Supponiamo che il tizio sia … non umano. Una cosa è certa. Qualunque cosa sia non arriverà mai in tribunale
C’è stato un tempo in America, più o meno dopo il sequestro Lindbergh, che per essere condannati a morte non era necessario compiere delitti ai danni del genere umano, bastava rapire qualcuno, anche solo causandogli qualche graffio per aver opposto resistenza. In molti degli stati a stelle e strisce
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C’è stato un tempo in America, più o meno dopo il sequestro Lindbergh, che per essere condannati a morte non era necessario compiere delitti ai danni del genere umano, bastava rapire qualcuno, anche solo causandogli qualche graffio per aver opposto resistenza. In molti degli stati a stelle e strisce la prassi di mandare il colpevole a friggere le cervella, o inalare mandorle amare, ingurgitare un beverone tossico o fottersi il cuore con un poco di potassio in vena si riduce gradualmente, ma costantemente con gli anni ’60 dopo che un uomo e la sua vicenda terminale assurgono a simboli della crudeltà e irreversibilità di una pena considerata sproporzionata rispetto al fatto in sé. Cheryl Chessman, o il bandito dalla luce rossa, reo di rapina e violenza carnale, quest’uomo realmente esistito, che da solo sfiderà il sistema giudiziario a colpi di appello, innovandone la giurisprudenza, ottenendo fino a nove rinvii laddove spesso per chiudere la partita con un essere umano era sufficiente uno sdegnato diniego, è anche protagonista, suo malgrado, dell’atto di violenza dal quale, nella finzione letteraria, viene generato il capostipite di una stirpe di mostri sanguinari destinati a riempire gli annali della cronaca nera. Nella realtà questi si chiameranno Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, David Berkowitz, e così via, plurimocidi per disfunzione, psicopatia o delirio allucinatorio, popoleranno di incubi le generazioni americane dei successivi ’70, calamitando interessi e ricerche, sia perché è lì che si affinano la tecniche d’indagine che permettono di collegare assassinii apparentemente sconnessi nel tempo e nel luogo come anelli di una stessa catena, attirandone quindi sopra l’attenzione quale fenomeno riconoscibile e diffuso, così da conquistare le prime pagine, esaltarsi e crescere fino a divenire mito, negativo finchè si vuole ma pur sempre mito, sia perché delle gesta di questi subumani si impossessano cinema e letteratura che intravedono, una volta riprodotto su pellicola o riportato sul bianco carta, il potenziale di morbosità e attrazione in grado di solleticare desideri inespressi, pulsioni presenti in attesa di un innesco, l’abbrivio in grado di produrre un crollo emotivo. Il gioco è terribile, si tratta di entrare nella mente di un assassino, non uno dei tanti, ma l’assassino per passione, quello che uccide in serie, con la stessa facilità con cui si schiaccia un insetto, con aliena indifferenza al dolore e alla morte, che sventra e divelle per scientifica attitudine, una sfida che pochi sopportano, ma che molti si scopre non desiderano altro che affrontare. La riprova è il successo, Hannibal Lecter, Michael Myers, Martin Plunkett, Patrick Bateman entrano nell’immaginario collettivo, come celebrazioni, come attestazioni di un altro da sè che può venire finalmente alla luce, il nostro personale lato oscuro. Per ordine cronologico, non foss’altro per il plot il cui periodo temporale copre proprio l’epoca di maggiore emersione, ora primo della lista dobbiamo mettere una nuova conoscenza, nuova per il vecchio continente che scopre l’estro di Shane Stevens dopo più di 30 anni di completo anonimato, dopo che, solitario, quando ancora nel ’79 nessuno vi pensava, conduce la sua originale analisi, manipola realtà e finzione, e sfodera la più incredibile storia di un criminale pazzo e dei suoi estimatori, di una società intera che ne scruta, avida e rapita, le indicibili imprese. Suddiviso in tre libri « Al di là del male » dedica il 1° al compiersi del destino sul sedile posteriore di una Plymouth blu, una sera di settembre umida e scura del 1947, primi anni dopoguerra a Los Angeles, la notte adatta per uno stupro. Lei si chiama Sara Bishop, già di segni indelebili portano la colpa gli uomini, ma sa che non ne può fare a meno, ne ha bisogno per vivere, tipo quello che sta chiuso nel bagagliaio a protestare, mentre a lei usano violenza. E’ lì, tra le gambe di uno sconosciuto, che prende forma il nucleo seminale della follìa, lì con il fiato sul collo dove coltiverà la vendetta che, finito con il primo, la spinge a concedersi al secondo, Harry Owens, suo marito due mesi più tardi e poi padre di Thomas. Per un inganno che riesce non c’è molto da attendere, basta qualche stagione, la famiglia sgretola, affiorano le ossa, si scoprono le membra su cui si picchia duro. A completare lo sfascio subentra l’ossessione, la fissa di riconoscere sui giornali l’animale che l’ha scambiata per un pezzo di carne, quel naso grosso e i capelli scuri appartengono al Chessman della luce rossa. Vada tutto al diavolo, tipo che Harry muore in una rapina, i complici, salvo uno, subito presi. Sara continua a subire per vivere, e intanto la spirale si avvita, i pensieri si inviluppano, girano a vuoto e poi si interrompono, con quella immobilità che fa pensare al peggio: tutta colpa degli uomini, tutta colpa di Chessman. Sempre più sconnessa, disancorata, sbattuta come un naufrago da una rabbia incontinente che uno sfogo lo deve pur trovare. Facile dove, su quel povero spurgo di una sera disgraziata. Thomas, figlio di due padri, cresce a storie terrificanti, a scherni e tormenti, conosce il suono della cinghia e della frusta, accoglie piaghe, lividi e capelli strappati, fino a che quella piccola mente si spezza. Dieci anni di ricovero in un ospedale psichiatrico, a sopravvivere di espedienti per ottenere quello che gli serve, a dissimulare e a fingere per comunicare stati di normalità, ad imparare cose dalle trasmissioni radiotelevisive in quelle stanze imbiancate, una spugna che assorbe, assimila, mette da parte, perchè verrà il giorno che ne avrà bisogno, quel giorno che il mondo e le donne in particolare dovranno temere, l‘evento che scuoterà l’equilibrio mentale della nazione. Il 4 