore di telecamera parla agli sfollati di Srebrenica dicendo loro di non avere paura e tranquillizzandoli che non verrà fatto loro del male. Mladić fa sfoggio di un aspetto rassicurante, parla piano, scandisce le parole, la gente rincuorata gli rivolge benedizioni. Poi però, a un certo punto, si volta e nella piega delle labbra mostra quella che conosciamo essere la sua vera natura, ossia quella del boia, del criminale incallito, dell’assassino che ha in spregio il genere umano e che da lì a poche ore ordinerà il più grave eccidio della storia europea della seconda metà del Novecento, il massacro di novemila civili bosniaci. Un anno prima Mladić aveva perso una figlia, Ana, la sua prediletta, che si era suicidata la notte del 24 marzo del 1994 nella sua casa di Belgrado, sparandosi un colpo alla tempia con la pistola preferita del padre, quella che, per un patto di famiglia, si sarebbe dovuta usare solo per festeggiare la futura nascita di un nipote. Un nipote che non arriverà mai, perché Ana, appena tornata da un viaggio a Mosca con alcuni compagni di studi, era diventata di colpo una ragazza triste, abbattuta, incapace di sorridere. Cosa fosse successo alla figlia del generale è materia di un romanzo eccezionale, opera della spagnola Clara Usón, pubblicato in Italia da Sellerio (la traduzione è di Silvia Sichel) con il titolo La figlia. Quasi cinquecento pagine, tre anni di ricerche, per restituirci un affresco shakespeariano, allucinato, sul rapporto che intercorreva tra il generale e sua figlia. Un amore fideistico, tanto cieco da non contemplare l’evidenza dell’orrore e delle responsabilità di Mladić nel conflitto bellico dei Balcani. Un’opera imponente che si pone sulle tracce delle antiche tragedie greche, che scruta con il mezzo letterario la deflagrazione che avviene nella psiche di una ragazza mentre comprende lentamente la verità sulla figura paterna. Una verità con la quale non riesce a fare i conti, che si intreccia indissolubilmente con la storia antica e recente dei territori della ex Jugoslavia. Un gesto, quello di Ana Mladić, che suo malgrado avrà ripercussioni sulla Storia, che scatenerà la ferocia di Mladić fino all’estremo (il generale, pochi giorni dopo la morte della figlia, battezzerà l’offensiva di Gorazde con il nome di “Operazione Stella”, dal nomignolo affettuoso con cui era solito chiamare la sua Ana). Nelle Odi di Orazio c’è una frase che sarebbe stata un’epigrafe perfetta per questo libro: “Delicta maiores immeritus lues” (“Piangerai senza tua colpa i delitti dei padri”). Un padre, in questo caso, che oggi, vecchio e con un aspetto malandato, siede alla sbarra del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia, accusato di genocidio e crimini contro l’umanità, dopo aver passato una quindicina di anni latitante nella sua Belgrado, godendo di protezioni di ogni tipo. E che il giorno in cui si è presentato per la prima volta davanti alla corte dell’Aja, al saluto del giudice olandese «Buongiorno, signor Mladić», ha risposto: «Ja sam General Ratko Mladić».
“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…” Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie.
