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Albert Camus
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- Il primo uomo (247)
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By Albert Camus -
Finished on Sep 18, 2012 




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- La peste (5772)
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By Albert Camus -
Finished on Aug 12, 2012 




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"La liberazione, avvicinandosi, aveva un volto in cui si mescolavano lacrime e risa" -
Ci sono la folla e l'uomo, qua dentro.
La folla composta dal gruppo silenzioso dei morti (per quanto una strage sia più spesso una questione di cifre) e da quello ancor più silenzioso dei vivi, i quali finiscono per consolarsi (ma non si tratta, forse, che di istinto di sopravvivenza) e rassegnarsi ... (continue ) -
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Aug 14, 2012 |
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- La caduta (1186)
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By Albert Camus -
Finished on Aug 9, 2012 




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7 people find this helpful 



"Quindi, essendo tutti giudici, siamo tutti colpevoli, gli uni per gli altri, tutti cristi, a nostro brutto modo, crocifissi a uno a uno, e sempre senza sapere" -
C'è della verità nell'affermazione che vuole che sia colui che osserva da lontano (l'estraneo, l'esiliato) ad avere, sulla realtà analizzata, lo sguardo più lucido e penetrante.
Estraneo, (auto)esiliato è sicuramente l'alienato protagonista-narratore (un giudice parigino emigrato ad Amesterdam) di C ... (continue ) -
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Aug 11, 2012 |
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- L'étranger (2106)
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By Albert Camus -
Finished 




