Contea di Somerset. Sir Walter Elliot risiede nella sua sfarzosa dimora di Kellynch con le tre figlie: Elizabeth, Anne e Mary. Egli è un baronetto tronfio e sciocco e sogna un matrimonio “di rango” per loro, soprattutto per la maggiore, la ventinovenne Elizabeth, la quale è la sua prediletta in quan
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Contea di Somerset. Sir Walter Elliot risiede nella sua sfarzosa dimora di Kellynch con le tre figlie: Elizabeth, Anne e Mary. Egli è un baronetto tronfio e sciocco e sogna un matrimonio “di rango” per loro, soprattutto per la maggiore, la ventinovenne Elizabeth, la quale è la sua prediletta in quanto gli ricorda la deceduta moglie (Lady Elizabeth). La minore, Mary, è già sistemata, mentre la mezzana, Anne, non è tenuta in alcuna considerazione forse a causa della sfiorita bellezza o molto più probabilmente perché dolcezza, finezza ed intelligenza sono doti non richieste. Lady Russell, matura signora e punto di riferimento per Lady Elizabeth, ha invece un profondo affetto per Anne, nella quale rivede l’amica defunta. C’è poi mr. William Walter Elliot che seppur (unilateralmente) designato quale futuro baronetto, sembra disprezzare zio e cugine e prende in moglie una ricca donna di basso ceto. Un grosso problema incombe nella vita quotidiana dell’inetto Sir Elliot; egli, infatti, si trova a corto di denaro poiché troppe sono le inutili spese per mantenere alto il tenore di vita; con la dipartita di Lady Elliot l’oculata amministrazione della rendita era venuta meno, lasciando spazio ad uno sfrenato sperpero. Sir Elliot si trova perciò costretto a chiedere consiglio sulla linea di condotto da intraprendere ai due amici più intimi: Lady Russell e mr Shepard, di professione avvocato. L’affitto della proprietà di Kellynch all’ammiraglio Croft aprirà un colorito valzer di nuove situazioni.. Nello stesso modo in cui sir Walter si fa persuadere a lasciar l’adorata tenuta di famiglia ed Anne a rinunciare all’amore per/di Frederick, io mi sono lasciato persuadere alla lettura da un saggio dedicato alla Austen; mi sono infatti chiesto: perché non concederle una possibilità? Ci sarà un motivo per cui è amata da migliaia di lettori da oltre due secoli ed onorata dalla critica tanto da esser inserita tra le più grandi scrittrici britanniche di sempre insieme alla Bronte, alla Eliot, alla Gaskell, alla Woolf e alla Christie, oppure no? La prima annotazione che devo fare è la seguente: come già in “Orgoglio, pregiudizio e zombi” (pasticcio che al testo originale aggiunge scialbe parti zombesche) ho dovuto constatare di fare una certa fatica a leggere il suo narrato. La Austen procede sommando con perizia discorso diretto e discorso indiretto libero, così facendo nascono lunghi periodi all’interno dei quali mi sono spesso perso poiché pieni zeppi di proposizioni subordinate e coordinate le quali hanno rallentato la mia lettura e comprensione; ammetto d’esser stato costretto a legger spesso due volte lo stesso periodo per comprenderne appieno il significato. Il tutto poco agevolato dal fatto che gli appellativi ed i nomi in alcuni casi coincidano e per chi, come me, è poco avvezzo, i continui lady e miss alternati ai nomi propri per definire la medesima persona, possono ingenerare confusione. Il testo presenta poche scene descrittive e digressioni alla trama principale; la quotidianità, i luoghi ed il ceto sociale sono elementi fondamentali che influenzano i caratteri dei personaggi e di conseguenza l’andamento del romanzo. Non ho niente da eccepire sullo stile gradevole e sull’accuratezza nella forma che ben s’accompagnano ad una sottile ironia profusa oculatamente; più volte ho sorriso della stoltaggine ed ipocrisia di alcuni protagonisti. La stupidità, la grettezza, l’altezzosità e la mancanza di fantasia sono gli ostacoli che la protagonista deve superare per giungere all’agognato matrimonio. E come li si può superare? Per la Austen ha un’importanza fondamentale la perseveranza nei sentimenti (come Anne dimostra) e ritiene questa prerogativa eminentemente femminile. Vi sono diversi passaggi molto attuali (“le sorelle Musgrove, come migliaia di altre ragazze, vivevano per essere alla moda, felici e gaie”) ed altri piacevoli e resi maestosamente (la parte ad Uppercross in cui diversi comprimari si servono di Anne come valvola di sfogo, mettendola al corrente delle più disparate lamentele). I personaggi sono resi bene: con sagacia e brevi pennellate la Austen ci fa capire di che pasta son fatti la frivola Mary, la composta Anne, l’ipocrita mr Elliot, l’ambigua mrs Clay, l’austera Lady Russell, il freddo ed insipido sir Elliot. Quindi tutto bene? Formalmente direi di si, ma ci sono alcuni elementi che non ho gradito; quando si descrive per la prima volta Frederick Wentworth le parole usate sono: “giovane notevolmente bello, molto intelligente, vivace e brillante” ed ovviamente la protagonista, Anne, non poteva che essere “una ragazza molto graziosa, dolce, piena di buongusto e di sensibilità”, fastidiosi stereotipi. Che dire poi dell’irritante “menosità” di Anne? “Non poteva comprendere i suoi attuali sentimenti, se veramente stesse soffrendo di una forte delusione amorosa oppure no” e simili sono profusi a piene mani.. A questo va aggiunta una seccante falsa modestia (autoimposizione?) della suddetta: “se dovesse mai chiedermi di sposarlo, e ho ben poche ragioni per immaginare che ne abbia l’intenzione..”. Questi elementi m’hanno reso Anne piuttosto antipatica. Anche il finale del romanzo non è molto fantasioso e scade nello scontato. Riflessione conclusiva: credo d’aver sempre pensato alla Austen in maniera sbagliata; ho compreso che questo romanzo, come immagino anche gli altri, non ha finalità sociali, non vuole riformare nulla; la Austen è autrice pragmatica, per lei l’ordine sociale è un dato di fatto acquisito, sicuro e le serve solamente per imbastire le sue storie. Qui sta la sua forza, nella semplicità; a lei non interessa da dove vengano le (equivoche) ricchezze dei vari sir e lord, a lei interessa indagare finemente i sentimenti dell’animo umano ed i rapporti interpersonali. Avendole riconosciuto diversi meriti devo però aggiungere che quanto racconta non è di mio sommo interesse e pur constatando un certo vigore nei personaggi del romanzo ad certo punto le varie palpitazioni di Anne mi hanno annoiato. Promosso ma con la sufficienza; bene la forma, ma ho gradito poco il contenuto che resta poco avvincente.
