È caduto dal cielo, questo libro, tra capo e collo, nel senso: non avevo affatto intenzione di comprarlo, quando accadde. In libreria c'ero andato per sfruttare una Offerta Mondadori - mesi fa - e avevo una lista di titoli d'interesse che mi portavo in tasca. Vuoi e vuoi, infine in libreria riuscii
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È caduto dal cielo, questo libro, tra capo e collo, nel senso: non avevo affatto intenzione di comprarlo, quando accadde. In libreria c'ero andato per sfruttare una Offerta Mondadori - mesi fa - e avevo una lista di titoli d'interesse che mi portavo in tasca. Vuoi e vuoi, infine in libreria riuscii ad andarci l'ultimo giorno utile. Una libreria piccola, strada secondaria; ero a Roma, ero riuscito a sgattaiolare dai preparativi di un pranzo pieno d'invitati, dicendo: - Ci metto un niente. Sugli scaffali era difficile trovare qualcosa che non fosse stato stampato o ristampato il giorno stesso o al massimo una settimana prima. L'Offerta Mondadori era: prendi tre libri, paghi i due più costosi. Di quelli sperati, avevo trovato un libro solo.
Avrò passato almeno un'ora andando per gli scomparti, provando un'ansia delusa. Tra l'altro, mi ero accorto di star ormai antipatico a tutti, in libreria. L'addetto al terminale era un uomo avanti negli anni; alla mia prima richiesta aveva risposto sorridente, alle seconda meno, dalla terza in poi male e sempre più male - certo, non deve far piacere passare per quello che non ha in bottega quello che il cliente chiede. Provai tra me e me a farla breve: da poco avevo letto un libro-reportage di Rampini sull'India, e, per episodi di natura personale lavorativa, avevo avuto a che fare col subcontinente ultimamente, perciò decisi di comprare qualcosa che rimpiazzasse il Maximum City che è da un paio di anni che penso di procurarmi, cambiando sempre idea all'ultimo istante. Di autori indiani ne conoscevo solo uno, Narayan Rasupuram, di cui avevo letto, per puro caso, "Il pittore d'insegne", e fu una lettura così piacevole da avermi lasciato nella mente giusto una sensazione di piacevolezza, e nient'altro. Quindi era deciso: avrei dato un'altra possibilità a un autore indiano.
Mi capitò sotto gl'occhi un titolo di Chandra Vikram, ma era un librone di mille pagine. Siccome era di mille pagine il libro che avevo già preso, scelsi di prenderne uno diverso, sempre di Chandra Vikram. E due. Mi mancava il terzo. Ero nervoso, stufo, stanco, mi irritava rendermi conto che il tempo che impiegavo a scegliere un titolo sarebbe bastato per leggere la terza parte di un altro libro; mi umiliava la mia taccagneria da usufruitore di sconti, e poi non avevo nessuna intenzione di leggere autori indiani contemporanei:ero andato in libreria a cercare scrittori inglesi dell'Ottocento... E via, presi Rushdie e i Versi Satanici, come per darmi la punizione finale: perché non ero andato via e basta, o non mi ero accontentato di prendere quell'unico libro trovato e pagare giusto quello per il suo prezzo, quando mi ero reso conto che gli altri libri che m'interessavano non c'erano?
Verso Rushdie provavo una pregiudiziale antipatia, perché di lui avevo sentito molto parlare. Di lui, proprio, della sua mondanità invidiabile per quanto sotto scorta, e non della sua opera. Della sua opera si sentiva dire solo che conteneva qualcosa che gli aveva procurato una fatwa. E ogni discorso su Rushdie era strettamente legato alla fatwa. Pensavo: avesse scritto qualcosa che valesse veramente la pena di leggere, si parlerebbe di lei, dell'opera, e non della fatwa che ha reso famoso lui, un autore reo di aver urtato la suscettibilità, si sa quanto isterica, di uno dei peggiori regimi per giunta teocratici ancora al mondo.
"I versi satanici" finirono nel gran mucchio dei libri che chissà se verranno mai letti, e ci sono restati per mesi, fino a una settimana fa. Una settimana fa o poco più terminai la lettura de "Quel che resta del giorno" di Kazuo Ishiguro. Un libro che mi è piaciuto per la lucidità con la quale lascia in ombra i punti oscuri, per la sua compostezza, per la sua "classicità" troppo naturale per non essere frutto di una faticaccia improba. Cercai in Rete informazioni su Ishiguro e, tra le poche notizie riportate, mi colpì quella che associava il nome di Kazuo Ishiguro a quello di Rushdie e Kureishi come fruttuosi contaminatori della letteratura autoctona inglese. Di Kureishi lessi qualcosa molti anni fa, e dal fatto di non aver mai sentito il bisogno di leggere qualcos'altro di Kureishi deduco che non dovette colpirmi molto. - Finiamo la tripletta; allora mi sono detto, una settimana o poco far Mettiamoci che di recente avevo terminato di leggere il carteggio di un teologo protestante antinazista morto in un lager tedesco: insomma, mi ricostruivo un motivo, come faccio ogni volta, per giustificare il perché andassi da un libro all'altro. "I versi satanici", e sia. Un libro pazzesco.