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Il primo uomo
Ad un certo punto del racconto Camus parla dell'odore dei libri usando queste parole: Ogni volume, inoltre, aveva un suo odore che dipendeva dalla carta su cui era stampato, un odore sottile, segreto, ma così particolare che J. sarebbe stato in grado di distinguere a occhi chiusi un volume della ... (continue)
Ad un certo punto del racconto Camus parla dell'odore dei libri usando queste parole: Ogni volume, inoltre, aveva un suo odore che dipendeva dalla carta su cui era stampato, un odore sottile, segreto, ma così particolare che J. sarebbe stato in grado di distinguere a occhi chiusi un volume della collezione Nelson dalle edizioni andanti che pubblicava allora Fasquelle.
Parole semplici eppure bellissime, che sono riuscite a cementare, definitivamente, il mio rapporto con il romanzo e con il suo autore, dal momento che anch'io, proprio come il piccolo Jacques (chiaro alter-ego di Camus), ho l'abitudine di odorare le pagine dei libri (non quelle spesse e scure dei libri della biblioteca, magari, nelle quali nessun odore è sopravvissuto, ma quelle dei libri che acquisto; appena preso in mano "Il primo uomo" l'ho annusato, per scoprire che il suo odore, che è quello fresco e pungente della carta riciclata e della colla, è in perfetta sintonia con il suo aspetto, con l'eleganza trasparente, avorio, delle sue pagine).
Parole tanto vere da essere fonte di un'autentica commozione (in quanto collocate alla fine di un discorso pieno di pathos, culminazione perfetta di altre pagine nelle quali Albert-Jacques confessa l'amore che nutre per la letteratura, alla quale mescola la vita, e per l'arte in generale; nelle note finali si può leggere: Ciò che mi ha aiutato a reggere alla malasorte, mi aiuterà forse ad accettare una sorte troppo favorevole. - E ciò che mi ha sostenuto è anzitutto la mia grande concezione, la mia grandissima concezione dell'arte. Non perché per me sia al disopra di tutto, ma perché non si separa da nessuno); parole attraverso le quali ho avuto conferma circa l'intima essenza di questo splendido romanzo incompiuto (ciò che possiamo leggere oggi è stato ricostruito, principalmente dalla figlia di Camus, Catherine, a partire dal manoscritto, vergato dall'autore con una grafia appuntita, stretta, nervosa, del quale vengono riproposte qui alcune pagine, e dal dattiloscritto incompleto, battuto a macchina da Francine, moglie dello scrittore): "Il primo uomo" è, nella sua forma monca, ma tuttavia perfetta, principalmente un romanzo di suggestioni, di odori, di luci, di colori. Bisognerebbe che il libro avesse un grosso peso d'oggetti e di carne, scrive ancora Camus in una nota al testo. E il libro sì, odora anche di carne e del retrogusto metallico del sangue (soprattutto nelle scene di caccia e di guerra, sia quella combattuta dal padre di Jacques, che quella quotidiana tra arabi e francesi nell'Algeria divisa: come dimenticare lo sgozzamento di un cliente nella bottega del barbiere?), di violenza, di polvere e di sudore. Ma odora soprattutto di sale (e di mare), di agrumi, di patatine, di pelo di cane. E risplende di colori vivacissimi, oscurati, a tratti, da nette ombre bluastre e dalla fuliggine, vivacizzati, spesso, da una luce crudele e bianca, che esalta e poi cancella in un candore tagliente ed uniforme (impossibile non pensare, allora, a certe pagine de "L'étranger"): solo in queste descrizioni appassionate la scrittura altrimenti prudente dell'autore, si abbandona, gettandosi all'inseguimento di sinestesie da ricreare con le parole.
E', dunque, principalmente un magico racconto sull'infanzia, questo libro di Camus. Se lo scrittore francese avesse avuto il tempo di completarlo, sarebbe probabilmente divenuto un libro ideologico, politico, storico: l'infanzia di Jacques, regina del romanzo in questa versione, non sarebbe stata altro che un tassello di un mosaico più complesso e, forse, meno vero (le note alla fine del libro rendono esplicite le intenzioni di Camus), per quanto costruito a partire da una base autobiografica (il che avrebbe probabilmente generato una sensazione spiacevole e paradossale di inautenticità: la verità non sarebbe stata sufficientemente trasfigurata, come è successo, invece, nell'allegoria quasi perfetta de "La peste". D'altra parte, però, mi rendo conto che è sbagliato spingere la mente troppo oltre, valutando qualcosa che non è stato scritto).
Infanzia come origine dell'uomo, come connessione quasi magica con il mistero della vita (A riempirgli l'anima bastava la vita, misteriosa e prorompente) che va semplicemente vissuto, rispettato, non profanato; infanzia come scoperta e costruzione di un'identità individuale (principalmente morale, attraverso la distinzione tra bene e male, vero e falso, con la progressiva integrazione di ciò che, da soli, si scopre, nell'ordine del mondo) e culturale-storica-civile: Jacques, estraneo al padre, morto poco dopo la sua nascita (e che Jacques-uomo ritrova nel cimitero nel quale è sepolto), ad una madre-idolo che gli è distante (il fatto che il bambino porti un cognome nel quale nessuno dei due si riconosce, aumenta, forse, la sua lontananza dalla genitrice), ad una patria, la Francia, che non ha mai conosciuto (ma per lui la Francia era un'assente alla quale ci si appellava e che a volte ti chiamava, ma un po' come quel Dio di cui aveva sentito parlare fuori di casa sua) e ad un'altra, l'Algeria, che ama senza esserne riamato (E anche lui, più di lei forse, essendo nato su una terra senza avi e senza memoria, che lo rende un uomo incompleto).
Anche l'età adulta sarà per Jacques (il primo uomo, dal momento che è stato costretto ad allevarsi da solo) un disperato ritorno a quella condizione di purezza sperimentata nell'infanzia, e poi perduta, logorata dagli amori sensuali (assolutamente marginali, qui) e dalla sete di sapere (una smania di scoprire, di conoscere, che lo ha portato lontano dai suoi, in terre ancora più ferocemente straniere), alla quale si accompagna un insopprimibile senso di colpa (un buon figlio è quello che resta).
Così la ricerca di Jacques è un (impossibile) viaggio a ritroso verso la "verginità" della Madre, la quale, al pari di tutti gli umili (i muti, gli ignoranti) che accettano la propria condizione (ma nella povertà, sia mentale che materiale, è insita una grande dignità), è simile a Cristo, verso la primigenia di un universo un tempo buono, ora irrimediabilmente compromesso.