luglio del 1973 evade, l’omicidio e l’identità rubata di Vincent Mungo, sono il suo battesimo: era come essere nato adulto, senza storia nè ricordi. Seguiranno cinque mesi di passione, cronaca quotidiana di donne, cavallier, l'arme e gli amori del giovane Bishop, mostro itinerante dalle dieci identità che, alla scoperta del nuovo, vede sé stesso come l’erede continuatore della specie, guarda alla sua missione come parte di un disegno naturale, eliminare le parti deboli, distruggere la vita per preservarla. Los Angeles, Phoenix, Chicago, New York, in due mesi attraversa i due terzi del paese, un viaggio verso est costellato di cadaveri, di sezionamenti ed escussioni, obiettivo l’annientamento del genere femminile anche se pensando a milioni di donne nel mondo, tutte non avrebbe mai potuto ucciderle, aprirle, possederle. In breve è caccia all’uomo, la più grande della storia dello stato. Come in un epica western, il cacciatore lascia una scia di sangue su cui si avventano gli avvoltoi, così dalla minaccia sospesa scaturisce un verminaio di interessi putridi e biechi, ed è sorprendente come Stevens riesca a costruirvi sopra un incastro perfetto, intessere un arazzo a così grande formato, dove tutti i fili infine si riuniscono al centro, convergono con irresistibile sincronia, le mille pedine che muovono sulla scacchiera sociale quando imperversa un assassino: dal senatore che specula sull’orrore per il ripristino della condanna a morte, al criminale avanzato che ricuce le amicizie a riscuotere debiti pericolosi, al medico frustrato che cerca l’occasione per una rivincita, ad un padre distrutto che rincorre la vendetta più totale costi quel che costi. Con il libro secondo si annuncia l’entrata in scena del migliore reporter investigativo di tutta la dannata compagnia, Adam Kenton, il co-protagonista, come protagonisti sono i media, che qui hanno il ruolo di precedere la polizia alla cattura del maniaco. Sono le più belle pagine di giornalismo investigativo rese nell’invenzione letteraria da quando Capote scrive “A sangue freddo”, un lucido esempio di immersione nel ventre nero della follìa, nelle tortuosità di una mente deviata, che nel caso nostro è del tipo organizzato, maestro nel simulare emozioni, intelligente e metodico nella pianificazione dei crimini. Kenton indossa una muta nuova, è un bozzolo che attende filtrare la luce, è una volpe travestita da segugio che corre assieme al branco. L’intero disegno diverrà visibile troppo tardi, il balzo intuitivo che farà intravedere lo schema per intero un minuto di più di quanto sarebbe bastato. Libro terzo, ed è follia all’ultimo stadio, una macchina omicida che non può più fermarsi, quando il Diavolo della California, alias Manning, alias il Figlio di Sam passa dall’ideazione alla pratica del progetto più squilibrato che potesse suggerirgli una così appetibile concentrazione di corpi in uno spazio in fondo così ristretto. New York è il paradiso per lui, una città di spiriti maligni che desiderava rispedire all’inferno.
Riuscii a baciarlo sulla fronte prima che una cannonata si portasse via l’ultima parete che ci faceva da parapetto di fronte a questa realtà di merda
Humor nero, anzi negro come direbbero i latinos. Nero che cola sulla scia vertiginosa di un tango nuevo, un groove ritmato a colpi di armi da fuoco con tanto di jam finale che abbatte letteralmente le mura di casa. Una pietra preziosa che la Elliot ha scovato tra gli scaffali della let
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Humor nero, anzi negro come direbbero i latinos. Nero che cola sulla scia vertiginosa di un tango nuevo, un groove ritmato a colpi di armi da fuoco con tanto di jam finale che abbatte letteralmente le mura di casa. Una pietra preziosa che la Elliot ha scovato tra gli scaffali della letteratura sudamericana di genere che, in quanto a contributi, non brilla certo di grandi firme. Fu pubblicato nel ’95 in Messico e premiato l’anno seguente con il "Dashiell Hammett" di Gijòn, durante la settimana del giallo che Paco Taibo II organizza in questa località delle Asturie spagnole. Opera prima, unica e per questo inarrivabile del genio creativo di uno dei Damonte (Copi, il più celebre, un mitico disegnatore), una ricca famiglia argentina che per la troppa liberalità di pensiero si trovò a dover lasciare Buenos Aires negli anni della dittatura. Ed è appunto in questo scenario, tra il ’76 e l’83, gli anni della guerra sporca, con il dramma dei desaparecidos arrestati in migliaia dal regime per le presunte posizioni sovversive, che Damonte immagina sotto una luce brillantemente comedy, e per questo ancora più eversiva e sferzante, la spedizione pericolosa di Carlos Tommasini, un piccolo mafioso di origine italiana che, sebbene cinico, impudente e tutt’altro che retto, decide di muoversi alla ricerca del cugino sinistrorso rapito dai paramilitari dell’Alianza Anticomunista Argentina. E’ una figura singolare quella del malavitoso, sprezzante e amorale a palate nei confronti di preti, militari, codardi e servitori, parenti invadenti ai quali riserba scherzi cattivi, ma determinato a intervenire in soccorso di chi invoca il suo aiuto. Ebbro della libertà raggiunta con l’uscita dal carcere, alla ricerca di una rivincita lungo la scala della gerarchia criminale, la sua è una battaglia persa, strattonato com’è tra la necessità di darsi una regolata e la tentazione di sanare i conti ancora in sospeso. E infatti di nuovo fra pari che ne esigono la ragionevolezza e che, come in ogni famiglia che si rispetti, ne lusingano l’ego con la prospettiva di una rapida carriera sotto la copertura di un’officina. Pur desideroso di compiacere la parentela al vertice, i cui dialoghi tra appellativi allegorici ed epiteti indecenti moltiplica le risate isteriche, inscimmiato duro con la neve che gli piove dal naso come polveri sottili, Carlitos violerà gli ordini di scuderia dando vita ad una scorribanda sanguinosa, seminando cadaveri al suo passaggio, finendo, in una scena surreale con rivelazione filiare inattesa, per sparare contro i carri armati. Un noir in cui l’arte dello sberleffo pare eclissare il contesto storico in cui si svolge la narrazione, mentre invece ne fuoriesce esaltato in tutto il suo orrore e bestialità.
