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Le aspettative sono la tomba dell'imparzialità
Diciamo che la Aleramo non mi era mai mancata, nonostante ne avessero fatto uno dei vessilli del femminismo grazie a questo libercolo. Non posso “esimermi” nel dire subito “che differenza con la Wolf,” perché di scrittrici parliamo! Alla Aleramo manca assolutamente quel “noi” che fu della tedesca. ... (continue)
Diciamo che la Aleramo non mi era mai mancata, nonostante ne avessero fatto uno dei vessilli del femminismo grazie a questo libercolo. Non posso “esimermi” nel dire subito “che differenza con la Wolf,” perché di scrittrici parliamo! Alla Aleramo manca assolutamente quel “noi” che fu della tedesca.
Come attenuante si può dire che quest'ultima opera ben cinquant’anni dopo e che la consapevolezza di genere era ormai inscindibile dalla pratica politica al femminile.
Sibilla, invece, vive in tempi non ancora illuminati anche se già l’australiana Olive Schreiner aveva maturato che il “privato è politico”.
Si dirà che facebook era di la da venire e l’Australia era lontana. Ma Rita (questo il suo nome prima che il suo amante, pigmalione e editore, Cena, le imponesse uno pseudonimo), si abbeverava di letteratura e saggistica socialista e femminista. Legge Nordau e Ibsen e Nora, più che una citazione, sembra un alter ego di Sibilla.
Intuisce che il compito sociale di “care”, l’unico riservato alle donne a proseguimento di quello casalingo, ha assunto una connotazione di emancipazione femminile; la figura della vecchia signora dama di carità e non solo, conosciuta a Roma nella sede della rivista dove Sibilla ventenne recensisce, lo testimonia. Ma a lei, poverina, si stringe il cuore alla vista di tutta quella miseria, e l’accompagna solo una o due volte.
Ecco, tutto questo mi fa pensare che lei si sia plasmata, nello scrivere questo romanzo autobiografico ( anche se l’io narrante vorrebbe essere l’io femminino), sul modello femminile bella époque creato dai soliti maschi: non più la Musa e la Madonna idolatrata dal romanticismo, ma di volta in volta “ragazza indipendente, moglie scontrosa, madre castratrice, donna insoddisfatta”, che la protagonista incarna. Non è e non vuole essere né Emma né Anna Karenina e la rimozione dal romanzo di un qualsivoglia amante (come si sospetta), la dice lunga in questo senso.
Lei è la Nora del Sud, vittima di un marito mediocre, manesco, con tutti i tratti del padre padrone di ieri, oggi e, speriamo no, domani. Lo abbandona per liberarsi dalle catene che le imprigionano l’io finalmente libera nella mente e nel corpo, di cui scopre il bisogno di un amore totale che gli(al corpo) è stato negato.
Ma in questo romanzo autobiografico, dove si aggirano solo individui senza nome, c’è anche un figlio a cui si dedica in maniera maniacale. ”Ma egli è mio, deve somigliarmi! Strapparlo, stringerlo, chiuderlo in me!...E sparire io, perché fosse tutto me!”, così conclude le memorie.
Oltre alla sgradevole enfasi dannunziana che si avverte per tutto il romanzo, c’è un che di esagerato, spia del senso di colpa più che di amore. E’ vero, le leggi erano contro di lei, rea di abbandonare il tetto coniugale. Ma qualche pagina prima aveva anche detto che la vera catena alla libertà è la maternità.
Non vorrei essere la serpe in seno al corpo femminile, emblema dell’ostacolo interno alla liberazione che da sempre ha costituito il miglior alleato dei maschi contro il proprio genere. E non vorrei ipocritamente dire che allevare i figli sia una faccenda tutta rose e fiori e che il risolvere le loro faccende, quando hanno un’età da potersela sbrigare da soli, sia gratificante. Ma il mandarli a quel paese, è una cosa difficilissima perché c’è quel quid che non riesce a distinguere tra l’istinto materno e lo sfruttamento organizzato di origine culturale. Lei, invece, lo lascia quando il piccolo ancora non ha maturato tutte le sue potenzialità ricattatorie e anzi vive, lui, dei sensi di colpa per l’infelicità materna che avverte.
C’è in lei qualcosa di psichicamente ingarbugliato. E’ stata sempre dalla parte del padre. Troppo debole la madre, fino alla riflessione che”forse” la sua follia sarebbe potuta essere evitata solo se avesse avuto la forza di liberarsi, abbandonando marito e figli.
Non arrivo a pensare che reputasse uno stato naturale il comportamento maschile, ma di sicuro non fu tenera con le donne descritte nel suo libro. Con qualche eccezione, come con la disegnatrice svedese. Femminista?
Non vorrei sposare la tesi di Pajetta che deplorava il lassismo della linea politica del partito che l’aveva accolta nonostante, come aveva detto Emilio Cecchi nel 1948, “la cultura e le idee non le sfioravano neppure un capello”. Ma, allo stesso tempo, non voglio sorvolare su tutte le sue lacune formali e sostanziali, in nome di una solidarietà di genere “senza se e senza ma”.
Beh, se di lei si disse di aver fatto per le donne più di tutto il movimento femminista al completo, vuol dire che chi lo disse non aveva idea (come la stessa Sibilla) di quali fossero i reali bisogni delle donne, che non si racchiudono nella liberazione sessuale che ne è solo un aspetto e non il più importante. Altrimenti non si spiegherebbe come la possibilità di usare liberamente il proprio corpo, assodata e trasversale pratica, non si sia trascinata dietro anche le “pari opportunità” per tutte, e non per un élite che sfrutta il compiacimento maschile a proprio vantaggio, in una specie di baratto che poco ha a che fare con la vera liberazione.