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“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…” Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie. Non pensereste, di primo acchito, che in quel libro il poeta ha deciso, almeno per un po’, di ringuainare il verso per dedicarsi a una comprensione più vasta dell’artista e dei compiti fondamentali che esso è chiamato ad assolvere nel mondo. Ancor meno, forse, vi verrebbe in mente che quel poeta ha scelto di usare lo strumento antichissimo del dialogo, la forma espressiva funzionale per eccellenza alle culture in prevalenza orali. Geometrie di libertà (Il Maestrale) è tutto questo; è in primo luogo il libro di un poeta, Alberto Masala, che non a caso da sempre fa dell’oralità una componente fondamentale nella costruzione del suo personale linguaggio di confine, ma è soprattutto un confronto che si articola nel tempo, quattro conversazioni sul significato del fare arte, sul ruolo del poeta all’interno della società, sul rapporto col potere, sull’ospitalità come uno dei principali luoghi del sacro. Dialoghi, abbiamo detto, che Masala ha registrato nel corso degli ultimi vent’anni con giovani intervistatori, rifiutando però di vestire i panni del maestro, o del medium, che si frappone tra gli occhi di chi guarda e la visione diretta delle cose. Ne è nato questo libro che a me pare essere essenzialmente un luogo di riflessione e di contemplazione, se posso azzardare un’immagine metaforica direi una sorta di planetario in cui ciascuno, intervistatore, intervistato e – perché no – lettore, porta in dote le proprie visioni, le proprie mappe e costellazioni, e contribuisce alla fondazione di un nuovo universo. Tutto questo nasce da una concezione particolare del ruolo di “poeta”. Per Masala la licenza di poeta non si ottiene per auto proclamazione (lo dice in tempi come questi in cui orde di piccoli ciarlatani da social media commettono il reato di esercizio abusivo della professione poetica), ma una tale concessione può essere data soltanto dalla società di riferimento; perché – come dice lui stesso – “la poesia è altro: è la voce di chi ha visto le voci. Il poeta ne raccoglie quelle impedite, le protegge durante il trasporto, le testimonia in un cammino di sintesi essenziale, vicino allo spirito…” Un libro piccolo e prezioso, allora, capace di smascherare con fermezza e lievità le miserie etiche del modo di fare arte e cultura oggi (“Dire che l’arte è morta non significa niente: l’arte muore nel momento in cui muore il bisogno di liberazione”), un mondo da cui Alberto Masala si è sottratto da tempo. Pur essendo infatti uno dei massimi poeti italiani e pur avendo incrociato nel corso del suo cammino umano e artistico poeti di prima grandezza come Gregory Corso, Jack Hirschman e Izet Sarajlic, difficilmente troverete il suo nome in un’antologia di poesia italiana contemporanea.
Quando si parla di “corpo estraneo” possiamo alludere a due significati. Nel primo caso possiamo riferirci al corpo umano che viene percepito in qualche misura come separato da noi; nel secondo caso a un ente materiale che ci invade o ci attraversa e che riconosciamo ostile, come quando ingeriamo ac
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Quando si parla di “corpo estraneo” possiamo alludere a due significati. Nel primo caso possiamo riferirci al corpo umano che viene percepito in qualche misura come separato da noi; nel secondo caso a un ente materiale che ci invade o ci attraversa e che riconosciamo ostile, come quando ingeriamo accidentalmente qualcosa di non commestibile. Nel romanzo di Marco Montanaro, che si intitola appunto Il corpo estraneo (l’editore è Caratterimobili), ci si richiama, a mio avviso, a entrambi i significati.
È la storia di Danilo Dannoso, un uomo apatico, in crisi e in rivolta contro se stesso e contro il proprio paese – e quindi a un livello metaforico contro la propria esistenza e contro il potere – che passa le sue giornate in viaggio per conto di una fondazione di stampo politico e di un’organizzazione dedita a loschi traffici. Danilo combatte contro il suo corpo (che gli è appunto estraneo) attraverso forme compulsive di disperato autoerotismo e allo stesso tempo si sente come estraneo al corpo più grande che lo ospita, ossia la sua “vita”, intendendo con questo l’accumulo molteplice di circostanze torbide che emergono di tanto in tanto attraverso la narrazione. È insomma una creatura ai due poli dell’estraneità, ne è al contempo soggetto e oggetto. Il titolo si lascia supportare da un sottotitolo, Una tragedia on the road, che non va inteso come un rimando agli stereotipi beat o alla letteratura di viaggio, ma che va letta nel senso letterale di una disfatta in divenire.
Sono due i romanzi di giovani autori italiani usciti quest’anno e che in comune hanno il tema dell’estraneità: uno è questo, l’altro, per certi versi ancora più esplicito (ne ho parlato qui), è L’estraneo di Tommaso Giagni (Einaudi). In entrambi si raccontano le vicende di esseri asociali, apolidi dell’esistenza che corrono verso la dimensione dell’azzeramento, in entrambi i personaggi principali operano una sottrazione – che vorrei definire “scientifica” – di tutto ciò che gli orbita attorno, una rinuncia a tutte quelle cose che vengono reputate non più indispensabili, amore compreso. Sono romanzi tutti concentrati a scavare nell’interiorità di personaggi-limite, che però hanno un’ampiezza che gli consente di inglobare in un colpo d’occhio anche le miserie di un tempo spento e abietto, com’è il presente che viviamo.