Tutte queste persone che osservano il mondo dallo spiraglio di una porta
Si ha come l’impressione che lo scrittore svedese eserciti la nobile arte sotto l’impulso di un riflesso condizionato, come una sensazione di urgenza, il timore di perdere un’opportunità. Poter narrare una storia quale che sia il genere e le circostanze, diventa strumento per aprirsi, in una sorta d
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Si ha come l’impressione che lo scrittore svedese eserciti la nobile arte sotto l’impulso di un riflesso condizionato, come una sensazione di urgenza, il timore di perdere un’opportunità. Poter narrare una storia quale che sia il genere e le circostanze, diventa strumento per aprirsi, in una sorta di confessionale, all’autocritica più intensa. La colpa: non aver ancora demistificato il mito per antonomasia, l’eden di rettitudine, benessere ed accoglienza che in realtà offrirebbe del paese scandinavo una versione purgata, un falso ideologico per dirla come da codice penale. Questo bisogno di rivelare, quasi una necessità organica, manifestata con la contrizione di un peccatore che deve prima espiare per poter essere accolto tra i probi, impregna di afflizione e scoramento ogni nuova proposta ci arrivi da quelle terre infreddolite. Se è puntualmente vero che temperature ostili, tonalità incolori, luci abbassate inducono a riflessioni tutt’altro che incoraggianti, nella parte nord dell’emisfero questa condizione estesa al periodo più lungo dell’anno produce “mostri” (sia detto in senso buono), nella capacità di esprimere l’abbandono, il ritiro o la clausura. E’ una predisposizione indotta dai luoghi a cui Kallentoft non si sottrae, anche la sua è una solitudine da numeri primi. Semmai nella modalità non è proprio di una detection novel che si puo’ affermare, mancano gli elementi costitutivi, l’azione prima di tutto, soffocata in una bonaccia di voci che si sovrappongono, l’uso eccessivo dello stream of consciousness che si riproduce in un coro disturbante alla distanza, interferendo con la logica conseguenzialità dell’intreccio. Nel confezionare una storia di sangue Kallentoft, mentre sembra richiamare riti sacrificali e punizioni corporali, assassini seriali e brutalità di branco, mette invece in scena da protagonista il tema della marginalità, nella forma che prospera in mezzo a comunità infrattate, orfane di sentimenti e istinto di protezione. La sua Malin Fors, una poliziotta che si divide come può tra lavoro e una figlia in crescita, più che un’indagine registra un documentario scientifico, una zoomata su borre di convivenza di cui si liberano anime inquiete, un’avanscoperta alla cieca in una comunità appartata rinchiusa tra boschi eterni. Lì tra quelle mura vi ha portato il corpo dondolante di un uomo sovrappeso, di sconfitte prima ancora che da grassi saturi, appeso a un ramo come un avviso di maltempo. Pallone, come lo chiamavano per l’abitudine giocosa al raccattapalle, è figlio di nessuno e compagno di niente. La sua giornata si alterna tra il tempo delle abluzioni quotidiane e l’attesa di un lancio fuori campo, perché solo in quel momento perde l’invisibilità, e nel suo caso non è un superpotere. Capire il perché l’abbiano ammazzato è più importante di capire il come. Ad uno così si può infliggere ferite anche per noia, centocinquantachili con cui prendersela. Nel corso dell’indagine si scopre che il male l’aveva già avvicinato, la sua assistente sociale ha ricevuto un battesimo dell’orrore negli stessi boschi, era l’unica che si interessasse a lui. Ed ecco emergere legami familiari sepolti sotto una coltre di non detto, tracce genetiche che portano sempre nella medesima direzione, seguendole Malin profanerà il regno chiuso di un clan di consanguinei nelle cui stanze si sono consumate violenze primitive, con il loro repertorio di danni collaterali e gli infiniti modi per riprodursi.
Se solo avesse uno specchio per vedere quanto in fretta il colore sta sparendo dal suo viso
Stacchi brevi, descrizioni asciutte, spazi confinati. Un testo dalla voluttuosa fisicità, materico, tattile come scorrere le dita su un rilievo. Quando l’uso della lingua consegna la forma compiuta all’idea immaginata. Ricorda l’abbraccio stilistico con cui ti circuisce Thierry Jonquet, neo-polar fr
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Stacchi brevi, descrizioni asciutte, spazi confinati. Un testo dalla voluttuosa fisicità, materico, tattile come scorrere le dita su un rilievo. Quando l’uso della lingua consegna la forma compiuta all’idea immaginata. Ricorda l’abbraccio stilistico con cui ti circuisce Thierry Jonquet, neo-polar francese. E’ un’illusione perfettamente riuscita entrare nella storia, una spinta alle ante di un bar, con il suo rumore di fondo, i suoi ospiti mangianti, un posto al chiuso di una città portuale, dialoghi tra funzionari, sullo sgabello Jelena Della Rebbia, poliziotta. Chioma rossa su pelle d’opale, precipitata fuori da una dura parentesi familiare, con un piede nella fossa morale della corruzione, è il biglietto di presentazione della squadra. Il resto sta al XX distretto S.Martino. Tre ispettori, il meglio di un’umanità poco sopra la media: Scarpa, parole scarse in un corpo taurino, Sciaccaluga, un oversize gastritico due cani per amico, Lorenzi, pulizia ordine e famiglia. Mai come in questo caso di protagonisti si parla, non di comprimari. Ogni personaggio è costruito con malta della migliore qualità, destinato a durare. In un auspicabile sequel c’è materia per più di uno spin-off. Desolazione urbana, fa rima con quella degli uomini. Al piccolo cimitero monumentale, nelle tre cappelle dalla cupola grigia, Alberti/Gironi/Fronda, l’interno violato, sacchi verdi come baccelli, gas che sibilano mentre si aprono e dentro corpi senza vita di giovani ragazze, il collo segnato da una cerniera di punti, un taglio profondo rattoppato da una mano nervosa. Orlandi, il neo commissario, non ha ancora sfatto la valigia ed ha già un caso disgraziato per le mani. Tocca a questo antieroe, spiegazzato come un famoso gabardin, prendere coraggio a quattro mani. Per il colpevole non bisogna andare molto lontano, ma il primo inseguimento finisce in tragedia, per la squadra è un colpo mortale. Nell’appartamento dell’assassino, alla ricerca del movente, un paio di chiavi. E’ la prima volta che al commissario capita la pista buona. Per aprire la porta che è amica di quella chiave si scendono sette piani sotto il livello stradale. Nel box c’è l’album delle ragazze uccise, il passaporto della quarta donna e la faccia strappata del secondo uomo. Pur nella diffidenza che ispira sempre il nuovo venuto la nuova fermezza e solidità che inaspettatamente rivela man mano prosegue l’indagine forniscono impulso e compattezza alla squadra che tra una sparatoria e un inseguimento riuscirà a riprendere i fili di una storia squallida, di corruzione e degrado, dove non c’è salvezza per nessuno. La corona cittadina è fatta di vicoli stretti e oscuri, nei quali passano a malapena le auto, un dedalo inconoscibile dove nascondersi è un attimo e la pianificazione di omicidi in serie è la cosa più facile di questo mondo. Un mondo senza nome che accentua lo spaesamento di chi cerca inutilmente una motivazione in questa bruttura degli animi che ne costella le strade. Dagradi. Il giornalismo è una scuola di scrittura, c’è chi con la cronaca nera si è costruito un riserva di storie da raccontare, e mescolando il reale con l’invenzione, ha finito per vivere di questo mestiere. Si impara a scrivere perché si è costretti alla sintesi, all’espressione celere, l’articolo deve presentare un fatto, penetrare nell’interesse del lettore e lasciare un segno. Ecco, qui la scuola del giornalismo si vede e si sente, ritmo, frequenza, riproduzione, c’è tutto. E la passione del cinema, che si riversa come un fiume in piena nelle pagine del libro. Come nella scena alla stazione, ritratta in modo magistrale. Con il controcanto della feroce lotta tra cani addestrati a cercare il sangue il pedinamento e il precipitare degli eventi descritto grazie al ralenti cinematico di un movie americano lo scrittore supera sé stesso. Se vi piacciono le scommesse, questo è l’autore giusto per farne una bella grossa.
