Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasformi e spinga verso l' esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo interno, che l' uomo moderno designa con strana superbia come l' <<interiorità>> a lui propria. C
... (continue)
Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasformi e spinga verso l' esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo interno, che l' uomo moderno designa con strana superbia come l' <<interiorità>> a lui propria. Certo poi si dice che si ha il contenuto e che manca sola la forma; ma per ogni essere vivente questo è un contrasto del tutto innaturale. La nostra cultura moderna non è niente di vivo proprio per questo, che non può essere concepito senza questo contrasto, vale a dire essa non è affatto una vera cultura, ma solo una specie di sapere intorno alla cultura; essa si ferma al pensiero della cultura, al sentimento della cultura, non ne viene fuori una risoluzione della cultura. Ciò che invece è realmente motivo e che diventa visibile all' esterno come azione, spesso non significa poi molto di più che un' indifferente convenzione, una misera imitazione o anche una rozza smorfia. [...] Noi moderni infatti non caviamo niente da noi stessi; solo riempendoci e stipandoci di epoche, costumi, arti, filosofie, religioni e conoscenze estranee, diventiamo qualcosa degno di considerazione, ossia enciclopedie ambulanti, come forse ci considererebbe un antico Greco nella nostra epoca. Ma nelle enciclopedie ogni valore si trova solo in ciò che vi sta dentro, nel contenuto, non in ciò che vi sta sopra o che è rilegatura e copertina; e quindi tutta la cultura moderna è essenzialmente interna: esternamente il rilegatore vi ha stampato sopra qualcosa come <<Manuale di cultura interna per barbari esterni>>. [...] Ora però esiste anche un famoso pericolo in questa interiorità: il contenuto stesso, che si suppone non possa affatto essere visto esternamente, potrebbe un bel giorno volatilizzarsi; ma esternamente non si noterebbe nulla nè di ciò nè della presenza anteriore. [...] il nostro interno è troppo debole e disordinato per agire verso l' esterno e darsi una forma.
(SULL' UTILITA' E IL DANNO DELLA STORIA PER LA VITA, Friedrich Nietzsche, pp. 32, 33, 36, Adelphi, 2007)
Per quanto siano dei grandi negromanti, i miei vicini non sono mai riusciti ad intendersi con il sole, di cui hanno orrore. Né ad accattivarselo, e nemmeno ad allontanarlo un po'. Nessuno qui sembra farci molto caso. Verso le sei del mattino sopra l' orizzonte come una palla di piombo fuso, per anda
... (continue)
Per quanto siano dei grandi negromanti, i miei vicini non sono mai riusciti ad intendersi con il sole, di cui hanno orrore. Né ad accattivarselo, e nemmeno ad allontanarlo un po'. Nessuno qui sembra farci molto caso. Verso le sei del mattino sopra l' orizzonte come una palla di piombo fuso, per andare poi a sciogliersi nel cielo brumoso. Lo si vede dappertutto, ciclopico e sornione, riverberato dai vapori e gli umori che trae dalla città- Durante l' interminabile giornata, grava su piante, uomini, idee, per farle maturare e marcire in fretta, e ci avvelena come un cattivo assenzio prima di tuffarsi fumante nel mare, portando con sé un tripudio di colori folli e vinosi subito spenti. Tutte le sere lo stesso avvampare, la stessa orgia di sconvolgente bellezza, gli stessi fasti barocchi dispiegati sul nostro formicaio, e come per prendersi gioco di noi. In certi giorni a mezzogiorno, si ha a malapena l' ombra, ma guai a chi si lascia sorprendere e pensa di agire quando è alto nel cielo. Una sorta di implacabile ebbrezza s' impossessa di lui. Il sole vince sempre. Allora ci si sforza di sbrigare gli affari al calar della sera o nelle prime ore dell' alba, quando si sa un po' meglio quello che si vuole. Ma anche in questo caso occorre far presto: mi è capitato spesso di vedere i miei vicini in piedi sulla soglia - di buon mattino ma leggermente troppo tardi - la tabaccheria legata alla cintura, impugnare l' ombrello, pronti a mettersi in strada verso un' impresa concepita nel favore di una notte umida e fresca, il volto animato da questi loro propositi. Lasciano l' ombra del portico e, il tempo di aprire l' ombrello, il sole ha già dato loro alla testa facendo evaporare il loro progetto. Si allontanano allora nella luce, con passi assai titubanti, là dove il vento casualmente li spinge, come fuscelli. [Indigo Street. pp. 54-55]
Il miglior esempio possibile di cosa voglia dire concepire il pensiero come una costrizione.
