Come posso definire questo libro? Una miniera di autorevoli aforismi e spunti di riflessione, una guida al presente sintetica e al tempo stesso analitica, un corso militante ma critico di storia delle dottrine politiche, il pensiero interdisciplinare di un intellettuale intransigente, poliedrico, ir
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Come posso definire questo libro? Una miniera di autorevoli aforismi e spunti di riflessione, una guida al presente sintetica e al tempo stesso analitica, un corso militante ma critico di storia delle dottrine politiche, il pensiero interdisciplinare di un intellettuale intransigente, poliedrico, ironico. Di sicuro, è uno di quei testi da tenere sul comodino, e da portare con sé quando si sta lontano da casa. Il liberalismo è prima di tutto critica dei rapporti di dominio. Libertà è libertà di, non libertà da. Essere liberali non significa dunque sposare un'ideologia (magari "borghese"), ma applicare un metodo, indicare vie concrete di emancipazione, di realizzazione umana e - perché no - di progresso. È laicità; è, kantianamente, illuminismo. Nell'epoca in cui la democrazia è ferita e oltraggiata dal pensiero unico mediatico, dalla cultura egoistico-acquisitiva, dalla globalizzazione finanziaria oligarchica ecocida, dalla privatizzazione della politica, per Pellizzetti il liberale e il liberista sono agli antipodi. E credo che attualmente questa sia la chiave di ogni riflessione politica non superficiale.
Credo che quest'opera di Chang mi abbia insegnato qual è il maggior pregio che un libro di saggistica possa avere: essere attuale, pur senza parlare di attualità. Cito solo l'icastico titolo dell'ultimo capitolo: "Una buona politica economica non ha bisogno di bravi economisti". E' un vademecum ind
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Credo che quest'opera di Chang mi abbia insegnato qual è il maggior pregio che un libro di saggistica possa avere: essere attuale, pur senza parlare di attualità. Cito solo l'icastico titolo dell'ultimo capitolo: "Una buona politica economica non ha bisogno di bravi economisti". E' un vademecum indispensabile per difendersi dai sacerdoti dell'ortodossia liberista e dai dogmi con cui hanno infestato e inceppato il dibattito pubblico e politico; un libro di piacevole lettura, scorrevole, ironico e davvero alla portata di tutti (e stavolta non è uno specchietto per le allodole da quarta di copertina!).
Giannuli ha una dote rara: nelle sue analisi non abbandona mai una prospettiva globale, sistemica, anche quando affronta situazioni o paesi specifici. E - cosa ancor più inconsueta - quando, appunto, scende nello specifico riesce a "disegnare" idealmente una sorta di sfondo, in cui il lettore può ri
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Giannuli ha una dote rara: nelle sue analisi non abbandona mai una prospettiva globale, sistemica, anche quando affronta situazioni o paesi specifici. E - cosa ancor più inconsueta - quando, appunto, scende nello specifico riesce a "disegnare" idealmente una sorta di sfondo, in cui il lettore può riconoscere nitidamente tutte le variabili in gioco e comprendere con immediatezza le implicazioni che le eventuali ricette comporterebbero.
Ma il merito più grande di questo libro è di saper tenere fede al titolo, indicando davvero una strada per uscire dalla crisi. Una strada radicale quanto si vuole, ma che comunque prima o poi risulterà inevitabile percorrere - magari facendosi largo tra il cumulo di macerie sociali che l'aggravarsi di una crisi pagata dai più deboli avrà lasciato -, date le contraddizioni irresolubili del capitalismo finanziario globalizzato.