Leggerlo è stato un piacere. Avevo bisogno di immaginazione al potere. Di ritmo dissacrante. Di parodia, mito, di grottesco, senza rinunciare alla critica irriverente tanto verso una rigida Londra thatcheriana alle prese con l'inevitabile mutazione conseguente all'innestarsi in città, e in Occidente, delle culture delle popolazioni di ultima immigrazione, tanto verso quelle culture stesse; critica irriverente sia verso le reazioni di rifiuto sia verso quelle di incondizionata e arrendevole e per questo paludosa accoglienza. Vale a dire: versi satanici verso tutti: angeli e demoni, e la/le divinità stessa/e, in questo libro non sono altro che storie messe di fianco ad altre storie, all'interno di una lampada magica e vorticosa di personaggi alle prese coi propri desideri e con nessun rapporto gerarchico rigido tra di loro e comunque, ancora una volta, il Bene e il Male, qui, come ovunque!, altro non sono che la medesima persona a seconda di quale sia il verso secondo la quale la si osservi e giudichi. Un libro inesauribile, pieno di energia dalla prima pagina all'ultima, e coraggioso: perché se oggi, in Europa e dintorni, col Cristianesimo Vaticanista, non resta che l'imbarazzo di chi cerca ancora di salvare, se non l'anima, almeno le apparenze; in Asia e non solo, da un medioriente all'altro, esiste ancora un Islam - un Islam in mezzo ad altri Islam, niente assolutismi a margine di un'opera dal coloratissimo relativismo, ci mancherebbe - che risponde alle provocazioni generose della cultura con le reazioni mortifere tipiche di ogni tradizione così insicura già al suo interno da vedere in ogni opposizione esterna la tragica goccia che farà esplodere il vaso.
" I versi satanici" fa il verso a tanti altri libri, in quel gioco un po' infantile e un po' intelletuale che può andare sotto la copertura del post-modernismo, ma glielo si può perdonare, perché il libro di Rushdie è bello nonostante abbia in sé tutte le carte in regola per far gioire i critici neolaureati: il vero tesoro del libro di Rushidie non sono le carte in regola, ma le pagine sregolate: tutte e 576.
No, non è un capolavoro; ma qualcosa di quasi raro altrettanto: un libro che sono contento di aver letto, anche se non è che lo abbia scelto poi io, del tutto: mi ci sono più sottomesso, al suo acquisto e alla sua lettura, ecco
Sono a tre quarti dalla fine - ma come, di già? - di questo romanzo egoico, per certi versi banalizzante se non semplicemente canonico, zeppo di ingenuità, con qualche presuntuosità di troppo, e rozzo quel tanto calcolato con precisione per sviluppare l'adescamento senza salvezza, e bello veramente
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Sono a tre quarti dalla fine - ma come, di già? - di questo romanzo egoico, per certi versi banalizzante se non semplicemente canonico, zeppo di ingenuità, con qualche presuntuosità di troppo, e rozzo quel tanto calcolato con precisione per sviluppare l'adescamento senza salvezza, e bello veramente come pochi, al quale, per il suo capitolo sul lavoro in lavanderia, si possono perdonare anche dieci scontri undicennali con l'epicizzato Faccia-di-Formaggio che, come la maggioranza dei personaggi del libro, è una piccola e meschina antitesi utile solo a far risaltare il forte&bello&e-tutto-il-resto protagonista: Martin; la cui passione amorosa è tanto più onorevole, quanto più piccola-borghese è quella della sua amata, Ruth, che difficilmente sarebbe potuta uscire più malconcia nella considerazione che ne ha l'autore, per il quale Ruth, fanatica del conformismo, ha la funzione galeotta che altrove fece consumare un adulterio e qui porta invece al felice connubio tra Martin e il suo vero amore: le grammatiche, le stampe, la scrittura: vorace.
La forma è incantevole, ma la sostanza, purtroppo, è incantata altrettanto e a questo incanto non sa e non vuole rinunciare, e per quanto la buona volontà di Siti ci sia tutta di immergersi nella realtà Altra-dalla-Propria, il risultato resta quello di una suggestionata passeggiata nei bassifondi, c
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La forma è incantevole, ma la sostanza, purtroppo, è incantata altrettanto e a questo incanto non sa e non vuole rinunciare, e per quanto la buona volontà di Siti ci sia tutta di immergersi nella realtà Altra-dalla-Propria, il risultato resta quello di una suggestionata passeggiata nei bassifondi, con rielaborazione delle sbobinature come è pratica degli studenti che lasciano i magnetofoni accesi sulla cattedra del professore quando spiega e di cui, immancabilmente, qualcuno si innamora anche.
Reportage dallo zoo comunale, con gli aneddoti gustosi sulle pratiche sociali di accoppiamento e non solo degli esemplari passati dalla gabbia in cui sono confinati al taccuino del loro osservatore che crede che il modo migliore per riscattare loro e se stesso sia quello di provvedere per quanto è concesso alla mangiatoia, di dare tutte le carezze possibili – con lo sguardo e il giudizio – tra le sbarre, e di rimpiangere l’insanabile distacco tra due nature snaturate inavvicinabili ulteriormente per forze di cose.
