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Fantascienza
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- Il ciclo di vita degli oggetti software (92)
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By Ted Chiang -
Finished in Mar 2012 




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- Le torri del dominio (65)
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By Sheri S. Tepper -
Finished in Feb 2012 




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Risvegli sulla riva. A volte a Nord. A volte a Sud. -
RIVA NORD
Sheri Stewart Tepper è una scrittrice di fantascienza poco nota in Italia.
Nata in Colorado nel lontano 1929, l'anno della Grande Depressione, è riuscita a barcamenarsi negli studi e verso i trent'anni ha cominciato a darsi da fare nel campo dell'assistenza sociale. Per un quarto di secol ... (continue ) RIVA NORD
Sheri Stewart Tepper è una scrittrice di fantascienza poco nota in Italia.
Nata in Colorado nel lontano 1929, l'anno della Grande Depressione, è riuscita a barcamenarsi negli studi e verso i trent'anni ha cominciato a darsi da fare nel campo dell'assistenza sociale. Per un quarto di secolo ha lavorato in un centro per famiglie in difficoltà delle Montagne Rocciose, il Rocky Mountain Planned Parenthood, uscendone quando ormai ne era diventata direttrice esecutiva. Da quel momento, siamo a metà degli anni '80, la Tepper s’è divisa fra un gest ranch a Santa Fe nel New Mexico (un luogo in cui la gente di città va a rifugiarsi quando ha i nervi a pezzi e vorrebbe solo cavalcare al tramonto e vedere qualche vero campagnolo mungere vacche e prendere i tori per le corna), e la scrittura di vari romanzi di genere. Fantasy travestiti da fantascienza, gialli e romanzi di formazione, o di fantaformazine, con giovani alieni presi da problemi così simili a quelli dei nostri pargoli. Opere pubblicate, tanto per cambiare, sotto diversi pseudonimi: A.J. Orde, E.E. Horlak, B.J. Oliphant e Sheri S. Eberhart.
La Tepper sembra proprio una tipa tosta. Indomita e infaticabile. Così, se ha cominciato sperimentando la narrativa per ragazzi, ovvero una trilogia di trilogie "The true game" e un altro paio di serie meno intricate, in un paio d'anni, dopo il suo primo testo pubblicato, è riuscita a piazzare una dozzina di opere. Lei definisce questa massiccia entrata in scena come un semplice rodaggio, di cui sembra quasi vergognarsi. Vuole qualcosa di più, vuole le grandi storie. Le saghe onnicomprensive. E così nel 1987 esce, in due tempi, The Awakeners, ovvero I Risveglianti. Quasi una summa teologica, la riflessione nel mezzo del cammin di nostra vita...Nello specifico, la signora che ha scritto questo libro, anzi, questi due libri (Rivanord e Rivasud) ha superato i cinquantanni, è sovrappeso, ha i capelli a caschetto un po' ingrigiti. E' un donnone divorziato con due figli già grandi; come abbiamo visto ha mollato il lavoro di città e tutte le rogne che ha dovuto sentire in vita, ama gli animali più degli stessi esseri umani, possiede mucche, cani gatti pappagalli che le girano dentro e fuori casa (così ci dice, nell'intervista a Locus che fa da introduzione al volume), è una femminista di ferro - nei suoi libri vige l'assioma l'uomo è guerra, la donna è amore e carità -; è anche un'ecologista convinta e un'animista, contraria alle Chiese, ma non alla spiritualità che ci deriva dalla terra. Lei vuole un ritorno alla terra, ai ritmi della natura, qualunque sia questa natura, comunque si manifesti, sia il frutto di prodigi intrasolari o extrasolari.
Tutto questo afflato traspare nel suo romanzo. Il che è, a ben vedere, il pregio e il difetto dell'opera. Ci vuole davvero troppo poco per togliere i nomi esotici ai suoi personaggi, per sollevare il velo di Pan e attraversare, avanti e indietro, il suo testo. "Il mondo fantastico nel quale mi immergo leggendo un libro per me è reale esattamente come il mondo in cui vivo... se non addirittura più reale." Pag. II
Quella che ci propina la Tepper è un'operazione a tema, e se c'è effettivamente una grande sensibilità nel tratteggiare le storie dei suoi looser, essi sono solo pedine per l'assunto. Qui, nello specifico, ci sono alcuni orfani provenienti da città ghetto, simil medievaleggianti, che vanno incontro alla vita attraverso un disvelamento delle menzogne degli adulti. Bambini che nel crescere, nell'acquistare consapevolezza, dovranno rompere gli indugi dei grandi, smontare la civiltà corrotta, e diventare dei "buoni selvaggi", degli iniziatori di un'età nuova... per un cammino di speranza e di luce.RIVA SUD
[Attenzione! Sulla Riva Sud rischio SPOILER]C'è il marinaio-scultore Thrasne che si innamora della donna sbagliata, niente più di una proiezione della madre che l'ha ahilui abbandonato anzitempo. C'è il folle Peasimy, un ragazzo interrotto, un eterno bambino che vive di notte, temendo il buio e la stessa estraneità che gli cova dentro. C'è Pamra, la penitente che cerca l'immolazione per una colpa che non ha commesso (il suicidio della madre). C'è Medoor che cela la sua regalità nel nomadismo, intenta a frustare penitenti. Soprattutto - sopra di loro e sopra il popolo tenuto con la faccia nel fango, nel servilismo e nell'ignoranza - ci sono gli interessi particolaristici di caste di eterni matusa, obbligati a bruciare i libri, ad erigere barricate, a spargere terrori sacri, cercando di velare le verità biologiche ed ecologiche del sistema in cui tutti vivono. Così, pur di mantenere un equilibrio fasullo, i Risveglianti, i Ridenti e i Servi di Potipor, si mangiano a vicenda: chi offrendo un elisir di lunga vita ma che spegne gli appetiti sessuali, chi resuscitando i cadaveri per farli finire in pasto a grandiosi uccelli surrealisti (quasi una proiezione dell'arte frottage di Max Ernst). Su tutto vigila l'occhio degli Strambi, giganteschi ba-bau senzienti, e dei mendicanti jarb, freakettoni che spippazzano droghe come in una comune losangelina.
La trama si spezza presto in tanti rivoli, i punti di vista si assommano, si scontrano, da Rivanord ci si sposta a Rivasud; ovvero da un lato del pianeta, quello ormai in declino, ci si muove in un viaggio della speranza che tutto muti. Significativo che a liberarsi per primi dalle proprie catene siano i noor, la trasfigurazione extraterrestre dei - mi si passi il termine omofonico - nigger. Una popolazione di sottouomini dalla pelle scura, schiavizzati, cacciati, caproespiatorizzati, che saranno i veri portatori dell’arca dell’alleanza. Sarà proprio una noor, la solita figlia incompresa ed errabonda della somma regina, a dare alla luce il primo bebè dell’era nuova (un meticcio il cui padre è il fluviale Thrasne), mentre in un montaggio analogico e morale è dal sacrificio di Pampra che spiegherà le sue ali un infante alato, un ibrido umano-strambo-uccello-di-fuoco detto “il bambino lento”. Alla fine l'assunto di cui s'è detto, nonostante i millantamille microtemi che la Tepper analizza, a volte con perizia, a volte superficialmente, sta tutto qui, in questo semplice assiomatico ciclo vitale:❑ superare la colpa dei padri, le loro macchinazioni;
❑ farsi uomini e donne consapevoli, raggiungere cioè la maturità che non nega le paure, ma che le domina;
❑ creare una famiglia (una società) seppur allargata, strange e multietnica, fondata sulla fiducia nell'altro, sull'onestà intellettuale e sulla purezza dei sentimenti;
❑ rispettare la natura rispettando dunque anche noi stessi;
❑ piegarsi al ciclo della vita, quand'è tempo di andarsene... andarsene e basta.
CONCLUSIONI
Che dire? A me sembra proprio che la Tepper il suo Rocky Mountain Planned Parenthood non l'abbia mai veramente abbandonato. La mission è sempre la stessa: educare i giovani virgulti. Un po' come se, invece che lavorare direttamente con i ragazzi e i loro genitori, ella abbia deciso di usare le armi della narrativoterapia. Il risultato è un opuscolo lungo un botto. Godibile, a tratti ben fatto, ma... come spiegare? ...disonesto nella sua onestà. Condivido alcune idee della Tepper però, ecco, non è per discuterle che mi sono fiondato sulla narrativa di evasione. Era per evadere. Un sottotesto mi va bene, anche due, ma uno spiegone lungo quattrocento pagine no.
Nota negativa, ovviamente, alla traduzione italiana del titolo, dai “Risveglianti”, di cui si parla per tutto il romanzo, alle roboanti, teutoniche Le torri del dominio. E se al posto della Tepper c’era da tradurre uno dei testi guerrafondai di Heinlein, pieno di ammazzamenti di alieni senza se e senza ma, come cavolo lo intitolavate il libro, laggiù negli uffici dell'Editrice Nord? Alla destra del cosmo? Morte ai sottoumani?
E ora...UN PAIO DI CITAZIONI ESPUNTE DALL'INTRODUZIONE
Il motivo per cui preferisco la fantascienza o la narrativa speculativa è perché riesce a gettare nuova luce sulla condizione umana. [...] Proiettare la nostra condizione cento o cinquecento anni nel futuro, introducendo qualche elemento strano ed esotico, significa gettarvi sopra un fascio di luce, cosicché è possibile osservarla più chiaramente di quanto si possa fare oggi, descrivendola in maniera altrimenti impossibile, pur rimanendo vicini alla realtà del mondo odierno. Pag. V
Una delle cose che più amo della letteratura speculativa è il fatto che sia aperta a nuove possibilità, cioè non si limita semplicemente ad accettare dei dati di fatto. Nei normali romanzi nulla cambia. Alla fine c'è una sorta di catarsi e anche di indulgenza. Ma non è sufficiente, perché dovremmo invece essere in grado di cambiare il nostro modo di essere, cioè riuscire ad andare al di là di questo genere di cose. Pag. V
Sono sempre stata contraria fin da giovanissima al fatto che le differenze tra le varie religioni vengano usate per soggiogare la gente. Gran parte delle coercizioni a scapito delle donne o di altre razze vengono esercitate con l'autorità che deriva da un potere religioso, e nei miei libri parlo proprio di questo. Usiamo linguaggi e modi di pensare diversi, usiamo la religione, il nazionalismo, la storia, per trovare motivi di divisione fra noi, diventando a nostro modo dei terroristi, contro i nostri figli, contro gli amici o i vicini. Credo sia un vero peccato. Pag. V-VI
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Feb 29, 2012 |
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Robottini dispettosi -
Un tempo mi recavo in edicola a scadenze regolari.
Come un orologio svizzero mi presentavo davanti all'esercente chiedendo, anzi, esigendo l'ultima uscita di questa o quell'altra collezione. Numeri imprescindibili finché non li avevo in mano, letti in un battibaleno, dimenticati ancor prima di chiud ... (continue ) Un tempo mi recavo in edicola a scadenze regolari.
Come un orologio svizzero mi presentavo davanti all'esercente chiedendo, anzi, esigendo l'ultima uscita di questa o quell'altra collezione. Numeri imprescindibili finché non li avevo in mano, letti in un battibaleno, dimenticati ancor prima di chiudere la quarta di copertina. Brevi momenti di estasi letteraria.
C'erano i fumetti Bonelli, qualche manga, le riviste tipo Focus o Art Dossier. Le testate fantascientifiche avevano uno spazio tutto loro, al centro di ogni mia libreria. In primis, ovviamente, Urania e i Classici di Urania, ma anche l’Isaac Asimov's Science Fiction Magazine versione italiana, Analog e Solaria.
Tante cose sono cambiate da allora. E se, grazie anche alla scoperta dei grandi della graphic novel come Dave McKean e Enki Bilal, oggi come oggi i nuovi volumi Bonelli non li toccherei neanche con un bastone, altre riviste sono ahimè scomparse, si sono disfatte all'interno del variegato panorama editoriale - l'IASFM, Solaria - o si ritrovano moribonde con la testa ficcata in una pozza d'acqua - Urania.