Per poter avventurarci nell’inferno, abbiamo bisogno della lealtà dei nostri fratelli
Un milione di uomini sono morti. Uno in più perché dovrebbe fare qualche differenza? Sono le circostanze, qualcuno direbbe. La morte di un uomo non è esattamente un avvenimento che fa notizia nel tempo in cui è in corso una guerra. Solo che questa è sopraggiunta per una pallottola alla testa da un f
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Un milione di uomini sono morti. Uno in più perché dovrebbe fare qualche differenza? Sono le circostanze, qualcuno direbbe. La morte di un uomo non è esattamente un avvenimento che fa notizia nel tempo in cui è in corso una guerra. Solo che questa è sopraggiunta per una pallottola alla testa da un fucile inglese, armato da una mano amica. Estate del 1917, sul fronte occidentale, durante la battaglia di Passachendaele, Belgio, la più lunga, cruenta e mortifera contrapposizione tra le due parti in conflitto nel corso della grande guerra. Il morto è uno degli ufficiali in capo, il maggiore Northup, uno dei più presuntuosi e incompetenti abbiano avuto l’onore di comandare le truppe scelte dell’esercito inglese. Ordinerà ai suoi soldati di farsi uccidere inutilmente, per trainare un carro sotto il fuoco nemico, superando così quella linea oltre la quale non trova alcuna giustificazione sopprimere una vita per salvarne molte. A svolgere una delicata quanto contrastata indagine viene chiamato il cappellano Joseph Reavley, un veterano che conosce bene questi uomini, per i quali rappresenta un sostegno nel momento del bisogno, il confessore per i peccati che si recitano prima di morire. Reavley sa di muoversi in un campo minato, con l’incubo di un ammutinamento che potrebbe coinvolgere ben più di una compagnia, un innesco per una reazione a catena che minaccia di rovesciare gli esiti della guerra, con il rischio che a perdere la vita per un’ingiusta condanna sia la sorella infermiera e un medico tra i più valorosi in campo. E’ inconsapevole delle forze oscure che lavorano nell’ombra per favorire il precipitare degli eventi, assecondando il disegno di un criminale, conosciuto con il nome di Pacificatore, incline ad ordire trame in grado di far volgere al peggio le sorti della madre patria. Sulle sue tracce è il fratello di Joseph, Matthew, da tre anni nei servizi segreti, con il fardello dell’omicidio dei propri genitori, uccisi per una lettera segreta, ostacoli da eliminare sul traguardo che il Pacificatore si è prefissato: l’unificazione di Germania e Gran Bretagna in un solo grande impero. Per il raggiungimento del suo obiettivo la strada potrà lastricarsi di morti, non contano nulla rispetto al fine superiore cui sono destinati. Anne Perry nel quarto romanzo dedicato alla prima guerra mondiale, la serie è destinata a concludersi con il prossimo La veglia delle armi, affonda un coltello introspettivo nella capacità di distinguere, anche in situazioni estreme come queste, la necessità del sacrificio in difesa di un ideale dal martirio inutile e cieco. In presa diretta, con il fango delle trincee sotto scrosci di acqua torrenziale, assume che gli attori del dramma esprimano le proprie motivazioni, i pro e i contro, in grado di sottrarli al giudizio impietoso della storia. In una condizione i cui i sensi e le volontà sono ottenebrate dalla misura del sangue nel proprio orizzonte visivo ci spiega quanto sia indispensabile mantenere salde poche certezze, quelle che permettono di salvaguardare raziocinìo e lealtà verso i propri compagni. Si tratta di mostrare ancora lo scrupolo morale, l’etica del comportamento, quando tutto congiura perché i sentimenti siano abbandonati come stracci, forzando l’umanità a lasciare. In un contesto dove si agisce senza pensare Anne Perry porta a riflettere su quale sia la scelta, scelta che sempre si presenta, accettabile o meno, se perseguire un male necessario o lasciarsi travolgere dagli eventi, tra il farsi giustizia da soli o difendere il primato della legge e, in ultima analisi, di quanto coraggio ci voglia per continuare a vivere con il rispetto di sé stessi. Non un thriller bellico, come recita la quarta, semmai un mistery nella parte del racconto che tratta dell’indagine sulla figura del Pacificatore, ma in fondo una storia di guerra, non sulla sua inutilità perché c’è anche quella giusta da combattere, ma sulla perdita dei valori, sulla difficoltà di resistere nel significato della propria fede anche quando tutto sembra destinato a soccombere. Come suggello il titolo originale At Some Disputed Barricade riecheggia il secondo verso di una poesia di Alan Seegerscrittore idealista di origine statunitense che, come tanti, si imbarcò per venire a combattere sul suolo europeo ben sapendo che di lì a poco avrebbe avuto un rendez-vous con la morte.
