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- America (2)
- By Franz Kafka
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America
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America di Kafka, il romanzo che Max Brod prendendosi qualche licenza diffuse con quel titolo, è un’opera magica. In America la straordinaria leggibilità, che è anche l’effetto della bizzarra suggestione che il testo offre a qualsiasi lettore, è data dal punto di vista ingenuo che il narratore condi ... (continue)
America di Kafka, il romanzo che Max Brod prendendosi qualche licenza diffuse con quel titolo, è un’opera magica. In America la straordinaria leggibilità, che è anche l’effetto della bizzarra suggestione che il testo offre a qualsiasi lettore, è data dal punto di vista ingenuo che il narratore condivide con il protagonista: K(arl), dall’ingombrante iniziale, che Brod elegantemente riassume nella riuscita formula ‘K=Io’. Ancora una sovrapposizione imperfetta tra io-autore-personaggio, perché è proprio di quella imperfezione il potere che la letteratura, unica tra le arti, ha di parlare dell’esistenza autobiografica universalizzandola, di sostenere obliquamente che il ragazzo sedicenne che attraversa l’Atlantico, abbandonando gli affetti famigliari, le amicizie, la sua lingua e la sua casa, sono io scrittore, cioè il ‘K=Io’ di Brod, ma anche no, siamo tutti noi, ogni singolo lettore che farà, a modo suo, quel viaggio. L’aspetto potentemente allegorico di un testo quale America emerge proprio dalla straordinaria riverberazione dell’individuale nell’universale. America è un romanzo che parla di dolore, di miseria, di colpa e responsabilità. Quasi un ibrido tra Dickens e Collodi, tra realimo caricaturale e fiabesco pedagogico. Il tratto seducente del romanzo resta a mio avviso l’ingenuità che contraddistingue il suo giovane protagonista. Il nuovo continente, l’America appunto, funziona alla perfezione nel garantire che l’ingenuità con cui le cose vengono osservate, descritte e ovviamente narrate, non venga mai meno. Gigantesco dispositivo straniante per lingua, costumi, abitudini, situazioni, l’America di Karl, non può allora non venire minutamente descritta in tutti i suoi più incomprensibili e risibili siparietti: dalla concione del fochista alla febbrile attività dell’hotel occidental dove il liftboy sembra prigioniero di una distopia espressionista alla Lang; dal disordine impossibile della stanza-cafarnao di Brunelda e Delamarche all’estrosità del teatro di Oklahama nel quale “ognuno è benvenuto”. Vi entra il grande talento comico di Kafka, la sua inarrivabile abilità nell’esprimere il tutto tondo corporeo dei suoi personaggi, la gestualità scomposta dei corpi (quasi chapliniana), in ciò assecondando la tradizione del teatro yiddish di cui Kafka fu un appassionato sostenitore. Colpisce la vicinanza con una sensibilità a tratti perfino futurista nella descrizione delle strade, delle persone, nel brulicare di corpi e prospettive che sembrano saldarsi l’uno con l’altro e lasciare visibile la scia del movimento. Insomma America è un romanzo splendente, picaresco e colorato cui l’incompiutezza non toglie nulla essendone semmai l’inconfessata ambizione.
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