Non mi interessa il grado di verità delle storie raccontate in questo libro – troppo spesso simili a degli accorati pettegolezzi, a una collezione di stilizzati appunti ottenuti tenendo l’orecchio alla parete se non proprio l’occhio alla serratura. Per quel grado di verità, non si deve ricorrere ai libri, ma ai muscoli motori e al fegato di toccare con mano. Mi interessa il punto di verità espresso alla fine, che quando non è vanamente disquisente – di antitesi pasoliniana – diventa romanticamente – quindi doppiamente – collaborazionista.
A questo romanzo, credo, manca la crudeltà: verso di sé, e che occorre per cambiare le relazioni e per non star lì a registrare l’effetto che ci fanno gli altri, ma quello che noi facciamo a loro, senza il filtro della comprensione bontà-nostra per la quale l’assenza di giudizio non è una rinuncia alla superbia della soggettività ma una resa alla codardia di non esporsi, tentando una mimesi che chiede al lettore di fare altrettanto: di astenersi da qualsiasi presa di posizione, ricattandolo, ricacciandolo infine in quella nessuna-presa-di-posizione che non può che essere il niente del quale questo romanzo si fa un non so quanto involontario cantore.
Intuisco forse appena quanto sia forte, ma chi non resiste alla tentazione di allargare il proprio fallimento a quello di un intero ambiente, di un’epoca, se non del MONDO, non sta provando a scrivere un romanzo, ma una spiegazione, e una excusatio, non richiesta.
( A ridosso di “Contagio” di Siti ho letto – in metro tra una andata e un ritorno – “L’altare dei morti” di Henry James: se in così poco c’è tanto di più è perché e Henry James sa trovare i doppi fondi del niente che c’è e Walter Siti non riesce a varcare la superficie del tutto che crede ci sia e di cui niente è appunto quello che riesce a coglierne).
Bello è bello, il libro di Walter Siti, però: che brutto romanzo.
Fossi suo familiare piacere forse l'avrei ricavato, a cercarmi tra i parenti tumulati nel suo memoir, e non è detto che io non lo sia, suo parente, data la prolificità indiscriminata dei Garcia-Marquez che, dagli sperduti villaggi della Colombia, sono riusciti - distrattamente, si sa, perdendo guerr
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Fossi suo familiare piacere forse l'avrei ricavato, a cercarmi tra i parenti tumulati nel suo memoir, e non è detto che io non lo sia, suo parente, data la prolificità indiscriminata dei Garcia-Marquez che, dagli sperduti villaggi della Colombia, sono riusciti - distrattamente, si sa, perdendo guerre e ideali e ingravidando chiunque fosse a tiro tra una depressione e l'altra, forse anche solo con lo sguardo - a colonizzare prima il continente sudamericano e poi il mondo intero, al punto che ormai devono contare una percentuale significativa della popolazione mondiale, i Garcia-Marquez.
Però, che io sappia, dei Garcia-Marquez non sono né nipote né figliastro né famiglio in nessuna maniera, perciò l'affetto preliminare indispensabile per poter gradire questo libro non lo avevo, e non ho fatto altro che annoiarmi di pagina in pagina, chiedendomi come fosse possibile: una vita che più carioca non si può, eppure sbadigliavo, non vedevo l'ora di arrivare al termine, per liberarmi del libro, non dell'interesse che mi stimolava, non essendocene stato alcuno.
Com'è stato possibile? In questo libro si parla di viaggi su treni ancestrali, di omicidi dagli strascichi trentennali, di adulteri, rivoluzioni, di storia sudamericana contemporanea, di gruppi intellettuali di avanguardia, di vita randagia e disperata e raccattata e riscattata e ribaltata, di redazioni irregolari e bar delle gozzoviglie, di bordelli e intrecci familiari, di tutto! ma con uno stile debole, piano, ripetitivo, stanco, piatto, indifferenziato, al punto che non si sente neanche un po’ la vita movimentata che viene ricordata, ma la stanchezza di chi la sta raccontando, seduto a un tavolo a riportare cronachisticamente gli episodi, svuotandoli mentre se ne svuota, svutandoli intanto su chi legge, come un cesto di cartacce per cui si sente l'ansia di far pulizia.
Anni fa cominciai la lettura de "Vivere per raccontarla"; non ricordavo perché non l'avessi portata avanti. Una settimana fa, preparandomi ad alcuni giorni fuori porta, mi piacque l'idea di avere come compagno di viaggio un raccontatore inesausto di storie come Gabo. Ricordavo ancora soddisfatto lo sbalordimento e lo stordimento provati leggendo "Cento anni di solitudine", nella mia mente lo stregone del ghiaccio è evidente, così come lo sono le uova prestoriche - pietre bianche di un fiumiciattolo - raccontate nelle prime pagine di "Viverla per raccontarla" e che ne erano la sola cosa che ricordavo. Oltre a quelle uova preistoriche, però, non ho trovato altro, se non un tentativo di cucinare, fallito, un buon brodo mettendo a mollo la propria mente da gallo fu cedrone il quale, invecchiando, non fa altro che covare e far schiudere ricordi che, invece di trasformasi in stridii di acquila, si contentano di essere pigolii pulcineschi.
Gli ingredienti c’erano, la preparazione è stata pessima, e buon pro gli faccia a Marquez, se l’energia l’ha spesa tutta vivendo, però, se ormai non gliene resta per scrivere, non pretenda che gli altri la sprechino per leggere qualcosa per la quale non si dovrebbe pagare, ma essere cortesemente invitati a pazientare e ascoltare le storie di un uomo ormai troppo vecchio per inventare e troppo giovane, però, per smettere a questo punto di ricordare, almeno.