La prosa di Schopenhauer è secca, nitida, geometrica, incredibilmente chiara, forte di una precisione di pensiero chirurgica. E’ un diamante, limpida, trasparente, scintillante ed al contempo capace di una durezza e di una resistenza senza pari. Come diceva Kafka, varrebbe la pena di leggere Schopen
... (continue)
La prosa di Schopenhauer è secca, nitida, geometrica, incredibilmente chiara, forte di una precisione di pensiero chirurgica. E’ un diamante, limpida, trasparente, scintillante ed al contempo capace di una durezza e di una resistenza senza pari. Come diceva Kafka, varrebbe la pena di leggere Schopenhauer solo per la lingua.
In ogni caso, l’ architettura classica su si innesta l’ analisi schopenhaueriana delle nozioni di scrittore, scrittura, lettore, lettura, eccetera, eccetera è oggi palesemente insufficiente, ricca di fallacie e distinzioni teoreticamente fragili e deboli. Tuttavia, ciò che a livello strutturale è scorretto, è possibile recuperarlo ad un livello “etico”, ovverossia come ideali regolativi.
Ora, perfino nel numero esiguo di scrittori che pensano realmente, seriamente e anticipatamente, sono, di nuovo, estremamente pochi quelli che pensano sulle cose stesse: gli altri pensano soltanto sui libri, su ciò che è stato detto da altri. Essi, cioè, per pensare hanno bisogno dell’eccitamento più immediato e più forte che deriva da pensieri altrui, belli e pronti. Questi pensieri diventano il loro tema immediato; perciò essi rimangono sempre sotto la loro influenza, e per conseguenza non raggiungono mai la vera e propria originalità. I primi, invece, vengono incitati a pensare dalle cose stesse, perciò i loro pensieri sono rivolti direttamente a esse. Solamente fra loro si trovano gli scrittori che rimangono o diventano immortali. – Si intende che qui si parla delle discipline più elevate, e non di chi scrive sulla distillazione dell’acquavite. Solamente colui che, quando scrive, prende il materiale direttamente dalla sua testa è degno di essere letto. [Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, pag. 20]
Per poter effettuare una stima provvisoria del valore dei prodotti dell’ingegno di uno scrittore, non è propriamente necessario sapere su che cosa o che cosa egli abbia pensato; a questo fine sarebbe necessario aver letto tutte le sue opere; - invece, in un primo momento, è sufficiente sapere come egli ha pensato. Di questo come del pensare, di questo suo carattere essenziale e della sua qualità in generale, lo stile è l’esatta riproduzione. Lo stile rivela, appunto, il carattere formale di tutti i pensieri di un uomo, e questo carattere rimane necessariamente sempre uguale a se stesso, non importa che cosa o su che cosa egli possa pensare. Lo stile rappresenta in un certo senso la pasta con la quale egli forma tutte le sue figure, per diverse che siano. Perciò, come Eulenspiegel, a chi gli aveva chiesto quanto mancasse fino al prossimo paese, diede la risposta apparentemente assurda: “Cammina!”, con l’intenzione di calcolare prima, in base al suo passo, quanta strada avrebbe fatto in un dato tempo; parimenti anch’io leggo un paio di pagine di un autore e quindi so pressappoco fin dove possa giovarmi. [Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, pag. 34]
La vera chicca del libro, ancor prima della cinica e disincantata critica all' università italiana, peraltro uno sparare sulla croce rossa sinceramente, e quanto meno sullo stesso livello delle soluzioni proposte, è la spietata lucidità con cui vengono a galla i motivi culturali sottesi alla situazi
... (continue)
La vera chicca del libro, ancor prima della cinica e disincantata critica all' università italiana, peraltro uno sparare sulla croce rossa sinceramente, e quanto meno sullo stesso livello delle soluzioni proposte, è la spietata lucidità con cui vengono a galla i motivi culturali sottesi alla situazione disastrata dell' università, nonostante tutto ben più influenti di qualsiasi legge ingiusta.
