Negli ultimi dieci anni della mia vita ho letto molta letteratura ebraica contemporanea, abbastanza da aver capito cosa riescono a fare loro di tanto stupefacente che non riescono a fare tutti gli altri (per “altri” intendo gli autori non ebrei). A loro ogni volta riesce un incantesimo prodigioso, g
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Negli ultimi dieci anni della mia vita ho letto molta letteratura ebraica contemporanea, abbastanza da aver capito cosa riescono a fare loro di tanto stupefacente che non riescono a fare tutti gli altri (per “altri” intendo gli autori non ebrei). A loro ogni volta riesce un incantesimo prodigioso, gli basta mettere in scena due personaggi apparentemente banali, farli interagire, e questi si ergono immediatamente a simboli della storia millenaria di un popolo. Faccio un esempio: tra gli otto racconti che formano la raccolta Scene dalla vita di un villaggio (Feltrinelli) di Amos Oz, un libro uscito un paio d’anni fa, ce n’è uno che racconta la storia di un certo Pesach Kedem, un bisbetico ottantaseienne ex deputato laburista che vive con la figlia insegnante e che ogni notte sente un rumore di scavi proveniente dalle fondamenta della casa. L’uomo pensa che sia colpa dello studente arabo che lui e sua figlia ospitano in una casupola poco distante; forse – sospetta il vecchio Pesach – lo studente in quel modo cerca di reclamare il possesso della terra. Ecco, ho ritrovato la stessa capacità di unire in un legame allegorico lo scorrere regolare della quotidianità con le grandi questioni della storia nella recentissima raccolta di Nathan Englander: Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, pubblicata in Italia da Einaudi. Incensato pubblicamente da colleghi come Jonathan Franzen, Colum McCann, Jonathan Safran Foer, Jennifer Egan, Dave Eggers, vale a dire l’establishment culturale della nuova narrativa americana, i nuovi racconti di Englander hanno in effetti una caratteristica che negli ultimi anni è diventata una vera e propria regola per la canonizzazione dei nuovi autori: sono cioè racconti abbastanza classici e al tempo stesso abbastanza cool da riuscire a imporsi tanto all’attenzione del lettore dai gusti più sofisticati quanto alla sterminata massa dei meno esigenti. Il filo conduttore di tutta la raccolta è l’ebraicità e la sua neshome (“anima” in ebraico-yiddish), un’ebraicità sentita come “un destino inestinguibile” usando una definizione che ne ha dato Aharon Appelfeld. Ci si muove sui più vari registri, dal comico al grottesco al tragico, e questo è uno dei marchi di fabbrica di Englander, una caratteristica già conosciuta dalla precedente raccolta Per alleviare insopportabili impulsi e dal romanzo Il ministero dei casi speciali. Qui è l’ombra sovrastante della Shoah che domina vite apparentemente tranquille. Com’è nel caso del primo racconto che – parafrasando Carver – dà il titolo alla raccolta (in molti, me compreso, sulle prime hanno pensato: “Che gran furbata dare un titolo del genere”; ma basta leggere questo racconto per capire che forse non c’era un titolo migliore di questo), in cui si narra di una coppia di ebrei ortodossi proveniente da Israele che fa visita in Florida a una coppia di vecchi amici. Il dialogo fra i quattro si snoda attraverso vari temi, dallo stile di vita americano all’educazione dei figli, fino a sfociare in un dilemma morale di portata colossale che prende forma attraverso un gioco, il “gioco di Anne Frank”: “Se ci fosse un secondo Olocausto, e tu non fossi ebreo, mi nasconderesti?” O come accade in Camp Sundown, dove la tranquilla e un po’ comica routine degli ospiti di un centro estivo per anziani viene interrotta quando i villeggianti credono di riconoscere in un compagno di soggiorno uno spettro del loro passato, un carceriere nazista contro cui tenteranno di applicare le “regole del campo”. Vastità di implicazioni che non mancano neppure in Peep Show, un spassoso apologo su una delle archetipiche caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il senso di colpa, qui impersonato da un avvocato di successo che cerca la trasgressione in un locale a luci rosse, e finisce per fare i conti con la propria coscienza in un crescendo comico che ricorda da vicino il miglior Woody Allen. La letteratura ebraica, come ebbe modo di precisare Abraham Yohoshua, “non è quel che in genere si immagina: non è tutta la letteratura scritta da ebrei, ma quella scritta da ebrei e che riguarda temi ebraici”. Englander, in questo senso, è a pieno diritto un autore di letteratura ebraica, sicuramente uno dei più bravi della sua generazione (è nato nel 1970). Non so se sia davvero degno di comparire accanto ai vari Bellow, Roth, Singer eccetera, come qualcuno si è affrettato a scrivere, e non so nemmeno quanto senso abbia immaginare questi club letterari esclusivi con annessi criteri di ammissione. Una cosa è sicura, nella misura breve – e quest’ultima raccolta sta lì a dimostrarlo – Nathan Englander è uno degli autori (di letteratura ebraica e non) più capaci e raffinati in circolazione.