Ho un appuntamento con la Morte, su quale contesa barricata, quando la primavera torna con la sua tremula ombra, e i fiori di melo riempiono l'aria. Forse prenderà la mia mano e mi condurrà nella sua scura terra, chiuderà i miei occhi e fermerà il mio respiro. O forse passerà oltre ancora. Dio sa che sarebbe meglio affondare tra cuscini di seta e piume fragranti, dove l'amore palpita in un sogno beato, polso a polso, respiro con respiro. Dov'è caro il risveglio sommesso. Ma io ho un appuntamento con la Morte, a mezzanotte in una città in fiamme, quando la primavera tornerà a nord quest'anno. (Alan Seeger, Rendez-vous con la Morte )
Io ti troverò
C’è stato un tempo in America, più o meno dopo il sequestro Lindbergh, che per essere condannati a morte non era necessario compiere delitti ai danni del genere umano, bastava rapire qualcuno, anche solo causandogli qualche graffio per aver opposto resistenza. In molti degli stati a stelle e strisce ... (continue)
C’è stato un tempo in America, più o meno dopo il sequestro Lindbergh, che per essere condannati a morte non era necessario compiere delitti ai danni del genere umano, bastava rapire qualcuno, anche solo causandogli qualche graffio per aver opposto resistenza. In molti degli stati a stelle e strisce la prassi di mandare il colpevole a friggere le cervella, o inalare mandorle amare, ingurgitare un beverone tossico o fottersi il cuore con un poco di potassio in vena si riduce gradualmente, ma costantemente con gli anni ’60 dopo che un uomo e la sua vicenda terminale assurgono a simboli della crudeltà e irreversibilità di una pena considerata sproporzionata rispetto al fatto in sé. Cheryl Chessman, o il bandito dalla luce rossa, reo di rapina e violenza carnale, quest’uomo realmente esistito, che da solo sfiderà il sistema giudiziario a colpi di appello, innovandone la giurisprudenza, ottenendo fino a nove rinvii laddove spesso per chiudere la partita con un essere umano era sufficiente uno sdegnato diniego, è anche protagonista, suo malgrado, dell’atto di violenza dal quale, nella finzione letteraria, viene generato il capostipite di una stirpe di mostri sanguinari destinati a riempire gli annali della cronaca nera. Nella realtà questi si chiameranno Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, David Berkowitz, e così via, plurimocidi per disfunzione, psicopatia o delirio allucinatorio, popoleranno di incubi le generazioni americane dei successivi ’70, calamitando interessi e ricerche, sia perché è lì che si affinano la tecniche d’indagine che permettono di collegare assassinii apparentemente sconnessi nel tempo e nel luogo come anelli di una stessa catena, attirandone quindi sopra l’attenzione quale fenomeno riconoscibile e diffuso, così da conquistare le prime pagine, esaltarsi e crescere fino a divenire mito, negativo finchè si vuole ma pur sempre mito, sia perché delle gesta di questi subumani si impossessano cinema e letteratura che intravedono, una volta riprodotto su pellicola o riportato sul bianco carta, il potenziale di morbosità e attrazione in grado di solleticare desideri inespressi, pulsioni presenti in attesa di un innesco, l’abbrivio in grado di produrre un crollo emotivo. Il gioco è terribile, si tratta di entrare nella mente di un assassino, non uno dei tanti, ma l’assassino per passione, quello che uccide in serie, con la stessa facilità con cui si schiaccia un insetto, con aliena indifferenza al dolore e alla morte, che sventra e divelle per scientifica attitudine, una sfida che pochi sopportano, ma che molti si scopre non desiderano altro che affrontare. La riprova è il successo, Hannibal Lecter, Michael Myers, Martin Plunkett, Patrick Bateman entrano nell’immaginario collettivo, come celebrazioni, come attestazioni di un altro da sè che può venire finalmente alla luce, il nostro personale lato oscuro. Per ordine cronologico, non foss’altro per il plot il cui periodo temporale copre proprio l’epoca di maggiore emersione, ora primo della lista dobbiamo mettere una nuova conoscenza, nuova per il vecchio continente che scopre l’estro di Shane Stevens dopo più di 30 anni di completo anonimato, dopo che, solitario, quando ancora nel ’79 nessuno vi pensava, conduce la sua originale analisi, manipola realtà e finzione, e sfodera la più incredibile storia di un criminale pazzo e dei suoi estimatori, di una società intera che ne scruta, avida e rapita, le indicibili imprese. Suddiviso in tre libri « Al di là del male » dedica il 1° al compiersi del destino sul sedile posteriore di una Plymouth blu, una sera di settembre umida e scura del 1947, primi anni dopoguerra a Los Angeles, la notte adatta per uno stupro. Lei si chiama Sara Bishop, già di segni indelebili portano la colpa gli uomini, ma sa che non ne può fare a meno, ne ha bisogno per vivere, tipo quello che sta chiuso nel bagagliaio a protestare, mentre a lei usano violenza. E’ lì, tra le gambe di uno sconosciuto, che prende forma il nucleo seminale della follìa, lì con il fiato sul collo dove coltiverà la vendetta che, finito con il primo, la spinge a concedersi al secondo, Harry Owens, suo marito due mesi più tardi e poi padre di Thomas. Per un inganno che riesce non c’è molto da attendere, basta qualche stagione, la famiglia sgretola, affiorano le ossa, si scoprono le membra su cui si picchia duro. A completare lo sfascio subentra l’ossessione, la fissa di riconoscere sui giornali l’animale che l’ha scambiata per un pezzo di carne, quel naso grosso e i capelli scuri appartengono al Chessman della luce rossa. Vada tutto al diavolo, tipo che Harry muore in una rapina, i complici, salvo uno, subito presi. Sara continua a subire per vivere, e intanto la spirale si avvita, i pensieri si inviluppano, girano a vuoto e poi si interrompono, con quella immobilità che fa pensare al peggio: tutta colpa degli uomini, tutta colpa di Chessman. Sempre più sconnessa, disancorata, sbattuta come un naufrago da una rabbia incontinente che uno sfogo lo deve pur trovare. Facile dove, su quel povero spurgo di una sera disgraziata. Thomas, figlio di due padri, cresce a storie terrificanti, a scherni e tormenti, conosce il suono della cinghia e della frusta, accoglie piaghe, lividi e capelli strappati, fino a che quella piccola mente si spezza. Dieci anni di ricovero in un ospedale psichiatrico, a sopravvivere di espedienti per ottenere quello che gli serve, a dissimulare e a fingere per comunicare stati di normalità, ad imparare cose dalle trasmissioni radiotelevisive in quelle stanze imbiancate, una spugna che assorbe, assimila, mette da parte, perchè verrà il giorno che ne avrà bisogno, quel giorno che il mondo e le donne in particolare dovranno temere, l‘evento che scuoterà l’equilibrio mentale della nazione. Il 4 luglio del 1973 evade, l’omicidio e l’identità rubata di Vincent Mungo, sono il suo battesimo: era come essere nato adulto, senza storia nè ricordi.