In questo ultimo decennio, certo non facile, pieno di cambiamenti - dalla carta al virtuale, dal Centro alla Rete - uno spazio tutto suo, messo quasi di traverso, se l'è conquistato proprio Robot. La fortuna di questa fantarivista è sempre stata quella di passare attraverso canali di distribuzione alternativi: prima le poste, poi il download via internet.
Come la bolognese Futuro Europa, curata dall'instancabile Ugo Malaguti, questa rivista è sempre stata sostenuta da un piccolo ma agguerrito gruppo di estimatori: scrittori, critici, collaboratori saltuari, facenti capo alla milanese Delos. Neri araldi della notte (elettrica) che tramano nell'ombra. Certo, se ascolti i loro discorsi sembra che stiano aggrappati in cima alla Madonnina, davanti a sterminate platee. La verità, piuttosto, è che se la cantano e se la suonano per i fatti loro.
Tutto ciò ha i suoi pregi e i suoi difetti.
C'è la resistenza a tutto, anche alla dipartita del curatore storico Vittorio Curtoni (1949-2011), alla mancanza di un ritorno economico degno di questo nome; c'è insomma un certo pelo sullo stomaco. D'altro canto difficilmente gli interventi letterari, e specificamente quelli dei nuovi autori italiani, risultano degni di nota. Molti mancano addirittura di quel minimo di professionalità che si chiederebbe a un testo da consegnare alle stampe.
Tornando a me, io non colleziono più nulla, la vita è troppo breve e troppo strana per fare santini; accumulare è un po' come morire, il senso del viaggio è viaggiare, ecc. ecc. Insomma, meglio assaggiare a random che intrupparsi in questa o quella fede, fosse anche solo una fede di gusto.
Se una rivista, un libro, un'antologia, contiene un paio di nomi che mi interessano l’acquisisco, se no… che me ne frega di schiaffarla fra l'11° e il 13° numero, fra la A di "Ah vedi che prezzi!" e la C di "Col cavolo che torno a comprarti"?
L'ultimo Robot che mi sono comprato, per esempio, conteneva un racconto lungo di Lucius Shepard (avete presente Lucius Shepard, uno dei migliori scrittori di fantaschifezze al mondo!?), ovvero Radiosa stella verde. Quello prima vantava l'unico racconto che mi sia mai veramente piaciuto del dottor Chiang (Ted Chiang, per me l'autore delusione del primo decennio del XXI sec.), Il mercante e il portale dell’alchimista.Ebbene, questo numero 64 è rimpolpato, oltreché da articoli privi di qualsiasi interesse - da una parte i doverosi peana sulla figura del Curtoni, dall’altra la pubblicità e le riflessioni intorno a varie figure e attività e merchandising della cricca - da un megaiperstrafantauau racconto di Paul di Filippo.
Fermo restando che non vedo l'ora di mettere le mani sul seguito di Un anno nella città lineare, che sarà pubblicato proprio dalla Casa Editrice Delos a Maggio del 2012 (La principessa della giungla lineare); un racconto di Paul di Filippo è sempre foriero di sorprese, voli pindarici, accostamenti strampalati; insomma è geek, freak, e ginlemon contemporaneamente.
Lo gusti, ti dici «cos'è questa schifezza?», poi ti ritrovi a chiederne un altro, e un altro ancora. Alla fine ti risvegli completamente ubriaco sul bordo di una strada sconosciuta, al freddo, con un mal di testa da paura e, quel che è peggio, tastandoti il costato ti rendi conto che qualcuno ti ha rubato un rene, o un polmone. Ripensandoci poi, una settimana dopo, seduto infiacchito sulla poltrona di casa, con un paio di tubi di un complesso macchinario medico che ti scava nelle parti molli e ti consente di vivere a stento, ti dici «Beh dai, infondo ne valeva la pena.» Ecco, questo è Paul di Filippo. L'autore di alcune fra le più pazze e divertenti antologie scifi che io abbia mai letto: La trilogia steampunk e l'Imperatore di Gondwana.
Di questo Wikiworld non voglio dire nulla se non che tratta di infestazioni di vermoni giganti, di piratesse di ostriche, di recuperatori di tesori dimenticati, di una guerra commerciale al Venezuela e del più complesso e arzigogolato piano per coltivare gangja lunare che mai sia stato attuato negli UWA, gli United Wikiworld of America.Come se non bastasse tutto ciò, il primo brano del sessantaquattresimo robot è quel L'Imperatore di Marte di Allen M. Steele, vincitore del premio Hugo 2011, nella categoria miglior novella.
Ecco Allen M. Steele è un autore che mi ispira un'innata simpatia. In mezzo a truci figuri che scrivono per salvare il mondo, o per blandirlo, e con un anello poi distruggerlo (Sauron rules!), Steele scrive onesti racconti di fantaoperai, di meccanici galattici, di astrotrasportatori in rivolta contro le astrogabelle di qualche Mario Monti interstellare.
Il suo ciclo del Coyote è uno spasso, mentre questo racconto, che accosta la dura realtà operaia del pianeta rosso alle visioni degli scrittori vintage che di Marte non sapevano quasi nulla (Edgar Rice Burroghs e il suo eroe John Carter, E. A. Van Vogt e il Villaggio incantano…), fa quasi scorrere una lacrimuccia. Ebbene sì, su Marte non ci sono belle imperatrici in costumi discinti, a cavallo di fallici biscioni che entrano ed escono dalle dune, entrano ed escono, entr… ok, ci siamo capiti.Il resto di questo numero 64, sfortunatamente, è messo in mano ai nostri italianissimi autori e, devo dire, si raschia il fondo del barile con ogni mezzo, lecito e illecito. Maico Morellini cerca di fare poesia postapocalittik, postcyber, post questo e quello, straparlando di Gabriel, della Mano Sinistra di Dio, del dominatore dei Cherubini, ma anche di Lucifero e della Stella del Mattino.
Qui le ambizioni sono alte, ci sono teofanie, riflessioni sul senso della vita, l’anima mundi è in pericolo; sfortuna vuole che i mercati cittadini siano “rustici”, i cursori del PC siano “rossi come una lacrima di sangue”, le connessioni informatiche si facciano attraverso “chiavistelli smeraldo e argento”. I suoi Angeli caduti avranno anche percorso chilometri di “brulla pianura” in mezzo a “vegetazione varia” e “profumi dimenticati” ma, per me, sono caduti proprio in basso.
Finire questo racconto mi ha dato, per dirla alla Morellini: Un senso di perdita talmente radicato da eludere ogni controllo, ogni logica. Mi sarei strappato i capelli, pur di continuare questo viaggio iniziatico…Giuseppe Lippi viene ripescato e ripresentato (come se ce ne fosse ancora bisogno) con una ripubblicazione del 1978, sì, il 1978, quando in Italia spopolavano i Cugini di Campagna e il miglior esperimento di moda erano gli zoccoli olandesi col tacco.
Il suo Antropologia fantastica non sarebbe poi così malaccio, solo che è retto da un’infilata di cliché, è un insieme di quadretti tenuti su con la colofonia. "Lo scenario è il circo, uno dei luoghi ideali per rappresentare "diversità", contrasti, tragedie e meraviglie sulla soglia dell'impossibile."
La trama, la tramina, è presto detta: il direttore di un circo di freak (freak veri con poteri soprannaturali) enuclea al lettore, e cioè a noi, tre dei suoi fenomeni da baraccone, Il clown beffato dal destino, la donna resuscitata, il diavolo volante; indi narra dell’arrivo in famiglia di un quarto artista, Gerald Pan, un normalissimo prestigiatore, del tutto ignaro dei poteri “fantasy” dei suoi colleghi; il poveretto scopre l’inghippo, ovvero che sotto il cerone è tutto vero, che non ci sono maschere, né trucchi né infingimenti, e lui da chi va a fare la sua bella denunzia? Ovviamente dal direttore del circo, il quale non ci pensa due volte e lo fa fuori. Punto.
Ovviamente non c’è un luogo, una data, un’ambientazione degna di questo nome… il tutto potrebbe essere successo nella Romagna di Fellini, come a Wichita durante la Grande Depressione.
Ora, risulta singolare che proprio nell’anno di stesura di questo “capolavoro”, il 1978, Giuseppe Lippi sp*ttanasse allegramente il mago di Waukegan, Ray Bradbury (si veda, intorno alla querelle, il saggio Guida alla fantascienza del duo Lippi e Curtoni o, se proprio non si ha niente da fare, le note in calce alla mia scheda su Il popolo dell’autunno), lo sp*ttanasse, dicevo, e poi lo andasse a imitare cosi spudoratamente… e così malamente.
Sindromi bipolari o semplice, genuina invidia? Lippi come Salieri e Bradbury come Mozart? Chissà…Ci sono poi tre raccontini flash di una pagina e mezza, rimescolati fra loro in modo da risparmiare spazio. Tre schioppi in aria che vorrebbero raggiungere la Luna, ovvero dare un qualche shock alla Fredric Brown, ma il cui unico pregio sta tutto nella loro estrema brevità.
Laddove i tre autori chiudono con la trovata finale - spot usati come carta valuta, sesso al posto di documenti di identità, Isaac Asimov rinato - rimane una mezza pagina libera e ta-daaa… ecco svelato l’arcano: il direttore responsabile di Robot Franco Forte ci ficca un bel gobbo con la pubblicità del tomo, edito dalla Delos, Il Magazzino dei mondi, antologia di 180 racconti per 250 pagine curata da… Franco Forte.
«Per chi ama la fantascienza brevissima, fulminante alla Fredric Brown»
Certo, e come no, non mancherò, vado subito a comprare il tomazzo…All’intermezzo pubblicitario - a tradimento - segue l'ennesima incursione nel mondo dei +toon di Dario Tonani: Ascesa in Mongolfiera al Sole di Bart. Ecco, qui avevo qualche speranza ma sono rimasto deluso. Tutto gira attorno a un’unica scena, un’unica trovata (pari pari quella del titolo) per giunta autoreferenziale. O conosci i +toon, o non sei nessuno.
Lo stile di Dario Tonani mi piace abbastanzucchio. Il suo infect@ era proprio stranetto, secondo me avrebbe meritato di vincere il Premio Urania 2006 (no dai, vogliamo metterlo a confronto con… e qui mi scende un briiiivido lungo la cervicale… Stella cadente di Alberto Costantini?). C’erano un bel po’ di cose che rendevano infect@ una vera e propria singolarità Made in Italy: finalmente una distopia urbana, ambientata in una Milano del futuro, che avesse degli elementi assolutamente originali. Sì certo c’era tanta pioggia, il poliziotto corrotto e droghino, e il noir che invadeva le strade… ma c’erano anche i colori sgargianti dei cartoni, la loro imprevedibilità!
Toxic@, uscito l’anno scorso, non era di certo al livello di quella prima lisergica indagine di Cletus, ma si poteva anche mandar giù. I racconti degli Infected files, beh… ho cominciato a leggerli con le migliori intenzioni e ho finito di farlo coi piedi, mentre il resto di me girava i rigatoni in padella e pensava ai fatti suoi.
Arrivati a questo Sole di Bart... diciamo solo che il calcio al carrello gliel'avrei dato io, a Juanito e a Pedro e alle “karognette”, ma per far precipitare i cartoonauti nello sprofondo, altro che per raggiungere le chiappe di Bart.
Possibile che quando un autore italiano ha una bella idea debba spremerla fino al parossismo!? Qui non si parla, nel bene o nel male, della saga pianificata da un professionista, magari da un mestierante, che ha già un contratto editoriale, che sa quanto tirarla avanti, quante pagine, con che ritmo, attraverso quante e quali uscite programmatiche. Quali le analessi e quali le prolessi, i colpi di scena, i rivolgimenti. Qui si parla di una serie di infiniti strascichi attorno a un’opera autoconclusiva che inaspettatamente ha avuto un certo (?) successo e che non si vuol lasciare andare.
A questo punto, pur di portare avanti l’impasto, mi aspetto un crossover Dario Tonani plus Massimo Mongai, i +toon nel mondo di Turturro, autopubblicati su Lulu. Non lo so… perché non un’opera teatrale? Un radiosceneggiato? Le vie dell’arte applicata sono infinite…Insomma, il mio giudizio è: numero bruttino, ma con due bei racconti piazzati all’inizio e alla fine.