Ho letto Dialoghi con nessuno (Edizioni Smasher) di Natàlia Castaldi ponendomi dalla parte che mi compete, ossia quel nessuno invocato nel titolo. La verità è che non si sa mai da che parte porsi quando si legge poesia, perché la poesia è fatta di una sostanza diversa dalla narrativa, e se dentro un
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Ho letto Dialoghi con nessuno (Edizioni Smasher) di Natàlia Castaldi ponendomi dalla parte che mi compete, ossia quel nessuno invocato nel titolo. La verità è che non si sa mai da che parte porsi quando si legge poesia, perché la poesia è fatta di una sostanza diversa dalla narrativa, e se dentro un romanzo noi sappiamo ritagliarci alla perfezione il nostro ruolo di lettori, nella poesia tutto diventa più difficile. In questa raccolta di versi però, la poetessa siciliana ci dice fin dall’inizio quale sarà il nostro posto e – di riflesso – quale il suo. Il nostro è quello di muti attori, o se si vuole di quelli che fanno la vita, che la praticano, quegli arnesi freddi che riempiono l’esistenza dei giorni e con i quali un poeta deve fare i conti. Così noi siamo, di volta in volta, la scrittura, “il vaffanculo, la rabbia, […] tutto il bene e tutto il male delle cose” e il compito del poeta diventa quindi di prendere “tutte le cose che non sono e farne un libro”. È una scrittura viscerale quella di Dialoghi con nessuno che arriva a toccare vertici altissimi quando diventa orazione civile (è il caso della splendida Sulla spiaggia di Ez Zauia, sui crimini della guerra di liberazione libica) o quando in controcanto si posa sui segreti minimi della sua terra, (“La mia gente è strana / puzza di sudore e reti fin dentro le ossa. / Parla una lingua incomprensibile / di ammiccamenti e gesti rubati al vento / ma in una virgola al centro della fronte / custodisce i segreti del tempo”). La poesia di Natàlia Castaldi è tra le cose migliori che si possa leggere oggi in Italia, una delle poche dalle quali possiamo non aspettarci limiti.
Credo che a modo loro tutti i libri di poesia ci dicano qualcosa del mondo. Credo però che la poesia attuale metta in luce l’idea che non esiste un solo mondo. La poesia affronta le cose da un’angolazione minore, appartata. Non pretende di rivelarsi a tutti, però spesso rivela una gran parte del tut
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Credo che a modo loro tutti i libri di poesia ci dicano qualcosa del mondo. Credo però che la poesia attuale metta in luce l’idea che non esiste un solo mondo. La poesia affronta le cose da un’angolazione minore, appartata. Non pretende di rivelarsi a tutti, però spesso rivela una gran parte del tutto.
Ho pensato a questo leggendo un libriccino di poesia italiana contemporanea, Futuro semplice, di Gianni Montieri (Edizioni LietoColle). Ventisette canti urbani che dialogano a stretto giro con molta narrativa, soprattutto d’oltreoceano (c’è una poesia, Absolute Beginners, dedicata a Raymond Carver), ma anche a cose di casa nostra (“L’uomo in barba bianca e occhiali / ha la voce bassa, d’altra timidezza / non è uno da applausi” nel quale si può riconoscere lo scrittore Antonio Moresco).
Le città nelle poesie di Montieri sono Londra, Torino, Milano, soprattutto Milano, quella prima di Pisapia (“Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo / piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare / – via i piccioni, via i neri e i braccialetti”). Per lui, uomo del sud, nato a Giugliano nella provincia di Napoli, Milano è fatta di ristoranti cinesi, di affollate scale della metropolitana, di brioches, di bancarelle di libri usati, di tangenziali, e su tutto di ineguaglianze, di laceranti silenzi, del suono che fa il tram.