Seguiranno cinque mesi di passione, cronaca quotidiana di donne, cavallier, l'arme e gli amori del giovane Bishop, mostro itinerante dalle dieci identità che, alla scoperta del nuovo, vede sé stesso come l’erede continuatore della specie, guarda alla sua missione come parte di un disegno naturale, eliminare le parti deboli, distruggere la vita per preservarla. Los Angeles, Phoenix, Chicago, New York, in due mesi attraversa i due terzi del paese, un viaggio verso est costellato di cadaveri, di sezionamenti ed escussioni, obiettivo l’annientamento del genere femminile anche se pensando a milioni di donne nel mondo, tutte non avrebbe mai potuto ucciderle, aprirle, possederle.
In breve è caccia all’uomo, la più grande della storia dello stato. Come in un epica western, il cacciatore lascia una scia di sangue su cui si avventano gli avvoltoi, così dalla minaccia sospesa scaturisce un verminaio di interessi putridi e biechi, ed è sorprendente come Stevens riesca a costruirvi sopra un incastro perfetto, intessere un arazzo a così grande formato, dove tutti i fili infine si riuniscono al centro, convergono con irresistibile sincronia, le mille pedine che muovono sulla scacchiera sociale quando imperversa un assassino: dal senatore che specula sull’orrore per il ripristino della condanna a morte, al criminale avanzato che ricuce le amicizie a riscuotere debiti pericolosi, al medico frustrato che cerca l’occasione per una rivincita, ad un padre distrutto che rincorre la vendetta più totale costi quel che costi.
Con il libro secondo si annuncia l’entrata in scena del migliore reporter investigativo di tutta la dannata compagnia, Adam Kenton, il co-protagonista, come protagonisti sono i media, che qui hanno il ruolo di precedere la polizia alla cattura del maniaco. Sono le più belle pagine di giornalismo investigativo rese nell’invenzione letteraria da quando Capote scrive “A sangue freddo”, un lucido esempio di immersione nel ventre nero della follìa, nelle tortuosità di una mente deviata, che nel caso nostro è del tipo organizzato, maestro nel simulare emozioni, intelligente e metodico nella pianificazione dei crimini. Kenton indossa una muta nuova, è un bozzolo che attende filtrare la luce, è una volpe travestita da segugio che corre assieme al branco. L’intero disegno diverrà visibile troppo tardi, il balzo intuitivo che farà intravedere lo schema per intero un minuto di più di quanto sarebbe bastato.
Libro terzo, ed è follia all’ultimo stadio, una macchina omicida che non può più fermarsi, quando il Diavolo della California, alias Manning, alias il Figlio di Sam passa dall’ideazione alla pratica del progetto più squilibrato che potesse suggerirgli una così appetibile concentrazione di corpi in uno spazio in fondo così ristretto. New York è il paradiso per lui, una città di spiriti maligni che desiderava rispedire all’inferno.
Ciao papà
Humor nero, anzi negro come direbbero i latinos. Nero che cola sulla scia vertiginosa di un tango nuevo, un groove ritmato a colpi di armi da fuoco con tanto di jam finale che abbatte letteralmente le mura di casa. Una pietra preziosa che la Elliot ha scovato tra gli scaffali della let ... (continue)
Humor nero, anzi negro come direbbero i latinos. Nero che cola sulla scia vertiginosa di un tango nuevo, un groove ritmato a colpi di armi da fuoco con tanto di jam finale che abbatte letteralmente le mura di casa. Una pietra preziosa che la Elliot ha scovato tra gli scaffali della letteratura sudamericana di genere che, in quanto a contributi, non brilla certo di grandi firme. Fu pubblicato nel ’95 in Messico e premiato l’anno seguente con il "Dashiell Hammett" di Gijòn, durante la settimana del giallo che Paco Taibo II organizza in questa località delle Asturie spagnole. Opera prima, unica e per questo inarrivabile del genio creativo di uno dei Damonte (Copi, il più celebre, un mitico disegnatore), una ricca famiglia argentina che per la troppa liberalità di pensiero si trovò a dover lasciare Buenos Aires negli anni della dittatura. Ed è appunto in questo scenario, tra il ’76 e l’83, gli anni della guerra sporca, con il dramma dei desaparecidos arrestati in migliaia dal regime per le presunte posizioni sovversive, che Damonte immagina sotto una luce brillantemente comedy, e per questo ancora più eversiva e sferzante, la spedizione pericolosa di Carlos Tommasini, un piccolo mafioso di origine italiana che, sebbene cinico, impudente e tutt’altro che retto, decide di muoversi alla ricerca del cugino sinistrorso rapito dai paramilitari dell’Alianza Anticomunista Argentina. E’ una figura singolare quella del malavitoso, sprezzante e amorale a palate nei confronti di preti, militari, codardi e servitori, parenti invadenti ai quali riserba scherzi cattivi, ma determinato a intervenire in soccorso di chi invoca il suo aiuto. Ebbro della libertà raggiunta con l’uscita dal carcere, alla ricerca di una rivincita lungo la scala della gerarchia criminale, la sua è una battaglia persa, strattonato com’è tra la necessità di darsi una regolata e la tentazione di sanare i conti ancora in sospeso. E infatti di nuovo fra pari che ne esigono la ragionevolezza e che, come in ogni famiglia che si rispetti, ne lusingano l’ego con la prospettiva di una rapida carriera sotto la copertura di un’officina. Pur desideroso di compiacere la parentela al vertice, i cui dialoghi tra appellativi allegorici ed epiteti indecenti moltiplica le risate isteriche, inscimmiato duro con la neve che gli piove dal naso come polveri sottili, Carlitos violerà gli ordini di scuderia dando vita ad una scorribanda sanguinosa, seminando cadaveri al suo passaggio, finendo, in una scena surreale con rivelazione filiare inattesa, per sparare contro i carri armati. Un noir in cui l’arte dello sberleffo pare eclissare il contesto storico in cui si svolge la narrazione, mentre invece ne fuoriesce esaltato in tutto il suo orrore e bestialità.