Fortuna vuole che questo Robot 64:
1. L’abbia comprato direttamente in formato pdf;
2. Non l’abbia pagato una lira… ehm, scusate, un euro, visto che l’ho preso con i buoni del Sony Prs-T1;
3. Non abbia da finire impolverato in un angolo, se non nel fondo della mia micro SD.INDICE [delle sole opere di narrativa]
AUTORE Titolo (numero di facciate) Giudizio personale
ALLEN M. STEELE L'Imperatore di Marte (20) ****
MAICO MORELLINI Angeli caduti (21) **
GIUSEPPE LIPPI Antropologia fantastica (10) **
SERGIO DONATO E sotto Dio la ruggine (1 e ½) *
FERNANDO NAPPO Quote Spot (1 e ½) *
DOMENICO D'ALESSANDRO Seconda vita (1 e ½) *
DARIO TONANI Ascesa in mongolfiera al Sole di Bart (14) ***
PAUL DI FILIPPO Wikiworld (27) **** -
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Feb 7, 2012 |
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- Utopia e antiutopia (5)
- Wells, Huxley, Orwell
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By Krishan Kumar -
Finished in Feb 2012 




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Ma non si diceva "distopia"? -
Libro anni ’80 del professore di storia politica Krishan Kumar, un liberaldemocratico che insegna all’Univesità di Kent, nella bellissima cittadina di Canterbury (beato lui!). Introdotto dalle Affinità elettive di René Magritte, mi sono buttato sulla materia come una marmotta su uno specchio ... (
continue ) Libro anni ’80 del professore di storia politica Krishan Kumar, un liberaldemocratico che insegna all’Univesità di Kent, nella bellissima cittadina di Canterbury (beato lui!). Introdotto dalle Affinità elettive di René Magritte, mi sono buttato sulla materia come una marmotta su uno specchio d’acqua. L’edizione italiana, come volevasi dimostrare, è una vergogna. Non solo per il prezzo - quando lo comprai, nel lontano ’95, questo volumozzo costava la bellezza di 45.000 svanziche -, ma per lo squartamento senza ritegno dell’opera originaria. Utopia and Anti-Utopia in Modern Times, difatti, consta(va) di ben tre parti.
❑ La prima che indaga, secondo le mie fonti, le origini del concetto utopico, da Tommaso Moro a Campanella, ma anche il luddismo e l’avvento della rivoluzione industriale.
❑ La seconda, che studia i tre autori citati nel sottotitolo italiano, Herbert George Wells, Aldous Huxley e George Orwell.
❑ E la terza, che porta il discorso nei sixties e nei seventy del XX secolo, con la rivoluzione culturale allora in atto.
Ebbene, la Longo Editore di Ravenna s’è tenuta il secondo capitolo, e il resto lo ha buttato nella spazzatura. Non contenta di ciò, visto che la serpe mancava di testa e di coda, le due curatrici (che cito qui con gaudio: Raffaella Baccolini e Lucia Gunella), hanno inquartato il tutto con un paio di brani estratti a caso dalla biografia del nostro. Così… per creare il loro moderno Frankenstein.
Detto ciò il testo è notevole. Fra queste pagine sopravvissute non si analizzano solo le Belle Lettere, gli artifici delle trame e dei voli pindarici; piuttosto si da ampio spazio alle più moderne teorie sociologiche della produzione industriale, produzione interconnessa all’aspettativa “elastica” che l’uomo si concede nei confronti delle libertà basilari. Qui ci si chiede quanto l’uomo sia pronto a sacrificare al feroce D.I.O. del progresso per affermarsi, sia individualmente sia come gruppo. Quanto, in fin dei conti, egli sia schiavo della sua stessa idea di libertà, quando l’asservirsi alla macchina ne centuplica le possibilità, ma anche lo piega a un ritmo e a un vivere, a un “essere”, non del tutto suo.
Ecco allora la disamina sui primi “scientific-romances” - fra cui K.K. annovera il dottor Herbert G. Wells - che, seppur affascinati dalla tecné, anticiparono i rischi in cui incappano le istituzioni quando si dimostrano incapaci di gestire le proprie potenzialità innovative, le scoperte che affascinavano, e spaventavano, uomini di mondo come appunto Wells.
Si passa poi al racconto dei rischi (quasi antitetici) dovuti all’eccessiva razionalizzazione della cultura occidentale, specificamente di quella americana di inizio Novecento. Si parla di fordismo, della filosofia dell’industrialismo, da cui tentò di scappare il dottor Huxley con il suo viaggio al Mondo nuovo, dall'unica linea dell'assembly-line, alla ramificazione dei sensi quando si torna a correre incontro alla natura.
Alla fine K.K. ritorna in città, con un occhio sulle metropoli, giungendo ad analizzare lo spettro più cupo, il superficiale relativismo delle masse, sollevate da un certo bisogno strettamente materiale (mangiare, vestirsi, spostarsi) convinte di poter decidere autonomamente, pronte a cambiare idee e consumi a ogni piè sospinto, ma in realtà governate dal Grande Fratello teorizzato dal dottor Orwell.Viviamo in un mondo folle dove i contrari si scambiano continuamente, i pacifisti si scoprono ad adorare Hitler, i socialisti diventano nazionalisti, i patrioti collaborazionisti, i buddisti pregano per la vittoria dell’esercito giapponese, e la Borsa sale se i Russi preparano l’offensiva.
G.Orwell, Horizon, Sett. 1943Secondo K.K. quello che ci si prospetta, così, è il ritorno della repressione collettiva, mascherata però attraverso l’indottrinamento, il bispensiero, la neolingua. Una specie di repressione autoindotta, basata sulla paura. Paura di qualcosa che, in realtà, non esiste.
-- «LA GUERRA È PACE!» -------- «L’IGNORANZA È FORZA!» --
K.K.: Orwell non è mai stato miglior profeta che qui, in questa sua rappresentazione di un mondo di superstati oligarchici, che dominano i loro popoli mediante la minaccia di reciproche distruzioni, e demonologie sapientemente orchestrate.
Il saggio originale, quello che ne è rimasto, si interrompe qui. Le conclusioni ci sono così precluse. Ovviamente non posso giudicare quello che non conosco appieno (le due stellette sono per la versione italiana), ma temo che comunque risulterebbero un po’ datate. Nel 1987, quando il testo fu scritto, Russia e America erano ancora le due grandi utopie zoppe del XX secolo: Le grandi utopie sperimentali del nostro tempo.
Sappiamo tutti come è andata a finire. Il blocco continentale s’è rotto. Nell’89 hanno preso a picconate il muro di Berlino. E poi ci sono state le due torri, la nuova asse del Bene e del Male (secondo quel gran filosofo di Bush Jr.), asse totalmente negata dalla cosiddetta Primavera Araba. E poi la società liquida, che dal cyberspazio, ovvero l’utopia virtuale, ha portato a Second Life, Wikilandia, Julian Assange e faccialibro.
I tempi corrono e io, come minimo, dovrò aggiornare le mie letture, però questo saggio è un bel mattone in mezzo alla fronte. Fa male e al contempo fa riflettere: forse è meglio guardare dove si sta camminando… dove stiamo andando! -
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Feb 4, 2012 |
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- Viaggi interstellari (8)
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By Mario Menichella -
Finished in Feb 2012 -
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Libricino assai divertente, scritto da un (allora) giovane astrofisico napoletano, con un occhio alla scienza e gli altri tre alla fantascienza. Analizzati i problemi delle distanze e dell’inospitalità del cosmo, il dottor Menichella si concentra sugli aspetti pragmatici del viaggio. In primis egli ... (
continue ) Libricino assai divertente, scritto da un (allora) giovane astrofisico napoletano, con un occhio alla scienza e gli altri tre alla fantascienza. Analizzati i problemi delle distanze e dell’inospitalità del cosmo, il dottor Menichella si concentra sugli aspetti pragmatici del viaggio. In primis egli studia le Le tecniche di propulsione; dalla spinta nucleare, ai razzi ad antimateria, al… scusatemi il termine… stramegaiperuau RAMjet di Bussard: un gigantesco imbuto da appiccicare sul nasone dell’astronave, di modo che l'astrovelivolo riesca a bersi il miscuglio di gas contenuti, seppur in modo estremamente rarefatto, nello spazio siderale. Ci sono poi le vele spaziali, ovvero ampie vele a fungo, capaci di farsi sospingere dalla pressione della luce solare.
Altra questione, forse ancor più spinosa, è quella dell’equipaggio umano. Già, l’uomo, capace di sopravvivere in ogni condizione… ma non per troppo tempo. In un viaggio interstellare fioccherebbero, secondo Menichella, i disturbi mentali, cose tipo allucinazioni (vedi, per fare un esempio, il film Solaris di A.Tarkovskij), schizofrenia (Moon di D.Jones), sindromi da solipsismo (Sunshine di D.Boyle). Unico rimedio sarebbe l’ibernazione artificiale (che però, nell’Alien di R.Scott pare non funzionare molto bene). Si potrebbe, semmai, provare l’"immortalità biologica" delle arche interstellari, imbastita generazione dopo generazione raffinando DNA e struttura umana direttamente nello spazio, ma bisognerebbe trasbordare un’intera città, un'intera collettività, rendendola funzionale alla vita fra le stelle…
Come fare?
Il quarto capitolo si perde allora ipotizzando le solite “scorciatoie” all’italiana, le furbate come i cunicoli spazio-temporali, fantomatici teletrasporti fra tachioni e tardoni, wormholes.
Da qui in poi si sfocia nella libera fantascienza e si parla apertamente di motori a curvatura (chi non ha pensato subito alla navicella della flotta stellare USS Enterprise paga pegno!). Pare che un tizio, un fisico matematico di nome Miguel Alcubierre, abbia trovato formule e formuline che confermerebbero la fattibilità del Warp Drive (WD, o come diavolo ha deciso di chiamare il suo motore a curvatura). Il difficile sarebbe costruirlo. Mancano i soldi… e nessuno li vuole cacciare!Che dire, questo testo mi ha divertito. Forse queste non saranno le migliori lezioni private per diventare astronauta che ci siano in circolazione ma (1) credo che ci sia ancora un bel po' di tempo, prima che noi tutti ci si debba trasferire su Alpha Centaury e (2) per 15.000 delle vecchie lire… che cosa avrei potuto pretendere?
Alla fine il mio motto preferito rimane sempre lo stesso: viva le stelle perché «se là si ferma la nostra vista, l’immaginazione procede oltre» (Blaise Pascal)
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Feb 2, 2012 |
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- Dalla Terra alle stelle (18)
- Tre secoli di fantascienza e utopie italiane
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Soggetto interessante (Tre secoli di fantascienza e utopie italiane) +
Un gran mestierante del settore, il calvo occhialuto e panciuto Giuseppe Lippi, che ci mette le mani…
Un incauto lettore come me che si dovrebbe aspettare?Zompo sul catalogo, lo acquisisco scucendo ... (
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Soggetto interessante (Tre secoli di fantascienza e utopie italiane) +
Un gran mestierante del settore, il calvo occhialuto e panciuto Giuseppe Lippi, che ci mette le mani…
Un incauto lettore come me che si dovrebbe aspettare?Zompo sul catalogo, lo acquisisco scucendo la cifra IPERBOLICA di 35 €.
Per creare un cuscinetto fra la mia voglia di fantascienza e la dose di droga appena recuperata, mi attardo a leggere le primissime pagine. Quelle con copyright, diritti e ringraziamenti e tutti i titoli di testa e poi bang! Sotto gli occhi mi capita una pagina intera, la prima discorsiva, a firma di… a firma di… a firma di Marcello Dell’Utri!
Quel Marcello Dell'Utri, quello che disse, in un'intervista a Klaus Davi del 2009, che «Mussolini ha perso la guerra perché era troppo buono. Non era affatto un dittatore spietato e sanguinario come poteva essere Stalin».
