Arrivata a metà libro nel 2012. Nonostante la mole (1060 pagine), non sembra per niente un mattone. Mentre si legge, non lo si interromperebbe mai ma, purtroppo, non so perché, quando lo si posa, poi si fa fatica a riprenderlo in mano. Personaggi complessi con lati contradditori che a volte sorprend
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Arrivata a metà libro nel 2012. Nonostante la mole (1060 pagine), non sembra per niente un mattone. Mentre si legge, non lo si interromperebbe mai ma, purtroppo, non so perché, quando lo si posa, poi si fa fatica a riprenderlo in mano. Personaggi complessi con lati contradditori che a volte sorprendono. Una persona avida e rozza che pare pensare solo al denaro e alle donne e che ti esce fuori con citazioni di Gogol e Schiller, un’altra che è l’innocenza personificata ma rivela una conoscenza tutt’altro che ingenua della natura umana e non si fa illusioni. Ma no, ripensandoci, non sono contraddizioni. Che strano: con Tolstoy (“Guerra e pace”) ho avuto sin dall'inizio la sensazione che la dote migliore di ogni personaggio sarebbe stata ciò che lo avrebbe salvato da una vita dominata dal proprio lato più debole, qui invece sembra sempre di presagire che la parte meno nobile o più fragile di ogni personaggio sarà la sua rovina. Tantissimi i brani segnati. Impossibile riportarli tutti. Magari alla fine (se arrivo alla fine) ne seleziono qualcuno.
Rieccomi qua. Persa la sensazione di piacevole sorpresa di quando si scopre un luogo nuovo che piace, c’è la sensazione rassicurante e rilassata di quando torni in un posto dove sai che ti troverai bene. Groenlandia nordorientale, anni venti/cinquanta, cacciatori di pelli. Non sembra il massimo dell
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Rieccomi qua. Persa la sensazione di piacevole sorpresa di quando si scopre un luogo nuovo che piace, c’è la sensazione rassicurante e rilassata di quando torni in un posto dove sai che ti troverai bene. Groenlandia nordorientale, anni venti/cinquanta, cacciatori di pelli. Non sembra il massimo dell’accoglienza e invece… Personaggi dalla “profonda umanità: conoscenza di se stessi, consapevolezza autoironica, antiretorica e profondamente compassionevole” e “storie che partono dal nulla, da un dettaglio o da uno scambio di battute e che si caratterizzano per una semplicità che raggiunge l’essenziale” (postfazione). Ovvero Halvor, Fjordur, Lodvig, il Conte, Lasselille, Hansen e gli altri della compagnia in quindici nuovi scrøner. A raccontare le trame, senza lo stile dell’autore Jørn Riel, si perde metà del loro fascino (forse anche di più). Lascio quindi alla lettura diretta per scoprire gli insospettabili poteri dello Chablis del ’31 o quali inconvenienti possa riservare l’improvviso risveglio di un impianto idraulico. I titoli: Una sorpresa, Halvor, La pipa, La fattoria sperimentale, Vacanze, Halvor e l’ombra, I dolori del Luogotenete, Riconciliazione, Il Vecchio Niels, La vera passione di Fjordur, Ombre del passato, La vena di Anton, Miss Ma Kin Mahoon, Nanga, Il Gabbiano. “Era come se si trovasse fuori dal mondo della ragione, in un universo infinito e luminoso fatto di dolore e saggezza. In quel nuovo universo, passato e presente non esistevano più, non c’erano colpe né preoccupazioni. Come in un’antica danza in cerchio, Halvor passava da un istante all’altro dando la mano al suo dolore.” Finita la lettura di “Safari artico” col desiderio insoddisfatto di una zuppa di gabbiano, ora aggiungo alla lista dei piatti impossibili la torta con uova di gazza marina. Realizzabile invece la wienerbrød, un dolce di pasta sfoglia.