Un verbo di cui si abusa quando si parla di libri capaci di catturare l’attenzione del lettore fino a condizionarne le giornate è “inchiodare”. Io ho letto Limonov, di Emmanuel Carrère (Adelphi – Traduzione di Francesco Bergamasco), biografia di un teppista, poeta, scrittore, clochard, dissidente, r
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Un verbo di cui si abusa quando si parla di libri capaci di catturare l’attenzione del lettore fino a condizionarne le giornate è “inchiodare”. Io ho letto Limonov, di Emmanuel Carrère (Adelphi – Traduzione di Francesco Bergamasco), biografia di un teppista, poeta, scrittore, clochard, dissidente, rivoluzionario, miliziano, fascista, comunista e altre centinaia di cose, e non sono rimasto inchiodato alle pagine. Perché in realtà mi è successo qualcosa di meglio; sotto i colpi di martello di quel gran maestro dell’arte della narrazione che è Carrère, uno capace di entrare e uscire dalla biografia al saggio storico, dal reportage alla più rilucente pura fiction, la mia attenzione di lettore è letteralmente esplosa.
Perché in questo libro tutto esplode, tutto si sgretola come un proiettile a frammentazione sparato alla velocità della luce. Si sgretolano gli imperi – quello sovietico –, si sgretolano i miti – Solženicyn, l’odiato Brodskij –, si sgretolano i confini tra le ideologie del Novecento – i Nazbol (contrazione di nazionalbolscevichi, la formula che Limonov inventa per tentare di opporsi al potere degli oligarchi in Russia). E quindi si sgrana anche la lettura, almeno a me così è successo; cioè, mi sono ritrovato a saltare spesso l’ordine testuale per rileggere magari intere parti, o ancora a considerare Limonov come un ipertesto da cui partire per andare a cercare, per esempio, su youtube, il filmato in cui il nostro va a far visita a quel criminale di Radovan Karadžić su una collina che domina Sarajevo durante l’assedio, per poi mettersi a sparare sulla città col mortaio come se si trovasse al tirassegno di un lunapark. E da qui sono fiorite per gemmazione altre storie, altri rimandi, altri itinerari della conoscenza, rivoli in cui ho finito per perdermi.
Una cosa che in teoria può capitare con qualsiasi libro, ma che qui succede per, vorrei definirla così, osmosi. Capite? Il fatto è che Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov non è un personaggio che può essere in alcun modo inchiodato. E neppure voi lo sarete se deciderete di dedicarvi a lui attraverso questa lettura picaresca e sontuosa come una vera e propria epopea russa. Per quanto potrà sembrarvi un personaggio a tratti rivoltante, credetemi, non potrete fare a meno di invidiargli qualcosa. E passerete ore, e forse giorni, a chiedervi cosa.
