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A. Tamburell…
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- Il Giappone prima dell'Occidente (28)
- 4000 anni di arte e culto
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By S. Vita, L. Caterina, F. Fraccaro, … -
Reference 




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Bellissima libreria! E recensioni molto utili! Infatti ripasserò quando avrò più tempo ;) Per ora ti aggiungo agli amici, così non rischio di perderti :)
Grazie del bel feedback su M.R.James :) adoro i suoi racconti in particolare "Fischia e verro' da te" ...
Ciao, bellissime le tue recensioni
Caro Kalimantan, ho aggiunto un mio post-it al tuo post-it e ti avviso anche qui...
Il mio profilo è ancora attivo, sono un tipo estivo io.
Il Giappone prima dell'Occidente
Ho imparato ad apprezzare la cultura e l’arte giapponese grazie a quel fantastico catalizzatore di sogni che è il cinema. Nello specifico mi riferisco qui al cinema Lumiere, di Bologna, quando ancora si trovava nella vecchia sede, nei pressi di via del Pratello. Un luogo fetido, inospitale, con i se ... (continue)
Ho imparato ad apprezzare la cultura e l’arte giapponese grazie a quel fantastico catalizzatore di sogni che è il cinema. Nello specifico mi riferisco qui al cinema Lumiere, di Bologna, quando ancora si trovava nella vecchia sede, nei pressi di via del Pratello. Un luogo fetido, inospitale, con i sedili sfasciati e i bagni occupati da un’eterna notte di Valpurga; e al tempo stesso un non-luogo incantato, con la sua trasmissione a ciclo continuo di rulli semisconosciuti, capolavori vetusti e altrimenti dimenticati. Pellicole sottotitolate, o tradotte in cuffia e in presa diretta da una qualche studentessa di lingue mal pagata (spesso si sentiva lo sgranocchiare di patatine, o il fumare nervoso, fra una battuta e l’altra). Film trasmessi in orari assurdi: all’ora dei cornetti, o al rintocco della mezzanotte. In giorni assurdi. Ancora mi ricordo un capodanno trascorso con una mia ex a guardare l’interminabile Arca russa di Sokurov, e intanto ci stavano svaligiando l’appartamento… sembra inventato, ma è tutto vero.
Così ho visto e amato i capolavori immortali di Kenji Mizoguchi, Akira Kurosawa, fino al più recente Shinya Tsukamoto. Se in Tsukamoto si può parlare di postmodernità, di contaminazioni avantpop, di futurologia cyberpunk, gli altri registi sono stati delle leve che mi hanno introdotto, ma che dico introdotto, catapultato nei passati fasti del Giappone imperiale. Il povero vasaio de I racconti della luna pallida d’agosto; il ladruncolo che si finge guerriero di Kagemusha, le epiche battaglie per un pugno di riso in I sette samurai, sono emozionali imprese della specie umana, prima ancora che giochi di luce impressi su una pellicola.
Questo testo trae spunto dallo stesso mondo, magico quanto reale: l’antico Giappone. Dagli inizi dell’epoca storica, con l’edificazioni delle grandi capitali nella regione del Kansai, passando per le varie epoche di Heian e Kamakura, fino allo shogunato (si scrive così?) della grande famiglia Ashikaga a Kyoto. Un’epopea unica, di un isola che si credeva il centro del mondo, piena di lotte intestine, rivalità fra città ed eserciti privati, ma anche di rispetto per la natura e di un’invidiabile tensione per il bello e l’armonia. Poi nel 1543 arrivarono i primi europei e i giapponesi si ritrovarono ad adottare gli archibugi e i cannoni, una nuova forza di fuoco che rivoluzionò sia le strategie militari sia l’urbanistica.
Si inaugurava così l’epoca del nanban-bunka, della “cultura dei barbari del sud”, così venivano chiamati i nuovi arrivati attraverso le rotte meridionali. Mercanti, missionari, navigatori e diplomatici che ben presto si ritrovarono contesi dalle varie signorie locali, le quali si disputavano i vantaggi della polvere da sparo, delle aggiornate carte geografiche e nautiche, degli strani libri e manufatti che portavano con sé. E il Giappone non fu mai più quello di prima.
