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Uscire dalla crisi è possibile
***This comment contains spoilers! ***
Giannuli ha una dote rara: nelle sue analisi non abbandona mai una prospettiva globale, sistemica, anche quando affronta situazioni o paesi specifici. E - cosa ancor più inconsueta - quando, appunto, scende nello specifico riesce a "disegnare" idealmente una sorta di sfondo, in cui il lettore può ri ... (continue)
Giannuli ha una dote rara: nelle sue analisi non abbandona mai una prospettiva globale, sistemica, anche quando affronta situazioni o paesi specifici. E - cosa ancor più inconsueta - quando, appunto, scende nello specifico riesce a "disegnare" idealmente una sorta di sfondo, in cui il lettore può riconoscere nitidamente tutte le variabili in gioco e comprendere con immediatezza le implicazioni che le eventuali ricette comporterebbero.
Ma il merito più grande di questo libro è di saper tenere fede al titolo, indicando davvero una strada per uscire dalla crisi. Una strada radicale quanto si vuole, ma che comunque prima o poi risulterà inevitabile percorrere - magari facendosi largo tra il cumulo di macerie sociali che l'aggravarsi di una crisi pagata dai più deboli avrà lasciato -, date le contraddizioni irresolubili del capitalismo finanziario globalizzato.
La diagnosi che Giannuli traccia nei primi capitoli, in estrema sintesi, è questa:
- L'ideologia liberista, la deregulation finanziaria, la libera circolazione dei capitali, il dilagare del sistema bancario ombra, il principio della massimizzazione del valore per gli azionisti hanno creato un sistema in cui il denaro viene riprodotto attraverso il denaro stesso, passando sempre meno per la produzione di merci.
- Questo sistema è instabile si fonda su bolle destinate puntualmente a esplodere.
- Il capitalismo finanziario tende a drenare risorse sempre maggiori dall’economia reale.
- Ne conseguono disuguaglianze nella distribuzione del reddito crescenti e sempre più insostenibili anche dal punto di vista economico, poiché viene abbattuta la domanda aggregata, la quale nel medio periodo non può essere sostenuta con l'indebitamento.
- Alla crisi del 2008 si è risposto con iniezioni di liquidità nel sistema finanziario, il che ha fatto ripartire l’economia per breve tempo ma ha nuovamente innescato gli meccanismi perversi che avevano portato al crollo. Attualmente siamo in una fase di trappola della liquidità, per cui il denaro a basso costo offerto dalle banche centrali non viene distribuito alle forze produttive attraverso il credito e si rivela pertanto inutile e dannoso.
- Nel complesso tutta l'economia mondiale si basa su debiti, compresi quelli pubblici, in gran parte impossibili da restituire. Verosimilmente né l’austerità, né politiche espansive possono risolvere questa situazione.
- La crisi, il sostanziale fallimento degli impegni militari e un indebitamento spaventoso hanno indebolito gli USA nel ruolo di superpotenza, e con la crescita dei paesi BRICS è lecito attendersi nuovi equilibri internazionali e trasferimenti di potere.
- Il capitalismo finanziario e l’ideologia neoliberista riescono a mantenersi in vita malgrado i propri fallimenti anche perché hanno saputo disinnescare ogni potenziale politico degli interessi del lavoro, attraverso la mobilità del capitale ma anche forzando la mano per creare conflitti tra lavoro autonomo, lavoro dipendente, precari e disoccupati, che invece dovrebbero essere alleati contro l’oligarchia finanziaria che ne è il nemico comune.
(Per inciso, manca una riflessione sufficientemente approfondita sull’Euro e sulle sue debolezze strutturali, che erroneamente nel discorso pubblico vengono attribuite al solo eccesso di debito. E’ l’unica vera macchia di questo libro.)
Le proposte di Giannuli si possono riassumere con questa sua frase: “Urge il ritorno dell’intervento statale in economia, proprio per riequilibrare l’attuale preponderanza della finanza privata. (…) se lo Stato vuole sostenere le imprese produttive, che senso ha offrire alle banche all’1% di interessi affinché queste lo prestino alle aziende al 7%? Non sarebbe più razionale che lo Stato, attraverso una sua agenzia o una banca a capitale pubblico, trasferisse direttamente quel denaro alle aziende all’1 o 2% di interessi?” (pp.166-167). La scelta è tra salvare gli Stati e le loro popolazioni o salvare le banche, e da questo bivio non si scappa. Inutile dire che la strada intrapresa finora è l’esatto opposto. Ma forse di situazioni come quella greca possiamo permettercene una sola, perché altri crolli simili trascinerebbero tutto il mondo nel baratro. L’unico motore in grado di superare la trappola della liquidità, come insegna Keynes, è l’intervento dello Stato, che peraltro si rende necessario anche per orientare la produzione verso quei settori più strategici dal punto di vista sociale ed ecologico. Le banche insolventi possono anche fallire o ridimensionarsi, in un simile contesto di politica economica.
Resta il problema dell’indebitamento, perciò Giannuli auspica una nuova Bretton Woods in cui discutere di una moratoria sul debito detenuto da creditori esteri, che al netto di tutto sono in sostanza i BRICS, Cina in testa, offrendo loro come contropartita un maggior peso negli organi internazionali (FMI, WTO, Banca mondiale, ma anche Consiglio di sicurezza ONU). E da lì si potrebbe partire per una serie di accordi volti a reprimere la finanza speculativa e i paradisi fiscali (qui però Giannuli dimentica che i principali sono in territorio americano e inglese, altro che Svizzera e Lussemburgo!) e per giungere a un sistema internazionale di cambi valutari meno volatile, e in cui la mobilità internazionale dei capitali venga temperata direttamente o indirettamente (quantomeno tracciandone i movimenti).
Utopia? Forse, ma qui non si tratta più solo di inseguire un ideale di giustizia, si tratta di salvarsi la pelle. Tutti. Speriamo solo (ma è difficile essere ottimisti) che davvero si crei un blocco politico del lavoro, che sappia politicamente far valere insieme gli interessi dell’operaio, quelli del giovane precario, quelli delle partite Iva e delle PMI, che in questa congiuntura marciano di pari passo in antitesi con quelli di “lorsignori”, ormai posti di fronte alle loro imposture - anche se occultate dietro il presidio gramsciano delle casematte dell’informazione, della politica politicante e della cultura. Se così non sarà, dovremo aspettare solo che esploda drammaticamente la prossima bolla, che si scatenino rivolte sociali devastanti, che il Sud Europa faccia come la Grecia, ma alla resa dei conti si arriverà comunque. Meglio prima che poi, per cui leggiamo questo libro!
(Ma è possibile che Ponte alle grazie faccia uscire un libro così importante in queste condizioni? I refusi sono un'infinità, mai vista una cosa del genere!)