PAZZA IDEA!, ovvero l’amore che vince il vizio mettendo il primo pelo
Platone scrive del resoconto che fece Apollodoro a Glaucone di una cena alla quale Apollodoro non partecipò, e trascorsi erano ormai molti anni da quando la cena avvenne. Quanto fu detto alla cena fu riportato ad Apollodoro da Aristodemo, un uomo basso e scalzo che, in verità, alla cena da Agatone c
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Platone scrive del resoconto che fece Apollodoro a Glaucone di una cena alla quale Apollodoro non partecipò, e trascorsi erano ormai molti anni da quando la cena avvenne. Quanto fu detto alla cena fu riportato ad Apollodoro da Aristodemo, un uomo basso e scalzo che, in verità, alla cena da Agatone ci andò perché invitatoci da Socrate, incontrato per caso. Apollodoro, scrive Platone, precisa che, a richiesta di dettagli e conferme, Socrate gli aveva ripetuto suppergiù quanto gli aveva già raccontato Aristodemo, compreso il parlato, avvenuto ulteriormente altrove, tra Socrate e Diotima, quindi c’era da fidarsi, di Aristodemo, e di Apollodoro? e non c’è da fidarsi affatto, di Platone, che la prende abbastanza larga per raccontare di qualcosa di cui, ammesso che fosse successa davvero (comunque all’interno della funzione narrativa, dico), di certo non poteva restare lucido ricordo a nessuno, anche perché, a fine cena, si ubriacarono praticamente tutti, tranne Socrate. Socrate, dirà Alcibiade irrompendo nella cena bello come non mai e coronato d’edera e viole e nastri oltre che ‘briaco fradicio da subito, non era mai stato visto ubriaco da nessuno, e questo mi fa sospettare che in realtà Socrate non sia mai stato visto sobrio, ma continuamente ebbro, vino o non vino.
Questo è il Simposio, un dialogo schietto da dopocena tra vitelloni per lo più omosessuali, rilassati sui triclini, che cercano di accelerare la digestione invece che parlando di cose da poveracci, che so di elezioni amministrative o di salari, ingegnandosi sul discorso dell’amore, perché ai loro tempi, fortunatissimi giusto per questo!, di amore non parlava nessuno, impelagati come erano, i pensatori, a dire la loro sull’atomo, sul cosmo, sulla castrazione di Urano e sull’ultimo concorso di retorica vinto da uno dei conviviali che, ora a casa di uno ora a casa di un altro, si riunivano, maltrattando un po’ le flautiste, per inciucchirsi di brutto sparlottando, prima di andare a scopare nelle camere private quando non sul posto, di quello che faceva fino.
Duemila anni di grecisti arzigongolanti e così via che hanno braghettonato questo dialogo con milioni di pagine di interpretazioni che non sono mai andate, tutte assieme, al di là dello spessore di una foglia di fico, non potranno mai censurare la genuinità impudicamente e sgarbatamente maschilista di questo testo, chiaro, bello, diretto, breve, coinciso, innocuo, con niente di esoterico o bisognoso di cataste di commentari tali da coprire la distanza tra la terra del suo svolgimento e il cielo in cui hanno cercato rifugio i lettori tanto più timorati quanto più cronologicamente moderni, i quali non potevano accettare che, semplicemente, il Simposio di Platone è lo scambio di convenevoli e pettegolezzi e ragionamenti tesi a riscaldare l’ambiente tra degli uomini bene in sostanze contenti di frivolizzare tra di loro quando viene sera.
Non mi sembra sia proprio il caso di star lì a mettere stelline da guida ai motel di lusso alla star della cultura-quella-vera che è Platone, né tantomeno di enumerare uno per uno i pareri dei convitati sull’amore, che forse per l’epoca erano originali e stimolanti, ma che, ad oggi, possono tutt’al più mostrare un’archeologia dell’argomento. Due cenni però voglio farli a coloro che Platone ha reso meritevoli di riceverli: uno ad Aristofane che nel paragrafo 189 A non dicendo niente, anzi starnutendo, dice tutto, e l’altro a Diotima sacerdotessa di Mantinea, unica donna presente nel dialogo – ma assente anche lei al simposio – la quale è la sola a dire qualcosa di sensato sull’amore, dicendo, perlomeno, cosa non è cioè cosa non ha e cosa vuole, lasciando a intendere che l’amore è appunto questo: una volontà di raggiungimento, e quindi la rivelazione di una incolmabilità.
E cosa dire del ritratto che Platone fa di Socrate attraverso tutte le voci che ventriloqua nel suo dialogo? Apollodoro e Aristodemo lo hanno per maestro, ma anche Pausania, Fedro e Erissimaco lo rispettano, forse giusto Aristofane… Agatone e Alcibiade, però, i belli di questo dialogo, lo desiderano eccome se. Diotima lo bacchetta, ma Diotima, si sa com’è: è una donna. Darne una così bella idea nell’eternità: ecco come Platone ha amato Socrate. Sempre che quando scriveva “Socrate” non stesse pensando “Platone”, Platone.