La diagnosi che Giannuli traccia nei primi capitoli, in estrema sintesi, è questa: - L'ideologia liberista, la deregulation finanziaria, la libera circolazione dei capitali, il dilagare del sistema bancario ombra, il principio della massimizzazione del valore per gli azionisti hanno creato un sistema in cui il denaro viene riprodotto attraverso il denaro stesso, passando sempre meno per la produzione di merci. - Questo sistema è instabile si fonda su bolle destinate puntualmente a esplodere. - Il capitalismo finanziario tende a drenare risorse sempre maggiori dall’economia reale. - Ne conseguono disuguaglianze nella distribuzione del reddito crescenti e sempre più insostenibili anche dal punto di vista economico, poiché viene abbattuta la domanda aggregata, la quale nel medio periodo non può essere sostenuta con l'indebitamento. - Alla crisi del 2008 si è risposto con iniezioni di liquidità nel sistema finanziario, il che ha fatto ripartire l’economia per breve tempo ma ha nuovamente innescato gli meccanismi perversi che avevano portato al crollo. Attualmente siamo in una fase di trappola della liquidità, per cui il denaro a basso costo offerto dalle banche centrali non viene distribuito alle forze produttive attraverso il credito e si rivela pertanto inutile e dannoso. - Nel complesso tutta l'economia mondiale si basa su debiti, compresi quelli pubblici, in gran parte impossibili da restituire. Verosimilmente né l’austerità, né politiche espansive possono risolvere questa situazione. - La crisi, il sostanziale fallimento degli impegni militari e un indebitamento spaventoso hanno indebolito gli USA nel ruolo di superpotenza, e con la crescita dei paesi BRICS è lecito attendersi nuovi equilibri internazionali e trasferimenti di potere. - Il capitalismo finanziario e l’ideologia neoliberista riescono a mantenersi in vita malgrado i propri fallimenti anche perché hanno saputo disinnescare ogni potenziale politico degli interessi del lavoro, attraverso la mobilità del capitale ma anche forzando la mano per creare conflitti tra lavoro autonomo, lavoro dipendente, precari e disoccupati, che invece dovrebbero essere alleati contro l’oligarchia finanziaria che ne è il nemico comune. (Per inciso, manca una riflessione sufficientemente approfondita sull’Euro e sulle sue debolezze strutturali, che erroneamente nel discorso pubblico vengono attribuite al solo eccesso di debito. E’ l’unica vera macchia di questo libro.)
Le proposte di Giannuli si possono riassumere con questa sua frase: “Urge il ritorno dell’intervento statale in economia, proprio per riequilibrare l’attuale preponderanza della finanza privata. (…) se lo Stato vuole sostenere le imprese produttive, che senso ha offrire alle banche all’1% di interessi affinché queste lo prestino alle aziende al 7%? Non sarebbe più razionale che lo Stato, attraverso una sua agenzia o una banca a capitale pubblico, trasferisse direttamente quel denaro alle aziende all’1 o 2% di interessi?” (pp.166-167). La scelta è tra salvare gli Stati e le loro popolazioni o salvare le banche, e da questo bivio non si scappa. Inutile dire che la strada intrapresa finora è l’esatto opposto. Ma forse di situazioni come quella greca possiamo permettercene una sola, perché altri crolli simili trascinerebbero tutto il mondo nel baratro. L’unico motore in grado di superare la trappola della liquidità, come insegna Keynes, è l’intervento dello Stato, che peraltro si rende necessario anche per orientare la produzione verso quei settori più strategici dal punto di vista sociale ed ecologico. Le banche insolventi possono anche fallire o ridimensionarsi, in un simile contesto di politica economica.
Resta il problema dell’indebitamento, perciò Giannuli auspica una nuova Bretton Woods in cui discutere di una moratoria sul debito detenuto da creditori esteri, che al netto di tutto sono in sostanza i BRICS, Cina in testa, offrendo loro come contropartita un maggior peso negli organi internazionali (FMI, WTO, Banca mondiale, ma anche Consiglio di sicurezza ONU). E da lì si potrebbe partire per una serie di accordi volti a reprimere la finanza speculativa e i paradisi fiscali (qui però Giannuli dimentica che i principali sono in territorio americano e inglese, altro che Svizzera e Lussemburgo!) e per giungere a un sistema internazionale di cambi valutari meno volatile, e in cui la mobilità internazionale dei capitali venga temperata direttamente o indirettamente (quantomeno tracciandone i movimenti).
Utopia? Forse, ma qui non si tratta più solo di inseguire un ideale di giustizia, si tratta di salvarsi la pelle. Tutti. Speriamo solo (ma è difficile essere ottimisti) che davvero si crei un blocco politico del lavoro, che sappia politicamente far valere insieme gli interessi dell’operaio, quelli del giovane precario, quelli delle partite Iva e delle PMI, che in questa congiuntura marciano di pari passo in antitesi con quelli di “lorsignori”, ormai posti di fronte alle loro imposture - anche se occultate dietro il presidio gramsciano delle casematte dell’informazione, della politica politicante e della cultura. Se così non sarà, dovremo aspettare solo che esploda drammaticamente la prossima bolla, che si scatenino rivolte sociali devastanti, che il Sud Europa faccia come la Grecia, ma alla resa dei conti si arriverà comunque. Meglio prima che poi, per cui leggiamo questo libro!