Fra gli altri:
- le accuse di ghettizzazione; negare i soldi ai peggiori viene considerato come un tentativo di ghettizzare gli studenti di un determinata zona; accuse di elitismo, di ghettizzazione della cultura non appena si premiano i migliori; effettivamente in Italia l' università è considerata più come una sorta di scuola dell' obbligo, che una facoltà, che uno step successivo;
- la pigrizia dello studente italiano medio; la mobilità studentesca è sotto zero: è pur vero che le università italiana sono attrezzate malamente, o meglio non sono attrezzate, ma è un serpente che si mangia la coda, sarebbe bene rendersene conto;
- l' aumento delle tasse universitarie è considerato qualcosa di reazionario, a favore dei ricchi quando di fatto è esattamente l' opposto; annesso al suddetto punto è collegata ovviamente una profonda incomprensione del sistema americano, con cui i più si sciacquano la bocca piuttosto che tentare di capirne le dinamiche
- le varie teorie delle cospirazione; è ciò che io chiamo Orwellismo, qui si manifesta sopratutto con la questione relativa ai criteri bibliometrici (es. l' accusa di anglocentrismo)
- una concezione romantica della cultura, art pour l' art ed amenità simili; "per attrarre un bravo docente è necessario sì offrirgli un ambiente di lavoro interessante, ma anche un buon stipendio. Per attrarre bravi studenti, si comincerà dall' offrire stanze singole nelle residente studentesche, poi la Tv via cavo gratuita, poi la jacuzzi privata e l' abbonamento annuale alla palestra, e così via... Tutte cose che ai puristi dell' accademia possono apparire in stridente contrasto con l' ideale dell' amore disinteressato del sapere, ma che fanno parte della realtà umana" [Capitolo 8, Conclusione: una cultura mercificata?, 171].
- il noiosissimo appello all' etica come soluzione dei problemi (fra le altre cose, si noti come ogni volta che si parla di morale tutti salgono al livello di Kant e di Spinoza, bisognerebbe discutere un giorno o l' altro del dilettantismo imperante nelle discipline umanistiche a confronto con la professionalità delle discipline scientifiche)
- la paura della parola "precariato", che si connette non solo alle modalità di assunzione di un docente (periodo di prova non periodo di prova) ma anche all' utilizzazione di un metodo puramente gerontocratico per determinare la carriera di un individuo
- la cultura delle regole, che è intrinsecamente connessa con la cultura dell' aggiramento delle regole, piuttosto che la cultura degli incentivi
Tra le numerose strade che si percorrono in Generation Ecstasy il rapporto ed il confronto fra techno e rock è uno dei temi più fecondi del libro (cfr. in particolare l' Introduzione ed il capitolo 2). Reynolds cresce con un approccio musicale tipicamente rock ma a cavallo degli '80 e dei '90 è abba
... (continue)
Tra le numerose strade che si percorrono in Generation Ecstasy il rapporto ed il confronto fra techno e rock è uno dei temi più fecondi del libro (cfr. in particolare l' Introduzione ed il capitolo 2). Reynolds cresce con un approccio musicale tipicamente rock ma a cavallo degli '80 e dei '90 è abbastanza sveglio e lucido da intuire che c' è qualcosa di sconvolgente nella nuova musica, le carte in tavola si stanno rimescolando, non si tratta semplicemente di un nuovo genere, ma piuttosto qualcosa di simile ad una "rottura epistemologica"* della musica pop. La nuova musica richiede una mentalità nuova, nemmeno, ha una mentalità nuova, nuovi modi di concepire la creazione, la fruizione e la critica musicale.