Una grossa parte della letteratura novecentesca ha avuto a che fare con la questione della memoria, con ciò che Proust chiamava “l’edificio immenso del ricordo”. La memoria è presa nel titolo di questo libro. Qui le memorie tuttavia non appartengono all’autore né alla sua biografia: “Non vorrei inga
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Una grossa parte della letteratura novecentesca ha avuto a che fare con la questione della memoria, con ciò che Proust chiamava “l’edificio immenso del ricordo”. La memoria è presa nel titolo di questo libro. Qui le memorie tuttavia non appartengono all’autore né alla sua biografia: “Non vorrei ingannare inutilmente nessuno”, mette in chiaro Nádas nella nota di apertura. “Ho scritto un romanzo, ho narrato i ricordi di varie persone”. La storia. Si alterna su tre piani narrativi principali: il primo è la vicenda di un drammaturgo ungherese di stanza nella Berlino Est degli anni Settanta, compreso in un triangolo amoroso tra un giovane poeta e un’attrice di teatro; il secondo rievoca l’adolescenza del narratore nel periodo che segue la rivolta ungherese del ’56, concatenando episodi familiari a una struggente formazione umana e sessuale: il terzo è un romanzo nel romanzo ambientato alla fine dell’Ottocento e che ha per protagonista uno scrittore tedesco dissoluto. Nella scrittura di Nádas l’architettura del ricordo si compone e si scompone a prescindere dalle persone che ne conservano traccia. È come se la memoria stesse al di sopra dell’uomo, lo dominasse, come se ci fosse un luogo collettivo delle reminiscenze in cui le sensazioni, gli stimoli, i sapori, le energie che formano i nostri giorni, si uniscono fino a fondersi. Così questo romanzo finisce per assomigliare a un castello in cui si susseguono stanze dopo stanze e in cui in ciascuna ci sembra di ritrovare qualcosa che abbiamo già visto in una stanza precedente, o addirittura in un castello visitato in un’altra occasione. “Perché io ero lì, e ho immaginato di non essere lì, e insieme a me camminava il vecchio signore che sarei diventato, e lui si portava dietro la sua giovinezza, e il vecchio signore che rievoca la sua giovinezza in riva al mare rispondeva perfettamente ai miei scopi, che ormai si limitavano a essere puramente letterari […]” Forte dell’endorsement di Susan Sontag che lo ha definito “il più grande romanzo dei nostri tempi”, Libro di memorie si costruisce su una esasperata dilatazione dei tempi, una dilatazione che a tratti sfiora vere e proprie forme di onirismo latente, e su una scrittura morbida e sensuale, per un risultato finale che molta parte della critica non ha esitato a equiparare alle opere di Musil, Proust, Joyce e Mann.
La figlia
Su Youtube c’è un video che mostra Ratko Mladić, capo di stato maggiore dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, mentre a favore di telecamera parla agli sfollati di Srebrenica dicendo loro di non avere paura e tranquillizzandoli che non verrà fatto loro del male. Mladić fa sfog ... (continue)
Su Youtube c’è un video che mostra Ratko Mladić, capo di stato maggiore dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, mentre a favore di telecamera parla agli sfollati di Srebrenica dicendo loro di non avere paura e tranquillizzandoli che non verrà fatto loro del male. Mladić fa sfoggio di un aspetto rassicurante, parla piano, scandisce le parole, la gente rincuorata gli rivolge benedizioni. Poi però, a un certo punto, si volta e nella piega delle labbra mostra quella che conosciamo essere la sua vera natura, ossia quella del boia, del criminale incallito, dell’assassino che ha in spregio il genere umano e che da lì a poche ore ordinerà il più grave eccidio della storia europea della seconda metà del Novecento, il massacro di novemila civili bosniaci.
Un anno prima Mladić aveva perso una figlia, Ana, la sua prediletta, che si era suicidata la notte del 24 marzo del 1994 nella sua casa di Belgrado, sparandosi un colpo alla tempia con la pistola preferita del padre, quella che, per un patto di famiglia, si sarebbe dovuta usare solo per festeggiare la futura nascita di un nipote. Un nipote che non arriverà mai, perché Ana, appena tornata da un viaggio a Mosca con alcuni compagni di studi, era diventata di colpo una ragazza triste, abbattuta, incapace di sorridere. Cosa fosse successo alla figlia del generale è materia di un romanzo eccezionale, opera della spagnola Clara Usón, pubblicato in Italia da Sellerio (la traduzione è di Silvia Sichel) con il titolo La figlia.
Quasi cinquecento pagine, tre anni di ricerche, per restituirci un affresco shakespeariano, allucinato, sul rapporto che intercorreva tra il generale e sua figlia. Un amore fideistico, tanto cieco da non contemplare l’evidenza dell’orrore e delle responsabilità di Mladić nel conflitto bellico dei Balcani. Un’opera imponente che si pone sulle tracce delle antiche tragedie greche, che scruta con il mezzo letterario la deflagrazione che avviene nella psiche di una ragazza mentre comprende lentamente la verità sulla figura paterna. Una verità con la quale non riesce a fare i conti, che si intreccia indissolubilmente con la storia antica e recente dei territori della ex Jugoslavia.