Il mio primo Philip K. Dick! Provincia americana, anni ’50. Protagonista è una tipica famiglia middle-class; sulla scena si muovono Margo e Vic, marito e moglie, il figlioletto Sammy ed il fratello di Margo, il geniale Ragle. Ragle è una persona estrosa, trae sostentamento dai proventi ricevuti per
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Il mio primo Philip K. Dick! Provincia americana, anni ’50. Protagonista è una tipica famiglia middle-class; sulla scena si muovono Margo e Vic, marito e moglie, il figlioletto Sammy ed il fratello di Margo, il geniale Ragle. Ragle è una persona estrosa, trae sostentamento dai proventi ricevuti per la sua eccezionale bravura nel risolvere il quesito giornaliero del quotidiano “Gazette”. La sua abilità è notevole e da due anni consecutivi riesce sempre nel dare la soluzione esatta tanto che è diventato popolarissimo. Abbiamo poi i rampanti vicini di casa, i coniugi Junie e Bill Black che hanno una caratteristica particolare, l’invadenza. Ragle però apprezza le sortite dei Black perché ciò gli da modo di star vicino a Junie, “mora piccolina e tutto pepe”, per la quale prova più che una simpatia. Ragle è un tipo strano e dubita sempre più di se stesso: talvolta alcuni oggetti gli spariscono davanti lasciando come unica traccia dei foglietti che identificano l’oggetto appena sparito, foglietti che lui raccoglie e conserva in tasca. Un giorno, presso alcune rovine dove abitualmente giocano i bambini, gli capita di rinvenire alcune riviste ed i resti di un elenco telefonico(i cui numeri risulteranno disabilitati). Attirato da un articolo presente su una delle riviste, scopre l’esistenza di una famosa e bellissima attrice americana che però lui non riconosce; mostrata la foto a Margo e Vic apprende che nemmeno loro sono a conoscenza di chi sia questa procace attrice che una didascalia presenta come Marilyn Monroe.. Scritto in maniera piacevole e scorrevole è una delle prime opere di Dick, e pur non conoscendo il suo background di scrittore, m’è parso di veder emergere dalle pagine del romanzo diverse fobie, unito ad un generale senso d’inadeguatezza, prima fra tutte la teoria che la normalità nasconda sempre qualcosa di diverso, in peggio ovviamente. Non mi voglio addentrare oltre nei labirintici significati del romanzo, lascio a chiunque vorrà leggerlo il farsi un’idea propria. Il periodo storico e lo scenario entro cui si muovono i personaggi sono delineati con precisione e lo svolgimento riesce ad esser sempre abbastanza coinvolgente benché spesso mi sia parso prolisso. C’è una bella idea di fondo ma sviluppata male; la sorprendente soluzione finale è mal scritta e non in linea col resto del romanzo; in poche pagine vengono “gettate” addosso al lettore una marea di informazioni, temi, questioni corredate da approfondimenti e spiegazioni quasi nulle. In certi tratti del narrato non ho proprio capito di cosa si stesse parlando, dovessi usare un termine solo per riassumere l’impressione generale che m’è rimasta userei questo: confuso. I personaggi sono discretamente tratteggiati, molto meglio Ragle e Vic rispetto al resto del gruppo. Geniale e ben scritto ma un po’ acerbo.