I versi satanici
È caduto dal cielo, questo libro, tra capo e collo, nel senso: non avevo affatto intenzione di comprarlo, quando accadde. In libreria c'ero andato per sfruttare una Offerta Mondadori - mesi fa - e avevo una lista di titoli d'interesse che mi portavo in tasca. Vuoi e vuoi, infine in libreria riuscii ... (continue)
È caduto dal cielo, questo libro, tra capo e collo, nel senso: non avevo affatto intenzione di comprarlo, quando accadde. In libreria c'ero andato per sfruttare una Offerta Mondadori - mesi fa - e avevo una lista di titoli d'interesse che mi portavo in tasca. Vuoi e vuoi, infine in libreria riuscii ad andarci l'ultimo giorno utile. Una libreria piccola, strada secondaria; ero a Roma, ero riuscito a sgattaiolare dai preparativi di un pranzo pieno d'invitati, dicendo: - Ci metto un niente. Sugli scaffali era difficile trovare qualcosa che non fosse stato stampato o ristampato il giorno stesso o al massimo una settimana prima. L'Offerta Mondadori era: prendi tre libri, paghi i due più costosi. Di quelli sperati, avevo trovato un libro solo.
Avrò passato almeno un'ora andando per gli scomparti, provando un'ansia delusa. Tra l'altro, mi ero accorto di star ormai antipatico a tutti, in libreria. L'addetto al terminale era un uomo avanti negli anni; alla mia prima richiesta aveva risposto sorridente, alle seconda meno, dalla terza in poi male e sempre più male - certo, non deve far piacere passare per quello che non ha in bottega quello che il cliente chiede. Provai tra me e me a farla breve: da poco avevo letto un libro-reportage di Rampini sull'India, e, per episodi di natura personale lavorativa, avevo avuto a che fare col subcontinente ultimamente, perciò decisi di comprare qualcosa che rimpiazzasse il Maximum City che è da un paio di anni che penso di procurarmi, cambiando sempre idea all'ultimo istante. Di autori indiani ne conoscevo solo uno, Narayan Rasupuram, di cui avevo letto, per puro caso, "Il pittore d'insegne", e fu una lettura così piacevole da avermi lasciato nella mente giusto una sensazione di piacevolezza, e nient'altro. Quindi era deciso: avrei dato un'altra possibilità a un autore indiano.
Mi capitò sotto gl'occhi un titolo di Chandra Vikram, ma era un librone di mille pagine. Siccome era di mille pagine il libro che avevo già preso, scelsi di prenderne uno diverso, sempre di Chandra Vikram. E due. Mi mancava il terzo. Ero nervoso, stufo, stanco, mi irritava rendermi conto che il tempo che impiegavo a scegliere un titolo sarebbe bastato per leggere la terza parte di un altro libro; mi umiliava la mia taccagneria da usufruitore di sconti, e poi non avevo nessuna intenzione di leggere autori indiani contemporanei:ero andato in libreria a cercare scrittori inglesi dell'Ottocento... E via, presi Rushdie e i Versi Satanici, come per darmi la punizione finale: perché non ero andato via e basta, o non mi ero accontentato di prendere quell'unico libro trovato e pagare giusto quello per il suo prezzo, quando mi ero reso conto che gli altri libri che m'interessavano non c'erano?
Verso Rushdie provavo una pregiudiziale antipatia, perché di lui avevo sentito molto parlare. Di lui, proprio, della sua mondanità invidiabile per quanto sotto scorta, e non della sua opera. Della sua opera si sentiva dire solo che conteneva qualcosa che gli aveva procurato una fatwa. E ogni discorso su Rushdie era strettamente legato alla fatwa. Pensavo: avesse scritto qualcosa che valesse veramente la pena di leggere, si parlerebbe di lei, dell'opera, e non della fatwa che ha reso famoso lui, un autore reo di aver urtato la suscettibilità, si sa quanto isterica, di uno dei peggiori regimi per giunta teocratici ancora al mondo.
"I versi satanici" finirono nel gran mucchio dei libri che chissà se verranno mai letti, e ci sono restati per mesi, fino a una settimana fa. Una settimana fa o poco più terminai la lettura de "Quel che resta del giorno" di Kazuo Ishiguro. Un libro che mi è piaciuto per la lucidità con la quale lascia in ombra i punti oscuri, per la sua compostezza, per la sua "classicità" troppo naturale per non essere frutto di una faticaccia improba. Cercai in Rete informazioni su Ishiguro e, tra le poche notizie riportate, mi colpì quella che associava il nome di Kazuo Ishiguro a quello di Rushdie e Kureishi come fruttuosi contaminatori della letteratura autoctona inglese. Di Kureishi lessi qualcosa molti anni fa, e dal fatto di non aver mai sentito il bisogno di leggere qualcos'altro di Kureishi deduco che non dovette colpirmi molto. - Finiamo la tripletta; allora mi sono detto, una settimana o poco far Mettiamoci che di recente avevo terminato di leggere il carteggio di un teologo protestante antinazista morto in un lager tedesco: insomma, mi ricostruivo un motivo, come faccio ogni volta, per giustificare il perché andassi da un libro all'altro. "I versi satanici", e sia.
Un libro pazzesco.