(Ma è possibile che Ponte alle grazie faccia uscire un libro così importante in queste condizioni? I refusi sono un'infinità, mai vista una cosa del genere!)
Strumenti sempre più complessi come cartolarizzazioni e derivati, sostenevano i loro creatori e promotori, erano riusciti nel miracolo di minimizzare il rischio finanziario. In realtà l'hanno di fatto trasferito ai più deboli. Come ha fatto a imporsi questo sistema di privatizzazione dei profitti e
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Strumenti sempre più complessi come cartolarizzazioni e derivati, sostenevano i loro creatori e promotori, erano riusciti nel miracolo di minimizzare il rischio finanziario. In realtà l'hanno di fatto trasferito ai più deboli. Come ha fatto a imporsi questo sistema di privatizzazione dei profitti e di socializzazione delle perdite? In che modo e perché una bolla finanziaria si gonfia e poi esplode? Con quali conseguenze? Perché una crisi grave ma circoscritta come quella dei mutui subprime americani ha avuto effetti a catena devastanti in tutto il mondo? E perché questo ha determinato anche speculazioni e conseguenti aumenti dei prezzi del petrolio e delle materie prime, con ulteriori danni per le persone e le economie (specie le più deboli)? Non accade troppo spesso che i piccoli risparmiatori e gli investitori istituionali, come i fondi pensione, vengano spinti ad acquistare titoli spazzatura? Com'è possibile che, con i derivati, agli speculatori sia concesso di stipulare un'assicurazione su qualcosa che non gli appartiene? Perché di solito i mercati premiano i titoli delle imprese che annunciano licenziamenti, anche se ciò ne ridurrà la capacità produttiva? Seguendo quali meccanismi i profitti si spostano sempre di più verso le rendite o verso i dividendi degli azionisti e sempre meno verso gli investimenti produttivi? Perché gli Stati hanno dovuto acquistare titoli tossici e irrorare di soldi pubblici grandi banche e istituti finanziari? E come è potuto succedere che questi ultimi poi abbiano reimmesso il denaro ottenuto nei circuiti speculativi, senza aiutare l’economia reale a riprendersi, mentre i titoli pubblici dei paesi che si sono oltremodo indebitati per salvarli sono diventati l’oggetto di una nuova ondata di speculazione? Quali sono i veri squilibri che hanno portato alla crisi dell’Euro nei paesi "Pigs"? Si può dire che l’economia criminale sia determinante, oltre che ben accetta, per il sistema finanziario mondiale? E' uno scherzo oppure è vero che le Isole del canale della Manica sono i primi esportatori di banane in Europa e nelle Isole Vergini sono registrate 30 imprese per abitanti (notare che sono due paesi sotto giurisdizione britannica e statunitense)? Le politiche dell'austerità e il superamento del modello sociale europeo sono inevitabili? Questo libro risponde a tutte queste domande, e anche a molte altre. E altre ancora ne pone. In 160 pagine di facile lettura, scritte per essere comprese da tutti. Leggerlo è davvero imprescindibile, per chi voglia capire al di là della retorica e della teoria che cos'è davvero la globalizzazione finanziaria: un gigantesco casinò da cui dipendono le sorti del pianeta.
