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Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino




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Madri Vita/Morte/Vita -
5 febbraio 2013, martedì ore 9.00
Prendo alla lettera quello che nella postfazione dice la studiosa: Prendetevi il tempo necessario per la lettura.”. E dopo Barbablù e L’uomo nero, interrompo e rifletto e mi vengono in mente Cassandra e Medea e, perché no, Accabadora, tre donne raccontate n ... (continue ) -
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Feb 5, 2013 |
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Orlando furioso
I Canto 8 marzocontinue)
Letto ad alta voce tre volte. Per quanto mi ci mettessi, non sono riuscita a dare ai versi un tono serio e men che meno eroico, quello dei nostri pupari quando mettono in scena le gesta di Orlando . Di poema ironico si tratta e a volte francamente comico come nell’episodio ... (
I Canto 8 marzo
Letto ad alta voce tre volte. Per quanto mi ci mettessi, non sono riuscita a dare ai versi un tono serio e men che meno eroico, quello dei nostri pupari quando mettono in scena le gesta di Orlando . Di poema ironico si tratta e a volte francamente comico come nell’episodio di Sacripante.
La materia era da secoli il divertimento del popolo, ma Ariosto la rimaneggia e ne fa un poema in cui l’ironia adombra la nostalgia del bel tempo che fu: “ Oh gran bontà dè cavallieri antiqui!” . Non erano più i tempi, quelli dell’Ariosto, in cui si potevano pensare tali gesti cavallereschi. L’Europa era diventata preda dei lanzichenecchi e la pianura padana, il terreno dello scontro fra le truppe di Carlo V e Francesco I, e non doveva essere un bel vedere. E anche l’atteggiamento mentale dei maschi verso l’altro sesso doveva essere cambiato. La donna non più solo oggetto messo in palio come nel medioevo ma donna furba che può “usare” l’uomo, come Mirandolina ci avrebbe mostrato duecento anni più tardi. Non voglio dire che Ariosto fosse femminista in pectore, ma un pensierino alle capacità femminili deve averlo fatto, visto il ridicolo con cui riveste i tre cavalieri di questo primo canto, Rinaldo, Ferraù e Sacripante. Angelica e Bradamante risultano perciò vincitrici di questa prima partita.
II Canto, 13 marzo
Continuano le avventure, anzi si fanno più ingarbugliate. Una girandola d’inseguimenti e di colpi di scena: Rolando insegue Angelica e finisce in vece in Inghilterra; Bradamante cerca Ruggiero ma finisce in fondo a una grotta a causa del maligno Pinabel, un nuovo personaggio, che a sua volta insegue l’Ippogrifo il cavallo alato.
Certo ai tempi di Ariosto i “romanzi” riflessivi erano lasciati ai filosofi e le lettere di “Abelardo ed Eloisa”, di qualche secolo prima, lo dimostrano mentre andavano per la maggiore le gesta epiche. I tempi erano quelli che erano e lo erano da più di mille anni: mai un attimo di pace nello stivale dalla caduta dell’impero romano; guerre su guerre, invasioni su invasioni, e ora anche l’invenzione delle armi da fuoco, che avrebbero relegato nel “c’era una volta” i paladini ma non certamente la fantasia guerresca.
Ariosto sembra cantare questo de profundis limitandolo alla finzione. Certo la guerra non era nelle sue corde. Era un pantofolaio ma anche pragmatico. La guerra era uno stato naturale, un modo di risolvere le controversie. Non a caso quello fu il secolo di Machiavelli. Ma non era più tempo di affidare ai paladini la conduzione delle guerre: erano anacronistici ma tanto teneri!
Non favole nocive, come nel Don Chisciotte ma trasposizione mitica di fatti e personaggi forse realmente vissuti.
L’ironia non è rivolta a loro ma piuttosto a coloro che ancora affidano alle gesta dei paladini un messaggio per i contemporanei. Il passato è passato. E’ diventato mera rappresentazione fantastica e dilettevole per obliare un presente duro a digerire e soprattutto ironica per tenersi a distanza da una finzione che dovrà passare il testimone a un nuovo modo di rappresentare la realtà del mondo e della mente da esso dipendente. Ma accanto all’ironia anche domande sull’irrequietezza amorosa, l’inseguire quello che non c’è e il disdegnare quello che fino a poco prima s’era amato. E poi le similitudini di dantesca memoria! Una goduria.