Leggerlo è stato un piacere. Avevo bisogno di immaginazione al potere. Di ritmo dissacrante. Di parodia, mito, di grottesco, senza rinunciare alla critica irriverente tanto verso una rigida Londra thatcheriana alle prese con l'inevitabile mutazione conseguente all'innestarsi in città, e in Occidente, delle culture delle popolazioni di ultima immigrazione, tanto verso quelle culture stesse; critica irriverente sia verso le reazioni di rifiuto sia verso quelle di incondizionata e arrendevole e per questo paludosa accoglienza. Vale a dire: versi satanici verso tutti: angeli e demoni, e la/le divinità stessa/e, in questo libro non sono altro che storie messe di fianco ad altre storie, all'interno di una lampada magica e vorticosa di personaggi alle prese coi propri desideri e con nessun rapporto gerarchico rigido tra di loro e comunque, ancora una volta, il Bene e il Male, qui, come ovunque!, altro non sono che la medesima persona a seconda di quale sia il verso secondo la quale la si osservi e giudichi.
Un libro inesauribile, pieno di energia dalla prima pagina all'ultima, e coraggioso: perché se oggi, in Europa e dintorni, col Cristianesimo Vaticanista, non resta che l'imbarazzo di chi cerca ancora di salvare, se non l'anima, almeno le apparenze; in Asia e non solo, da un medioriente all'altro, esiste ancora un Islam - un Islam in mezzo ad altri Islam, niente assolutismi a margine di un'opera dal coloratissimo relativismo, ci mancherebbe - che risponde alle provocazioni generose della cultura con le reazioni mortifere tipiche di ogni tradizione così insicura già al suo interno da vedere in ogni opposizione esterna la tragica goccia che farà esplodere il vaso.
" I versi satanici" fa il verso a tanti altri libri, in quel gioco un po' infantile e un po' intelletuale che può andare sotto la copertura del post-modernismo, ma glielo si può perdonare, perché il libro di Rushdie è bello nonostante abbia in sé tutte le carte in regola per far gioire i critici neolaureati: il vero tesoro del libro di Rushidie non sono le carte in regola, ma le pagine sregolate: tutte e 576.
No, non è un capolavoro; ma qualcosa di quasi raro altrettanto: un libro che sono contento di aver letto, anche se non è che lo abbia scelto poi io, del tutto: mi ci sono più sottomesso, al suo acquisto e alla sua lettura, ecco
Martin Eden
Sono a tre quarti dalla fine - ma come, di già? - di questo romanzo egoico, per certi versi banalizzante se non semplicemente canonico, zeppo di ingenuità, con qualche presuntuosità di troppo, e rozzo quel tanto calcolato con precisione per sviluppare l'adescamento senza salvezza, e bello veramente ... (continue)
Sono a tre quarti dalla fine - ma come, di già? - di questo romanzo egoico, per certi versi banalizzante se non semplicemente canonico, zeppo di ingenuità, con qualche presuntuosità di troppo, e rozzo quel tanto calcolato con precisione per sviluppare l'adescamento senza salvezza, e bello veramente come pochi, al quale, per il suo capitolo sul lavoro in lavanderia, si possono perdonare anche dieci scontri undicennali con l'epicizzato Faccia-di-Formaggio che, come la maggioranza dei personaggi del libro, è una piccola e meschina antitesi utile solo a far risaltare il forte&bello&e-tutto-il-resto protagonista: Martin; la cui passione amorosa è tanto più onorevole, quanto più piccola-borghese è quella della sua amata, Ruth, che difficilmente sarebbe potuta uscire più malconcia nella considerazione che ne ha l'autore, per il quale Ruth, fanatica del conformismo, ha la funzione galeotta che altrove fece consumare un adulterio e qui porta invece al felice connubio tra Martin e il suo vero amore: le grammatiche, le stampe, la scrittura: vorace.
Il contagio
La forma è incantevole, ma la sostanza, purtroppo, è incantata altrettanto e a questo incanto non sa e non vuole rinunciare, e per quanto la buona volontà di Siti ci sia tutta di immergersi nella realtà Altra-dalla-Propria, il risultato resta quello di una suggestionata passeggiata nei bassifondi, c ... (continue)
La forma è incantevole, ma la sostanza, purtroppo, è incantata altrettanto e a questo incanto non sa e non vuole rinunciare, e per quanto la buona volontà di Siti ci sia tutta di immergersi nella realtà Altra-dalla-Propria, il risultato resta quello di una suggestionata passeggiata nei bassifondi, con rielaborazione delle sbobinature come è pratica degli studenti che lasciano i magnetofoni accesi sulla cattedra del professore quando spiega e di cui, immancabilmente, qualcuno si innamora anche.
Reportage dallo zoo comunale, con gli aneddoti gustosi sulle pratiche sociali di accoppiamento e non solo degli esemplari passati dalla gabbia in cui sono confinati al taccuino del loro osservatore che crede che il modo migliore per riscattare loro e se stesso sia quello di provvedere per quanto è concesso alla mangiatoia, di dare tutte le carezze possibili – con lo sguardo e il giudizio – tra le sbarre, e di rimpiangere l’insanabile distacco tra due nature snaturate inavvicinabili ulteriormente per forze di cose.