Vagando spesso nei reparti cinema/musica delle librerie mi sono imbattuto in questo volumetto; l’ho sfogliato andando dritto al capitolo “La scena elettronica”, scorrendo i nomi e trovati i miei adorati “Frozen Autumn” ho senza indugio deciso di procurarmelo e mai scelta fu più azzeccata! L’intento
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Vagando spesso nei reparti cinema/musica delle librerie mi sono imbattuto in questo volumetto; l’ho sfogliato andando dritto al capitolo “La scena elettronica”, scorrendo i nomi e trovati i miei adorati “Frozen Autumn” ho senza indugio deciso di procurarmelo e mai scelta fu più azzeccata! L’intento palese dell’autore non era fare un’analisi precisa e definita di un fenomeno musicale troppo spesso confuso con altro, ma quello di fornire un'ampia panoramica su ciò che questo movimento musicale è stato, quali sono i mutamenti avvenuti negli anni e quale sia la scena odierna. Dopo un’introduzione in cui si cerca di spiegare da dove nacquero queste sonorità agli inizi degli anni ’80 abbiamo diversi capitoli in cui sono presi in considerazione molti gruppi che hanno fatto la storia del genere. Sono poi analizzati alcuni gruppi ritenuti importanti nella scena recente e non (il capitolo dedicato ai “Sopor Aeternus” fa assolutamente venir voglia di ascoltarli). Il blocco centrale è occupato dall’analisi generale dei vari “sottogeneri” nei quali la musica dark/gotica si suddivide. Il tutto si chiude con l’elenco di siti, festival e quant’altro. Ho trovato il volume molto interessante e m’ha colpito soprattutto per un aspetto: l’enorme quantità di gruppi menzionati; decine e decine di nomi, molti raccontati in poche righe, altri solo menzionati. Sforzo a mio avviso notevolissimo; probabilmente niente di nuovo per coloro che sono addentro al fenomeno, ma per chi, come me, ama Cure, Depeche Mode, Blutengel, Clan of Xymox, Joy Division (e adora la Darkwave) e voleva saperne di più, d’una utilità sorprendente! Ho segnato diversi nomi e ho scoperto almeno due gruppi favolosi. Per chi non conosce nulla è utilissimo per avvicinarsi a questo mondo con intelligenza. Una volta arrivato ai capitoli finali mi si è aperto un mondo: non conoscevo (mea culpa) l’esistenza di web radio dedicate alla musica Dark in tutte le sue sfumature; da quel giorno, quattro settimane fa, ascolto solo Gothic, Grey, Oldies e Fresh Radio! In definitiva la ritengo una guida di sicuro aiuto ed è un piacere scoprire di volta in volta che tipo di musica fa questo o quel gruppo scovato nel testo! Uno sguardo sincero ed appassionato, ringrazio Ivano Galletta per la bella iniziativa.
Le Havre, 1916: Bernard Lehameau è un militare rispedito a casa per una ferita patita al fronte; è un uomo ancor giovane, ma già un po’ appesantito, un tipo burbero ed oserei affermare, assai cinico. Facciam la sua conoscenza mentre il nostro, camminando con il suo bastone, usato più per “posa che p
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Le Havre, 1916: Bernard Lehameau è un militare rispedito a casa per una ferita patita al fronte; è un uomo ancor giovane, ma già un po’ appesantito, un tipo burbero ed oserei affermare, assai cinico. Facciam la sua conoscenza mentre il nostro, camminando con il suo bastone, usato più per “posa che per necessità”, incrocia una sfilata di cinesi festanti, per i quali mostra subito poco apprezzamento. Incontra poi due bambini, Annette e Polo, cui in seguito si affezionerà; poi c’è la sorella maggiore dei due, Madeleine, una “ragazza di malavita”. Quest’uomo colpito nell’intimo da un lutto lontano non viene capito da nessuno, disprezza tutto e tutti: odia le persone, la Francia, i socialisti, gli ebrei e ritiene che i nazisti vinceranno la guerra. Chi lo conosce lo identifica come un personaggio bizzarro: la vedova Dutertre, proprietaria di una libreria o Alcide il parrucchiere. Ci sono poi i suoi parenti stretti: il fratello Senateur e la giovane moglie Therese, che lo considerano un totale idiota, la pacioccosa sorella Lalie ed il marito, lo svizzero Adolf, insipidi, non hanno opinioni su niente. Infine c’è la solitudine di quest’uomo che diventa confusione nel rapporto sentimentale; l’amore per l’ausiliaria inglese Helena è permeato dal suo irrequieto desiderio. Il tutto si chiude con un finale ambiguo che ci porta fuori dal freddo e duro inverno francese. Queneau va veloce, mette dell’aspro umorismo nei suoi dialoghi e mano leggera nelle descrizioni, ma non ha, per me, il fascino di un Walser. Ho letto che dietro alle opere del nostro c‘è un mondo: romanzi scritti come fossero sonetti composti da rigidi elementi costitutivi, un sistema di simmetrie e richiami che connettono episodi diversi e lontani, simbolismi a profusione, un imponente apparato di rimandi ma criptico, visibile solo ad un occhio preparato. Queneau stesso parlava di “rime romanzesche”. Io però sono un lettore comune, non so né capisco nulla di tutto ciò e di norma cerco di leggere questo, come altri romanzi, godendomi bellezza del racconto e del suo svolgimento, osservando la brillantezza della scrittura e la profondità dei personaggi, notando se la lettura scorre o meno e se il narrato è coinvolgente. Detto ciò non posso che assegnargli un voto basso, probabilmente per colpa della mia non conoscenza dell’opera omnia di Queneau ed anche perché la storia non coinvolge né fa riflettere se non per un dubbio etico che m’è venuto nel comportamento di Bernard nei confronti dei due bambini.
