Verso mezzanotte del 7 dicembre 1970 ha luogo la telefonata più famosa d'Italia. Qualcuno chiama il principe Borghese e gli dice che il suo golpe non s'ha da fare. Il segretario di Gelli, De Felice, l'attribuirà al suo capo. Andreotti ad Almirante. Spiazzi a se stesso. Adriano Monti invece fa capir
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Verso mezzanotte del 7 dicembre 1970 ha luogo la telefonata più famosa d'Italia. Qualcuno chiama il principe Borghese e gli dice che il suo golpe non s'ha da fare. Il segretario di Gelli, De Felice, l'attribuirà al suo capo. Andreotti ad Almirante. Spiazzi a se stesso. Adriano Monti invece fa capire che il mistero non è la telefonata ma il motivo della stessa. Dice che il nocciolo dell'azione prevedeva che un celebre generale dei carabinieri (per Monacelli, De Lorenzo) doveva essere accompagnato in viale Romania e da li assumere il comando dell'Arma procedendo con arresti e presidi. Tuttavia l'alto ufficiale non si farà trovare. Monti non ne spiega il motivo. Spiazzi e Delle Chiaie riferiranno che si è semplicemente tirato indietro. Ma è difficile credere che uno dopo aver tirato un pacco così colossale non abbia pensato alle possibili conseguenze, anche per la sua famiglia. Dato che il golpe, per quanto se ne sa oggi, era conosciuto un po' da tutti, servizi segreti, ambasciatori, barbieri, amanti, sguatteri e perfino dal Pci, ci si chiede come si sia lasciato alle ubbie di un singolo l'inizio di un qualcosa che avrebbe potuto facilmente avere conseguenze tragiche. Più credibile una doppia rinuncia per sopraggiunti motivi esterni. Ipotesi, ti arresto il generale,lo minaccio, gli faccio telefonare all'amico principe e due parole le dico pure io al sciaboletta, tipo: "Contrordine, a Bruxelles hanno cambiato idea" oppure "Ferma tutto, i Russi minacciano conseguenze". Un personaggio così, infido e ostile, c'è, è descritto nel libro. Si pensi che Monti gli attribuisce da lì a qualche anno anche l'assassinio dello stesso Borghese. L'autore del libro poi fa un accenno alla seconda fase del progettato putsch. Dice che i congiurati erano in contatto con altri tre generali dell'esercito che dovevano affiancare i carabinieri e completare il lavoro. Cosa talmente fattibile da sembrar scontata. Tuttavia un pugno di maggiori e medici condotti, come quelli accennati nel libro, non bastan per un golpe, mancano nomi di ben maggior spessore. Il volume aiuta a spiegare un procedere degli eventi ma tace particolari importanti e che si atica a pensare che il Monti non conoscesse. Per esempio non si evince se il politico che gli Usa avrebbero gradito come capo del nuovo governo fosse consenziente o meno e se di questo ne tenessero conto i cospiratori. Non dice come faceva lui stesso a conoscere Fendwich e Solidati-Tiburti. E non accenna ai contatti con la mafia testimoniati da Buscetta e dal dossier di La Bruna. In particolar modo neanche cita la vicenda del gruppo che doveva eliminare il capo della polizia Vicari. E' un punto fondamentale. Possibile che si sia corso il rischio di perdere un formidabile poliziotto, o di rovescio, scatenarne presto il fiuto indagatorio? Sa' semmai di fortemente inattendibile il guasto sull'ascensore che imprigiona i killer di Vicari mentre, per paradosso, questo sembra anche la conferma di una situazione totalmente sotto controllo. Già, nessuno in questa vicenda appare neanche lontanamente aver rischiato di farsi male. Tutto sembra una gigantesca recita, come sospettava Moro a detta di Pecorelli. Un colpo di stato lasciato correre un po'più del solito, per far pulizia di militari infedeli, teste calde e vecchi arnesi. Libro interessante scritto da un plausibile insider, tra gli unici del resto, a farsi pure della galera per la vicenda.