Ciò che implica un radicale cambiamento di prospettiva, è la nuova concezione del brano, non più espressione di una storia (assenza di testi nella techno vs presenza dei testi nella musica rock) con annesso significato, ma creazione di un campo di forze, affetti, percetti. Un campo di forze dinamico e perennemente work in progress, all' opposto della canzone immodificabile ed unica. Alla medesima maniera il critico non dovrà più chiedersi cosa significa la musica ma, piuttosto, come funziona. Da qui dipartono tutte le disamine fra i due tipi di musica.
Da notare come Reynolds conservi una geniale ambiguità, operando fra le linee dei due fronti: da un lato il suo testo infatti è strutturato indubbiamente come una storia, in ordine rigorosamente cronologico, dall' altro vi sono capitoli che analizzano le caratteristiche della nuova musica a livello più strutturale che storico.
Ad ogni modo, la cifra critica di Reynolds rimane quella sociologica, sintetizzata qui alla perfezione: "Non c'è somma di ostinata eccentricità che possa imprimere alla musica lo splendore del significato; questo si crea esclusivamente quando una comunità adotta un sound facendolo diventare parte di uno stile di vita" [Capitolo 14, Il ballo si fotta siamo artisti, pag. 414]. Ed in particolare, l' attenzione è rivolta verso la nozione di sottocultura, l' analisi delle tensioni fra classi e, nel caso specifico di Generation Ecstasy, verso il fenomeno della droga.**
Un libro indispensabile.
*che, sia chiaro, non è certo la prima e non sarà l' ultima (benché al momento lo sia), le rottura sono state molteplici, non si sta descrivendo un semplice aut-aut.
Sulla storia
Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasformi e spinga verso l' esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo interno, che l' uomo moderno designa con strana superbia come l' <<interiorità>> a lui propria. C ... (continue)
Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasformi e spinga verso l' esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo interno, che l' uomo moderno designa con strana superbia come l' <<interiorità>> a lui propria. Certo poi si dice che si ha il contenuto e che manca sola la forma; ma per ogni essere vivente questo è un contrasto del tutto innaturale. La nostra cultura moderna non è niente di vivo proprio per questo, che non può essere concepito senza questo contrasto, vale a dire essa non è affatto una vera cultura, ma solo una specie di sapere intorno alla cultura; essa si ferma al pensiero della cultura, al sentimento della cultura, non ne viene fuori una risoluzione della cultura. Ciò che invece è realmente motivo e che diventa visibile all' esterno come azione, spesso non significa poi molto di più che un' indifferente convenzione, una misera imitazione o anche una rozza smorfia. [...]
Noi moderni infatti non caviamo niente da noi stessi; solo riempendoci e stipandoci di epoche, costumi, arti, filosofie, religioni e conoscenze estranee, diventiamo qualcosa degno di considerazione, ossia enciclopedie ambulanti, come forse ci considererebbe un antico Greco nella nostra epoca. Ma nelle enciclopedie ogni valore si trova solo in ciò che vi sta dentro, nel contenuto, non in ciò che vi sta sopra o che è rilegatura e copertina; e quindi tutta la cultura moderna è essenzialmente interna: esternamente il rilegatore vi ha stampato sopra qualcosa come <<Manuale di cultura interna per barbari esterni>>. [...]
Ora però esiste anche un famoso pericolo in questa interiorità: il contenuto stesso, che si suppone non possa affatto essere visto esternamente, potrebbe un bel giorno volatilizzarsi; ma esternamente non si noterebbe nulla nè di ciò nè della presenza anteriore. [...]
il nostro interno è troppo debole e disordinato per agire verso l' esterno e darsi una forma.