Ho sentito parlare di questo romanzo svariate volte e sempre in maniera più che lusinghiera. L’ho trovato a pochissimi euro e con entusiasmo mi sono cimentato nella lettura; le impressioni e valutazioni che seguono sono fatte a caldo, la salma giace ancora tiepida vicinissima a me. Richard Mayhew è
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Ho sentito parlare di questo romanzo svariate volte e sempre in maniera più che lusinghiera. L’ho trovato a pochissimi euro e con entusiasmo mi sono cimentato nella lettura; le impressioni e valutazioni che seguono sono fatte a caldo, la salma giace ancora tiepida vicinissima a me. Richard Mayhew è un giovane rampante, lavora in Borsa, a Londra, ha una casa, una fidanzata bellissima e arrivista (Jessica) ed è un tipo assolutamente ordinario. Un bel giorno gli succede di trovare distesa su un marciapiede una ragazza semisvenuta ed in pessime condizioni, deciderà di aiutarla a discapito del rapporto con la sua fidanzata. Inizieranno qui la conoscenza con Porta, anzi Lady Porta, e la sua avventura nella Londra Sotto. Sono ancora sbigottito ripensando al “risultato complessivo” del romanzo: la fase iniziale è lenta e priva di appeal, mi pareva di essere in un libro della Kinsella; resistendo ho continuato la lettura attirato dal crossoover della vicenda di Porta con Mister Croup e Mister Vandemar (qualcuno mi dovrebbe spiegare perché, alla luce di quanto si può constatare nel proseguio del romanzo, i due spietati killer inspiegabilmente NON riescano a prendere Porta, quando poi invece appariranno sempre a loro piacimento nei posti più imprevisti). Il blocco centrale ha un qualche interesse, anche se l’eliminazione dei cattivi è un po’ troppo frettolosa e semplicistica. Il finale, che colloca Richard nel girone degli sciocchi ed indisponenti, è carente e poco appagante. Il romanzo è stato sviluppato ed integrato con parti originariamente escluse dalla serie televisiva omonima per la quale la sceneggiatura era stata scritta e questo forse spiega perché mi sia parso un libro per un pubblico di adolescenti; ma non un Bildungsroman (romanzo di formazione) alla “Demian”, “Educazione sentimentale” o “Norwegian Wood”, bensì di quelli volti ad intrattenere il pubblico con azioni più o meno plausibili calate in un universo fantasy o grottesco (come va di moda negli ultimi 15 anni). Non so se sia dipeso da chi ha tradotto il testo, ma la lettura non è accattivante, è scritto in maniera troppo semplice anche se più volte si avvale di parole desuete e figure retoriche (che mi sono risultate fastidiosissime: “come assaggiare un oceano”, “esibì il suo sorriso simile a un cimitero”, ecc). Aggiungo poi l’aspetto che ho trovato il meno accattivate in assoluto: che bisogno c’era di creare un’opera nella quale mendicanti, clochard, barboni, vagabondi, chiamateli come vi pare, sono gli invisibili protagonisti e ci vien sbattuto sul muso molto chiaramente che il loro “modo di vivere” sia presumibilmente il migliore (in particolare tutta la parte conclusiva con la “scelta” dell’antipatico Richard)? Londra Sotto meglio di Londra Sopra? Io ho provato solo fastidio mentre leggevo di questi straccioni calati in un fatiscente mondo magico intenti nelle loro attività, attorniati da Conti, Angeli, Marchesi, Frati, mostri e quant’altro. Sarà un mio limite, ma non è proprio ciò che voglio leggere in un libro. La storia è piuttosto lineare, presenta diversi momenti “piatti”, pochi i sussulti: non m’aspettavo il colpo di scena con la scoperta della vera natura di Islington, né che Hunter fosse la traditrice. La parte nel museo è noiosa, come anche quella dai Frati Neri, quella del primo Mercato Fluttuante e quella del ritorno di Richard a Londra Sopra. La morte di Hunter è sciocca e non ho capito perché (eventuale seguito?) si sian lasciate in sospeso le vicende di Anestesia e della sorella di Porta. Avrei diversi altri ma, però mi fermo.. Veniamo ora alle note positive rappresentate da alcuni dei personaggi. Mentre Porta, Richard e la cacciatrice Hunter mi sono piaciuti poco o niente, retti da una banalità ormai di rito e con poco spessore caratteriale, quel che m’è rimasto nella memoria è il Marchese de Carabas, così metodico, sagace, intelligente, astuto e caparbio; non vedevo l’ora ci fosse una parte in cui lui fosse protagonista. Mister Croup e mister Vandemar: spietati, sadici, pazzoidi, ci starebbe bene un bello spin-off con solo loro protagonisti, magari in un’altra epoca storica. Islington: l’angelo imprigionato, affascinante sin dalla sua prima apparizione, pure lui personaggio (che si rivela) malefico. Il romanzo non m’ha convinto, sono rimasto con diverse perplessità e non soddisfatto; la dimensione da fumettista e sceneggiatore dell’autore credo abbia nociuto e non poco a quest’opera; forse quello è il campo appropriato per Gaiman, pur vincitore di diversi Hugo e Nebula per fumetti e raccconti brevi. Molti parlano di fiaba avventurosa assolutamente da leggere, trama coinvolgente come poche, capolavoro; io ho la netta impressione che la maggior parte di questi non abbia un metro di paragone opportuno..