Un c*glione che qui ci parla in tono colloquiale degli scritti futuristi di Marinetti, dei suoi “sodali ai fumetti avventurosi del Fascismo”, che sproloquia sulle illustrazioni del catalogo giudicandole “a volte ingenue”. Guarda caro Senatore Dell’Utri (Senatore della Repubblica pur essendo stato radiato dai pubblici uffici perché dichiarato in appello colpevole di associazione esterna di tipo mafioso) se sapevo che dietro questo affaire c’eri tu, il libro - per solidarietà - non lo compravo, lo R.U.B.A.V.O. Anzi no, non lo toccavo neppure con un bastone. Neppure con la spada laser.Così è andata, però, ed eccomi qui, a scrivere la mia brava scheda.
La IV di copertina recita Breve storia italiana di un genere letterario tra utopia, scienza e fantasia. Così non è. Su 200 pagine di carta patinata, se si esclude il doppio intervento iniziale Dell’Utri-Lippi, le facciate di testo saranno una dozzina in tutto. Scritte a corpo venti (come minimo) servono solo a separare e a catalogare le immagini ivi inserite:❑ Utopie e viaggi immaginari;
❑ Invenzioni strabilianti;
❑ Il viaggio nello spazio;
❑ Gli abitanti di altri mondi;
❑ Guerre del futuro.Il che, a dir la sincera vierità, non è neanche male. Poco testo visto chi ci scrive (Gianfranco “Viva il Duce” de Turris ve lo siete dimenticato? Aveva il raffreddore?) non è un gran difetto. Le immagini, d’altro canto, sono bellissime. Vera mirabilia di altri tempi. Retrofuturo. Chip vintage. Resti superstiti di un altrove che più altrove non si può. La fantasia “fantastica” degli illustratori italici (e non solo) da edicola, immagini un tanto al chilo…
Due tre spot, tanto per gradire?
Due aborigeni, presumibilmente padre e figlio, se ne stanno sul bordo di una valle incontaminata. Accucciati a terra, le accette poggiate fra i cespugli, osservano preoccupati scontri aerei fra astronavi a sigaro, colorate come fossero dei leccalecca ultrapop o i gonfaloni del Palio di Siena: rosso magenta, blu ciano, giallo, verde…
In un’altra pagina fa capolino «L’era del sesso. Pazza futura dolce vita», l’immagine non ve la descrivo, perché qui, cavolo, ci girano anche i minorenni.
Ci sono poi le «Bare di granito» finite in fondo al mare. Da lì, congelati ma non sconfitti, orde di cinesi con i baffoni e delle pinze di metallo al posto delle mani cercano di ipnotizzare gli squali.
Per finire una banda di tube suona la fanfara a dorso di una gigantesca rana meccanica volante (o almeno, io credo si tratti di una gigantesca rana meccanica volante).Un buon prodotto, insomma, ma con degli sponsor da paura!
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Feb 2, 2012 |
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- L'ultima medusa (34)
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By Aldo Carotenuto -
Finished in Jan 2012 




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Fantascienza psicosomatica e problemi di accoppiamento fra mammiferi euteri -
Aldo Carotenuto è un seguace della psicanalisi, affiliato alla cosca junghiana, fra le più pericolose e mortali, da sempre in guerra contro il clan dei lacaniani. E' inoltre un agguerrito membro dell’APA, Presidente del CSPL, Professore di PdP all’Università di Roma.
Se non sapete cosa vogliono dire ... (continue ) Aldo Carotenuto è un seguace della psicanalisi, affiliato alla cosca junghiana, fra le più pericolose e mortali, da sempre in guerra contro il clan dei lacaniani. E' inoltre un agguerrito membro dell’APA, Presidente del CSPL, Professore di PdP all’Università di Roma.
Se non sapete cosa vogliono dire queste sigle, non me lo chiedete, siete persone fortunate! Niente paura, comunque. Per dirla alla Woody Allen, gli psicanalisti, i comunisti e i critici cinematografici non sono poi così pericolosi, perlopiù “s’ammazzano fra loro!” :D
Fra una cosa e l’altra, visto che nonostante tutto il dottor Carotenuto non s’alza alle 4.30 per andare a spaccare pietre, il nostro eroe ha comunque avuto il tempo di inondare le librerie d’Europa e del Giappone con una quarantina di opere fra il semisaggistico e il paraletterario. Quelle che più mi hanno interessato, per adesso, sono Il fascino discreto dell’orrore e questo L’ultima medusa. In un caso e nell’altro il dottor Carotenuto s’è impegnato ad analizzare l’interazione fra la psiche umana e il perturbante, quando questo perturbante è frutto di un prodotto culturale, assunto per il proprio piacere, come una droga, o una medicina omeopatica. Da una parte c’è l’orrore, con il suo shock sotto controllo, il suo spaesamento mappabile e percorribile… con tanto di cartina. Dall’altra spunta l’ultima medusa: la fantascienza. Capace di pietrificarci, e in cui - forse forse - sarebbe meglio non guardare.
Secondo l’esimio, come s’è detto affiliato a don… ehm… al dottor Jung, l’immaginario fantascientifico è una concrezione delle paure collettive, è l’arena in cui si incontrano e si scontrano i peggiori archetipi del postmoderno. Peggiori nel senso dei più forti, più ramificati nel loro sprofondare ed ergersi attraverso l’inconscio. Qualcosa che è intimo e al contempo straniante. Nascosto e palese.Il turbamento che ne deriva nasce dalla confusione tra il visibile e l’invisibile, fra l’estraneità e la familiarità dell’evento. […] Possiamo dire che la fantascienza gioca proprio su questo doppio effetto: straniante e apotropaico, al tempo stesso. Da una parte scardina la coscienza, la razionalità, e dall’altra ne ricostruisce una nuova visione, ugualmente coerente, in cui i demoni prendono forma e, nel far ciò, perdono la loro valenza malefica di “innominabili”.
E siccome l’emozione deve disporre di un’immagine per risolversi, allora la fantascienza, l’industria della cultura e dell’intrattenimento SciFi, ha il compito di produrre queste immagini, queste immaginazioni.
La fantascienza è la grande fiaba del XXI secolo, sospesa fra la sua funzione cognitiva e la funzione creativa.
Così emerge il connubio fra Frankenstein e il peccato originale. Il dottor Frankie come lo scienziato che supera le restrizioni, i limiti imposti da Dio, come un bambino che si lagna davanti a papi, ovvero come Adamo che vuole uscire dal box-girello del paradiso terrestre. C’è poi il continuum e la ricerca del salto oltre il tempo, la simultaneità del viaggio cronico, passato-presente-futuro e l’intermezzo di sogno che li separa… ovvero, eccolo che spunta di nuovo, il ritorno di Jung e della sua pietra sincronica. C’è spazio poi per l’ultima frontiera, la space-opera, come bisogno di novità della nostra mente, stimolo per l’altrove, per le vastità spaziali (2001 Odissea nello spazio). Non parliamo infine del Dottor Jekyll e Mister Hyde visto che qui la psicanalisi ci va a nozze.
Insomma, qui c’è tutto l’armamentario fantascientifico appaiato a forza con le idee delle ‘ndrine della psiche. L’alieno di Alien arriva quatto quatto, richiamato da tanto trambusto? Ed ecco Carotenuto che ci appioppa la teoria del doppio oscuro, del doppelgänger. Il cinema di Cronenberg? Ma vogliamo parlare della mutilazione del corpo come mutilazione dai genitori, ma ci rendiamo conto o no che il genitore è la ferita, le nostre ferite sono i padri e le madri dei nostri destini? Il robot e il cyborg ci inquietano? Beh… è scontato, essi rappresentano l’Io diviso: l’uomo dis-integro, che pensa, ma che non è. Che sa pensare, ma non è autosufficiente.
E via di questo passo, fino alla degna conclusione: l’utopia del negativo, ovvero la distopia. Qui Carotenuto passa pagine intere a parlare, più che di Aldux Huxley e del suo Mondo nuovo, delle droghe da lui immaginate: il soma. Ed ecco il futuro come dipendenza; come dipendenza dalla chimica, dalle macchine, dalla velocità e dalla produzione massificata, in cui il culto dell’innovazione, il piacere della competizione e la mania del superamento scalzeranno l’Identità Uomo dal suo centro, e lo porteranno alla dissoluzione. In che cosa ci trasformeremo alfine, neanche Carotenuto lo sa, visto il titolo dell’ultimo capitolo Quale futuro?.Insomma, il libro non è malaccio, se preso con le pinzette, sterilizzato in acqua ragia, letto in controluce e con le dovute attenzioni. Pur avendo dissentito praticamente su tutto mi ha dato qualche spunto di riflessione. Credo comunque sia meglio il binomio fantascienza e psicanalisi che fantascienza e tecniche di pesca a mani nude, fantascienza e problemi di dissesto idrogeologico sul ponte di Wejkoff, fantascienza e disposizione delle tarsie marmoree nell’arte arabo-normanna. O no?
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Feb 2, 2012 |
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- L'alba delle tenebre (184)
- Cosmo Oro 34
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By Fritz Leiber -
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L'era di Satana -
L'ANNO DEL BUON DIO 2002
Questo libro l'ha rubato per me una cara amica, M.M.. Ebbene sì, negli anni che furono, quando ero uno studente universitario scapestrato, fui così preso dal dottor Lieber da tentare il tutto per tutto pur di completare la mia collezione (ogni cosa che aveva scritto, pubbli ... (
continue ) L'ANNO DEL BUON DIO 2002
Questo libro l'ha rubato per me una cara amica, M.M.. Ebbene sì, negli anni che furono, quando ero uno studente universitario scapestrato, fui così preso dal dottor Lieber da tentare il tutto per tutto pur di completare la mia collezione (ogni cosa che aveva scritto, pubblicata in Italia e superiore a un pugno di pagine, al raccontino alimentare, doveva essere mio! DOVEVA ESSERE MIO!). Questa amica, che lavorava part-time e precariamente per una piccola biblioteca di provincia, si intascò il librozzo e me lo portò... così, per farmi una sorpresa e al contempo per ridere di me, del mio amore per le fantaschifezze (oltreché per sfregiare un datore di lavoro - lo Stato - che la stava prendendo per i fondelli). Ebbene, nella storia di come questo libro è arrivato fino a me, c'è un po' della storia che il libro contiene. Una ribellione semplice semplice, un furto prometeico in mezzo a un gioco di tecnocrati ottusi e bigotti. In più ci sono un po' di macchine volanti, dei famigli abarbiccati sulle spalle dei protagonisti, junkie attavici, psicopompi. Tuniche svolazzanti, qualche ammazzamento. La fine del mondo appena sfiorata.
Un'unica professione di fede: dobbiamo ribellarci alla Gerarchia!
...Dobbiamo...
...ribellarci...
...alla...
...Gerarchia!L'ANNO DI SATANA 1954
Il romanzo è al centro di un'altra "storiella", ben più importante della mia, accaduta nel lontano 1954. Pare, secondo voci di corridoio, che l'editore Arnoldo Mondadori in persona abbia boicottato l'italico lancio di questa summa leiberiana, Gather Darkness!, già stampata e diligentemente stoccata nei magazzini della sua potentissima casa editrice. Sia il titolo scelto dall'allora curatore editoriale de I Romanzi di Urania Giorgio Monicelli - L'era di Satana - sia la trama - una società dicotomica, divisa fra una casta di preti che opprimono le masse negando a tutti il Sapere, e un manipolo di scienziati "illuminati", che compiono atti di ribellioni mascherati da satanisti - l'avessero grandemente intimorito.
Davide Mana: «E’ bello comunque vedere che già cinquant’anni or sono c’era chi vigilava sulla salute spirituale dei lettori di fantascienza di casa nostra. Chissà quali oscure turpitudini morali avrebbero devastato il Paese, se il romanzo di Leiber avesse visto la luce nel 1954 anziché nel 1965 (quando venne pubblicato su Galassia nella traduzione creativa di Ugo Malaguti).»