(SULL' UTILITA' E IL DANNO DELLA STORIA PER LA VITA, Friedrich Nietzsche, pp. 32, 33, 36, Adelphi, 2007)
Il pesce-scorpione
Per quanto siano dei grandi negromanti, i miei vicini non sono mai riusciti ad intendersi con il sole, di cui hanno orrore. Né ad accattivarselo, e nemmeno ad allontanarlo un po'. Nessuno qui sembra farci molto caso. Verso le sei del mattino sopra l' orizzonte come una palla di piombo fuso, per anda ... (continue)
Per quanto siano dei grandi negromanti, i miei vicini non sono mai riusciti ad intendersi con il sole, di cui hanno orrore. Né ad accattivarselo, e nemmeno ad allontanarlo un po'. Nessuno qui sembra farci molto caso. Verso le sei del mattino sopra l' orizzonte come una palla di piombo fuso, per andare poi a sciogliersi nel cielo brumoso. Lo si vede dappertutto, ciclopico e sornione, riverberato dai vapori e gli umori che trae dalla città- Durante l' interminabile giornata, grava su piante, uomini, idee, per farle maturare e marcire in fretta, e ci avvelena come un cattivo assenzio prima di tuffarsi fumante nel mare, portando con sé un tripudio di colori folli e vinosi subito spenti. Tutte le sere lo stesso avvampare, la stessa orgia di sconvolgente bellezza, gli stessi fasti barocchi dispiegati sul nostro formicaio, e come per prendersi gioco di noi. In certi giorni a mezzogiorno, si ha a malapena l' ombra, ma guai a chi si lascia sorprendere e pensa di agire quando è alto nel cielo. Una sorta di implacabile ebbrezza s' impossessa di lui. Il sole vince sempre. Allora ci si sforza di sbrigare gli affari al calar della sera o nelle prime ore dell' alba, quando si sa un po' meglio quello che si vuole. Ma anche in questo caso occorre far presto: mi è capitato spesso di vedere i miei vicini in piedi sulla soglia - di buon mattino ma leggermente troppo tardi - la tabaccheria legata alla cintura, impugnare l' ombrello, pronti a mettersi in strada verso un' impresa concepita nel favore di una notte umida e fresca, il volto animato da questi loro propositi. Lasciano l' ombra del portico e, il tempo di aprire l' ombrello, il sole ha già dato loro alla testa facendo evaporare il loro progetto. Si allontanano allora nella luce, con passi assai titubanti, là dove il vento casualmente li spinge, come fuscelli.
[Indigo Street. pp. 54-55]
Il miglior esempio possibile di cosa voglia dire concepire il pensiero come una costrizione.
Sul mestiere dello scrittore e sullo stile
La prosa di Schopenhauer è secca, nitida, geometrica, incredibilmente chiara, forte di una precisione di pensiero chirurgica. E’ un diamante, limpida, trasparente, scintillante ed al contempo capace di una durezza e di una resistenza senza pari. Come diceva Kafka, varrebbe la pena di leggere Schopen ... (continue)
La prosa di Schopenhauer è secca, nitida, geometrica, incredibilmente chiara, forte di una precisione di pensiero chirurgica. E’ un diamante, limpida, trasparente, scintillante ed al contempo capace di una durezza e di una resistenza senza pari. Come diceva Kafka, varrebbe la pena di leggere Schopenhauer solo per la lingua.
In ogni caso, l’ architettura classica su si innesta l’ analisi schopenhaueriana delle nozioni di scrittore, scrittura, lettore, lettura, eccetera, eccetera è oggi palesemente insufficiente, ricca di fallacie e distinzioni teoreticamente fragili e deboli. Tuttavia, ciò che a livello strutturale è scorretto, è possibile recuperarlo ad un livello “etico”, ovverossia come ideali regolativi.
