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Nella zona di Reggio Emilia dove da tempo abito, la forma dialettale per “maiale” è “animel”, perché il maiale è l’animale per eccellenza, la base della cucina, quello di cui non si butta via niente ( anche il pane comune è condito con lo strutto - argh! ). Così è il tennis nella nostra famiglia: LO ... (continue)
Nella zona di Reggio Emilia dove da tempo abito, la forma dialettale per “maiale” è “animel”, perché il maiale è l’animale per eccellenza, la base della cucina, quello di cui non si butta via niente ( anche il pane comune è condito con lo strutto - argh! ). Così è il tennis nella nostra famiglia: LO sport. Ho visto quasi tutte le partite di cui Agassi parla nella sua autobiografia e ricordo gli atleti, le vittorie e le sconfitte. Ho criticato quel ragazzino un po’ sbruffone e dall’orribile acconciatura che sembrava curare il suo aspetto più che il suo tennis, e ho pianto quando quello stesso ragazzino, calvo e con vent’anni di più, si è inchinato ai tifosi che riempivano lo stadio del suo ultimo USOpen.
Perciò è ovvio che mi sia piaciuto questo libro: in qualche modo, l’ho vissuto.
Ma non si tratta solo di questo. Guardate la foto che lo ritrae in copertina: esprime tutto il disagio, la paura e la fatica - soprattutto la fatica - di un ragazzo condannato a compiere un destino non suo, a colpire 2500 palline al giorno perché solo così potrà diventare quel campione che il padre ha deciso.
Agassi sembra uscito dalle pagine di Infinite Jest, uno dei tanti personaggi che popolano l’Enfield Tennis Academy. Una storia tra le tante, ma vera.