Non mi interessa il grado di verità delle storie raccontate in questo libro – troppo spesso simili a degli accorati pettegolezzi, a una collezione di stilizzati appunti ottenuti tenendo l’orecchio alla parete se non proprio l’occhio alla serratura. Per quel grado di verità, non si deve ricorrere ai libri, ma ai muscoli motori e al fegato di toccare con mano. Mi interessa il punto di verità espresso alla fine, che quando non è vanamente disquisente – di antitesi pasoliniana – diventa romanticamente – quindi doppiamente – collaborazionista.
A questo romanzo, credo, manca la crudeltà: verso di sé, e che occorre per cambiare le relazioni e per non star lì a registrare l’effetto che ci fanno gli altri, ma quello che noi facciamo a loro, senza il filtro della comprensione bontà-nostra per la quale l’assenza di giudizio non è una rinuncia alla superbia della soggettività ma una resa alla codardia di non esporsi, tentando una mimesi che chiede al lettore di fare altrettanto: di astenersi da qualsiasi presa di posizione, ricattandolo, ricacciandolo infine in quella nessuna-presa-di-posizione che non può che essere il niente del quale questo romanzo si fa un non so quanto involontario cantore.
Intuisco forse appena quanto sia forte, ma chi non resiste alla tentazione di allargare il proprio fallimento a quello di un intero ambiente, di un’epoca, se non del MONDO, non sta provando a scrivere un romanzo, ma una spiegazione, e una excusatio, non richiesta.
( A ridosso di “Contagio” di Siti ho letto – in metro tra una andata e un ritorno – “L’altare dei morti” di Henry James: se in così poco c’è tanto di più è perché e Henry James sa trovare i doppi fondi del niente che c’è e Walter Siti non riesce a varcare la superficie del tutto che crede ci sia e di cui niente è appunto quello che riesce a coglierne).
Bello è bello, il libro di Walter Siti, però: che brutto romanzo.
Vivere per raccontarla
Fossi suo familiare piacere forse l'avrei ricavato, a cercarmi tra i parenti tumulati nel suo memoir, e non è detto che io non lo sia, suo parente, data la prolificità indiscriminata dei Garcia-Marquez che, dagli sperduti villaggi della Colombia, sono riusciti - distrattamente, si sa, perdendo guerr ... (continue)
Fossi suo familiare piacere forse l'avrei ricavato, a cercarmi tra i parenti tumulati nel suo memoir, e non è detto che io non lo sia, suo parente, data la prolificità indiscriminata dei Garcia-Marquez che, dagli sperduti villaggi della Colombia, sono riusciti - distrattamente, si sa, perdendo guerre e ideali e ingravidando chiunque fosse a tiro tra una depressione e l'altra, forse anche solo con lo sguardo - a colonizzare prima il continente sudamericano e poi il mondo intero, al punto che ormai devono contare una percentuale significativa della popolazione mondiale, i Garcia-Marquez.
Però, che io sappia, dei Garcia-Marquez non sono né nipote né figliastro né famiglio in nessuna maniera, perciò l'affetto preliminare indispensabile per poter gradire questo libro non lo avevo, e non ho fatto altro che annoiarmi di pagina in pagina, chiedendomi come fosse possibile: una vita che più carioca non si può, eppure sbadigliavo, non vedevo l'ora di arrivare al termine, per liberarmi del libro, non dell'interesse che mi stimolava, non essendocene stato alcuno.
Com'è stato possibile? In questo libro si parla di viaggi su treni ancestrali, di omicidi dagli strascichi trentennali, di adulteri, rivoluzioni, di storia sudamericana contemporanea, di gruppi intellettuali di avanguardia, di vita randagia e disperata e raccattata e riscattata e ribaltata, di redazioni irregolari e bar delle gozzoviglie, di bordelli e intrecci familiari, di tutto! ma con uno stile debole, piano, ripetitivo, stanco, piatto, indifferenziato, al punto che non si sente neanche un po’ la vita movimentata che viene ricordata, ma la stanchezza di chi la sta raccontando, seduto a un tavolo a riportare cronachisticamente gli episodi, svuotandoli mentre se ne svuota, svutandoli intanto su chi legge, come un cesto di cartacce per cui si sente l'ansia di far pulizia.
Anni fa cominciai la lettura de "Vivere per raccontarla"; non ricordavo perché non l'avessi portata avanti. Una settimana fa, preparandomi ad alcuni giorni fuori porta, mi piacque l'idea di avere come compagno di viaggio un raccontatore inesausto di storie come Gabo. Ricordavo ancora soddisfatto lo sbalordimento e lo stordimento provati leggendo "Cento anni di solitudine", nella mia mente lo stregone del ghiaccio è evidente, così come lo sono le uova prestoriche - pietre bianche di un fiumiciattolo - raccontate nelle prime pagine di "Viverla per raccontarla" e che ne erano la sola cosa che ricordavo. Oltre a quelle uova preistoriche, però, non ho trovato altro, se non un tentativo di cucinare, fallito, un buon brodo mettendo a mollo la propria mente da gallo fu cedrone il quale, invecchiando, non fa altro che covare e far schiudere ricordi che, invece di trasformasi in stridii di acquila, si contentano di essere pigolii pulcineschi.
Gli ingredienti c’erano, la preparazione è stata pessima, e buon pro gli faccia a Marquez, se l’energia l’ha spesa tutta vivendo, però, se ormai non gliene resta per scrivere, non pretenda che gli altri la sprechino per leggere qualcosa per la quale non si dovrebbe pagare, ma essere cortesemente invitati a pazientare e ascoltare le storie di un uomo ormai troppo vecchio per inventare e troppo giovane, però, per smettere a questo punto di ricordare, almeno.