Ora, perfino nel numero esiguo di scrittori che pensano realmente, seriamente e anticipatamente, sono, di nuovo, estremamente pochi quelli che pensano sulle cose stesse: gli altri pensano soltanto sui libri, su ciò che è stato detto da altri. Essi, cioè, per pensare hanno bisogno dell’eccitamento più immediato e più forte che deriva da pensieri altrui, belli e pronti. Questi pensieri diventano il loro tema immediato; perciò essi rimangono sempre sotto la loro influenza, e per conseguenza non raggiungono mai la vera e propria originalità. I primi, invece, vengono incitati a pensare dalle cose stesse, perciò i loro pensieri sono rivolti direttamente a esse. Solamente fra loro si trovano gli scrittori che rimangono o diventano immortali. – Si intende che qui si parla delle discipline più elevate, e non di chi scrive sulla distillazione dell’acquavite.
Solamente colui che, quando scrive, prende il materiale direttamente dalla sua testa è degno di essere letto. [Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, pag. 20]
Per poter effettuare una stima provvisoria del valore dei prodotti dell’ingegno di uno scrittore, non è propriamente necessario sapere su che cosa o che cosa egli abbia pensato; a questo fine sarebbe necessario aver letto tutte le sue opere; - invece, in un primo momento, è sufficiente sapere come egli ha pensato. Di questo come del pensare, di questo suo carattere essenziale e della sua qualità in generale, lo stile è l’esatta riproduzione. Lo stile rivela, appunto, il carattere formale di tutti i pensieri di un uomo, e questo carattere rimane necessariamente sempre uguale a se stesso, non importa che cosa o su che cosa egli possa pensare. Lo stile rappresenta in un certo senso la pasta con la quale egli forma tutte le sue figure, per diverse che siano. Perciò, come Eulenspiegel, a chi gli aveva chiesto quanto mancasse fino al prossimo paese, diede la risposta apparentemente assurda: “Cammina!”, con l’intenzione di calcolare prima, in base al suo passo, quanta strada avrebbe fatto in un dato tempo; parimenti anch’io leggo un paio di pagine di un autore e quindi so pressappoco fin dove possa giovarmi. [Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, pag. 34]
L'Università truccata
La vera chicca del libro, ancor prima della cinica e disincantata critica all' università italiana, peraltro uno sparare sulla croce rossa sinceramente, e quanto meno sullo stesso livello delle soluzioni proposte, è la spietata lucidità con cui vengono a galla i motivi culturali sottesi alla situazi ... (continue)
La vera chicca del libro, ancor prima della cinica e disincantata critica all' università italiana, peraltro uno sparare sulla croce rossa sinceramente, e quanto meno sullo stesso livello delle soluzioni proposte, è la spietata lucidità con cui vengono a galla i motivi culturali sottesi alla situazione disastrata dell' università, nonostante tutto ben più influenti di qualsiasi legge ingiusta.
Fra gli altri:
- le accuse di ghettizzazione; negare i soldi ai peggiori viene considerato come un tentativo di ghettizzare gli studenti di un determinata zona; accuse di elitismo, di ghettizzazione della cultura non appena si premiano i migliori; effettivamente in Italia l' università è considerata più come una sorta di scuola dell' obbligo, che una facoltà, che uno step successivo;
- la pigrizia dello studente italiano medio; la mobilità studentesca è sotto zero: è pur vero che le università italiana sono attrezzate malamente, o meglio non sono attrezzate, ma è un serpente che si mangia la coda, sarebbe bene rendersene conto;
- l' aumento delle tasse universitarie è considerato qualcosa di reazionario, a favore dei ricchi quando di fatto è esattamente l' opposto; annesso al suddetto punto è collegata ovviamente una profonda incomprensione del sistema americano, con cui i più si sciacquano la bocca piuttosto che tentare di capirne le dinamiche
- le varie teorie delle cospirazione; è ciò che io chiamo Orwellismo, qui si manifesta sopratutto con la questione relativa ai criteri bibliometrici (es. l' accusa di anglocentrismo)
- una concezione romantica della cultura, art pour l' art ed amenità simili; "per attrarre un bravo docente è necessario sì offrirgli un ambiente di lavoro interessante, ma anche un buon stipendio. Per attrarre bravi studenti, si comincerà dall' offrire stanze singole nelle residente studentesche, poi la Tv via cavo gratuita, poi la jacuzzi privata e l' abbonamento annuale alla palestra, e così via... Tutte cose che ai puristi dell' accademia possono apparire in stridente contrasto con l' ideale dell' amore disinteressato del sapere, ma che fanno parte della realtà umana" [Capitolo 8, Conclusione: una cultura mercificata?, 171].