Sangue di mezz'inverno
Si ha come l’impressione che lo scrittore svedese eserciti la nobile arte sotto l’impulso di un riflesso condizionato, come una sensazione di urgenza, il timore di perdere un’opportunità. Poter narrare una storia quale che sia il genere e le circostanze, diventa strumento per aprirsi, in una sorta d ... (continue)
Si ha come l’impressione che lo scrittore svedese eserciti la nobile arte sotto l’impulso di un riflesso condizionato, come una sensazione di urgenza, il timore di perdere un’opportunità. Poter narrare una storia quale che sia il genere e le circostanze, diventa strumento per aprirsi, in una sorta di confessionale, all’autocritica più intensa. La colpa: non aver ancora demistificato il mito per antonomasia, l’eden di rettitudine, benessere ed accoglienza che in realtà offrirebbe del paese scandinavo una versione purgata, un falso ideologico per dirla come da codice penale. Questo bisogno di rivelare, quasi una necessità organica, manifestata con la contrizione di un peccatore che deve prima espiare per poter essere accolto tra i probi, impregna di afflizione e scoramento ogni nuova proposta ci arrivi da quelle terre infreddolite. Se è puntualmente vero che temperature ostili, tonalità incolori, luci abbassate inducono a riflessioni tutt’altro che incoraggianti, nella parte nord dell’emisfero questa condizione estesa al periodo più lungo dell’anno produce “mostri” (sia detto in senso buono), nella capacità di esprimere l’abbandono, il ritiro o la clausura. E’ una predisposizione indotta dai luoghi a cui Kallentoft non si sottrae, anche la sua è una solitudine da numeri primi. Semmai nella modalità non è proprio di una detection novel che si puo’ affermare, mancano gli elementi costitutivi, l’azione prima di tutto, soffocata in una bonaccia di voci che si sovrappongono, l’uso eccessivo dello stream of consciousness che si riproduce in un coro disturbante alla distanza, interferendo con la logica conseguenzialità dell’intreccio. Nel confezionare una storia di sangue Kallentoft, mentre sembra richiamare riti sacrificali e punizioni corporali, assassini seriali e brutalità di branco, mette invece in scena da protagonista il tema della marginalità, nella forma che prospera in mezzo a comunità infrattate, orfane di sentimenti e istinto di protezione. La sua Malin Fors, una poliziotta che si divide come può tra lavoro e una figlia in crescita, più che un’indagine registra un documentario scientifico, una zoomata su borre di convivenza di cui si liberano anime inquiete, un’avanscoperta alla cieca in una comunità appartata rinchiusa tra boschi eterni. Lì tra quelle mura vi ha portato il corpo dondolante di un uomo sovrappeso, di sconfitte prima ancora che da grassi saturi, appeso a un ramo come un avviso di maltempo. Pallone, come lo chiamavano per l’abitudine giocosa al raccattapalle, è figlio di nessuno e compagno di niente. La sua giornata si alterna tra il tempo delle abluzioni quotidiane e l’attesa di un lancio fuori campo, perché solo in quel momento perde l’invisibilità, e nel suo caso non è un superpotere. Capire il perché l’abbiano ammazzato è più importante di capire il come. Ad uno così si può infliggere ferite anche per noia, centocinquantachili con cui prendersela. Nel corso dell’indagine si scopre che il male l’aveva già avvicinato, la sua assistente sociale ha ricevuto un battesimo dell’orrore negli stessi boschi, era l’unica che si interessasse a lui. Ed ecco emergere legami familiari sepolti sotto una coltre di non detto, tracce genetiche che portano sempre nella medesima direzione, seguendole Malin profanerà il regno chiuso di un clan di consanguinei nelle cui stanze si sono consumate violenze primitive, con il loro repertorio di danni collaterali e gli infiniti modi per riprodursi.
La felicità dei cani
Stacchi brevi, descrizioni asciutte, spazi confinati. Un testo dalla voluttuosa fisicità, materico, tattile come scorrere le dita su un rilievo. Quando l’uso della lingua consegna la forma compiuta all’idea immaginata. Ricorda l’abbraccio stilistico con cui ti circuisce Thierry Jonquet, neo-polar fr ... (continue)
Stacchi brevi, descrizioni asciutte, spazi confinati. Un testo dalla voluttuosa fisicità, materico, tattile come scorrere le dita su un rilievo. Quando l’uso della lingua consegna la forma compiuta all’idea immaginata. Ricorda l’abbraccio stilistico con cui ti circuisce Thierry Jonquet, neo-polar francese.
E’ un’illusione perfettamente riuscita entrare nella storia, una spinta alle ante di un bar, con il suo rumore di fondo, i suoi ospiti mangianti, un posto al chiuso di una città portuale, dialoghi tra funzionari, sullo sgabello Jelena Della Rebbia, poliziotta. Chioma rossa su pelle d’opale, precipitata fuori da una dura parentesi familiare, con un piede nella fossa morale della corruzione, è il biglietto di presentazione della squadra. Il resto sta al XX distretto S.Martino. Tre ispettori, il meglio di un’umanità poco sopra la media: Scarpa, parole scarse in un corpo taurino, Sciaccaluga, un oversize gastritico due cani per amico, Lorenzi, pulizia ordine e famiglia. Mai come in questo caso di protagonisti si parla, non di comprimari. Ogni personaggio è costruito con malta della migliore qualità, destinato a durare. In un auspicabile sequel c’è materia per più di uno spin-off.
Desolazione urbana, fa rima con quella degli uomini. Al piccolo cimitero monumentale, nelle tre cappelle dalla cupola grigia, Alberti/Gironi/Fronda, l’interno violato, sacchi verdi come baccelli, gas che sibilano mentre si aprono e dentro corpi senza vita di giovani ragazze, il collo segnato da una cerniera di punti, un taglio profondo rattoppato da una mano nervosa. Orlandi, il neo commissario, non ha ancora sfatto la valigia ed ha già un caso disgraziato per le mani. Tocca a questo antieroe, spiegazzato come un famoso gabardin, prendere coraggio a quattro mani. Per il colpevole non bisogna andare molto lontano, ma il primo inseguimento finisce in tragedia, per la squadra è un colpo mortale. Nell’appartamento dell’assassino, alla ricerca del movente, un paio di chiavi. E’ la prima volta che al commissario capita la pista buona. Per aprire la porta che è amica di quella chiave si scendono sette piani sotto il livello stradale. Nel box c’è l’album delle ragazze uccise, il passaporto della quarta donna e la faccia strappata del secondo uomo. Pur nella diffidenza che ispira sempre il nuovo venuto la nuova fermezza e solidità che inaspettatamente rivela man mano prosegue l’indagine forniscono impulso e compattezza alla squadra che tra una sparatoria e un inseguimento riuscirà a riprendere i fili di una storia squallida, di corruzione e degrado, dove non c’è salvezza per nessuno. La corona cittadina è fatta di vicoli stretti e oscuri, nei quali passano a malapena le auto, un dedalo inconoscibile dove nascondersi è un attimo e la pianificazione di omicidi in serie è la cosa più facile di questo mondo. Un mondo senza nome che accentua lo spaesamento di chi cerca inutilmente una motivazione in questa bruttura degli animi che ne costella le strade.