Non so se qualche copia de L’era di Satana sia sopravvissuta alle pire. Su internet gira l'immagine della copertina e, nonostante il tratto datato, la trovo davvero ben fatta: quella foresta di croci blu fosforescente, la donna vestita di nero, girata di spalle, pudica nel non rivelarsi a noi, sicuramente giovane, bella e ribelle, con i capelli tagliati a caschetto, ma anche, soprattutto, terrorizzata dal gigantesco prete nero che incombe su di lei… le mani nascoste dalla tunica, le sopracciglia alzate in segno di sdegnato giudizio, il colore cadaverico, tisico della sua pelle; old versus young, passato e futuro, maschile e femminile, falso potere e falsa fragilità, due poli eterni si fronteggiano mentre, al posto della luna, si profila un teschio gigante come un giudice sovraumano. -
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Jan 27, 2012 |
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- Micromondi (30)
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By Stanislaw Lem -
Finished 




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Il duro mestiere del fantacritico -
Il vertice dello Stanislaw Lem saggista. Una montagna di cultura, sagacia e coraggio. Cultura. Non solo fantascientifica. Qui si parla di meccanismi narrativi in quanto tali, dalla favola di Propp allo strutturalismo. Sagacia. Il medico Lem misura le parole e le confina entro degli enunciati di una ... (
continue ) Il vertice dello Stanislaw Lem saggista. Una montagna di cultura, sagacia e coraggio. Cultura. Non solo fantascientifica. Qui si parla di meccanismi narrativi in quanto tali, dalla favola di Propp allo strutturalismo. Sagacia. Il medico Lem misura le parole e le confina entro degli enunciati di una severità quasi crudele. Coraggio. Tanto coraggio. Se da una parte Lem, nelle sue disanime, loda l'allora semisconosciuto P.K.Dick come "visionario fra i ciarlatani", apprezzandone il suo giocare con la filosofia e la percezione della realtà che ci circonda, dall'altra attacca ferocemente la fantascienza americana. La considera degradata e ignorante. Per dirla alla Giuseppe Lippi, egli "nei suoi epigoni scorge debolezza intellettuale e una tendenza a mascherare sotto gli orpelli della scienza i vecchi cliché del fairy-tale, cioè della fiaba." Sputa su Van Vogt, sulle sue trame improbabili e bambinesche, su Ursula K. Le Guin e l'inammissibilità delle sue idee, sia dal punto di vista biologico sia psico-sociologico (l'alternanza sessuale in La mano sinistra delle tenebre), su Harlan Ellison e il suo orrore da quattro soldi, ma anche sul critico Todorov, di cui non apprezzava l'arcifamosa disanima Il fantastico essendo compiuta senza conoscere veramente la materia del contendere. Secondo Lem la fantascienza deve tornare a essere, più che un facile sistema di evasione dalla realtà, una forma di riflessione su di essa, deve tornare a essere speculative science fiction: "Molti sono gli scrittori in grado di intrattenerci, solo pochi però sanno stupirci, scuoterci e istruirci."
A seguito dei suoi scritti la SFWA, la Science Fiction Writers of America, che lo aveva iscritto come socio onorario (Lew era polacco, residente a Cracovia), ne strappò la tessera. Mentre lo stesso Dick, evidentemente preso da uno dei suoi attacchi di paranoia acuta, scrisse una lettera all'FBI, denunciando Lem come affiliato a un comitato operativo composto per ordine del partito comunista con il sordido scopo di ottenere il controllo sull'opinione pubblica americana. Cose da matti! Cose da matti matti! D'altronde qui si sta parlando di scrittori di fantascienza americani degli anni settanta feriti nel loro cuoricino che fa tum tum...
“La fantascienza dunque appare tanto più ancorata al pregiudizio riduzionista quando opera come se il suo povero repertorio di strutture narrative (desunte in gran parte dalla letteratura poliziesco avventurosa) bastasse davvero alla formulazione di problemi d’ogni luogo, tempo e grado di complessità, per tutto lo smisurato universo e per l’intero spettro di situazioni che la civiltà umana si troverà mai ad affrontare. In effetti la fantascienza dà un nome ai suoi problemi (alieni, intelligenza meccanica, sfruttamento strumentale dei valori, ecc.), senza mai conformare ad essi le strutture narrative di cui fa uso.
Da quanto abbiamo detto appare chiaro che, al di là di ogni recriminazione contro le pagine attuali della fantascienza, la questione che più brucia è proprio quella delle occasioni sistematicamente perdute. Dobbiamo riconoscere che una delle debolezze che più sensibilmente affligge questo genere narrativo sta nell’assenza di una critica positiva, consapevole, capace di reggersi sulle proprie gambe, né nichilistica né apologetica perché impegnata non solo nel merito della fantascienza stessa, ma anche in quello dei superiori rapporti tra cultura e letteratura, rapporti dai quali dipende il destino di entrambe.”Molto utile, per me, l'articolo Strategie fantascientifiche: Arkadij e Boris Strugackij che mi fece conoscere l'opera di questi due grandi maestri, come quello su Jorge Luis Borges, che già conoscevo, ma che evidentemente non avevo ancora capito.
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Jan 15, 2012 |
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- Sonno di sangue (77)
- Urania 1104
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By Serge Brussolo -
Finished on Nov 13, 2011 -
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Serge Brussolo, "barbone" francese di circa sessant'anni, detto anche Zeb Chillicothe, Kitty Doom, Akira Suzuko e D. Morlok, è stato uno dei precursori del new weird, oltreché autore di gialli col botto, fantasy strampalati e di un paio di horror medievaleggianti on the road. Tutto ciò prima di fini ... (
continue ) Serge Brussolo, "barbone" francese di circa sessant'anni, detto anche Zeb Chillicothe, Kitty Doom, Akira Suzuko e D. Morlok, è stato uno dei precursori del new weird, oltreché autore di gialli col botto, fantasy strampalati e di un paio di horror medievaleggianti on the road. Tutto ciò prima di finire relegato, quasi imprigionato, nella serialità per ragazzi, con alcuni eroi prepuberali di cui, essendo io fuori target, non so praticamente nulla: Peggy Sue e gli invisibili, Sigrid e i mondi perduti, Elodie e il signore dei sogni, Nouchka e... non so neanche io cosa.
Serge Brussolo è, insomma, un altro mestierante, prolifico, instancabile, non sempre all'altezza, che ha dato il meglio dopo il crollo della New Wave of British Science Fiction, una di quelle teste matte che hanno sbarcato il lunario fra i mitici anni '80 e i plumbei anni '90 - lui, Lucius Shepard, Paul di Filippo, Tim Powers, e tanti altri che ora non mi vengono in mente - capaci di fondere cyberpunk, splatterpunk e fantascienza umanista (e transumanista) quando ancora Steve Jobs lavorava a maglia i suoi primi bites.
Questo è praticamente il primo romanzo di Brussolo pubblicato in patria, la terra dei formaggi e delle parrucche imbiancate con la cipria. Lo avevano preceduto solo un paio di antologie di racconti e novelle, Vue en coupe d'une ville malade del 1980 e Aussi lourd que le vent del 1981, testi irrimediabilmente perduti o/e dimenticati, e un primo abbozzo della serie delle Sentinelle di Almoha, titolo che si collega, seppur marginalmente, allo stesso substrato di Sonno di sangue.La sua opera, e specificamente i romanzetti tradotti in Italia direttamente per l'edicola (gli Urania, i Gialli Mondadori), è sempre entrata e uscita dalla mia vita dalla porta Z. La porta delle cianfrusaglie. Delle cose carucce ma strane forte. Belle perché strane. Adesso che le zampe di gallina cominciano a circondarmi gli occhi - va beh dai, non esageriamo - trovo questi esperimenti mal riusciti davvero affascinanti. Dirò di più. In un suo modo beffardo, lillipuziano, questo piccolo Urania mi pare perfetto.
Tempo fa, emailizzando con un'erudita aNobiiana espressi più o meno il seguente concetto: io amo le fantaschifezze, rappresentano la materia grezza di cui sono fatti i sogni. A volte addirittura possono essere, nella loro strana unicità, dei testi strepitosi. Se invece non lo sono, spesso ti stupiscono comunque. Sono figli di un dio minore? E chi se ne frega! Io respingo i testi disonesti, magari formalmente perfetti, ma senza passione, senza il necessario coinvolgimento da parte dell'autore.Qui c'è di tutto un po'. Trama altalenante, traduzione pessima, punti di vista ballerini, dialoghi assurdi frammezzati da pippon… spiegoni non richiesti. C’è tanto kitsch. Ultrakitsch. Come se i componenti dei mitici Rockets*, musicisti synthpop argentei, si fossero fusi con un collettivo di fantascienza impegnata tipo UAU** e, nell'incidente di percorso, si fossero fumati qualche canna di troppo.
Un po’ di sinossi, tanto per gradire?
Lenti e giganteschi moloch di carne, le bestie-montagne, si muovono attraverso un deserto acido e corrosivo ai più. Sulla loro strada, e lungo la loro scia, si arrabatta un'umanità diversamente abile, divisa in tre caste sovrapposte e litiganti. Ci sono gli Autonomi, che vivono "in un'autarchia bionutritiva totale", ovvero nutrendosi dei loro stessi lunghi capelli, e che fanno da schiavi ai feroci abitanti delle città macello. Ci sono poi i Nomadi, che spellano gli animali giganti realizzando delle isole di cuoio del diametro di un paio di chilometri, con cui si muovono per il deserto, e su cui banchettano con gli strani vegetali che ne nascono. Infine ci sono i macellai veri e propri, i cosiddetti "Bevitori di sangue": uomini e donne che si fanno impiantare denti da leone, ghepardi, pantere et similia, artigli e code, e che si adornano di pezzi di carne sempre fresca come fossero diademi preziosi. In mezzo a questo bailamme di matti, circondata da nugoli di mosche e gigantesche vesciche purulente, ma anche da conigli fumogeni, uccelli-fuochi d'artificio, sabbia cannibale e cammelli-carapace, si muove un'orfanella risoluta, An. Nei primi capitoli di presentazione la nostra eroina sprofonda in una montagna di carne, rischia tutto, ne esce come rinata, come espulsa dal ventre di una grande madre, ma con qualche falange in meno. Da lì parte la sacra quest, la via dell'esilio alla ricerca di una mitica città di vetro che tutto trasfiguri. Il dolore, la solitudine e la morte onnipresente. Questo per limitarmi alla descrizione delle prime quaranta pagine, e delle iniziali peripezie di uno solo dei tre-quattro protagonisti, legati da un unico filo rosso, il filo di una catena alimentare che presto diventerà un vero e proprio ouroboro esistenziale. Chi mangerà chi? E partendo da che cosa? Dal cuore, dalla mente o dall’anima?Che dire?
Quando sono Paul Auster, James G. Ballard o Kurt Vonnegut Jr. ad ammettere che hanno sbarcano il lunario scrivendo di tutto un po’, subito si leva la vox populi "eroi", "eroi", "eroiiii!". Qui abbiamo un instancabile, onesto artigiano del non sense, dell'improbabile, ma che dico dell’improbabile, dell’impossibile, che esce completamente dalla nostra dimensione condivisa, buca la cupola e ci minziona dentro, e noi eurosciettici lo releghiamo in fondo ai remainders senza valore. Come (credo) avrebbe sentenziato il magister Philip K. Dick - e qui lo cito rivolgendo a entrambi, l’americano e il francese, un sincero atto d’amore - Serge Brussolo è un vero "Crap Artist".
Un artista di merda.Un paio di NOTE inutili.
* Rockets. Band francese che spopolava fra i Settanta e gli Ottanta con tormentoni come Future Woman, Space Rock e Galactica (con quest’ultimo pezzo hanno vinto, nel 1980, un Telegatto come miglior gruppo straniero). Ah sì, i cinque componenti del gruppo erano pelati e si esibivano completamente ricoperti da un cerone argenteo e glitteroso che li faceva assomigliare, secondo loro, a degli alieni dall’ultraspazio.