Volevo leggere un saggio che affrontasse il tema della crisi dell’Euro da un punto di vista critico e radicale, ma non troppo complesso. Utile, ben scritta e motivata, anche se con molti limiti, si è rivelata in effetti la parte più strettamente dedicata all’Europa, alla moneta unica, alla critica d
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Volevo leggere un saggio che affrontasse il tema della crisi dell’Euro da un punto di vista critico e radicale, ma non troppo complesso. Utile, ben scritta e motivata, anche se con molti limiti, si è rivelata in effetti la parte più strettamente dedicata all’Europa, alla moneta unica, alla critica delle politiche monetarie e alla discussione su come superare la crisi con un modello radicalmente nuovo – cioè gli ultimi due capitoli. Ma le pagine precedenti mi hanno deluso profondamente. Non tanto e non solo per le premesse ferocemente antiliberali e antindividualiste, che non mi convincono nella misura in cui si rifiutano di riconoscere gli indubbi miglioramenti della vita morale e materiale negli ultimi secoli, bollati indiscriminatamente, invece, di barbarie e perversità distruttiva. Il fatto è che in seguito Amoroso prende posizioni estremamente forti e radicali sulla globalizzazione e sulla finanziarizzazione dell’economia, ma a sostegno delle sue tesi, che ruotano intorno alle parole “truffa” e “inganno” e sono proclamate con toni di denuncia sprezzanti, non si vedono argomentazioni convincenti. Non nel senso che le sue tesi non convincano, o che abbia torto: istintivamente tendo anche a pensare che sulle trasformazioni degli ultimi 40 anni abbia in gran parte ragione, ma il problema è che di tesi non ce ne sono proprio, ci sono solo asserzioni, e al lettore non si danno gli elementi per valutare, per farsi un’idea meno supeficiale e magari confrontare le posizioni di Amoroso con quelle di altri osservatori. Qualche esempio. Nel libro si afferma che l’economia globale e l’economia criminale sono tutt’uno, una “triade” di “finanza, droga, armi e tecnologia”. Le periodiche crisi, compresa quella in corso, sono in realtà delle truffe organizzate dalla finanza, dalle corporations e dal complesso militare-industriale (e dai governi espressione di tali poteri) per determinare nuovi equilibri del capitalismo a essi più favorevoli. Ma non è che Amoroso sviluppi questi argomenti in modo più approfondito di quanto li abbia sinteticamente esposti io in queste tre righe. Dichiara che la pensa così, e basta. Al massimo cita il pur illuminante libro del sicario dell’economia pentito John Perkins, e (un po' forzando la mano) qualche passo di J.K. Galbraith. Uno dice: ma è un pamphlet, un libricino di 110 pagine, che ti aspettavi? Mi aspettavo come minimo che, in assenza di spazio, ci fosse qualche rimando a studi, inchieste, ricostruzioni di altri autori, dei riferimenti bibliografici in più… tanto più indispensabili quanto più si assumono posizioni eterodosse e radicali!
Libertà come critica e conflitto
Come posso definire questo libro? Una miniera di autorevoli aforismi e spunti di riflessione, una guida al presente sintetica e al tempo stesso analitica, un corso militante ma critico di storia delle dottrine politiche, il pensiero interdisciplinare di un intellettuale intransigente, poliedrico, ir ... (continue)
Come posso definire questo libro? Una miniera di autorevoli aforismi e spunti di riflessione, una guida al presente sintetica e al tempo stesso analitica, un corso militante ma critico di storia delle dottrine politiche, il pensiero interdisciplinare di un intellettuale intransigente, poliedrico, ironico.
Di sicuro, è uno di quei testi da tenere sul comodino, e da portare con sé quando si sta lontano da casa.
Il liberalismo è prima di tutto critica dei rapporti di dominio. Libertà è libertà di, non libertà da.
Essere liberali non significa dunque sposare un'ideologia (magari "borghese"), ma applicare un metodo, indicare vie concrete di emancipazione, di realizzazione umana e - perché no - di progresso. È laicità; è, kantianamente, illuminismo. Nell'epoca in cui la democrazia è ferita e oltraggiata dal pensiero unico mediatico, dalla cultura egoistico-acquisitiva, dalla globalizzazione finanziaria oligarchica ecocida, dalla privatizzazione della politica, per Pellizzetti il liberale e il liberista sono agli antipodi. E credo che attualmente questa sia la chiave di ogni riflessione politica non superficiale.
23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo
Credo che quest'opera di Chang mi abbia insegnato qual è il maggior pregio che un libro di saggistica possa avere: essere attuale, pur senza parlare di attualità. Cito solo l'icastico titolo dell'ultimo capitolo: "Una buona politica economica non ha bisogno di bravi economisti".continue)
E' un vademecum ind ... (
Credo che quest'opera di Chang mi abbia insegnato qual è il maggior pregio che un libro di saggistica possa avere: essere attuale, pur senza parlare di attualità. Cito solo l'icastico titolo dell'ultimo capitolo: "Una buona politica economica non ha bisogno di bravi economisti".
E' un vademecum indispensabile per difendersi dai sacerdoti dell'ortodossia liberista e dai dogmi con cui hanno infestato e inceppato il dibattito pubblico e politico; un libro di piacevole lettura, scorrevole, ironico e davvero alla portata di tutti (e stavolta non è uno specchietto per le allodole da quarta di copertina!).