Dagradi. Il giornalismo è una scuola di scrittura, c’è chi con la cronaca nera si è costruito un riserva di storie da raccontare, e mescolando il reale con l’invenzione, ha finito per vivere di questo mestiere. Si impara a scrivere perché si è costretti alla sintesi, all’espressione celere, l’articolo deve presentare un fatto, penetrare nell’interesse del lettore e lasciare un segno. Ecco, qui la scuola del giornalismo si vede e si sente, ritmo, frequenza, riproduzione, c’è tutto. E la passione del cinema, che si riversa come un fiume in piena nelle pagine del libro. Come nella scena alla stazione, ritratta in modo magistrale. Con il controcanto della feroce lotta tra cani addestrati a cercare il sangue il pedinamento e il precipitare degli eventi descritto grazie al ralenti cinematico di un movie americano lo scrittore supera sé stesso. Se vi piacciono le scommesse, questo è l’autore giusto per farne una bella grossa.
Appuntamento con la morte
Un milione di uomini sono morti. Uno in più perché dovrebbe fare qualche differenza? Sono le circostanze, qualcuno direbbe. La morte di un uomo non è esattamente un avvenimento che fa notizia nel tempo in cui è in corso una guerra. Solo che questa è sopraggiunta per una pallottola alla testa da un f ... (continue)
Un milione di uomini sono morti. Uno in più perché dovrebbe fare qualche differenza? Sono le circostanze, qualcuno direbbe. La morte di un uomo non è esattamente un avvenimento che fa notizia nel tempo in cui è in corso una guerra. Solo che questa è sopraggiunta per una pallottola alla testa da un fucile inglese, armato da una mano amica. Estate del 1917, sul fronte occidentale, durante la battaglia di Passachendaele, Belgio, la più lunga, cruenta e mortifera contrapposizione tra le due parti in conflitto nel corso della grande guerra. Il morto è uno degli ufficiali in capo, il maggiore Northup, uno dei più presuntuosi e incompetenti abbiano avuto l’onore di comandare le truppe scelte dell’esercito inglese. Ordinerà ai suoi soldati di farsi uccidere inutilmente, per trainare un carro sotto il fuoco nemico, superando così quella linea oltre la quale non trova alcuna giustificazione sopprimere una vita per salvarne molte. A svolgere una delicata quanto contrastata indagine viene chiamato il cappellano Joseph Reavley, un veterano che conosce bene questi uomini, per i quali rappresenta un sostegno nel momento del bisogno, il confessore per i peccati che si recitano prima di morire. Reavley sa di muoversi in un campo minato, con l’incubo di un ammutinamento che potrebbe coinvolgere ben più di una compagnia, un innesco per una reazione a catena che minaccia di rovesciare gli esiti della guerra, con il rischio che a perdere la vita per un’ingiusta condanna sia la sorella infermiera e un medico tra i più valorosi in campo.
E’ inconsapevole delle forze oscure che lavorano nell’ombra per favorire il precipitare degli eventi, assecondando il disegno di un criminale, conosciuto con il nome di Pacificatore, incline ad ordire trame in grado di far volgere al peggio le sorti della madre patria. Sulle sue tracce è il fratello di Joseph, Matthew, da tre anni nei servizi segreti, con il fardello dell’omicidio dei propri genitori, uccisi per una lettera segreta, ostacoli da eliminare sul traguardo che il Pacificatore si è prefissato: l’unificazione di Germania e Gran Bretagna in un solo grande impero. Per il raggiungimento del suo obiettivo la strada potrà lastricarsi di morti, non contano nulla rispetto al fine superiore cui sono destinati.
Anne Perry nel quarto romanzo dedicato alla prima guerra mondiale, la serie è destinata a concludersi con il prossimo La veglia delle armi, affonda un coltello introspettivo nella capacità di distinguere, anche in situazioni estreme come queste, la necessità del sacrificio in difesa di un ideale dal martirio inutile e cieco. In presa diretta, con il fango delle trincee sotto scrosci di acqua torrenziale, assume che gli attori del dramma esprimano le proprie motivazioni, i pro e i contro, in grado di sottrarli al giudizio impietoso della storia. In una condizione i cui i sensi e le volontà sono ottenebrate dalla misura del sangue nel proprio orizzonte visivo ci spiega quanto sia indispensabile mantenere salde poche certezze, quelle che permettono di salvaguardare raziocinìo e lealtà verso i propri compagni. Si tratta di mostrare ancora lo scrupolo morale, l’etica del comportamento, quando tutto congiura perché i sentimenti siano abbandonati come stracci, forzando l’umanità a lasciare. In un contesto dove si agisce senza pensare Anne Perry porta a riflettere su quale sia la scelta, scelta che sempre si presenta, accettabile o meno, se perseguire un male necessario o lasciarsi travolgere dagli eventi, tra il farsi giustizia da soli o difendere il primato della legge e, in ultima analisi, di quanto coraggio ci voglia per continuare a vivere con il rispetto di sé stessi.
Non un thriller bellico, come recita la quarta, semmai un mistery nella parte del racconto che tratta dell’indagine sulla figura del Pacificatore, ma in fondo una storia di guerra, non sulla sua inutilità perché c’è anche quella giusta da combattere, ma sulla perdita dei valori, sulla difficoltà di resistere nel significato della propria fede anche quando tutto sembra destinato a soccombere.
Come suggello il titolo originale At Some Disputed Barricade riecheggia il secondo verso di una poesia di Alan Seegerscrittore idealista di origine statunitense che, come tanti, si imbarcò per venire a combattere sul suolo europeo ben sapendo che di lì a poco avrebbe avuto un rendez-vous con la morte.
Ho un appuntamento con la Morte,
su quale contesa barricata,
quando la primavera torna con la sua tremula ombra,
e i fiori di melo riempiono l'aria.
Forse prenderà la mia mano e mi condurrà nella sua scura terra,
chiuderà i miei occhi e fermerà il mio respiro.
O forse passerà oltre ancora.
Dio sa che sarebbe meglio affondare tra cuscini di seta e piume fragranti,
dove l'amore palpita in un sogno beato, polso a polso, respiro con respiro.
Dov'è caro il risveglio sommesso.
Ma io ho un appuntamento con la Morte,
a mezzanotte in una città in fiamme,
quando la primavera tornerà a nord quest'anno.
(Alan Seeger, Rendez-vous con la Morte )