** UAU, ovvero Un’Ambigua Utopia. Rivista amatoriale milanese uscita, fra stenti e ripensamenti, per nove volte, dal 1977 al 1982. A dargli vita furono un collettivo di ex militanti di una organizzazione dell’estrema sinistra, Avanguardia Operaia, laddove i baldi giovani, basettonati e con i pantaloni a tubo, si proponevano di “colmare la lacuna esistente nella cultura di sinistra nei confronti della fantascienza” (IV di copertina) ma anche di rivoluzionare radicalmente la letteratura di genere: “non vogliamo allargare, far crescere, propagandare la fantascienza, VOGLIAMO DISTRUGGERLA” (primo editoriale).
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Nov 14, 2011 |
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- Piste di guerra (47)
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By Lucius Shepard -
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Vite (brevi) in tempo di guerra -
Chi scopre Lucius Shepard tramite questo testo potrebbe vedersela piuttosto brutta.
La prima cosa da ribadire, qui, è quanto la casa editrice Delos abbia compiuto un'operazione truffaldina. Insistendo nella pubblicazione di “novelle gonfiate a corpo 16 e trasformate all’uopo in romanzi”, ha fagocita ... (continue ) Chi scopre Lucius Shepard tramite questo testo potrebbe vedersela piuttosto brutta.
La prima cosa da ribadire, qui, è quanto la casa editrice Delos abbia compiuto un'operazione truffaldina. Insistendo nella pubblicazione di “novelle gonfiate a corpo 16 e trasformate all’uopo in romanzi”, ha fagocitato questo scritto, l'ha tradotto come poteva, e l'ha presentato senza cura e senz'amore.
Un racconto ormai datato, isolato, decontestualizzato, su un mondo in fieri che sarà completato solo successivamente da quel geniaccio di Shepard (Settore Giada, ovvero Life During Wartime).
Insomma questo testo potrebbe anche non piacere ma è pure difficilmente giudicabile come opera a se stante. La Delos ha fatto molto meglio con Solitaire Station, la trilogia La presenza del drago e la novella Stelle Senzienti. Ottimi assaggi.
Peccato che le principali opere di Lucius Shepard siano fuori catalogo da un pezzo: il suddetto Settore Giada, la raccolta Ai confini della Terra, Kalimantan (da cui ho preso il mio nickname), ecc.Incauti, distratti lettori del fantastico, se riuscite a trovarlo leggete Occhi verdi, pubblicato su un numero Urania di tanti anni fa. E' il primo dei romanzi del nostro ed è talmente esoterico, scritto in modo così eccelso, barocco e traboccante di idee, da rimanere impresso nella corteccia cerebrale come il marchio incadescente di Caino.
E’ il male pop, è evilpop.
Una specie di incrocio multidimensionale fra sgarrupati personaggi alla Tom Sawyer, riti voodoo into New Orleans, porte psichiche spalancate su mondi paralleli, all’Assurdo Universo, solo dominati da creature a metà fra i Grandi Antichi di Lovecraft e gli orchi verdi di World of Warcraft. Insomma, un’opera fuori come poche...Ps. ci sta pure un novello Messia, che fa risorgere i morti e li psicanalizza! Tanto per dire...
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Oct 18, 2011 |
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- La città sostituita (509)
- Urania Classici 202
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By Philip K. Dick -
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Philip K. Dick... distruttore d'incantesimi -
Uno dei primi romanzi di genere scifi scritti dal dr. Dick, e anche uno dei primi che lessi, fra la sua sterminata bibliografia. Qui la sua penna non è ancora così sagace e al contempo dimessa come sarà negli osannati Ubik, Le tre stigmate di Palmer Eldritch e La svastica sul sole. Un difetto ... (
continue ) Uno dei primi romanzi di genere scifi scritti dal dr. Dick, e anche uno dei primi che lessi, fra la sua sterminata bibliografia. Qui la sua penna non è ancora così sagace e al contempo dimessa come sarà negli osannati Ubik, Le tre stigmate di Palmer Eldritch e La svastica sul sole. Un difetto? Non direi.
The Cosmic Puppets è un testo "instabile", qua è là inesistente, eppure c'è un'atmosfera quasi kafkiana: i cambiamenti della città diventano cambiamenti del personaggio - il povero Ted Barton, contemporaneamente vivo e morto - mentre scivola nel ricordo di una realtà che non esiste più, e che forse non è mai esistita.
Tutti passiamo la nostra esistenza sospesi fra "bene" e "male", fra forze che non possiamo governare, e che ci governano come fossimo pupazzi. Ted Barnon ha l'occasione di capirlo e di fare qualcosa... non tutti gli antieroi di Dick avranno la stessa occasione. A quasi tutti andrà molto peggio. ;)Mi è piaciuto molto il punto di vista limitato, sempre dietro le spalle di Barton, mentre si aggira per Millgate, la cittadina in cui è nato e che riscopre dopo 18 anni. Il ritmo si fa così coinvolgente, inarrestabile, quasi come in una di quelle stranissime puntate della serie originale di Twilight Zone, ovvero Ai confini della realtà.
Ancor di più m'è garbata l'eterna sfida fra i due ragazzini, i due poli "teologici" della microrealtà anni '50 di Millgate: Peter, apparentemente il figlio della pensionante dove Ted ha preso alloggio, e Mary, la figlia di un medico locale. Le loro forze si equivalgono, si cercano, si respingono, così la capacità di insufflare la vita nei golem di argilla di Peter, oltreché di guidare ragni, topi e serpenti, si contrappone al volo radente di api, falene e mosche condotte dalla volontà riordinatrice di Mary. Uau!Mi sono inoltre piaciuti i "Vaganti", spettri luminosi, tristi ed eterei, sospesi nell'impossibile; il "Distruttore di incantesimi", simile alla macchina ipnagogica descritta in Ghost light da Fritz Leiber, e il concetto della "Barriera"... Altro che la cupola trasparente e semitraspirante dell'ultimo Stephen King ;(
Insomma, qui Dick parte dallo zoroastrianesimo, dalle figure di Ahriman e Orzmad, per dare sfogo alla propria fantasia senza limiti. Solo il finale, eccessivamente buonista rovina un po' il tutto. Indubbiamente il miglior romanzo dickiano degli albori, assieme a Tempo fuor di sesto, che scrisse subito dopo.
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Jul 12, 2011 |
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- Galassia nemica (92)
- Urania 1566
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By Allen Steele -
Finished on Jun 21, 2011 




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Galaxy blues -
Ops! Questa recensione l'ho cancellata per sbaglio! Ma quanto sono ciaffoso?
vabbé, proverò a riscriverla (prima o poi) :(_________________________________________________
_________________________________________________Ecco una storia di fantascienza buona per tirare un po' il fiato.
Qui il ra ... (continue ) Ops! Questa recensione l'ho cancellata per sbaglio! Ma quanto sono ciaffoso?
vabbé, proverò a riscriverla (prima o poi) :(_________________________________________________
_________________________________________________Ecco una storia di fantascienza buona per tirare un po' il fiato.
Qui il racconto, dichiaratamente di poche pretese, ci teletrasporta su Coyote, una lontana colonia umana dalle parti di Orsa Major, e da lì su una serie di astronavi un po' ingrippate dal nome "poetico" quanto evocativo (Orgoglio di Cucamonga, Lady Baldracca). Cammin facendo conosceremo una razza di alieni mysteriosi dediti alla canapa sativa (rasta alien oh-yeah), vedremo vorticarci addosso un buco nero dai mille colori, soffriremo e gioiremo assieme a un equipaggio che più scalcagnato non si può. Con noi, infatti, s'imbarcherà una bella fetta di umanità sinistrata: dal telepate alcolizzato alla gnocca riottosa, dal navigatore paranoico alla pilota che lavora di calza.
Appena ho aperto il libro e ho letto le prime due righe del romanzo, con il personaggio principale che si presenta in prima persona, con un bel tono ironico, elencando tutti i suoi difetti, raccontando della sua esperienza di clandestino, di quando faceva l'operaio in qualche astroporto bisunto, aspettando di fuggire verso un domani migliore... la mia mente s'è come "sbracata". S'è seduta su un comodo sofà e ha slacciato la cintura dei pantaloni: - cara, che c'è da mangiare 'sta sera?
- maccheroni ai meteroriti interstellari.
- EHVVAI!Una cosa non m'è chiara. Perché nell'edizione italiana abbiano dovuto cambiare il titolo, dal tondo Galaxy blues a questo. Forse alla Mondadori ci credono tutti guerrafondai? Qui non c'è un solo "nemico", non ci sono morti, in tutto il libro viene esloso solo un colpo... di dardi. E no, caro Giuseppe Lippi, a me così non sta bene. Anche la classe degli astrotrasportatori ha i suoi diritti. Se non ci fossero loro, chi lo terrebbe efficiente l'Oltre Cosmo?
Eccheccacchio! -
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Jun 23, 2011 |
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- Storie della tua vita (140)
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By Ted Chiang -
Finished in 2011 




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Scrivere non è computazionare... e l'Inferno è l'assenza di stile -
Nel 2008 la piccola casa editrice “Nuovi Equilibri” ha dato alle stampe questa particolare antologia di Ted Chiang Stories Of Your Life And Others, pubblicata in origine dalla newyorkese TOR. Il libro consta di otto racconti che coprono la produzione del nostro dal 1990 al 2002.
L’operazione ... (continue ) Nel 2008 la piccola casa editrice “Nuovi Equilibri” ha dato alle stampe questa particolare antologia di Ted Chiang Stories Of Your Life And Others, pubblicata in origine dalla newyorkese TOR. Il libro consta di otto racconti che coprono la produzione del nostro dal 1990 al 2002.
L’operazione è il frutto di percorsi trasversali, postmoderni e assai singolari.
Ted Chiang è uno scrittore “interessante”, ma ha anche tre grossi limiti:1. Scrive solo racconti,
2. Scrive solo racconti, uno ogni morte di Papa,
3. Scrive solo racconti, uno ogni morte di Papa, di speculative science-fiction.Nonostante abbia vinto praticamente tutti i possibili premi indetti dalla critica specializzata - Hugo, Nebula, Locus, Sidewise, T.Sturgeon Memorial, J.W.Campbell, Asimov’s Reader’s Choice, ecc. - l’appeal del buon Ted sul grande pubblico americano sembra essere piuttosto limitato (per quanto riguarda il pubblico nostrano è praticamente zero). Nessun vampiro, nessuna esplosione di laser e faser e blaster, nessuna romance piccante con scambio biologico fra strane creature consenzienti (e non). Ted Chiang fa due cose: pensa e scrive. Noi leggiamo e pensiamo. E’ uno scambio di idee, come in una sana partita di ping-pong, o se si vuole, in un insano dialogo socratico.
In Italia qualcuno è andato oltre, decidendo di leggere, pensare e fare contemporaneamente (sembrano tre azione scontate, ma ad oggi sono appannaggio di pochi alienati).
Introducendo i racconti dell’antologia, il professor Giovanni Lussu descrive come nei suoi corsi di Design della Comunicazione, e in particolare durante alcuni laboratori pratici tenuti al Politecnico di Milano, egli abbia usato il racconto Storie della tua vita di Ted Chiang impegnando gli studenti in “operazioni di transcodifica basate su testi narrativi”: Si trattava in sostanza, con vincoli prefissati che di solito inibivano la presenza del codice alfabetico, di interpretare il testo proposto, su un minimo di sedici pagine in formato A6, facendo uso di tecniche a piacere.
I risultati, pubblicati sulla stampa di settore (Progetto Grafico n.6, giugno 2005), sono stati tali da convincere il dottor Lussu a tradurre personalmente l’intera antologia di Ted Chiang e a inserirla nella collana da lui diretta “Stampa Alternativa & Graffiti”, utilizzando il lavoro di una sua studentessa per la copertina e per le illustrazioni interne. Insomma, un vero e proprio incrocio fra un ombrello, una macchina da cucire, la scienza del Politecnico e la fantascienza americana.
Ciò spiega perché l’opera di Ted Chiang, scrittore di genere, sia stata pubblicata fra titoli come Radici della scrittura moderna, Le lingue utopiche, La tirannia dell’alfabeto e La lettera uccide dello stesso Lussu; edito grazie al patrocinio e al sostegno diretto dell’Aiap, l’Associazione Italiana Progettazione Comunicazione Visiva.