Un gesto, quello di Ana Mladić, che suo malgrado avrà ripercussioni sulla Storia, che scatenerà la ferocia di Mladić fino all’estremo (il generale, pochi giorni dopo la morte della figlia, battezzerà l’offensiva di Gorazde con il nome di “Operazione Stella”, dal nomignolo affettuoso con cui era solito chiamare la sua Ana).
Nelle Odi di Orazio c’è una frase che sarebbe stata un’epigrafe perfetta per questo libro: “Delicta maiores immeritus lues” (“Piangerai senza tua colpa i delitti dei padri”). Un padre, in questo caso, che oggi, vecchio e con un aspetto malandato, siede alla sbarra del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia, accusato di genocidio e crimini contro l’umanità, dopo aver passato una quindicina di anni latitante nella sua Belgrado, godendo di protezioni di ogni tipo. E che il giorno in cui si è presentato per la prima volta davanti alla corte dell’Aja, al saluto del giudice olandese «Buongiorno, signor Mladić», ha risposto: «Ja sam General Ratko Mladić».
Geometrie di libertà
“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…”continue)
Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie. ... (
“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…”
Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie. Non pensereste, di primo acchito, che in quel libro il poeta ha deciso, almeno per un po’, di ringuainare il verso per dedicarsi a una comprensione più vasta dell’artista e dei compiti fondamentali che esso è chiamato ad assolvere nel mondo. Ancor meno, forse, vi verrebbe in mente che quel poeta ha scelto di usare lo strumento antichissimo del dialogo, la forma espressiva funzionale per eccellenza alle culture in prevalenza orali.
Geometrie di libertà (Il Maestrale) è tutto questo; è in primo luogo il libro di un poeta, Alberto Masala, che non a caso da sempre fa dell’oralità una componente fondamentale nella costruzione del suo personale linguaggio di confine, ma è soprattutto un confronto che si articola nel tempo, quattro conversazioni sul significato del fare arte, sul ruolo del poeta all’interno della società, sul rapporto col potere, sull’ospitalità come uno dei principali luoghi del sacro.
Dialoghi, abbiamo detto, che Masala ha registrato nel corso degli ultimi vent’anni con giovani intervistatori, rifiutando però di vestire i panni del maestro, o del medium, che si frappone tra gli occhi di chi guarda e la visione diretta delle cose. Ne è nato questo libro che a me pare essere essenzialmente un luogo di riflessione e di contemplazione, se posso azzardare un’immagine metaforica direi una sorta di planetario in cui ciascuno, intervistatore, intervistato e – perché no – lettore, porta in dote le proprie visioni, le proprie mappe e costellazioni, e contribuisce alla fondazione di un nuovo universo.
Tutto questo nasce da una concezione particolare del ruolo di “poeta”. Per Masala la licenza di poeta non si ottiene per auto proclamazione (lo dice in tempi come questi in cui orde di piccoli ciarlatani da social media commettono il reato di esercizio abusivo della professione poetica), ma una tale concessione può essere data soltanto dalla società di riferimento; perché – come dice lui stesso – “la poesia è altro: è la voce di chi ha visto le voci. Il poeta ne raccoglie quelle impedite, le protegge durante il trasporto, le testimonia in un cammino di sintesi essenziale, vicino allo spirito…”
Un libro piccolo e prezioso, allora, capace di smascherare con fermezza e lievità le miserie etiche del modo di fare arte e cultura oggi (“Dire che l’arte è morta non significa niente: l’arte muore nel momento in cui muore il bisogno di liberazione”), un mondo da cui Alberto Masala si è sottratto da tempo. Pur essendo infatti uno dei massimi poeti italiani e pur avendo incrociato nel corso del suo cammino umano e artistico poeti di prima grandezza come Gregory Corso, Jack Hirschman e Izet Sarajlic, difficilmente troverete il suo nome in un’antologia di poesia italiana contemporanea.