Uscire dalla crisi è possibile
***This comment contains spoilers! ***
Giannuli ha una dote rara: nelle sue analisi non abbandona mai una prospettiva globale, sistemica, anche quando affronta situazioni o paesi specifici. E - cosa ancor più inconsueta - quando, appunto, scende nello specifico riesce a "disegnare" idealmente una sorta di sfondo, in cui il lettore può ri ... (continue)
Giannuli ha una dote rara: nelle sue analisi non abbandona mai una prospettiva globale, sistemica, anche quando affronta situazioni o paesi specifici. E - cosa ancor più inconsueta - quando, appunto, scende nello specifico riesce a "disegnare" idealmente una sorta di sfondo, in cui il lettore può riconoscere nitidamente tutte le variabili in gioco e comprendere con immediatezza le implicazioni che le eventuali ricette comporterebbero.
Ma il merito più grande di questo libro è di saper tenere fede al titolo, indicando davvero una strada per uscire dalla crisi. Una strada radicale quanto si vuole, ma che comunque prima o poi risulterà inevitabile percorrere - magari facendosi largo tra il cumulo di macerie sociali che l'aggravarsi di una crisi pagata dai più deboli avrà lasciato -, date le contraddizioni irresolubili del capitalismo finanziario globalizzato.
La diagnosi che Giannuli traccia nei primi capitoli, in estrema sintesi, è questa:
- L'ideologia liberista, la deregulation finanziaria, la libera circolazione dei capitali, il dilagare del sistema bancario ombra, il principio della massimizzazione del valore per gli azionisti hanno creato un sistema in cui il denaro viene riprodotto attraverso il denaro stesso, passando sempre meno per la produzione di merci.
- Questo sistema è instabile si fonda su bolle destinate puntualmente a esplodere.
- Il capitalismo finanziario tende a drenare risorse sempre maggiori dall’economia reale.
- Ne conseguono disuguaglianze nella distribuzione del reddito crescenti e sempre più insostenibili anche dal punto di vista economico, poiché viene abbattuta la domanda aggregata, la quale nel medio periodo non può essere sostenuta con l'indebitamento.
- Alla crisi del 2008 si è risposto con iniezioni di liquidità nel sistema finanziario, il che ha fatto ripartire l’economia per breve tempo ma ha nuovamente innescato gli meccanismi perversi che avevano portato al crollo. Attualmente siamo in una fase di trappola della liquidità, per cui il denaro a basso costo offerto dalle banche centrali non viene distribuito alle forze produttive attraverso il credito e si rivela pertanto inutile e dannoso.
- Nel complesso tutta l'economia mondiale si basa su debiti, compresi quelli pubblici, in gran parte impossibili da restituire. Verosimilmente né l’austerità, né politiche espansive possono risolvere questa situazione.
- La crisi, il sostanziale fallimento degli impegni militari e un indebitamento spaventoso hanno indebolito gli USA nel ruolo di superpotenza, e con la crescita dei paesi BRICS è lecito attendersi nuovi equilibri internazionali e trasferimenti di potere.
- Il capitalismo finanziario e l’ideologia neoliberista riescono a mantenersi in vita malgrado i propri fallimenti anche perché hanno saputo disinnescare ogni potenziale politico degli interessi del lavoro, attraverso la mobilità del capitale ma anche forzando la mano per creare conflitti tra lavoro autonomo, lavoro dipendente, precari e disoccupati, che invece dovrebbero essere alleati contro l’oligarchia finanziaria che ne è il nemico comune.
(Per inciso, manca una riflessione sufficientemente approfondita sull’Euro e sulle sue debolezze strutturali, che erroneamente nel discorso pubblico vengono attribuite al solo eccesso di debito. E’ l’unica vera macchia di questo libro.)