Non cerco quasi mai di dare consigli ai lettori, so bene che sono in troppi a farlo e ciascuno legge come può. Ma noto che il ventaglio dei libri consigliati è talvolta estremamente povero e monotono, ridotto a poche cose, per tutti le stesse, mentre può essere infinitamente ricco, articolato, multiforme. Consigliare di leggere il libro di Montieri è allora come suggerire di sfilare tra le sale di un museo che parla di noi, un posto in cui l’unica verità dell’arte ormai la si può trovare in un volantino che pubblicizza la consegna di pizze a domicilio. Sarà che la letteratura ci sorprende quando ci accorgiamo, nelle nostre infinite diversità, di essere in fondo tali e quali a chi la scrive (“In metrò è segnalato un guasto: / a Conciliazione si è ammazzato un vecchio // di essere soli non si smette mai”).
“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…” Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie.
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“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…” Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie. Non pensereste, di primo acchito, che in quel libro il poeta ha deciso, almeno per un po’, di ringuainare il verso per dedicarsi a una comprensione più vasta dell’artista e dei compiti fondamentali che esso è chiamato ad assolvere nel mondo. Ancor meno, forse, vi verrebbe in mente che quel poeta ha scelto di usare lo strumento antichissimo del dialogo, la forma espressiva funzionale per eccellenza alle culture in prevalenza orali. Geometrie di libertà (Il Maestrale) è tutto questo; è in primo luogo il libro di un poeta, Alberto Masala, che non a caso da sempre fa dell’oralità una componente fondamentale nella costruzione del suo personale linguaggio di confine, ma è soprattutto un confronto che si articola nel tempo, quattro conversazioni sul significato del fare arte, sul ruolo del poeta all’interno della società, sul rapporto col potere, sull’ospitalità come uno dei principali luoghi del sacro. Dialoghi, abbiamo detto, che Masala ha registrato nel corso degli ultimi vent’anni con giovani intervistatori, rifiutando però di vestire i panni del maestro, o del medium, che si frappone tra gli occhi di chi guarda e la visione diretta delle cose. Ne è nato questo libro che a me pare essere essenzialmente un luogo di riflessione e di contemplazione, se posso azzardare un’immagine metaforica direi una sorta di planetario in cui ciascuno, intervistatore, intervistato e – perché no – lettore, porta in dote le proprie visioni, le proprie mappe e costellazioni, e contribuisce alla fondazione di un nuovo universo. Tutto questo nasce da una concezione particolare del ruolo di “poeta”. Per Masala la licenza di poeta non si ottiene per auto proclamazione (lo dice in tempi come questi in cui orde di piccoli ciarlatani da social media commettono il reato di esercizio abusivo della professione poetica), ma una tale concessione può essere data soltanto dalla società di riferimento; perché – come dice lui stesso – “la poesia è altro: è la voce di chi ha visto le voci. Il poeta ne raccoglie quelle impedite, le protegge durante il trasporto, le testimonia in un cammino di sintesi essenziale, vicino allo spirito…” Un libro piccolo e prezioso, allora, capace di smascherare con fermezza e lievità le miserie etiche del modo di fare arte e cultura oggi (“Dire che l’arte è morta non significa niente: l’arte muore nel momento in cui muore il bisogno di liberazione”), un mondo da cui Alberto Masala si è sottratto da tempo. Pur essendo infatti uno dei massimi poeti italiani e pur avendo incrociato nel corso del suo cammino umano e artistico poeti di prima grandezza come Gregory Corso, Jack Hirschman e Izet Sarajlic, difficilmente troverete il suo nome in un’antologia di poesia italiana contemporanea.
Quando si parla di “corpo estraneo” possiamo alludere a due significati. Nel primo caso possiamo riferirci al corpo umano che viene percepito in qualche misura come separato da noi; nel secondo caso a un ente materiale che ci invade o ci attraversa e che riconosciamo ostile, come quando ingeriamo ac
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Quando si parla di “corpo estraneo” possiamo alludere a due significati. Nel primo caso possiamo riferirci al corpo umano che viene percepito in qualche misura come separato da noi; nel secondo caso a un ente materiale che ci invade o ci attraversa e che riconosciamo ostile, come quando ingeriamo accidentalmente qualcosa di non commestibile. Nel romanzo di Marco Montanaro, che si intitola appunto Il corpo estraneo (l’editore è Caratterimobili), ci si richiama, a mio avviso, a entrambi i significati.