Il corpo estraneo
Quando si parla di “corpo estraneo” possiamo alludere a due significati. Nel primo caso possiamo riferirci al corpo umano che viene percepito in qualche misura come separato da noi; nel secondo caso a un ente materiale che ci invade o ci attraversa e che riconosciamo ostile, come quando ingeriamo ac ... (continue)
Quando si parla di “corpo estraneo” possiamo alludere a due significati. Nel primo caso possiamo riferirci al corpo umano che viene percepito in qualche misura come separato da noi; nel secondo caso a un ente materiale che ci invade o ci attraversa e che riconosciamo ostile, come quando ingeriamo accidentalmente qualcosa di non commestibile. Nel romanzo di Marco Montanaro, che si intitola appunto Il corpo estraneo (l’editore è Caratterimobili), ci si richiama, a mio avviso, a entrambi i significati.
È la storia di Danilo Dannoso, un uomo apatico, in crisi e in rivolta contro se stesso e contro il proprio paese – e quindi a un livello metaforico contro la propria esistenza e contro il potere – che passa le sue giornate in viaggio per conto di una fondazione di stampo politico e di un’organizzazione dedita a loschi traffici. Danilo combatte contro il suo corpo (che gli è appunto estraneo) attraverso forme compulsive di disperato autoerotismo e allo stesso tempo si sente come estraneo al corpo più grande che lo ospita, ossia la sua “vita”, intendendo con questo l’accumulo molteplice di circostanze torbide che emergono di tanto in tanto attraverso la narrazione. È insomma una creatura ai due poli dell’estraneità, ne è al contempo soggetto e oggetto. Il titolo si lascia supportare da un sottotitolo, Una tragedia on the road, che non va inteso come un rimando agli stereotipi beat o alla letteratura di viaggio, ma che va letta nel senso letterale di una disfatta in divenire.
Sono due i romanzi di giovani autori italiani usciti quest’anno e che in comune hanno il tema dell’estraneità: uno è questo, l’altro, per certi versi ancora più esplicito (ne ho parlato qui), è L’estraneo di Tommaso Giagni (Einaudi). In entrambi si raccontano le vicende di esseri asociali, apolidi dell’esistenza che corrono verso la dimensione dell’azzeramento, in entrambi i personaggi principali operano una sottrazione – che vorrei definire “scientifica” – di tutto ciò che gli orbita attorno, una rinuncia a tutte quelle cose che vengono reputate non più indispensabili, amore compreso. Sono romanzi tutti concentrati a scavare nell’interiorità di personaggi-limite, che però hanno un’ampiezza che gli consente di inglobare in un colpo d’occhio anche le miserie di un tempo spento e abietto, com’è il presente che viviamo.
Limonov
Un verbo di cui si abusa quando si parla di libri capaci di catturare l’attenzione del lettore fino a condizionarne le giornate è “inchiodare”. Io ho letto Limonov, di Emmanuel Carrère (Adelphi – Traduzione di Francesco Bergamasco), biografia di un teppista, poeta, scrittore, clochard, dissidente, r ... (continue)
Un verbo di cui si abusa quando si parla di libri capaci di catturare l’attenzione del lettore fino a condizionarne le giornate è “inchiodare”. Io ho letto Limonov, di Emmanuel Carrère (Adelphi – Traduzione di Francesco Bergamasco), biografia di un teppista, poeta, scrittore, clochard, dissidente, rivoluzionario, miliziano, fascista, comunista e altre centinaia di cose, e non sono rimasto inchiodato alle pagine. Perché in realtà mi è successo qualcosa di meglio; sotto i colpi di martello di quel gran maestro dell’arte della narrazione che è Carrère, uno capace di entrare e uscire dalla biografia al saggio storico, dal reportage alla più rilucente pura fiction, la mia attenzione di lettore è letteralmente esplosa.