Ciò detto, ringraziando per il provvido intervento di questi cattedratici un po’ mattacchioni, bisogna ammettere che i limiti dell’operazione editoriale ci sono e si vedono tutti. Intanto, manco a dirlo, il libro è brutto. La copertina non mi piace assolutamente. Immagini, lettering, numeri e colori (rosso, bianco e nero) sembrano buttati lì a caso.
Il testo è trattato anche peggio. Ansiosi di “farlo strano” Lussu e i suoi collaboratori hanno organizzato lo scritto con degli accapo davvero fastidiosi. Invece di usare i classici, sani rientri hanno fatto… l’esatto opposto! Qui la prima riga non ha rientro, mentre tutte le altre hanno il margine iniziale spostato di mezzo centimetro a destra. Inoltre il testo non è giustificato, come i messaggi sms o certi quotidiani. Insomma, un inferno per gli occhi.
La traduzione, in compenso, mi pare piuttosto precisa, pulita, degna della sagacia stilista di Ted Chiang, sempre puntuto nelle sue descrizioni (di professione T.C. è scrittore tecnico per l’industria del software a Seattle).ACTHUNG!
la disamina dei singoli racconti comporta, manco a dirlo, una significativa dose di spoiler.❑ TORRE DI BABILONIA
Tower of Babylon. 1990.
Giudizio: ✪✪✪Tema, svolgimento, idee cosmogoniche sono molto affascinanti, ma non c’è storia, i personaggi non esistono. Tutto vive per l’assunto. Non è solo l’U.O.M.O. a essere schiacciato dalla torre ma l’individuo, i personaggi, il protagonista. Del minatore Hillalum, pur intuendo le difficoltà minute, non sappiamo e non sapremo nulla. Tutto scorre verso la fine (ovvero l’inevitabile inizio, secondo la logica circolare del racconto), senza ferire o scuotere il lettore. E’ una questione di stile. Secondo Ted Chiang il pathos non è figliato dai sentimenti umani, ma dalla vastità della natura, e dal suo scontrarsi con un’impresa ingegneristica quasi altrettanto vasta. Anche il riferimento al mito ebraico della torre di Babele è freddo, accademico, pur impiegando molte più pagine del nume tutelare Borges. Come spiega lo stesso Ted Chiang “non appare alcuna divinità, tutto quello che succede può essere capito in termini puramente meccanici”. Ted Chiang cita come fonte d’ispirazione il Castello nei Pirenei di Magritte. Io ci ho visto, potere dell’altrui brame, la Colonna infinita di Brancusi, e la Costruzione della Cattedrale di Escher.
❑ CAPIRE
Understand. 1991.
✪Il racconto comincia male. Sei righe che ci fanno vivere in prima persona e al presente indicativo una scena da incubo e poi… poi si scopre che era proprio un incubo! Agnizione che ci è data alla settima riga attraverso una frase fatta, una metafora ancor più fatta e abusata, e un’imprecazione: “Mi sveglio urlando. Il cuore va come un martello pneumatico. Cristo.” E vai!
Ted Chiang se la prende comoda. Lascia che la storia monti a poco a poco, sviluppandosi attorno al tema classico del superuomo per caso. Un americano mediamente fesso, vittima di una caduta che l’ha ridotto in stato vegetativo, è sottoposto a una cura sperimentale. Risvegliato dal coma tramite un nuovo stupefacente farmaco, l’ormone K, continua a “risvegliarsi” superando ogni suo precedente stato di coscienza. Aumenta così in modo esponenziale la propria intelligenza, finché, beffati i dottori e l’immancabile agente della CIA, si dà alla fuga. Bramoso di salire sempre più in alto verso un QI a 4, 5 o 6 zeri diventa dipendente dall’ormone che gli fa vedere gli elefanti rosa… sì insomma… le connessioni fra le cose.
Il racconto parte come una variante tutto sommato scolastica del Computer con le scarpe da tennis, ovvero un incontro fra il Charlie di Fiori per Algernoon e il professor Magneto che pontifica sulla sua superiorità rispetto alla razza umana. L’avventura dell’intelligenza però vira presto in masturbazioni da Prima Repubblica.
Ted Chiang si sofferma sulle nuove capacità logiche di questo More Than Human, sbrodolando frasi senza senso (senza senso per un pirla come me):
Osservo l’arazzo della conoscenza umana da una prospettiva più ampia di chiunque prima: posso riempire gli spazi vuoti dell’intreccio dove gli studiosi non si sono neanche accorti di una mancanza, e arricchire la tessitura in parti che essi credevano complete.
Cioè, no, boh? Come si arricchisce, nei fatti, l’arazzo della conoscenza umana? Tirandogli i mattoni addosso? Tritandoci gli zebedei come un Gigi Marzullo qualsiasi?
Quello che posso fare è percepire le configurazioni; vedo le strutture mentali che si formano, che interagiscono. Mi vedo pensare, e vedo le equazioni che descrivono il mio pensare, e mi vedo capire queste equazioni, e vedo come le equazioni descrivono il mio capirle. So come hanno prodotto i miei pensieri. Questi pensieri.
Mi sa che l’Ormone K l’hanno tagliato con un po’ di cannabinoidi. Manco al Bunker di Caldonazzo, nei miei mitici anni ruggenti, ero arrivato a simili pippe.
A metà del racconto le cose si complicano ulteriormente.
Compare l’altro. All’inizio pensavo (speravo) fosse un doppelgänger. E invece no. Sono proprio due cervelloni che chiudono il tutto con uno scontro stile Street Fighter per nerdolosi.
Che devo dire? Questo è proprio il tipo di racconto che odio. Paroloni vaghi e senza senso che crescono come metastasi. A metà del racconto risulta ormai impossibile “vedere” qualcosa. Puoi solo sorbirti gli scioglilingua di Ted. Peggio dei racconti dei “connettivisti” nostrani.❑ DIVISIONE PER ZERO
Division by Zero. 1991.
✪Di nuovo prove della fine del mondo, o meglio, della sua illogicità. Questa volta attraverso assunti matematici di cui, mi scuseranno i tecnici, non me ne frega nulla. L’infodub qui è il racconto stesso. Una serie di citazioni che sembrano ritagliate da Focus o da un libro di Oddifredi…
Nove trafiletti di teoria logico-matematica con numerazione progressiva fanno da introduzione ai punti di vista di una coppia scoppiata: lei, Renee, matematica in piena depressione e lui, Carl, biologo con tendenze suicide. A un sunto di matematica, es. punto 1, si alterna un atto, un’azione, un pensiero di Renee (1a) e un atto, un’azione, un pensiero di Carl (1b). Tutto ciò fino al punto 9.9
Albert Einstein una volta disse: “Finché le proposizioni della matematica descrivono la realtà, esse non sono certe; e finché sono certe, non descrivono la realtà.”Cui segue un’unica scena congiunta (9a=9b) in cui Carl e Renee, in piedi, in cucina a sgranare piselli, discutono di Dio ed empatia… freddi come ghiaccio, distanti come la Terra e la Luna.
Sarà ma io una coppia così non la inviterei a cena neanche fossi minacciato dalla cavalleria ussara. Fortunatamente i due sono solo proiezioni di Ted Chiang, utili all’assunto che dà titolo al racconto: Il risultato di una divisione per zero è letteralmente “non definito”. così come “non definite” sono le relazioni umane… praticamente un racconto da apparentare a La solitudine dei numeri primi.❑ STORIE DELLA TUA VITA
Story of Your Life. 1998
✪Il Governo è entrato in contatto con gli alieni, buffi personaggi a palla che ci “parlano” attraverso gli schermi di apposite TV. Siccome il Governo (e i Militari che lo punzecchiano), notoriamente non capiscono mai un raz, sono costretti a chiamare una linguista. La linguista ci rende partecipe delle difficoltà di comunicazione, mentre alterna il tutto con il racconto della vita breve della sua unica figlia, spingendosi sempre più indietro nei ricordi: dai problemi adolescenziali, alle fiabe lette prima di andare a nanna, ai primi passettini, al momento del concepimento. I due piani temporali - alieni eptapodi e nuova progenie umana - si affiancano, si sovrappongono tematicamente. La difficoltà di entrare in contatto con gli uni (i cosi) o con l’altra (la pupa) è evidente, così come la morale: parlare con gli alieni, o farlo con i propri figli, comporta una gran fatica. Le distanze sono infinite, un accento sbagliato e sei fritto.
Ma va?
Per dirla, usando la lingua dei nostri pargoli, questo racconto è un’emerita…
SKIIIIIIIIIIIIIFEEEEEEEEEEEEEEZZAAAAAAAAAAAAAAAA!❑ SETTANTADUE LETTERE
Seventy-two Letters. 2000.
✪✪✪Di nuovo la fine del mondo? Ebbene sì. Fra manifatture londinesi dirette da boriosi appartenenti alla Royal Society, e giovani “nomenclatori” che animano automi industriali sfruttando i segreti della cabala ebraica, ci si mette di mezzo la scoperta che… lo sperma umano è condannato, prima o poi, a fare cilecca. Un numero X di generazioni e la nostra fertilità sarà ridotta a zero.
Gli scienziati, i tecnici e i lobbisti che punteggiano questo racconto (equamente diviso fra hard e new weird) indagano, litigano, si accapigliano, si rubano le idee a vicenda mentre Robert Stratton, l’eroe misconosciuto al centro di tutto, è investito della prova più ardua: realizzare una modificazione del DNA umano, inserendo un “nome”, un codice ebraico, nel corredo genetico, tale da preservare la razza umana… ma anche da trasformare tutti in veri e propri golem. Che dire? Ted Chiang conosce i suoi polli! Prende tutta la querelle sulla clonazione, la selezione umana, la perdita d’anima nel vano tentativo di sostituirsi a dio, e la trasporta in un singolare contesto giudeo-steampunk. Più scorrevole di altri suoi racconti, permane il fatto che i personaggi sono marionette nelle mani dell’autore, così come gli automi vittoriani che compaiono nel racconto lo sono nelle mani del golemista Stratton. Non hanno cuore…❑ L’EVOLUZIONE DELLA SCIENZA UMANA
The Evolution of Human Science. 2000.
✪Un pezzo di tre pagine scarse (due e mezzo), senza personaggi, senza azione né dialogo, in cui un tecnico (il redattore di una rivista) si interroga sul “ruolo degli scienziati umani in un’epoca nella quale le frontiere della ricerca scientifica si sono spostate oltre la conoscenza umana”. Compare così il Tnd, il trasferimento neurale digitale, la scienza metaumana, la genetica dell’istocompatibilità, tracciature neutriniche, analisi cristallografiche, applicazioni nanotecnologiche e la chemiosintesi meccanica.
Vale la pena che gli scienziati si occupino di queste questioni? si chiede il fantomatico redattore. Ma se non lo sai tu, mi chiedo io, che c*zzo rompi i c*glioni? E poi di che ti preoccupi, magari non ne vale la pena, ma qui c’è Ted Chiang che pensa valga la pena trarne un racconto. Un racconto, insomma... si fa per dire.Provato dalla somma intelligenza del nostro Ted Chiang, ricuso i racconti che seguono…
❑ L’INFERNO È L’ASSENZA DI DIO.
Hell is the Absence of God. 2001.
✪✪❑ IL PIACERE DI CIÒ CHE VEDI: UN DOCUMENTARIO.
Liking What You See: a Documentary. 2002.
✪Li leggo, ma decido (per ora) di non commentarli. Mi limito a dire che nel primo si discute ancora di Dio, senza un solo scambio diretto fra i pochi depressi, confusi personaggi - non una battuta, una frase virgolettata -; mentre nel secondo Ted Chiang realizza un cut-up di impressioni di studenti, professori, medici e giornalisti, su estetica e… calliagnosia.
