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Jan 29, 2010 |
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La strada di Swann
Durante la lettura...continue)
Dopo la consueta ubriacatura fantasy, ci vuole uno stacco. E allora tento l'impresa con un classico di quelli tosti: il primo capitolo della famigerata Recherche. Conosco un sacco di persone che hanno rinunciato a finirlo; altre che, pur di non mollare, anno dopo ... (
Durante la lettura...
Dopo la consueta ubriacatura fantasy, ci vuole uno stacco. E allora tento l'impresa con un classico di quelli tosti: il primo capitolo della famigerata Recherche. Conosco un sacco di persone che hanno rinunciato a finirlo; altre che, pur di non mollare, anno dopo anno lo ricominciano da capo, per poi di solito arrendersi miseramente. Io, nella mia umiltà, ci provo. Le prime cento pagine sono andate. Periodi talmente lunghi da perdere la testa, complesse similitudini un rigo sì e uno no, termini e riferimenti spesso di difficile comprensione per un lettore della nostra epoca... ma ne vale la pena.
Le impressioni complete a fine lettura.
Dopo la lettura...
La memoria è strana. I ricordi sono strani; sfuggenti come l'acqua o il vento: impossibili da afferrare a mani nude. Una certa "fetta" di passato può essere davvero morta per noi, presente forse, con un certo sforzo, a quella che Proust avrebbe chiamato la "memoria dell'intelligenza", la memoria volontaria, ma in realtà perduta nella sua essenza, in ciò che davvero ha significato per noi, nelle impressioni ed emozioni che ha suscitato nel nostro animo. Ma ecco che accade il miracolo: un sapore, un suono o un odore ci riportano in un attimo indietro nel tempo, catapultano noi e la nostra anima nel passato; o meglio, riportano quel passato fino a noi, ce lo restituiscono vivo e "reale".
E' quello che accade, com'è noto, al protagonista della Recherche. Chiunque abbia studiato letteratura francese conosce il brano della maddalena inzuppata nel tè (non c'è insegnante che non lo faccia leggere), e infatti per molto tempo è stato più o meno questo tutto ciò che ho conosciuto di quest'opera monumentale.
Il presente libro - primo del ciclo - è diviso in tre parti, ed è essenzialmente privo di trama. Ed è proprio questo uno dei motivi che lo rendono notoriamente una lettura "complicata".
Nella prima parte, Combray, il protagonista (un "Io" senza volto né nome) rievoca la propria infanzia nel paesino di Combray, dove la famiglia usava trascorrere la primavera e l'estate presso la casa di una parente.
Benché non sia un'autobiografia, questo romanzo è nondimeno ricchissimo di elementi autobiografici, tanto che i critici hanno ravvisato facilmente in Combray una trasfigurazione di Illiers, il villaggio dove Proust trascorreva le estati nella casa di una zia paterna, e in molte persone realmente esistite "materia grezza" e modelli per i personaggi della Recherche (piccola curiosità in proposito: nel 1971, in occasione del centenario della nascita di Proust, il nome del paesino è mutato davvero in Illiers-Combray); né si può dubitare che le esperienze, le sensazioni e i ricordi più intimi del protagonista siano interamente quelli dell'autore.
Questa prima parte è forse quella che ho amato di più. Come dicevo, non c'è trama. Si tratta di un affastellarsi(apparentemente casuale) di ricordi, emozioni, piccoli fatti quotidiani e "personaggi" che popolavano il microcosmo di Combray, riportati a galla, inaspettatamente, proprio dalla maddalena inzuppata nel tè. L'ho amata sopratutto perché ho ritrovato molto di me stessa in ciò che leggevo, nella sensibilità del protagonista e nel suo modo particolarissimo di vedere il mondo.
La seconda parte, Un amore di Swann, è stata spesso pubblicata come romanzo a se stante, ed è infatti quella che più si discosta dal resto, proprio in quanto racconta una vera e propria "storia": il tormentato amore del vicino di casa del protagonista a Combray, Charles Swann, per una donna dalla dubbia reputazione.
Un amore di Swann... o un'ossessione di Swann? E qui si passa automaticamente alla domanda successiva: ma quale amore non è, in qualche modo, un'ossessione?
Raramente ho visto una rappresentazione - ahimé - più fedele dell'irrazionalità dell'amore, quella forza inesplicabile che può annientarci, portarci a non considerare più null'altro che l'oggetto del nostro desiderio e la nostra volontà di possederlo, fino a spingerci a rinunciare volontariamente, se dobbiamo, a ogni minima briciola di dignità. Proust lo definisce il "sacro morbo", e con ragione. Tante volte, infatti, l'amore finisce per assomigliare quasi a una malattia, di cui ci libereremmo volentieri, se solo potessimo.
La terza parte, Nomi di paesi: il nome, è la più breve, e fa quasi da ponte per i volumi successivi (si presagiscono infatti gli sviluppi futuri). Siamo ancora nell'infanzia del protagonista, stavolta a Parigi, dove avviene il secondo incontro con la figlia di Swann, Gilberte. Anche qui, più che fatti, abbiamo sensazioni... impressioni; e si notano, come preannunciato, molte somiglianze tra il carattere e la situazione del protagonista e quelli di Swann.
Che dire infine dello stile? Lo stile di Proust è unico. Come dicevo nel Durante la lettura, è complesso. E' una prosa estremamente articolata, in cui si può leggere per un bel pezzo prima di incontrare un punto. Per ogni concetto espresso abbiamo una similitudine (o più di una), ma non se ne trova una che sia messa lì a sproposito, o che davvero non serva a comprendere fino in fondo ciò che l'autore ha voluto intendere, che non faccia penetrare quel concetto in noi, fino alle profondità più remote della nostra mente e del nostro animo. E' una prosa a cui non possiamo imporre il nostro ritmo; è lei che deve imporci il suo. Me ne sono accorta leggendo: occorre abbandonarsi alla musicalità delle parole e delle frasi. Il senso poi arriva da sé, un attimo dopo, quasi trascinato da quella.
Certo, se si ha la testa confusa e stanca e si vuole passare il tempo con una lettura leggera... beh, forse non è proprio il momento giusto per cominciare quest'opera. Ma se avete un pò di tempo e di pazienza, come dicevo più sopra, ne vale sicuramente la pena. Spesso si dice che la vita - ahimé - non può somigliare alla trama di un libro (o di un film). Beh, questo romanzo scardina e distugge questa affermazione, facendo della vita stessa - tutta la vita, senza escludere nulla - la materia di un romanzo, rinunciando a comprimerla e a costringerla nelle maglie di quella che comunemente si definisce "trama". Un esperimento ardito, che già all'epoca (1913) fece fatica a venire a galla: La strada di Swann venne infatti pubblicato inizialmente a spese dell'autore.
Di sicuro il mondo è cambiato rispetto all'epoca di Proust. E' diversa la società, sono diversi i passatempi. Ma, dopotutto, l'animo umano è sempre lo stesso; "funziona" allo stesso modo. Vizi e virtù si ripetono sempre uguali, cambia solo la cornice. Tutti noi proviamo rimpianto e nostalgia per il nostro "tempo perduto", per il ricordo di una sensazione, di un amore, di persone che non sono più con noi. Per questo la Recherche va letta. Rinunciare a questo immenso tesoro sarebbe davvero uno spreco.
E ora la citazione, doverosa:
"Ma quando niente sussiste di un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come delle anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo."
Giù il cappello, signori; e applauso.