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Come si può giudicare un libro che si è letto quando si era una ragazzina in un pomeriggio afoso, quando lo stupore della vita è davanti a te e tutto è nuovo, iridescente come i diamanti che provocano il dramma di questa storia; libro che si è perso nei vari traslochi della vita e si è ritrovato mir ... (
continue ) -
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Jan 28, 2010 |
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La cena
La cena, un libro dal colore verde, il colore dell’invidia, della rabbia, della bile che tracima da ogni poro di un unico personaggio accompagnato in questa vicenda da una comprimaria che all’invidia unisce l’ipocrisia, la secchezza inesorabile di un animo avvelenato. Ecco, questo libro è un veleno ... (continue)
La cena, un libro dal colore verde, il colore dell’invidia, della rabbia, della bile che tracima da ogni poro di un unico personaggio accompagnato in questa vicenda da una comprimaria che all’invidia unisce l’ipocrisia, la secchezza inesorabile di un animo avvelenato. Ecco, questo libro è un veleno che s’insinua nelle vene e che non ti uccide, ma ti provoca conati di ribrezzo.
Per cominciare, mi sembra che ci sia stato un errore abbastanza grave nel risvolto di copertina la dove si svela inopinatamente quello che in quarta di copertina si cela dietro un generico e superficiale - un figlio ha fatto qualcosa che non può essere giustificato - e già questo disguido mi ha innervosito, nel senso che mi ha fatto vivere ogni riga del libro, dalla prima all’ultima, il raccapriccio di quell’atto.
Il racconto narrato da Paul si snoda in un modo ambiguo che ha suscitato in me diversi stati d’animo - falsati, ho l’impressione, proprio da quella topica del risvolto di copertina.
Direi che i protagonisti non sono quattro, ma due (Paul e Claire). E poi ci sono le due spalle (Serge e Babette). Poi non si può dire che Michel non sia anche lui un protagonista, anzi, un terribile protagonista, vigliacco, gelido e violento come il padre. E poi i due fantasmi che si stagliano succubi fra le ombre cupe di queste pagine: Rick e Beau. E non voglio tralasciare il maitre, ossequioso e che tuttavia impone la sua presenza sui cibi, dall'antipasto alla mancia, con l'imposizione schifosa del suo mignolo che con pignoleria non richiesta, descrive la sostanza delle pietanze.
E poi, ultimo ma non ultimo, c’è il mucchietto di cenere “puzzolente” che pervade ogni sguardo, ogni gesto, ogni parola, ogni movimento dei protagonisti.
Paul, il narratore, all’inizio sembra, e lo è, un invidioso senza limiti: il fratello viene seguito dal suo sguardo malevolo da sempre; le sue osservazioni sul fratello, nei minimi particolari, sin dall’inizio, sin da quando si racconta la frase - Serge non prenota mai tre mesi prima - non hanno mai un attimo di tregua, una molecola di 'benevolenza' e mostrano la evidenza di una invidia che si srotola come un serpente a sonagli pigro e sonnacchioso, pronto però a dare il morso velenoso al tronfio, ma tutto sommato bonaccione fratello che aspira al governatorato.
E quando si pensa che l’invidia sia il difetto già insopportabile di Paul e più di là non può arrivare, man mano che si girano le pagine si scopre che Paul va verso la follia che viene accennata da episodi da lui raccontati come delle necessarie, assolutamente necessaire,reazioni a quelle che ritiene essere delle in-giustizie.
Claire, la strega travestita da innamorata, dolce moglie, da madre-tigre che difende il suo cucciolo ad ogni costo. Ed invece è solo la stratega-suggeritrice di nefandezze inenarrabili.
Serge, che all’inizio viene descritto dal fratello come un tronfio politico che vuole solo il posto di governatore e sembra disposto a tutto pur di ottenerlo, si rivela ….. e no, questo carattere, come quello di Babette, e degli altri protago-nisti non mi piace raccontarli. E' necessario che chi legge il libro se ne faccia un’idea personale, perché posso anche sbagliare nel mio giudizio.
Fra “Siamo andati a mangiare al ristorante” e “Ti voglio bene papà” c’è tutto un racconto pieno di tossine, di rancore, di astio, anche nei momenti in cui sembra ci sia amore, sguardi che s’incrociano complici ma non nell’amore bensì nel progettare il male. C’è il diavolo in questo romanzo, c’è qualcosa d’impalpabile che non ha niente a che fare con la letteratura. Ed io credo, suppongo, penso che l’autore abbia sofferto non poco a raccontare così lucidamente e puntigliosamente la follia che è nelle vene, nei muscoli, nella più piccola cellula dei due marito e moglie. Follia dalla quale non si può scappare, che si annoda e stritola chi ne viene a contatto. E forse è contagiosa, questa follia, e forse ci ha già contagiato.
Ma devo avere un filo di speranza: la fine di Beau - che voglio pensare sia stato accusato ingiustamente di ricatto - e raccontata con perfide sfumature, rimane avvolta in una nebbia. Ed è per questo che mi prendo la libertà di immaginare Beau nel suo paese d'origine, libero dai vincoli limacciosi che lo hanno tenuto legato ad una famiglia che forse, prima ancora di essere folle, è consapevolmente, scientemente, brutalmente malvagia, di quella malvagità che non lascia scampo. A nessuno.