Il mio giudizio complessivo è il seguente:
Il libro, come oggetto, è brutto. Nel suo insieme emana un'aria sapienziale, ma anche poco professionale. Tutto è mal gestito: la copertina, l'impaginazione, l'editing. Il dottor Ted Chiang, per contro, scrive bene, ma è freddo come una lastra di ghiaccio, compassato come un pinguino in livrea. Pensa da algido saputello, probabilmente è un maniaco (dei computer sicuramente, visto il lavoro che fa), per questo è poco apprezzato dal grande pubblico ma portato in palmo di mano dagli esperti del settore, noti geek frustrati, fra cui lo stesso Lussu. Ted Chiang vincerà pure una caterva di premi ma io ne esco deluso (non dai premi vinti, ci mancherebbe altro, dal suo modo di scrivere, dalla sua scarsa arte affabulatoria). I suoi racconti non mi appagano, forse mi hanno reso un puntolino più intelligente, più istruito, mi hanno sicuramente fatto riflettere, ma non mi hanno emozionato. Sono io che non capisco le sottili trame che si intersecano fra empatia e linguaggio computazionale? Non ne sarò degno? Così va la vita… anzi, la storia della mia vita!
Peccato, quando lessi il racconto Il mercante e il portale dell'alchimista, pubblicato su un Robot di un paio di anni fa, rimasi estasiato, ne fui tanto colpito da ordinare in libreria questa raccolta, uno degli ultimi libri che ho comprato in versione cartacea, prima dell'avvento degli ebook reader. Sarei curioso di rileggere quel racconto adesso. Chissà che impressioni ne trarrei... -
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Jun 16, 2011 |
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- Futuri imperfetti (352)
- I Classici del fumetto di Repubblica Serie Oro 44
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By Enki Bilal -
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Sottili fili della geometria -
Invidio Enki Bilal. No dico... che cosa vede, un uomo simile, quando chiude gli occhi?
Nella moderna graphic novel alcune tavole risultano belle perché semplici, dai toni pieni e dal contrasto netto (Mike Mignola); altre per l'uso del cut-up mischiato alle nuove tecnologie digitali (Dave McKean). En ... (continue ) Invidio Enki Bilal. No dico... che cosa vede, un uomo simile, quando chiude gli occhi?
Nella moderna graphic novel alcune tavole risultano belle perché semplici, dai toni pieni e dal contrasto netto (Mike Mignola); altre per l'uso del cut-up mischiato alle nuove tecnologie digitali (Dave McKean). Enki Bilal segue una terza via.
Lavora con materiali tradizionali, come un amanuense, sfruttando le suggestioni dell'arte classica, dalla prospettiva aerea alla macchia impressionista. Intanto, i confini del suo mondo immaginario si sgretolano in una trama nervosa, i sottili fili della geometria imperversano, fendendo paesaggi fumosi, metropoli antiche e nuove dell'altrove. Le campiture di colore si confondono con accelerazioni prospettiche che sembrano voler mettere insieme Piranesi ed Escher, l'arte egizia con Max Ernst, la Belle Époque con Blade Runner.
E' quasi un peccato che queste storie scorrano in un verso unico, una dopo l'altra. Bisognerebbe ritagliare le pagine di questo libro e farne una grande mappa concettuale. Chissà cosa ne verrebbe fuori... io ho un po' paura! -
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May 30, 2011 |
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Il ciclo di vita degli oggetti software
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Birre, orangutango e tamagotchi
Devo essere sincero: scrivere di questo ebook, di questo romanzo breve, mi mette un po’ in difficoltà. Se fossi un polemista mi limiterei a specificare che a me i tamagotchi non sono mai piaciuti… e tanti saluti al secchio. Se fossi un narratologo (si s ... (continue)
Birre, orangutango e tamagotchi
Devo essere sincero: scrivere di questo ebook, di questo romanzo breve, mi mette un po’ in difficoltà. Se fossi un polemista mi limiterei a specificare che a me i tamagotchi non sono mai piaciuti… e tanti saluti al secchio. Se fossi un narratologo (si scrive così?) punterei il dito sullo stile. Sulla meccanica impersonalità del dottor Chiang, sulla sua minimale freddezza; dall’uso del tempo presente, alle descrizioni così vaghe da rasentare il nondove e il nonquando. Non mi limito qui a riferirmi alle isole virtuali, ai social network stile Second Life (esistono ancora?) in cui i colletti bianchi che spopolano in questo testo si rifugiano… perché e facendo cosa non è dato sapere. Parlo dell’intero impianto. Quella serie infinita di “passa un anno”, e poi un altro, e un altro ancora. Una holding fallisce, l’altra è commissionariata, Ana Avoledo - tizia numero 1047/bis - è licenziata, cambia lavoro, iscrive la propria IA a un corso di alfabetizzazione, cambia piattaforma, legge un'email, un’altra la cancella. Ted Chiang di lavoro fa lo scrittore informatico… e si vede. Supercazzola se si vede. Se fossi razzista, e fortunatamente non lo sono, direi che qui c’è tutto il kai zen (改善) dei suoi fratelli d’oriente. Quella calma serafica che li fa uscire in ordinata fila dalle fabbriche e dagli uffici squassati dal terremoto. Quel vivere tutto di testa, e quasi nulla di pancia. Se fossi un teorico della bizzarro fiction, ovvero l’esatto opposto del genere scifi che bazzica il dottor Chiang, direi che il nostro compassato scrittore è spuntato quatto quatto dalla realtà alternativa di The man in the high castle del buon Philip K. Dick: i giapponazi feticisti che si rigirano fra le mani la mirabilia waltdisneiana come fosse il santo graal. Questo sono in fondo i digenti, i digitali senzienti di Ted Chiang. Oggetti software analizzati al microscopio, stesi sul banco della narrativa e smontati davanti a noi in un’operazione chirurgica, asettica fino al parossismo. Se fossi una persona raffinata, di cultura, citerei il Microcosmic God di Theodore Sturgeon, oppure il Tecnonucleo dei Canti di Hyperion, passando per Cleverbot e Jabberwacky, due applicazioni web IA che da quindici anni girano su internet studiando come imitare le conversazioni umane (si veda Jad Aburad, Talking to Machines), e forse coglierei in fallo il buon Chiang, gli potrei dire, guarda bello che non hai inventato proprio nulla, sei arrivato secondo! Se fossi un membro della giuria degli Hugo magari mi accoderei ai clap clap, ai battimano, perché dopo tanti eccessi, dopo mille saghe piene di punti esclamativi, la cura certosina del Chiang è rassicurante, quasi reazionaria. Idea, tesi, antitesi. Nessun dramma. Un’idea che funziona vale più di mille esplosioni blaster e faster, per non parlare della fantasy passata per Scienza, o dello steampunk per Storia. Se fossi il ragazzo che ero una ventina d’anni fa, un montanaro ignorante, sceso dalle cime del Tirolo con l’ultima slavina, gli direi: Ehi amico, rilassati, datti una calmata, fatti una birra o due, magari con quelli che potrebbero un giorno diventare i tuoi insigni colleghi (se mai volessi rischiare e lasciare il posto fisso, la busta paga assicurata, e dedicarti alla scrittura a tempo pieno), colleghi come Lucius Shepard, Carlton Mellick III o la conturbante Cherie Priest. Gente poco raccomandabile, gente pericolosa. Probabile che così facendo ti si abbasserebbe il QI di qualche punto, ti si sporcherebbe la camicia inamidata, ma chissà, potrebbe anche entrare un sottile alito di vita nei tuoi racconti. Ebbene sì, i perdenti scrivono meglio, gli sfasati c’hanno un cuore, sanno che scrivere non è computazionare. Com’è il detto? Scrivania disordinata, mente disordinata. Ebbene… sempre meglio di scrivania vuota. Se poi tutto è pulito… chi se ne frega.
I MAGGIORI DIFETTI di questo romanzo sono:
❑ Non è un romanzo, né un racconto, è una tesi.
❑ I personaggi umani non esistono, sono solo bocche che parlano di digenti.
❑ Non c’è un solo elemento descrittivo. Per fare un solo esempio non ci sono dati esperienziali né sensoriali collegati ai momenti del giorno, alla luce, al clima, alle stagioni. Una giacca che si chiude o una porta che si apre cigolando. Una superficie ruvida sotto le dita, una doccia, una sudata, un sandwich al rafano o una minzionata, mentre la caldaia stantuffa calore; un suono, un topolino che sta rosicchiando un filo, un’insegna che sfrigola e che salta, e così via nel continuum. Nulla.
❑ L’immobilità è assoluta. Quando parte una scena, dopo un “passa un anno”, o se va bene “passano due mesi”, i personaggi sono già tutti lì. Se devono, si telefonano, si scrivono email, entrano in Data Earth.
❑ Non ci sono luoghi. Si intuiscono uffici e workstation. Si parla di un parcheggio e di un parco sui generis. Cioè tutto il mondo, tutte le storie e le esperienze che esso può contenere, è ridotto a una parola buttata lì a caso: “parco”.
❑ I personaggi principali cominciano con un’idea (far crescere uno o più digenti), e finiscono con la stessa idea (continuare a far crescere uno o più digenti). Non c’è evoluzione. Né scontro. Ah già, i modelli neuroblast necessitano di un upgrade. Sticazzi!
❑ I digenti. Ma è possibile che si parli sempre di loro e che questi non facciano una mazza tutto il tempo? Non c’è un momento in cui emergano un po’. Sì, uno vuole diventare corporation, e l’altro ballare l’hip pop, e quindi? Non si spiega poi perché, nonostante gli anni passati a studiare, a sperimentare, a crescere e a prendere coscienza di sé, questi cosi continuino a parlare come indiani: Tu pronto firmare contratto? […] No serve chiedere me ancora. Io pensa stesso di prima, io vuole farlo. Com’è possibile che delle IA riescano a superare la programmazione logica induttiva pregressa per seguire alberi decisionali autonomi, grazie a un’integrazione con il mondo tramite cose complesse come la visual retrivial, la percezione e la cognizione di quello che stanno percependo, continuando però a comunicare come il Manitù dei film di John Ford? Spero che il tutto sia dovuto a una qualche incapacità del traduttore, tal Francesco Lato, e che dietro ci siano altre, sublimi sottigliezze, a noi sfortunatamente precluse. Sì io è d’accordo.
❑ La patetica storia d’amore. Roba da geek di primo livello. Lui ama lei. Lei non lo sa. Lui ama lei e lei tromba in giro. Lui non si confessa. Lei si sistema. Lui divorzia. Punto. Psicanalista dove sei? Psicaaaaanaliiiiista?
❑ Non parliamo della deriva sessuale finale. I cosi che si affacciano all’età adulta, sul bordo duro e tagliente della maturità intellettiva, e che sono richiamati alla prostituzione per non rimanere soli soletti sulla vecchia piattaforma. L’esempio del custode che fa all’amore con un orangutango. Lo stile di Chiang rende queste ultime pagine più oscene dei giornaletti tipo Lando (Elio e le Storie Tese): Ana cerca di nuovo di stabilire esattamente perché le relazioni non sessuali con gli animali sono sane mentre quelle sessuali no, perché il consenso limitato che gli animali possono dare è sufficiente a tenerli come animali domestici ma non a fare sesso con loro. Ancora una volta non riesce ad articolare un’argomentazione che non si basi sulla propria avversione personale e non è sicura che sia sufficiente.
I MAGGIORI PREGI di questo romanzo sono:
❑ È breve.
❑ È scritto grande così.
❑ Se conoscete l'inglese ve lo potete leggere a gratis dalla prima all'ultima parola. La casa editrice Subterranean Press di Boston (la stessa beata combriccola che pubblica il G.R.A.N.D.E. Lucius Shepard) lo ha reso di dominio pubblico sul suo sito, alla pagina:
http://subterraneanpress.com/magazine/fall_2010/fiction…
In barba a noi italiani, che lo dobbiamo pagare a babbo morto (10 € il cartaceo, 5 € in formato elettronico).
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. . . . . . . . . . . . . . . . APPELLO A TED CHIANG . . . . . . . . . . . .
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Hai cercato di scrivere le "storie della mia vita". Dopodiché quelle di questi tamagotchi senzienti che vorrebbero vivere e non possono. Perché non vedi di vivere tu un po’ di esperienze in più? Molla la scrivania dai, vivi, e poi scrivi! Ah sì, beviti una Löwenbräu o due, alla mia salute, ma se vedi entrare nel bar un orangutango, meglio che scappi. Non si sa mai... chissà cosa potrebbe avere in mente!