- il noiosissimo appello all' etica come soluzione dei problemi (fra le altre cose, si noti come ogni volta che si parla di morale tutti salgono al livello di Kant e di Spinoza, bisognerebbe discutere un giorno o l' altro del dilettantismo imperante nelle discipline umanistiche a confronto con la professionalità delle discipline scientifiche)
- la paura della parola "precariato", che si connette non solo alle modalità di assunzione di un docente (periodo di prova non periodo di prova) ma anche all' utilizzazione di un metodo puramente gerontocratico per determinare la carriera di un individuo
- la cultura delle regole, che è intrinsecamente connessa con la cultura dell' aggiramento delle regole, piuttosto che la cultura degli incentivi
eccetera, eccetera, eccetera.
Generazione ballo/sballo
Tra le numerose strade che si percorrono in Generation Ecstasy il rapporto ed il confronto fra techno e rock è uno dei temi più fecondi del libro (cfr. in particolare l' Introduzione ed il capitolo 2). Reynolds cresce con un approccio musicale tipicamente rock ma a cavallo degli '80 e dei '90 è abba ... (continue)
Tra le numerose strade che si percorrono in Generation Ecstasy il rapporto ed il confronto fra techno e rock è uno dei temi più fecondi del libro (cfr. in particolare l' Introduzione ed il capitolo 2). Reynolds cresce con un approccio musicale tipicamente rock ma a cavallo degli '80 e dei '90 è abbastanza sveglio e lucido da intuire che c' è qualcosa di sconvolgente nella nuova musica, le carte in tavola si stanno rimescolando, non si tratta semplicemente di un nuovo genere, ma piuttosto qualcosa di simile ad una "rottura epistemologica"* della musica pop. La nuova musica richiede una mentalità nuova, nemmeno, ha una mentalità nuova, nuovi modi di concepire la creazione, la fruizione e la critica musicale.
Ciò che implica un radicale cambiamento di prospettiva, è la nuova concezione del brano, non più espressione di una storia (assenza di testi nella techno vs presenza dei testi nella musica rock) con annesso significato, ma creazione di un campo di forze, affetti, percetti. Un campo di forze dinamico e perennemente work in progress, all' opposto della canzone immodificabile ed unica. Alla medesima maniera il critico non dovrà più chiedersi cosa significa la musica ma, piuttosto, come funziona. Da qui dipartono tutte le disamine fra i due tipi di musica.
Da notare come Reynolds conservi una geniale ambiguità, operando fra le linee dei due fronti: da un lato il suo testo infatti è strutturato indubbiamente come una storia, in ordine rigorosamente cronologico, dall' altro vi sono capitoli che analizzano le caratteristiche della nuova musica a livello più strutturale che storico.
Ad ogni modo, la cifra critica di Reynolds rimane quella sociologica, sintetizzata qui alla perfezione: "Non c'è somma di ostinata eccentricità che possa imprimere alla musica lo splendore del significato; questo si crea esclusivamente quando una comunità adotta un sound facendolo diventare parte di uno stile di vita" [Capitolo 14, Il ballo si fotta siamo artisti, pag. 414]. Ed in particolare, l' attenzione è rivolta verso la nozione di sottocultura, l' analisi delle tensioni fra classi e, nel caso specifico di Generation Ecstasy, verso il fenomeno della droga.**
Un libro indispensabile.
*che, sia chiaro, non è certo la prima e non sarà l' ultima (benché al momento lo sia), le rottura sono state molteplici, non si sta descrivendo un semplice aut-aut.
**il tutto conesso al fatto musicale ovviamente.