Ammantata di scetticismo (sì, lo so, non c’è –in-disposizione d’animo peggiore!) afferro il libro di Jodorowsky: la bella copertina colorata, lo stravagante titolo, così come la fama del suo autore, pungolano, in fondo, la mia curiosità. Sinceramente, al termine della lettura di questa lunga interv
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Ammantata di scetticismo (sì, lo so, non c’è –in-disposizione d’animo peggiore!) afferro il libro di Jodorowsky: la bella copertina colorata, lo stravagante titolo, così come la fama del suo autore, pungolano, in fondo, la mia curiosità. Sinceramente, al termine della lettura di questa lunga intervista, articolata in argute domande poste dall’amico Gilles Farcet, lo scetticismo permane e quella già scarsa fiducia in un ipotetico potere rivelatore di tale opera svanisce, ahimé, del tutto. La spiegazione di tale delusione la fornisce, bella e pronta, a me, “pigra di turno” (e per questo, su monito dello stesso Jodorowsky, è meglio che rinunci ad intraprendere qualsiasi percorso magico, salva previa decisione di abbandonare l’infernale girone degli ignavi), lo stesso autore: “anche armati della miglior volontà e con la maggior apertura mentale del mondo, non ci si disfa così facilmente di tutto il bagaglio della cultura occidentale razionale”. Ed, evidentemente, io proprio non ci riesco! Ma, affrontate le dolenti note, procedo smussando le asperità di un giudizio, apparentemente, abbastanza severo. Progredendo nella lettura, infatti, ho incontrato spunti e riflessioni che porterò con me (al di là del loro carattere, più o meno, “magico”), così come porterò con me la splendida spiegazione del sogno lucido (che potrei riassumere nell’assioma: sognare consapevoli di sognare), la complessa e geniale struttura di simboli, sedimentata a mo’ di solido sostrato dei singoli atti psicomagici, prescritti e descritti dal nostro mago, e quella che mi sembra essere l’assoluta novità della psicomagia: il porsi sullo stesso piano dell’inconscio, abbandonando la posizione di pavidi esterni osservatori di tale misteriosa ed inquietante “creatura”. Stavolta è il maestro e, di conseguenza, l’allievo psicomagico ad afferrare le redini dell’azione divenendone parte attiva: non più il tentativo, spesso fallimentare, di decifrare i messaggi dell’inconscio, ma l’invio di messaggi a tale “entità” usando il suo stesso linguaggio. Improvvisamente, la strana creatura, da clandestina delle nostre latebre, diviene ospite sicuramente più gradita e meno temuta. Dirà, a tal proposito, Jodorowsky: “l’attore, mi sono detto, deve tentare di interpretare il proprio mistero, esteriorizzare ciò che ha dentro. Non si va a teatro per scappare da sé, ma per ristabilire il contatto col mistero che tutti siamo.” Concludo ammettendo che, senza dubbio, riaffronterò la vasta e poliedrica produzione artistica del mago Jodo convinta, se non proprio di tutto ciò che egli afferma, “del potere terapeutico dell’immaginazione, della quale la psicomagia, in fin dei conti, non è altro che una modesta applicazione”.
Bene, mi fa piacere detto da chi stima Clementi, piuttosto il tuo di nick è abbastanza curioso :) Abbiamo poche letture in comune, ma autori e recensioni che vedo qui sono intriganti
Parecchie affinità, sì; oltre a quelle "visibili", scorgo diversi libri che ho amato molto in passato (Landolfi, per esempio) ma che devo ancora aggiungere qui. E perciò: sono arrivata da te via Retablo, e ci resto ben volentieri :) A presto! Ele
Psicomagia
Ammantata di scetticismo (sì, lo so, non c’è –in-disposizione d’animo peggiore!) afferro il libro di Jodorowsky: la bella copertina colorata, lo stravagante titolo, così come la fama del suo autore, pungolano, in fondo, la mia curiosità. Sinceramente, al termine della lettura di questa lunga interv ... (continue)
Ammantata di scetticismo (sì, lo so, non c’è –in-disposizione d’animo peggiore!) afferro il libro di Jodorowsky: la bella copertina colorata, lo stravagante titolo, così come la fama del suo autore, pungolano, in fondo, la mia curiosità. Sinceramente, al termine della lettura di questa lunga intervista, articolata in argute domande poste dall’amico Gilles Farcet, lo scetticismo permane e quella già scarsa fiducia in un ipotetico potere rivelatore di tale opera svanisce, ahimé, del tutto.
La spiegazione di tale delusione la fornisce, bella e pronta, a me, “pigra di turno” (e per questo, su monito dello stesso Jodorowsky, è meglio che rinunci ad intraprendere qualsiasi percorso magico, salva previa decisione di abbandonare l’infernale girone degli ignavi), lo stesso autore: “anche armati della miglior volontà e con la maggior apertura mentale del mondo, non ci si disfa così facilmente di tutto il bagaglio della cultura occidentale razionale”. Ed, evidentemente, io proprio non ci riesco!
Ma, affrontate le dolenti note, procedo smussando le asperità di un giudizio, apparentemente, abbastanza severo. Progredendo nella lettura, infatti, ho incontrato spunti e riflessioni che porterò con me (al di là del loro carattere, più o meno, “magico”), così come porterò con me la splendida spiegazione del sogno lucido (che potrei riassumere nell’assioma: sognare consapevoli di sognare), la complessa e geniale struttura di simboli, sedimentata a mo’ di solido sostrato dei singoli atti psicomagici, prescritti e descritti dal nostro mago, e quella che mi sembra essere l’assoluta novità della psicomagia: il porsi sullo stesso piano dell’inconscio, abbandonando la posizione di pavidi esterni osservatori di tale misteriosa ed inquietante “creatura”. Stavolta è il maestro e, di conseguenza, l’allievo psicomagico ad afferrare le redini dell’azione divenendone parte attiva: non più il tentativo, spesso fallimentare, di decifrare i messaggi dell’inconscio, ma l’invio di messaggi a tale “entità” usando il suo stesso linguaggio. Improvvisamente, la strana creatura, da clandestina delle nostre latebre, diviene ospite sicuramente più gradita e meno temuta. Dirà, a tal proposito, Jodorowsky: “l’attore, mi sono detto, deve tentare di interpretare il proprio mistero, esteriorizzare ciò che ha dentro. Non si va a teatro per scappare da sé, ma per ristabilire il contatto col mistero che tutti siamo.”
Concludo ammettendo che, senza dubbio, riaffronterò la vasta e poliedrica produzione artistica del mago Jodo convinta, se non proprio di tutto ciò che egli afferma, “del potere terapeutico dell’immaginazione, della quale la psicomagia, in fin dei conti, non è altro che una modesta applicazione”.