È la storia di Danilo Dannoso, un uomo apatico, in crisi e in rivolta contro se stesso e contro il proprio paese – e quindi a un livello metaforico contro la propria esistenza e contro il potere – che passa le sue giornate in viaggio per conto di una fondazione di stampo politico e di un’organizzazione dedita a loschi traffici. Danilo combatte contro il suo corpo (che gli è appunto estraneo) attraverso forme compulsive di disperato autoerotismo e allo stesso tempo si sente come estraneo al corpo più grande che lo ospita, ossia la sua “vita”, intendendo con questo l’accumulo molteplice di circostanze torbide che emergono di tanto in tanto attraverso la narrazione. È insomma una creatura ai due poli dell’estraneità, ne è al contempo soggetto e oggetto. Il titolo si lascia supportare da un sottotitolo, Una tragedia on the road, che non va inteso come un rimando agli stereotipi beat o alla letteratura di viaggio, ma che va letta nel senso letterale di una disfatta in divenire.
Sono due i romanzi di giovani autori italiani usciti quest’anno e che in comune hanno il tema dell’estraneità: uno è questo, l’altro, per certi versi ancora più esplicito (ne ho parlato qui), è L’estraneo di Tommaso Giagni (Einaudi). In entrambi si raccontano le vicende di esseri asociali, apolidi dell’esistenza che corrono verso la dimensione dell’azzeramento, in entrambi i personaggi principali operano una sottrazione – che vorrei definire “scientifica” – di tutto ciò che gli orbita attorno, una rinuncia a tutte quelle cose che vengono reputate non più indispensabili, amore compreso. Sono romanzi tutti concentrati a scavare nell’interiorità di personaggi-limite, che però hanno un’ampiezza che gli consente di inglobare in un colpo d’occhio anche le miserie di un tempo spento e abietto, com’è il presente che viviamo.
Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank
Negli ultimi dieci anni della mia vita ho letto molta letteratura ebraica contemporanea, abbastanza da aver capito cosa riescono a fare loro di tanto stupefacente che non riescono a fare tutti gli altri (per “altri” intendo gli autori non ebrei). A loro ogni volta riesce un incantesimo prodigioso, g ... (continue)
Negli ultimi dieci anni della mia vita ho letto molta letteratura ebraica contemporanea, abbastanza da aver capito cosa riescono a fare loro di tanto stupefacente che non riescono a fare tutti gli altri (per “altri” intendo gli autori non ebrei). A loro ogni volta riesce un incantesimo prodigioso, gli basta mettere in scena due personaggi apparentemente banali, farli interagire, e questi si ergono immediatamente a simboli della storia millenaria di un popolo. Faccio un esempio: tra gli otto racconti che formano la raccolta Scene dalla vita di un villaggio (Feltrinelli) di Amos Oz, un libro uscito un paio d’anni fa, ce n’è uno che racconta la storia di un certo Pesach Kedem, un bisbetico ottantaseienne ex deputato laburista che vive con la figlia insegnante e che ogni notte sente un rumore di scavi proveniente dalle fondamenta della casa. L’uomo pensa che sia colpa dello studente arabo che lui e sua figlia ospitano in una casupola poco distante; forse – sospetta il vecchio Pesach – lo studente in quel modo cerca di reclamare il possesso della terra.
Ecco, ho ritrovato la stessa capacità di unire in un legame allegorico lo scorrere regolare della quotidianità con le grandi questioni della storia nella recentissima raccolta di Nathan Englander: Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, pubblicata in Italia da Einaudi. Incensato pubblicamente da colleghi come Jonathan Franzen, Colum McCann, Jonathan Safran Foer, Jennifer Egan, Dave Eggers, vale a dire l’establishment culturale della nuova narrativa americana, i nuovi racconti di Englander hanno in effetti una caratteristica che negli ultimi anni è diventata una vera e propria regola per la canonizzazione dei nuovi autori: sono cioè racconti abbastanza classici e al tempo stesso abbastanza cool da riuscire a imporsi tanto all’attenzione del lettore dai gusti più sofisticati quanto alla sterminata massa dei meno esigenti.