Perché in questo libro tutto esplode, tutto si sgretola come un proiettile a frammentazione sparato alla velocità della luce. Si sgretolano gli imperi – quello sovietico –, si sgretolano i miti – Solženicyn, l’odiato Brodskij –, si sgretolano i confini tra le ideologie del Novecento – i Nazbol (contrazione di nazionalbolscevichi, la formula che Limonov inventa per tentare di opporsi al potere degli oligarchi in Russia). E quindi si sgrana anche la lettura, almeno a me così è successo; cioè, mi sono ritrovato a saltare spesso l’ordine testuale per rileggere magari intere parti, o ancora a considerare Limonov come un ipertesto da cui partire per andare a cercare, per esempio, su youtube, il filmato in cui il nostro va a far visita a quel criminale di Radovan Karadžić su una collina che domina Sarajevo durante l’assedio, per poi mettersi a sparare sulla città col mortaio come se si trovasse al tirassegno di un lunapark. E da qui sono fiorite per gemmazione altre storie, altri rimandi, altri itinerari della conoscenza, rivoli in cui ho finito per perdermi.
Una cosa che in teoria può capitare con qualsiasi libro, ma che qui succede per, vorrei definirla così, osmosi. Capite? Il fatto è che Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov non è un personaggio che può essere in alcun modo inchiodato. E neppure voi lo sarete se deciderete di dedicarvi a lui attraverso questa lettura picaresca e sontuosa come una vera e propria epopea russa. Per quanto potrà sembrarvi un personaggio a tratti rivoltante, credetemi, non potrete fare a meno di invidiargli qualcosa. E passerete ore, e forse giorni, a chiedervi cosa.
Libro di memorie
Una grossa parte della letteratura novecentesca ha avuto a che fare con la questione della memoria, con ciò che Proust chiamava “l’edificio immenso del ricordo”. La memoria è presa nel titolo di questo libro. Qui le memorie tuttavia non appartengono all’autore né alla sua biografia: “Non vorrei inga ... (continue)
Una grossa parte della letteratura novecentesca ha avuto a che fare con la questione della memoria, con ciò che Proust chiamava “l’edificio immenso del ricordo”. La memoria è presa nel titolo di questo libro. Qui le memorie tuttavia non appartengono all’autore né alla sua biografia: “Non vorrei ingannare inutilmente nessuno”, mette in chiaro Nádas nella nota di apertura. “Ho scritto un romanzo, ho narrato i ricordi di varie persone”.
La storia. Si alterna su tre piani narrativi principali: il primo è la vicenda di un drammaturgo ungherese di stanza nella Berlino Est degli anni Settanta, compreso in un triangolo amoroso tra un giovane poeta e un’attrice di teatro; il secondo rievoca l’adolescenza del narratore nel periodo che segue la rivolta ungherese del ’56, concatenando episodi familiari a una struggente formazione umana e sessuale: il terzo è un romanzo nel romanzo ambientato alla fine dell’Ottocento e che ha per protagonista uno scrittore tedesco dissoluto.
Nella scrittura di Nádas l’architettura del ricordo si compone e si scompone a prescindere dalle persone che ne conservano traccia. È come se la memoria stesse al di sopra dell’uomo, lo dominasse, come se ci fosse un luogo collettivo delle reminiscenze in cui le sensazioni, gli stimoli, i sapori, le energie che formano i nostri giorni, si uniscono fino a fondersi. Così questo romanzo finisce per assomigliare a un castello in cui si susseguono stanze dopo stanze e in cui in ciascuna ci sembra di ritrovare qualcosa che abbiamo già visto in una stanza precedente, o addirittura in un castello visitato in un’altra occasione.
“Perché io ero lì, e ho immaginato di non essere lì, e insieme a me camminava il vecchio signore che sarei diventato, e lui si portava dietro la sua giovinezza, e il vecchio signore che rievoca la sua giovinezza in riva al mare rispondeva perfettamente ai miei scopi, che ormai si limitavano a essere puramente letterari […]”
Forte dell’endorsement di Susan Sontag che lo ha definito “il più grande romanzo dei nostri tempi”, Libro di memorie si costruisce su una esasperata dilatazione dei tempi, una dilatazione che a tratti sfiora vere e proprie forme di onirismo latente, e su una scrittura morbida e sensuale, per un risultato finale che molta parte della critica non ha esitato a equiparare alle opere di Musil, Proust, Joyce e Mann.