Persuasione
Contea di Somerset. Sir Walter Elliot risiede nella sua sfarzosa dimora di Kellynch con le tre figlie: Elizabeth, Anne e Mary. Egli è un baronetto tronfio e sciocco e sogna un matrimonio “di rango” per loro, soprattutto per la maggiore, la ventinovenne Elizabeth, la quale è la sua prediletta in quan ... (continue)
Contea di Somerset. Sir Walter Elliot risiede nella sua sfarzosa dimora di Kellynch con le tre figlie: Elizabeth, Anne e Mary. Egli è un baronetto tronfio e sciocco e sogna un matrimonio “di rango” per loro, soprattutto per la maggiore, la ventinovenne Elizabeth, la quale è la sua prediletta in quanto gli ricorda la deceduta moglie (Lady Elizabeth). La minore, Mary, è già sistemata, mentre la mezzana, Anne, non è tenuta in alcuna considerazione forse a causa della sfiorita bellezza o molto più probabilmente perché dolcezza, finezza ed intelligenza sono doti non richieste. Lady Russell, matura signora e punto di riferimento per Lady Elizabeth, ha invece un profondo affetto per Anne, nella quale rivede l’amica defunta. C’è poi mr. William Walter Elliot che seppur (unilateralmente) designato quale futuro baronetto, sembra disprezzare zio e cugine e prende in moglie una ricca donna di basso ceto. Un grosso problema incombe nella vita quotidiana dell’inetto Sir Elliot; egli, infatti, si trova a corto di denaro poiché troppe sono le inutili spese per mantenere alto il tenore di vita; con la dipartita di Lady Elliot l’oculata amministrazione della rendita era venuta meno, lasciando spazio ad uno sfrenato sperpero. Sir Elliot si trova perciò costretto a chiedere consiglio sulla linea di condotto da intraprendere ai due amici più intimi: Lady Russell e mr Shepard, di professione avvocato. L’affitto della proprietà di Kellynch all’ammiraglio Croft aprirà un colorito valzer di nuove situazioni..
Nello stesso modo in cui sir Walter si fa persuadere a lasciar l’adorata tenuta di famiglia ed Anne a rinunciare all’amore per/di Frederick, io mi sono lasciato persuadere alla lettura da un saggio dedicato alla Austen; mi sono infatti chiesto: perché non concederle una possibilità? Ci sarà un motivo per cui è amata da migliaia di lettori da oltre due secoli ed onorata dalla critica tanto da esser inserita tra le più grandi scrittrici britanniche di sempre insieme alla Bronte, alla Eliot, alla Gaskell, alla Woolf e alla Christie, oppure no?
La prima annotazione che devo fare è la seguente: come già in “Orgoglio, pregiudizio e zombi” (pasticcio che al testo originale aggiunge scialbe parti zombesche) ho dovuto constatare di fare una certa fatica a leggere il suo narrato. La Austen procede sommando con perizia discorso diretto e discorso indiretto libero, così facendo nascono lunghi periodi all’interno dei quali mi sono spesso perso poiché pieni zeppi di proposizioni subordinate e coordinate le quali hanno rallentato la mia lettura e comprensione; ammetto d’esser stato costretto a legger spesso due volte lo stesso periodo per comprenderne appieno il significato. Il tutto poco agevolato dal fatto che gli appellativi ed i nomi in alcuni casi coincidano e per chi, come me, è poco avvezzo, i continui lady e miss alternati ai nomi propri per definire la medesima persona, possono ingenerare confusione. Il testo presenta poche scene descrittive e digressioni alla trama principale; la quotidianità, i luoghi ed il ceto sociale sono elementi fondamentali che influenzano i caratteri dei personaggi e di conseguenza l’andamento del romanzo. Non ho niente da eccepire sullo stile gradevole e sull’accuratezza nella forma che ben s’accompagnano ad una sottile ironia profusa oculatamente; più volte ho sorriso della stoltaggine ed ipocrisia di alcuni protagonisti. La stupidità, la grettezza, l’altezzosità e la mancanza di fantasia sono gli ostacoli che la protagonista deve superare per giungere all’agognato matrimonio. E come li si può superare? Per la Austen ha un’importanza fondamentale la perseveranza nei sentimenti (come Anne dimostra) e ritiene questa prerogativa eminentemente femminile. Vi sono diversi passaggi molto attuali (“le sorelle Musgrove, come migliaia di altre ragazze, vivevano per essere alla moda, felici e gaie”) ed altri piacevoli e resi maestosamente (la parte ad Uppercross in cui diversi comprimari si servono di Anne come valvola di sfogo, mettendola al corrente delle più disparate lamentele). I personaggi sono resi bene: con sagacia e brevi pennellate la Austen ci fa capire di che pasta son fatti la frivola Mary, la composta Anne, l’ipocrita mr Elliot, l’ambigua mrs Clay, l’austera Lady Russell, il freddo ed insipido sir Elliot. Quindi tutto bene? Formalmente direi di si, ma ci sono alcuni elementi che non ho gradito; quando si descrive per la prima volta Frederick Wentworth le parole usate sono: “giovane notevolmente bello, molto intelligente, vivace e brillante” ed ovviamente la protagonista, Anne, non poteva che essere “una ragazza molto graziosa, dolce, piena di buongusto e di sensibilità”, fastidiosi stereotipi. Che dire poi dell’irritante “menosità” di Anne? “Non poteva comprendere i suoi attuali sentimenti, se veramente stesse soffrendo di una forte delusione amorosa oppure no” e simili sono profusi a piene mani.. A questo va aggiunta una seccante falsa modestia (autoimposizione?) della suddetta: “se dovesse mai chiedermi di sposarlo, e ho ben poche ragioni per immaginare che ne abbia l’intenzione..”. Questi elementi m’hanno reso Anne piuttosto antipatica. Anche il finale del romanzo non è molto fantasioso e scade nello scontato.