Si pensi solo all’architettura, laddove, oltre alla necessaria costruzione di joka machi, di città castello sul modello medievale europeo, subentrò sempre più la concezione modulare della lavorazione del legno e i sistemi del prefabbricato. La concezione spaziale giapponese, fino allora fedele al principio della natura immota, della vita silenziosa e ortogonale, fu messo a dura prova dall’immissione del nuovo sistema grafico di rappresentazione - la prospettiva - teorizzata dal nostro compaesano, Filippo Brunelleschi.
Il Giappone prima dell’Occidente non è però solo un densissimo trattato di storia, e di storia del pensiero. Questo volume è il catalogo della mostra tenutasi nel Palazzo delle Esposizioni a Roma, fra il 1995 e il 96, patrocinata dall’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, e da Sua Altezza Imperiale, il Principe ereditario Hironomiya. Oltre le cento pagine di testo, fra cronologia, introduzione, nove capitoli, e appendici varie, c’è un catalogo iconografico fra i più esaustivi che mi sia mai capitato di possedere (e di custodire gelosamente). Laddove, infatti, per motivi di conservazione e rispettando una prassi invalsa nell’Asia Orientale, durante la mostra alcune opere particolarmente delicate hanno subito una specie di turnover, e sono state più volte sostituite con altre di uguale tipologia e periodo storico, il catalogo le considera tutte. Un manufatto, massimo due per ogni pagina, con ampie didascalie e le dizioni “Tesoro Nazionale” ogni qual volta il Bunkacho, l’Agenzia per gli Affari Culturali giapponese, ne abbia riconosciuto l’assoluto valore storico-artistico. E qui di tesori ce ne sono un bel po’.
Mi spiace proprio che Anobii non accetti l’inserimento di immagini, perché parlarne senza una qualche riproduzione è proprio impossibile.
Mi limiterò qui a citare solo tre gruppi o tipologie d’opere:
RE DI SAPIENZA (pagg. 98-99)
Un complesso di cinque statuette in legno, i Go Daimyoo, ripresi da oscuri testi del buddhismo esoterico, cinque dispettosi demonietti dal compito ben definito: spezzare l’ostilità di coloro che non accettano di buon grado gli insegnamenti buddhisti. Con cinque mostri del genere, multi braccia, multi faccia, che pregano, menano, spiegano, e fanno gestacci saltando sulle panze di innocui dormienti, la scuola italiana sarebbe il regno del terrore… ma anche dell’efficienza.
Quanto mi piacerebbe averli con me nella mia valigetta.
SENJU KANNON (pag. 153)
Fa male al cuore assumere la bellezza ieratica del Kannon dalle Mille Braccia dell’artista Tankei, una figura a grandezza naturale (179 cm) che simboleggia la facoltà del bodhisattva di esaudire qualsiasi preghiera, e pensare che è solo una riedizione tarda di quelle che originariamente erano 1001 statue alloggiate nel lunghissimo padiglione Sanjusangendo a Kyoto, padiglione fatto costruire dall’imperatore in ritiro Goshirakawa e andato completamente distrutto in un incendio del 1249. Mille e una statua a grandezza naturale di legno laccato in oro, rifinite in ogni particolare, dalle sopracciglia dipinte al drappeggio delle vesti. Ognuna diversa dall’altra. In fumo.
I PARAVENTI (pag. 203-225)
In Giappone i paraventi sono fra gli oggetti d’arte applicata più famosi, e al contempo più comuni. Si usavano (e si usano) nei padiglioni grandi e piccoli, nelle sale nobiliari, durante gli “intrattenimenti collettivi”, come per esempio la cerimonia del tè, o anche per incontri più ristretti, diciamo più intimi. Sono quasi sempre a sei ante, e possono raggiungere discrete estensioni: 160x400 cm. Quelli presentati qui sono di una bellezza sconcertante. Piante, fiori e uccelli delle quattro stagioni dipinti a inchiostro e colore leggero su carta. Montagne innevate accennate con un semplice tratto, il becco di una gru che compare nella vastità, un occhio animale che ti guarda… un ramo spezzato, l’acqua che vi scorre sopra, quasi con un brivido. Il fondo dorato che si apre, come una tempesta di sabbia, e dietro c’è un unico fiore rosso, un po’ intimidito dalle forze della natura, ma saldamente abbarbicato alla roccia. Tutto è più leggero, osservando questi mondi sospesi, la vita stessa sembra meno amara.
CONCLUSIONI
Giappone? ARRRRRRIVOOOOOOOOOO!
(magari potessi)