Il filo conduttore di tutta la raccolta è l’ebraicità e la sua neshome (“anima” in ebraico-yiddish), un’ebraicità sentita come “un destino inestinguibile” usando una definizione che ne ha dato Aharon Appelfeld. Ci si muove sui più vari registri, dal comico al grottesco al tragico, e questo è uno dei marchi di fabbrica di Englander, una caratteristica già conosciuta dalla precedente raccolta Per alleviare insopportabili impulsi e dal romanzo Il ministero dei casi speciali. Qui è l’ombra sovrastante della Shoah che domina vite apparentemente tranquille.
Com’è nel caso del primo racconto che – parafrasando Carver – dà il titolo alla raccolta (in molti, me compreso, sulle prime hanno pensato: “Che gran furbata dare un titolo del genere”; ma basta leggere questo racconto per capire che forse non c’era un titolo migliore di questo), in cui si narra di una coppia di ebrei ortodossi proveniente da Israele che fa visita in Florida a una coppia di vecchi amici. Il dialogo fra i quattro si snoda attraverso vari temi, dallo stile di vita americano all’educazione dei figli, fino a sfociare in un dilemma morale di portata colossale che prende forma attraverso un gioco, il “gioco di Anne Frank”: “Se ci fosse un secondo Olocausto, e tu non fossi ebreo, mi nasconderesti?”
O come accade in Camp Sundown, dove la tranquilla e un po’ comica routine degli ospiti di un centro estivo per anziani viene interrotta quando i villeggianti credono di riconoscere in un compagno di soggiorno uno spettro del loro passato, un carceriere nazista contro cui tenteranno di applicare le “regole del campo”.
Vastità di implicazioni che non mancano neppure in Peep Show, un spassoso apologo su una delle archetipiche caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il senso di colpa, qui impersonato da un avvocato di successo che cerca la trasgressione in un locale a luci rosse, e finisce per fare i conti con la propria coscienza in un crescendo comico che ricorda da vicino il miglior Woody Allen.
La letteratura ebraica, come ebbe modo di precisare Abraham Yohoshua, “non è quel che in genere si immagina: non è tutta la letteratura scritta da ebrei, ma quella scritta da ebrei e che riguarda temi ebraici”. Englander, in questo senso, è a pieno diritto un autore di letteratura ebraica, sicuramente uno dei più bravi della sua generazione (è nato nel 1970). Non so se sia davvero degno di comparire accanto ai vari Bellow, Roth, Singer eccetera, come qualcuno si è affrettato a scrivere, e non so nemmeno quanto senso abbia immaginare questi club letterari esclusivi con annessi criteri di ammissione. Una cosa è sicura, nella misura breve – e quest’ultima raccolta sta lì a dimostrarlo – Nathan Englander è uno degli autori (di letteratura ebraica e non) più capaci e raffinati in circolazione.
Dialoghi con nessuno
Ho letto Dialoghi con nessuno (Edizioni Smasher) di Natàlia Castaldi ponendomi dalla parte che mi compete, ossia quel nessuno invocato nel titolo. La verità è che non si sa mai da che parte porsi quando si legge poesia, perché la poesia è fatta di una sostanza diversa dalla narrativa, e se dentro un ... (continue)
Ho letto Dialoghi con nessuno (Edizioni Smasher) di Natàlia Castaldi ponendomi dalla parte che mi compete, ossia quel nessuno invocato nel titolo. La verità è che non si sa mai da che parte porsi quando si legge poesia, perché la poesia è fatta di una sostanza diversa dalla narrativa, e se dentro un romanzo noi sappiamo ritagliarci alla perfezione il nostro ruolo di lettori, nella poesia tutto diventa più difficile. In questa raccolta di versi però, la poetessa siciliana ci dice fin dall’inizio quale sarà il nostro posto e – di riflesso – quale il suo. Il nostro è quello di muti attori, o se si vuole di quelli che fanno la vita, che la praticano, quegli arnesi freddi che riempiono l’esistenza dei giorni e con i quali un poeta deve fare i conti. Così noi siamo, di volta in volta, la scrittura, “il vaffanculo, la rabbia, […] tutto il bene e tutto il male delle cose” e il compito del poeta diventa quindi di prendere “tutte le cose che non sono e farne un libro”. È una scrittura viscerale quella di Dialoghi con nessuno che arriva a toccare vertici altissimi quando diventa orazione civile (è il caso della splendida Sulla spiaggia di Ez Zauia, sui crimini della guerra di liberazione libica) o quando in controcanto si posa sui segreti minimi della sua terra, (“La mia gente è strana / puzza di sudore e reti fin dentro le ossa. / Parla una lingua incomprensibile / di ammiccamenti e gesti rubati al vento / ma in una virgola al centro della fronte / custodisce i segreti del tempo”). La poesia di Natàlia Castaldi è tra le cose migliori che si possa leggere oggi in Italia, una delle poche dalle quali possiamo non aspettarci limiti.