Le proposte di Giannuli si possono riassumere con questa sua frase: “Urge il ritorno dell’intervento statale in economia, proprio per riequilibrare l’attuale preponderanza della finanza privata. (…) se lo Stato vuole sostenere le imprese produttive, che senso ha offrire alle banche all’1% di interessi affinché queste lo prestino alle aziende al 7%? Non sarebbe più razionale che lo Stato, attraverso una sua agenzia o una banca a capitale pubblico, trasferisse direttamente quel denaro alle aziende all’1 o 2% di interessi?” (pp.166-167). La scelta è tra salvare gli Stati e le loro popolazioni o salvare le banche, e da questo bivio non si scappa. Inutile dire che la strada intrapresa finora è l’esatto opposto. Ma forse di situazioni come quella greca possiamo permettercene una sola, perché altri crolli simili trascinerebbero tutto il mondo nel baratro. L’unico motore in grado di superare la trappola della liquidità, come insegna Keynes, è l’intervento dello Stato, che peraltro si rende necessario anche per orientare la produzione verso quei settori più strategici dal punto di vista sociale ed ecologico. Le banche insolventi possono anche fallire o ridimensionarsi, in un simile contesto di politica economica.
Resta il problema dell’indebitamento, perciò Giannuli auspica una nuova Bretton Woods in cui discutere di una moratoria sul debito detenuto da creditori esteri, che al netto di tutto sono in sostanza i BRICS, Cina in testa, offrendo loro come contropartita un maggior peso negli organi internazionali (FMI, WTO, Banca mondiale, ma anche Consiglio di sicurezza ONU). E da lì si potrebbe partire per una serie di accordi volti a reprimere la finanza speculativa e i paradisi fiscali (qui però Giannuli dimentica che i principali sono in territorio americano e inglese, altro che Svizzera e Lussemburgo!) e per giungere a un sistema internazionale di cambi valutari meno volatile, e in cui la mobilità internazionale dei capitali venga temperata direttamente o indirettamente (quantomeno tracciandone i movimenti).
Utopia? Forse, ma qui non si tratta più solo di inseguire un ideale di giustizia, si tratta di salvarsi la pelle. Tutti. Speriamo solo (ma è difficile essere ottimisti) che davvero si crei un blocco politico del lavoro, che sappia politicamente far valere insieme gli interessi dell’operaio, quelli del giovane precario, quelli delle partite Iva e delle PMI, che in questa congiuntura marciano di pari passo in antitesi con quelli di “lorsignori”, ormai posti di fronte alle loro imposture - anche se occultate dietro il presidio gramsciano delle casematte dell’informazione, della politica politicante e della cultura. Se così non sarà, dovremo aspettare solo che esploda drammaticamente la prossima bolla, che si scatenino rivolte sociali devastanti, che il Sud Europa faccia come la Grecia, ma alla resa dei conti si arriverà comunque. Meglio prima che poi, per cui leggiamo questo libro!
(Ma è possibile che Ponte alle grazie faccia uscire un libro così importante in queste condizioni? I refusi sono un'infinità, mai vista una cosa del genere!)
Per qualche dollaro in più
Strumenti sempre più complessi come cartolarizzazioni e derivati, sostenevano i loro creatori e promotori, erano riusciti nel miracolo di minimizzare il rischio finanziario. In realtà l'hanno di fatto trasferito ai più deboli.continue)
Come ha fatto a imporsi questo sistema di privatizzazione dei profitti e ... (
Strumenti sempre più complessi come cartolarizzazioni e derivati, sostenevano i loro creatori e promotori, erano riusciti nel miracolo di minimizzare il rischio finanziario. In realtà l'hanno di fatto trasferito ai più deboli.
Come ha fatto a imporsi questo sistema di privatizzazione dei profitti e di socializzazione delle perdite?
In che modo e perché una bolla finanziaria si gonfia e poi esplode? Con quali conseguenze?
Perché una crisi grave ma circoscritta come quella dei mutui subprime americani ha avuto effetti a catena devastanti in tutto il mondo?
E perché questo ha determinato anche speculazioni e conseguenti aumenti dei prezzi del petrolio e delle materie prime, con ulteriori danni per le persone e le economie (specie le più deboli)?
Non accade troppo spesso che i piccoli risparmiatori e gli investitori istituionali, come i fondi pensione, vengano spinti ad acquistare titoli spazzatura?
Com'è possibile che, con i derivati, agli speculatori sia concesso di stipulare un'assicurazione su qualcosa che non gli appartiene?
Perché di solito i mercati premiano i titoli delle imprese che annunciano licenziamenti, anche se ciò ne ridurrà la capacità produttiva?
Seguendo quali meccanismi i profitti si spostano sempre di più verso le rendite o verso i dividendi degli azionisti e sempre meno verso gli investimenti produttivi?