Riflessione conclusiva: credo d’aver sempre pensato alla Austen in maniera sbagliata; ho compreso che questo romanzo, come immagino anche gli altri, non ha finalità sociali, non vuole riformare nulla; la Austen è autrice pragmatica, per lei l’ordine sociale è un dato di fatto acquisito, sicuro e le serve solamente per imbastire le sue storie. Qui sta la sua forza, nella semplicità; a lei non interessa da dove vengano le (equivoche) ricchezze dei vari sir e lord, a lei interessa indagare finemente i sentimenti dell’animo umano ed i rapporti interpersonali. Avendole riconosciuto diversi meriti devo però aggiungere che quanto racconta non è di mio sommo interesse e pur constatando un certo vigore nei personaggi del romanzo ad certo punto le varie palpitazioni di Anne mi hanno annoiato. Promosso ma con la sufficienza; bene la forma, ma ho gradito poco il contenuto che resta poco avvincente.
VOTO 6
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Tempo fuori luogo
Il mio primo Philip K. Dick! Provincia americana, anni ’50. Protagonista è una tipica famiglia middle-class; sulla scena si muovono Margo e Vic, marito e moglie, il figlioletto Sammy ed il fratello di Margo, il geniale Ragle. Ragle è una persona estrosa, trae sostentamento dai proventi ricevuti per ... (continue)
Il mio primo Philip K. Dick! Provincia americana, anni ’50. Protagonista è una tipica famiglia middle-class; sulla scena si muovono Margo e Vic, marito e moglie, il figlioletto Sammy ed il fratello di Margo, il geniale Ragle. Ragle è una persona estrosa, trae sostentamento dai proventi ricevuti per la sua eccezionale bravura nel risolvere il quesito giornaliero del quotidiano “Gazette”. La sua abilità è notevole e da due anni consecutivi riesce sempre nel dare la soluzione esatta tanto che è diventato popolarissimo. Abbiamo poi i rampanti vicini di casa, i coniugi Junie e Bill Black che hanno una caratteristica particolare, l’invadenza. Ragle però apprezza le sortite dei Black perché ciò gli da modo di star vicino a Junie, “mora piccolina e tutto pepe”, per la quale prova più che una simpatia. Ragle è un tipo strano e dubita sempre più di se stesso: talvolta alcuni oggetti gli spariscono davanti lasciando come unica traccia dei foglietti che identificano l’oggetto appena sparito, foglietti che lui raccoglie e conserva in tasca. Un giorno, presso alcune rovine dove abitualmente giocano i bambini, gli capita di rinvenire alcune riviste ed i resti di un elenco telefonico(i cui numeri risulteranno disabilitati). Attirato da un articolo presente su una delle riviste, scopre l’esistenza di una famosa e bellissima attrice americana che però lui non riconosce; mostrata la foto a Margo e Vic apprende che nemmeno loro sono a conoscenza di chi sia questa procace attrice che una didascalia presenta come Marilyn Monroe..
Scritto in maniera piacevole e scorrevole è una delle prime opere di Dick, e pur non conoscendo il suo background di scrittore, m’è parso di veder emergere dalle pagine del romanzo diverse fobie, unito ad un generale senso d’inadeguatezza, prima fra tutte la teoria che la normalità nasconda sempre qualcosa di diverso, in peggio ovviamente. Non mi voglio addentrare oltre nei labirintici significati del romanzo, lascio a chiunque vorrà leggerlo il farsi un’idea propria. Il periodo storico e lo scenario entro cui si muovono i personaggi sono delineati con precisione e lo svolgimento riesce ad esser sempre abbastanza coinvolgente benché spesso mi sia parso prolisso. C’è una bella idea di fondo ma sviluppata male; la sorprendente soluzione finale è mal scritta e non in linea col resto del romanzo; in poche pagine vengono “gettate” addosso al lettore una marea di informazioni, temi, questioni corredate da approfondimenti e spiegazioni quasi nulle. In certi tratti del narrato non ho proprio capito di cosa si stesse parlando, dovessi usare un termine solo per riassumere l’impressione generale che m’è rimasta userei questo: confuso. I personaggi sono discretamente tratteggiati, molto meglio Ragle e Vic rispetto al resto del gruppo. Geniale e ben scritto ma un po’ acerbo.