Il «golpe Borghese»
Verso mezzanotte del 7 dicembre 1970 ha luogo la telefonata più famosa d'Italia. Qualcuno chiama il principe Borghese e gli dice che il suo golpe non s'ha da fare. Il segretario di Gelli, De Felice, l'attribuirà al suo capo. Andreotti ad Almirante. Spiazzi a se stesso. Adriano Monti invece fa capir ... (continue)
Verso mezzanotte del 7 dicembre 1970 ha luogo la telefonata più famosa d'Italia. Qualcuno chiama il principe Borghese e gli dice che il suo golpe non s'ha da fare. Il segretario di Gelli, De Felice, l'attribuirà al suo capo. Andreotti ad Almirante. Spiazzi a se stesso. Adriano Monti invece fa capire che il mistero non è la telefonata ma il motivo della stessa. Dice che il nocciolo dell'azione prevedeva che un celebre generale dei carabinieri (per Monacelli, De Lorenzo) doveva essere accompagnato in viale Romania e da li assumere il comando dell'Arma procedendo con arresti e presidi. Tuttavia l'alto ufficiale non si farà trovare. Monti non ne spiega il motivo. Spiazzi e Delle Chiaie riferiranno che si è semplicemente tirato indietro. Ma è difficile credere che uno dopo aver tirato un pacco così colossale non abbia pensato alle possibili conseguenze, anche per la sua famiglia. Dato che il golpe, per quanto se ne sa oggi, era conosciuto un po' da tutti, servizi segreti, ambasciatori, barbieri, amanti, sguatteri e perfino dal Pci, ci si chiede come si sia lasciato alle ubbie di un singolo l'inizio di un qualcosa che avrebbe potuto facilmente avere conseguenze tragiche. Più credibile una doppia rinuncia per sopraggiunti motivi esterni. Ipotesi, ti arresto il generale,lo minaccio, gli faccio telefonare all'amico principe e due parole le dico pure io al sciaboletta, tipo: "Contrordine, a Bruxelles hanno cambiato idea" oppure "Ferma tutto, i Russi minacciano conseguenze". Un personaggio così, infido e ostile, c'è, è descritto nel libro. Si pensi che Monti gli attribuisce da lì a qualche anno anche l'assassinio dello stesso Borghese. L'autore del libro poi fa un accenno alla seconda fase del progettato putsch. Dice che i congiurati erano in contatto con altri tre generali dell'esercito che dovevano affiancare i carabinieri e completare il lavoro. Cosa talmente fattibile da sembrar scontata. Tuttavia un pugno di maggiori e medici condotti, come quelli accennati nel libro, non bastan per un golpe, mancano nomi di ben maggior spessore. Il volume aiuta a spiegare un procedere degli eventi ma tace particolari importanti e che si atica a pensare che il Monti non conoscesse. Per esempio non si evince se il politico che gli Usa avrebbero gradito come capo del nuovo governo fosse consenziente o meno e se di questo ne tenessero conto i cospiratori. Non dice come faceva lui stesso a conoscere Fendwich e Solidati-Tiburti. E non accenna ai contatti con la mafia testimoniati da Buscetta e dal dossier di La Bruna. In particolar modo neanche cita la vicenda del gruppo che doveva eliminare il capo della polizia Vicari. E' un punto fondamentale. Possibile che si sia corso il rischio di perdere un formidabile poliziotto, o di rovescio, scatenarne presto il fiuto indagatorio? Sa' semmai di fortemente inattendibile il guasto sull'ascensore che imprigiona i killer di Vicari mentre, per paradosso, questo sembra anche la conferma di una situazione totalmente sotto controllo. Già, nessuno in questa vicenda appare neanche lontanamente aver rischiato di farsi male. Tutto sembra una gigantesca recita, come sospettava Moro a detta di Pecorelli. Un colpo di stato lasciato correre un po'più del solito, per far pulizia di militari infedeli, teste calde e vecchi arnesi. Libro interessante scritto da un plausibile insider, tra gli unici del resto, a farsi pure della galera per la vicenda.