Perché gli Stati hanno dovuto acquistare titoli tossici e irrorare di soldi pubblici grandi banche e istituti finanziari? E come è potuto succedere che questi ultimi poi abbiano reimmesso il denaro ottenuto nei circuiti speculativi, senza aiutare l’economia reale a riprendersi, mentre i titoli pubblici dei paesi che si sono oltremodo indebitati per salvarli sono diventati l’oggetto di una nuova ondata di speculazione?
Quali sono i veri squilibri che hanno portato alla crisi dell’Euro nei paesi "Pigs"?
Si può dire che l’economia criminale sia determinante, oltre che ben accetta, per il sistema finanziario mondiale?
E' uno scherzo oppure è vero che le Isole del canale della Manica sono i primi esportatori di banane in Europa e nelle Isole Vergini sono registrate 30 imprese per abitanti (notare che sono due paesi sotto giurisdizione britannica e statunitense)?
Le politiche dell'austerità e il superamento del modello sociale europeo sono inevitabili?
Questo libro risponde a tutte queste domande, e anche a molte altre. E altre ancora ne pone. In 160 pagine di facile lettura, scritte per essere comprese da tutti. Leggerlo è davvero imprescindibile, per chi voglia capire al di là della retorica e della teoria che cos'è davvero la globalizzazione finanziaria: un gigantesco casinò da cui dipendono le sorti del pianeta.
Euro in bilico
Volevo leggere un saggio che affrontasse il tema della crisi dell’Euro da un punto di vista critico e radicale, ma non troppo complesso. Utile, ben scritta e motivata, anche se con molti limiti, si è rivelata in effetti la parte più strettamente dedicata all’Europa, alla moneta unica, alla critica d ... (continue)
Volevo leggere un saggio che affrontasse il tema della crisi dell’Euro da un punto di vista critico e radicale, ma non troppo complesso. Utile, ben scritta e motivata, anche se con molti limiti, si è rivelata in effetti la parte più strettamente dedicata all’Europa, alla moneta unica, alla critica delle politiche monetarie e alla discussione su come superare la crisi con un modello radicalmente nuovo – cioè gli ultimi due capitoli.
Ma le pagine precedenti mi hanno deluso profondamente. Non tanto e non solo per le premesse ferocemente antiliberali e antindividualiste, che non mi convincono nella misura in cui si rifiutano di riconoscere gli indubbi miglioramenti della vita morale e materiale negli ultimi secoli, bollati indiscriminatamente, invece, di barbarie e perversità distruttiva. Il fatto è che in seguito Amoroso prende posizioni estremamente forti e radicali sulla globalizzazione e sulla finanziarizzazione dell’economia, ma a sostegno delle sue tesi, che ruotano intorno alle parole “truffa” e “inganno” e sono proclamate con toni di denuncia sprezzanti, non si vedono argomentazioni convincenti. Non nel senso che le sue tesi non convincano, o che abbia torto: istintivamente tendo anche a pensare che sulle trasformazioni degli ultimi 40 anni abbia in gran parte ragione, ma il problema è che di tesi non ce ne sono proprio, ci sono solo asserzioni, e al lettore non si danno gli elementi per valutare, per farsi un’idea meno supeficiale e magari confrontare le posizioni di Amoroso con quelle di altri osservatori.
Qualche esempio. Nel libro si afferma che l’economia globale e l’economia criminale sono tutt’uno, una “triade” di “finanza, droga, armi e tecnologia”. Le periodiche crisi, compresa quella in corso, sono in realtà delle truffe organizzate dalla finanza, dalle corporations e dal complesso militare-industriale (e dai governi espressione di tali poteri) per determinare nuovi equilibri del capitalismo a essi più favorevoli. Ma non è che Amoroso sviluppi questi argomenti in modo più approfondito di quanto li abbia sinteticamente esposti io in queste tre righe. Dichiara che la pensa così, e basta. Al massimo cita il pur illuminante libro del sicario dell’economia pentito John Perkins, e (un po' forzando la mano) qualche passo di J.K. Galbraith.
Uno dice: ma è un pamphlet, un libricino di 110 pagine, che ti aspettavi? Mi aspettavo come minimo che, in assenza di spazio, ci fosse qualche rimando a studi, inchieste, ricostruzioni di altri autori, dei riferimenti bibliografici in più… tanto più indispensabili quanto più si assumono posizioni eterodosse e radicali!