VOTO 6
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Il Dark
Vagando spesso nei reparti cinema/musica delle librerie mi sono imbattuto in questo volumetto; l’ho sfogliato andando dritto al capitolo “La scena elettronica”, scorrendo i nomi e trovati i miei adorati “Frozen Autumn” ho senza indugio deciso di procurarmelo e mai scelta fu più azzeccata! L’intento ... (continue)
Vagando spesso nei reparti cinema/musica delle librerie mi sono imbattuto in questo volumetto; l’ho sfogliato andando dritto al capitolo “La scena elettronica”, scorrendo i nomi e trovati i miei adorati “Frozen Autumn” ho senza indugio deciso di procurarmelo e mai scelta fu più azzeccata! L’intento palese dell’autore non era fare un’analisi precisa e definita di un fenomeno musicale troppo spesso confuso con altro, ma quello di fornire un'ampia panoramica su ciò che questo movimento musicale è stato, quali sono i mutamenti avvenuti negli anni e quale sia la scena odierna. Dopo un’introduzione in cui si cerca di spiegare da dove nacquero queste sonorità agli inizi degli anni ’80 abbiamo diversi capitoli in cui sono presi in considerazione molti gruppi che hanno fatto la storia del genere. Sono poi analizzati alcuni gruppi ritenuti importanti nella scena recente e non (il capitolo dedicato ai “Sopor Aeternus” fa assolutamente venir voglia di ascoltarli). Il blocco centrale è occupato dall’analisi generale dei vari “sottogeneri” nei quali la musica dark/gotica si suddivide. Il tutto si chiude con l’elenco di siti, festival e quant’altro.
Ho trovato il volume molto interessante e m’ha colpito soprattutto per un aspetto: l’enorme quantità di gruppi menzionati; decine e decine di nomi, molti raccontati in poche righe, altri solo menzionati. Sforzo a mio avviso notevolissimo; probabilmente niente di nuovo per coloro che sono addentro al fenomeno, ma per chi, come me, ama Cure, Depeche Mode, Blutengel, Clan of Xymox, Joy Division (e adora la Darkwave) e voleva saperne di più, d’una utilità sorprendente! Ho segnato diversi nomi e ho scoperto almeno due gruppi favolosi. Per chi non conosce nulla è utilissimo per avvicinarsi a questo mondo con intelligenza. Una volta arrivato ai capitoli finali mi si è aperto un mondo: non conoscevo (mea culpa) l’esistenza di web radio dedicate alla musica Dark in tutte le sue sfumature; da quel giorno, quattro settimane fa, ascolto solo Gothic, Grey, Oldies e Fresh Radio! In definitiva la ritengo una guida di sicuro aiuto ed è un piacere scoprire di volta in volta che tipo di musica fa questo o quel gruppo scovato nel testo! Uno sguardo sincero ed appassionato, ringrazio Ivano Galletta per la bella iniziativa.
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VOTO 7.5
Un duro inverno
Le Havre, 1916: Bernard Lehameau è un militare rispedito a casa per una ferita patita al fronte; è un uomo ancor giovane, ma già un po’ appesantito, un tipo burbero ed oserei affermare, assai cinico. Facciam la sua conoscenza mentre il nostro, camminando con il suo bastone, usato più per “posa che p ... (continue)
Le Havre, 1916: Bernard Lehameau è un militare rispedito a casa per una ferita patita al fronte; è un uomo ancor giovane, ma già un po’ appesantito, un tipo burbero ed oserei affermare, assai cinico. Facciam la sua conoscenza mentre il nostro, camminando con il suo bastone, usato più per “posa che per necessità”, incrocia una sfilata di cinesi festanti, per i quali mostra subito poco apprezzamento. Incontra poi due bambini, Annette e Polo, cui in seguito si affezionerà; poi c’è la sorella maggiore dei due, Madeleine, una “ragazza di malavita”. Quest’uomo colpito nell’intimo da un lutto lontano non viene capito da nessuno, disprezza tutto e tutti: odia le persone, la Francia, i socialisti, gli ebrei e ritiene che i nazisti vinceranno la guerra. Chi lo conosce lo identifica come un personaggio bizzarro: la vedova Dutertre, proprietaria di una libreria o Alcide il parrucchiere. Ci sono poi i suoi parenti stretti: il fratello Senateur e la giovane moglie Therese, che lo considerano un totale idiota, la pacioccosa sorella Lalie ed il marito, lo svizzero Adolf, insipidi, non hanno opinioni su niente. Infine c’è la solitudine di quest’uomo che diventa confusione nel rapporto sentimentale; l’amore per l’ausiliaria inglese Helena è permeato dal suo irrequieto desiderio. Il tutto si chiude con un finale ambiguo che ci porta fuori dal freddo e duro inverno francese.
Queneau va veloce, mette dell’aspro umorismo nei suoi dialoghi e mano leggera nelle descrizioni, ma non ha, per me, il fascino di un Walser. Ho letto che dietro alle opere del nostro c‘è un mondo: romanzi scritti come fossero sonetti composti da rigidi elementi costitutivi, un sistema di simmetrie e richiami che connettono episodi diversi e lontani, simbolismi a profusione, un imponente apparato di rimandi ma criptico, visibile solo ad un occhio preparato. Queneau stesso parlava di “rime romanzesche”.
Io però sono un lettore comune, non so né capisco nulla di tutto ciò e di norma cerco di leggere questo, come altri romanzi, godendomi bellezza del racconto e del suo svolgimento, osservando la brillantezza della scrittura e la profondità dei personaggi, notando se la lettura scorre o meno e se il narrato è coinvolgente. Detto ciò non posso che assegnargli un voto basso, probabilmente per colpa della mia non conoscenza dell’opera omnia di Queneau ed anche perché la storia non coinvolge né fa riflettere se non per un dubbio etico che m’è venuto nel comportamento di Bernard nei confronti dei due bambini.