Futuro semplice
Credo che a modo loro tutti i libri di poesia ci dicano qualcosa del mondo. Credo però che la poesia attuale metta in luce l’idea che non esiste un solo mondo. La poesia affronta le cose da un’angolazione minore, appartata. Non pretende di rivelarsi a tutti, però spesso rivela una gran parte del tut ... (continue)
Credo che a modo loro tutti i libri di poesia ci dicano qualcosa del mondo. Credo però che la poesia attuale metta in luce l’idea che non esiste un solo mondo. La poesia affronta le cose da un’angolazione minore, appartata. Non pretende di rivelarsi a tutti, però spesso rivela una gran parte del tutto.
Ho pensato a questo leggendo un libriccino di poesia italiana contemporanea, Futuro semplice, di Gianni Montieri (Edizioni LietoColle). Ventisette canti urbani che dialogano a stretto giro con molta narrativa, soprattutto d’oltreoceano (c’è una poesia, Absolute Beginners, dedicata a Raymond Carver), ma anche a cose di casa nostra (“L’uomo in barba bianca e occhiali / ha la voce bassa, d’altra timidezza / non è uno da applausi” nel quale si può riconoscere lo scrittore Antonio Moresco).
Le città nelle poesie di Montieri sono Londra, Torino, Milano, soprattutto Milano, quella prima di Pisapia (“Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo / piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare / – via i piccioni, via i neri e i braccialetti”). Per lui, uomo del sud, nato a Giugliano nella provincia di Napoli, Milano è fatta di ristoranti cinesi, di affollate scale della metropolitana, di brioches, di bancarelle di libri usati, di tangenziali, e su tutto di ineguaglianze, di laceranti silenzi, del suono che fa il tram.
Non cerco quasi mai di dare consigli ai lettori, so bene che sono in troppi a farlo e ciascuno legge come può. Ma noto che il ventaglio dei libri consigliati è talvolta estremamente povero e monotono, ridotto a poche cose, per tutti le stesse, mentre può essere infinitamente ricco, articolato, multiforme. Consigliare di leggere il libro di Montieri è allora come suggerire di sfilare tra le sale di un museo che parla di noi, un posto in cui l’unica verità dell’arte ormai la si può trovare in un volantino che pubblicizza la consegna di pizze a domicilio. Sarà che la letteratura ci sorprende quando ci accorgiamo, nelle nostre infinite diversità, di essere in fondo tali e quali a chi la scrive (“In metrò è segnalato un guasto: / a Conciliazione si è ammazzato un vecchio // di essere soli non si smette mai”).
Geometrie di libertà
“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…”continue)
Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie. ... (
“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…”
Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie. Non pensereste, di primo acchito, che in quel libro il poeta ha deciso, almeno per un po’, di ringuainare il verso per dedicarsi a una comprensione più vasta dell’artista e dei compiti fondamentali che esso è chiamato ad assolvere nel mondo. Ancor meno, forse, vi verrebbe in mente che quel poeta ha scelto di usare lo strumento antichissimo del dialogo, la forma espressiva funzionale per eccellenza alle culture in prevalenza orali.
Geometrie di libertà (Il Maestrale) è tutto questo; è in primo luogo il libro di un poeta, Alberto Masala, che non a caso da sempre fa dell’oralità una componente fondamentale nella costruzione del suo personale linguaggio di confine, ma è soprattutto un confronto che si articola nel tempo, quattro conversazioni sul significato del fare arte, sul ruolo del poeta all’interno della società, sul rapporto col potere, sull’ospitalità come uno dei principali luoghi del sacro.