Simposio
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PAZZA IDEA!, ovvero l’amore che vince il vizio mettendo il primo peloPlatone scrive del resoconto che fece Apollodoro a Glaucone di una cena alla quale Apollodoro non partecipò, e trascorsi erano ormai molti anni da quando la cena avvenne. Quanto fu detto alla cena fu riportato ad Apollodoro da Aristodemo, un uomo basso e scalzo che, in verità, alla cena da Agatone c ... (continue)
Platone scrive del resoconto che fece Apollodoro a Glaucone di una cena alla quale Apollodoro non partecipò, e trascorsi erano ormai molti anni da quando la cena avvenne. Quanto fu detto alla cena fu riportato ad Apollodoro da Aristodemo, un uomo basso e scalzo che, in verità, alla cena da Agatone ci andò perché invitatoci da Socrate, incontrato per caso. Apollodoro, scrive Platone, precisa che, a richiesta di dettagli e conferme, Socrate gli aveva ripetuto suppergiù quanto gli aveva già raccontato Aristodemo, compreso il parlato, avvenuto ulteriormente altrove, tra Socrate e Diotima, quindi c’era da fidarsi, di Aristodemo, e di Apollodoro? e non c’è da fidarsi affatto, di Platone, che la prende abbastanza larga per raccontare di qualcosa di cui, ammesso che fosse successa davvero (comunque all’interno della funzione narrativa, dico), di certo non poteva restare lucido ricordo a nessuno, anche perché, a fine cena, si ubriacarono praticamente tutti, tranne Socrate. Socrate, dirà Alcibiade irrompendo nella cena bello come non mai e coronato d’edera e viole e nastri oltre che ‘briaco fradicio da subito, non era mai stato visto ubriaco da nessuno, e questo mi fa sospettare che in realtà Socrate non sia mai stato visto sobrio, ma continuamente ebbro, vino o non vino.
Questo è il Simposio, un dialogo schietto da dopocena tra vitelloni per lo più omosessuali, rilassati sui triclini, che cercano di accelerare la digestione invece che parlando di cose da poveracci, che so di elezioni amministrative o di salari, ingegnandosi sul discorso dell’amore, perché ai loro tempi, fortunatissimi giusto per questo!, di amore non parlava nessuno, impelagati come erano, i pensatori, a dire la loro sull’atomo, sul cosmo, sulla castrazione di Urano e sull’ultimo concorso di retorica vinto da uno dei conviviali che, ora a casa di uno ora a casa di un altro, si riunivano, maltrattando un po’ le flautiste, per inciucchirsi di brutto sparlottando, prima di andare a scopare nelle camere private quando non sul posto, di quello che faceva fino.
Duemila anni di grecisti arzigongolanti e così via che hanno braghettonato questo dialogo con milioni di pagine di interpretazioni che non sono mai andate, tutte assieme, al di là dello spessore di una foglia di fico, non potranno mai censurare la genuinità impudicamente e sgarbatamente maschilista di questo testo, chiaro, bello, diretto, breve, coinciso, innocuo, con niente di esoterico o bisognoso di cataste di commentari tali da coprire la distanza tra la terra del suo svolgimento e il cielo in cui hanno cercato rifugio i lettori tanto più timorati quanto più cronologicamente moderni, i quali non potevano accettare che, semplicemente, il Simposio di Platone è lo scambio di convenevoli e pettegolezzi e ragionamenti tesi a riscaldare l’ambiente tra degli uomini bene in sostanze contenti di frivolizzare tra di loro quando viene sera.
Non mi sembra sia proprio il caso di star lì a mettere stelline da guida ai motel di lusso alla star della cultura-quella-vera che è Platone, né tantomeno di enumerare uno per uno i pareri dei convitati sull’amore, che forse per l’epoca erano originali e stimolanti, ma che, ad oggi, possono tutt’al più mostrare un’archeologia dell’argomento. Due cenni però voglio farli a coloro che Platone ha reso meritevoli di riceverli: uno ad Aristofane che nel paragrafo 189 A non dicendo niente, anzi starnutendo, dice tutto, e l’altro a Diotima sacerdotessa di Mantinea, unica donna presente nel dialogo – ma assente anche lei al simposio – la quale è la sola a dire qualcosa di sensato sull’amore, dicendo, perlomeno, cosa non è cioè cosa non ha e cosa vuole, lasciando a intendere che l’amore è appunto questo: una volontà di raggiungimento, e quindi la rivelazione di una incolmabilità.
E cosa dire del ritratto che Platone fa di Socrate attraverso tutte le voci che ventriloqua nel suo dialogo? Apollodoro e Aristodemo lo hanno per maestro, ma anche Pausania, Fedro e Erissimaco lo rispettano, forse giusto Aristofane… Agatone e Alcibiade, però, i belli di questo dialogo, lo desiderano eccome se. Diotima lo bacchetta, ma Diotima, si sa com’è: è una donna. Darne una così bella idea nell’eternità: ecco come Platone ha amato Socrate. Sempre che quando scriveva “Socrate” non stesse pensando “Platone”, Platone.