VOTO 5,5
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Nessun Dove
***This comment contains spoilers! ***
Ho sentito parlare di questo romanzo svariate volte e sempre in maniera più che lusinghiera. L’ho trovato a pochissimi euro e con entusiasmo mi sono cimentato nella lettura; le impressioni e valutazioni che seguono sono fatte a caldo, la salma giace ancora tiepida vicinissima a me.continue)
Richard Mayhew è ... (
Ho sentito parlare di questo romanzo svariate volte e sempre in maniera più che lusinghiera. L’ho trovato a pochissimi euro e con entusiasmo mi sono cimentato nella lettura; le impressioni e valutazioni che seguono sono fatte a caldo, la salma giace ancora tiepida vicinissima a me.
Richard Mayhew è un giovane rampante, lavora in Borsa, a Londra, ha una casa, una fidanzata bellissima e arrivista (Jessica) ed è un tipo assolutamente ordinario. Un bel giorno gli succede di trovare distesa su un marciapiede una ragazza semisvenuta ed in pessime condizioni, deciderà di aiutarla a discapito del rapporto con la sua fidanzata. Inizieranno qui la conoscenza con Porta, anzi Lady Porta, e la sua avventura nella Londra Sotto.
Sono ancora sbigottito ripensando al “risultato complessivo” del romanzo: la fase iniziale è lenta e priva di appeal, mi pareva di essere in un libro della Kinsella; resistendo ho continuato la lettura attirato dal crossoover della vicenda di Porta con Mister Croup e Mister Vandemar (qualcuno mi dovrebbe spiegare perché, alla luce di quanto si può constatare nel proseguio del romanzo, i due spietati killer inspiegabilmente NON riescano a prendere Porta, quando poi invece appariranno sempre a loro piacimento nei posti più imprevisti). Il blocco centrale ha un qualche interesse, anche se l’eliminazione dei cattivi è un po’ troppo frettolosa e semplicistica. Il finale, che colloca Richard nel girone degli sciocchi ed indisponenti, è carente e poco appagante.
Il romanzo è stato sviluppato ed integrato con parti originariamente escluse dalla serie televisiva omonima per la quale la sceneggiatura era stata scritta e questo forse spiega perché mi sia parso un libro per un pubblico di adolescenti; ma non un Bildungsroman (romanzo di formazione) alla “Demian”, “Educazione sentimentale” o “Norwegian Wood”, bensì di quelli volti ad intrattenere il pubblico con azioni più o meno plausibili calate in un universo fantasy o grottesco (come va di moda negli ultimi 15 anni). Non so se sia dipeso da chi ha tradotto il testo, ma la lettura non è accattivante, è scritto in maniera troppo semplice anche se più volte si avvale di parole desuete e figure retoriche (che mi sono risultate fastidiosissime: “come assaggiare un oceano”, “esibì il suo sorriso simile a un cimitero”, ecc). Aggiungo poi l’aspetto che ho trovato il meno accattivate in assoluto: che bisogno c’era di creare un’opera nella quale mendicanti, clochard, barboni, vagabondi, chiamateli come vi pare, sono gli invisibili protagonisti e ci vien sbattuto sul muso molto chiaramente che il loro “modo di vivere” sia presumibilmente il migliore (in particolare tutta la parte conclusiva con la “scelta” dell’antipatico Richard)? Londra Sotto meglio di Londra Sopra? Io ho provato solo fastidio mentre leggevo di questi straccioni calati in un fatiscente mondo magico intenti nelle loro attività, attorniati da Conti, Angeli, Marchesi, Frati, mostri e quant’altro. Sarà un mio limite, ma non è proprio ciò che voglio leggere in un libro.
La storia è piuttosto lineare, presenta diversi momenti “piatti”, pochi i sussulti: non m’aspettavo il colpo di scena con la scoperta della vera natura di Islington, né che Hunter fosse la traditrice. La parte nel museo è noiosa, come anche quella dai Frati Neri, quella del primo Mercato Fluttuante e quella del ritorno di Richard a Londra Sopra. La morte di Hunter è sciocca e non ho capito perché (eventuale seguito?) si sian lasciate in sospeso le vicende di Anestesia e della sorella di Porta. Avrei diversi altri ma, però mi fermo..
Veniamo ora alle note positive rappresentate da alcuni dei personaggi. Mentre Porta, Richard e la cacciatrice Hunter mi sono piaciuti poco o niente, retti da una banalità ormai di rito e con poco spessore caratteriale, quel che m’è rimasto nella memoria è il Marchese de Carabas, così metodico, sagace, intelligente, astuto e caparbio; non vedevo l’ora ci fosse una parte in cui lui fosse protagonista. Mister Croup e mister Vandemar: spietati, sadici, pazzoidi, ci starebbe bene un bello spin-off con solo loro protagonisti, magari in un’altra epoca storica. Islington: l’angelo imprigionato, affascinante sin dalla sua prima apparizione, pure lui personaggio (che si rivela) malefico.
Il romanzo non m’ha convinto, sono rimasto con diverse perplessità e non soddisfatto; la dimensione da fumettista e sceneggiatore dell’autore credo abbia nociuto e non poco a quest’opera; forse quello è il campo appropriato per Gaiman, pur vincitore di diversi Hugo e Nebula per fumetti e raccconti brevi. Molti parlano di fiaba avventurosa assolutamente da leggere, trama coinvolgente come poche, capolavoro; io ho la netta impressione che la maggior parte di questi non abbia un metro di paragone opportuno..
VOTO 5,5
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