Dialoghi, abbiamo detto, che Masala ha registrato nel corso degli ultimi vent’anni con giovani intervistatori, rifiutando però di vestire i panni del maestro, o del medium, che si frappone tra gli occhi di chi guarda e la visione diretta delle cose. Ne è nato questo libro che a me pare essere essenzialmente un luogo di riflessione e di contemplazione, se posso azzardare un’immagine metaforica direi una sorta di planetario in cui ciascuno, intervistatore, intervistato e – perché no – lettore, porta in dote le proprie visioni, le proprie mappe e costellazioni, e contribuisce alla fondazione di un nuovo universo.
Tutto questo nasce da una concezione particolare del ruolo di “poeta”. Per Masala la licenza di poeta non si ottiene per auto proclamazione (lo dice in tempi come questi in cui orde di piccoli ciarlatani da social media commettono il reato di esercizio abusivo della professione poetica), ma una tale concessione può essere data soltanto dalla società di riferimento; perché – come dice lui stesso – “la poesia è altro: è la voce di chi ha visto le voci. Il poeta ne raccoglie quelle impedite, le protegge durante il trasporto, le testimonia in un cammino di sintesi essenziale, vicino allo spirito…”
Un libro piccolo e prezioso, allora, capace di smascherare con fermezza e lievità le miserie etiche del modo di fare arte e cultura oggi (“Dire che l’arte è morta non significa niente: l’arte muore nel momento in cui muore il bisogno di liberazione”), un mondo da cui Alberto Masala si è sottratto da tempo. Pur essendo infatti uno dei massimi poeti italiani e pur avendo incrociato nel corso del suo cammino umano e artistico poeti di prima grandezza come Gregory Corso, Jack Hirschman e Izet Sarajlic, difficilmente troverete il suo nome in un’antologia di poesia italiana contemporanea.
Il corpo estraneo
Quando si parla di “corpo estraneo” possiamo alludere a due significati. Nel primo caso possiamo riferirci al corpo umano che viene percepito in qualche misura come separato da noi; nel secondo caso a un ente materiale che ci invade o ci attraversa e che riconosciamo ostile, come quando ingeriamo ac ... (continue)
Quando si parla di “corpo estraneo” possiamo alludere a due significati. Nel primo caso possiamo riferirci al corpo umano che viene percepito in qualche misura come separato da noi; nel secondo caso a un ente materiale che ci invade o ci attraversa e che riconosciamo ostile, come quando ingeriamo accidentalmente qualcosa di non commestibile. Nel romanzo di Marco Montanaro, che si intitola appunto Il corpo estraneo (l’editore è Caratterimobili), ci si richiama, a mio avviso, a entrambi i significati.
È la storia di Danilo Dannoso, un uomo apatico, in crisi e in rivolta contro se stesso e contro il proprio paese – e quindi a un livello metaforico contro la propria esistenza e contro il potere – che passa le sue giornate in viaggio per conto di una fondazione di stampo politico e di un’organizzazione dedita a loschi traffici. Danilo combatte contro il suo corpo (che gli è appunto estraneo) attraverso forme compulsive di disperato autoerotismo e allo stesso tempo si sente come estraneo al corpo più grande che lo ospita, ossia la sua “vita”, intendendo con questo l’accumulo molteplice di circostanze torbide che emergono di tanto in tanto attraverso la narrazione. È insomma una creatura ai due poli dell’estraneità, ne è al contempo soggetto e oggetto. Il titolo si lascia supportare da un sottotitolo, Una tragedia on the road, che non va inteso come un rimando agli stereotipi beat o alla letteratura di viaggio, ma che va letta nel senso letterale di una disfatta in divenire.
Sono due i romanzi di giovani autori italiani usciti quest’anno e che in comune hanno il tema dell’estraneità: uno è questo, l’altro, per certi versi ancora più esplicito (ne ho parlato qui), è L’estraneo di Tommaso Giagni (Einaudi). In entrambi si raccontano le vicende di esseri asociali, apolidi dell’esistenza che corrono verso la dimensione dell’azzeramento, in entrambi i personaggi principali operano una sottrazione – che vorrei definire “scientifica” – di tutto ciò che gli orbita attorno, una rinuncia a tutte quelle cose che vengono reputate non più indispensabili, amore compreso. Sono romanzi tutti concentrati a scavare nell’interiorità di personaggi-limite, che però hanno un’ampiezza che gli consente di inglobare in un colpo d’occhio anche le miserie di un tempo spento e abietto, com’è il presente che viviamo.