Avevo tentato di leggerlo nella traduzione di Massimo Bontempelli, ma non ce l’avevo fatta. Sarà che ascoltare è più facile, che la traduzione di Maurizio Cucchi è più scorrevole e Baldini legge in modo accattivante, o sarà che è una riduzione, ma stavolta sono arrivata alla fine. Il protagonista vi
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Avevo tentato di leggerlo nella traduzione di Massimo Bontempelli, ma non ce l’avevo fatta. Sarà che ascoltare è più facile, che la traduzione di Maurizio Cucchi è più scorrevole e Baldini legge in modo accattivante, o sarà che è una riduzione, ma stavolta sono arrivata alla fine. Il protagonista viene presentato all’inizio come orgoglioso, ambiguo, ipocrita, arrivista, ma anche con delle qualità, e all’inizio la sua storia è veramente avvincente. L’analisi psicologica con cui vengono messe in luce le vere motivazioni del suo agire mi ha ricordato “Memorie del sottosuolo”. A un certo punto però, vedere che la figura non evolve crea un’aspettativa continuamente insoddisfatta. Il protagonista oscilla tra il suo essere calcolatore e al tempo stesso idealista, tra dovere e interesse, snobismo e riconoscenza, disprezzo e tenerezza, freddezza e impulsività. Sbalzi d’umore da adolescente che alla lunga stancano un po’. Ma mi è piaciuta la descrizione del periodo trascorso da Julien Sorel in seminario e dei suoi rapporti con l’abate Pirard. Efficace il quadro sociale dell’epoca (Francia, Ottocento) con i legami di potere anche all’interno della Chiesa. Bell’affresco di umanità: la noia, ma anche il disorientamento nel veder mutare velocemente i valori di riferimento dell'epoca. Mi attirava, leggendo/ascoltando questo libro, anche la possibilità di conoscere meglio certe dicotomie culturali di quel momento storico (gesuiti e giansenisti), ma se non ci ho capito molto più di prima probabilmente è un limite mio. Bellissima l’ultima parte. “Così, fra tre giorni, a questa stessa ora saprò cosa pensare del gran forse.” “L’indomani lo aspettava un avvenimento, forse ancora più spiacevole. Da molto tempo suo padre annunciava una visita. Quel giorno, prima del risveglio di Julien, il vecchio carpentiere, con il capo bianco scoperto, apparve nella cella. Julien si sentì debole, si aspettava i rimproveri più sgradevoli. Per completare la sua condizione penosa, quel mattino sentiva anche il rimorso di non amare suo padre. ‘Il caso ci ha posti uno accanto all’altro sulla terra’ pensava mentre il secondino riordinava un po’ la cella ‘e noi ci siamo fatti quasi tutto il male possibile’.” “ ‘Man mano che avessi imparato a non farmi ingannare troppo dalle apparenze’ pensava ‘mi sarei accorto che i salotti parigini sono pieni di gente onesta come mio padre o di abili furfanti come questi due galeotti. Hanno ragione loro. La gente dei salotti non si alza mai con questo pensiero assillante: ‘Come farò a mangiare?’ E si vantano della loro probità! Poi, chiamati a far parte di una giuria, condannano fieri l’uomo che ha rubato una posata d’argento perché si sentiva svenire dalla fame. Non c’è alcun diritto naturale. Questa espressione è una vecchia scemenza del tutto degna del Procuratore Generale che l’altro giorno si accaniva contro di me, e il cui avo fu arricchito da una confisca di Luigi XIV. Non c’è un diritto se non quando c’è una legge che vieta di fare una certa cosa con la minaccia della punizione. Prima della legge, non c’è di naturale che la forza del leone o il bisogno di chi ha fame o ha freddo, insomma il bisogno. No, le persone onorate sono delle canaglie che hanno avuto la fortuna di non essere state colte in flagrante. Il pubblico accusatore che la società scaglia contro di me è stato arricchito da un’infamia… Io ho commesso un assassinio e sono giustamente condannato però, a parte quest’unica azione, il Valenod che mi ha condannato è cento volte più dannoso alla società’.” La registrazione è danneggiata e, indipendentemente dalla riduzione, credo manchi una parte, che ho cercato e letto su internet. [I classici della letteratura. Il terzo anello. Traduzione di Maurizio Cucchi. Riduzione di Giovanni Piccioni. Lettura di Piero Baldini.]
Me lo ricordavo diverso, più semplice, probabilmente non avevo colto molte cose e l’avevo apprezzato solo come romanzo e come affresco efficacissimo di un particolare luogo e di un particolare momento. In realtà è un libro a due facce, impregnato di sicilianità e di universalità. Anche la lingua è b
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Me lo ricordavo diverso, più semplice, probabilmente non avevo colto molte cose e l’avevo apprezzato solo come romanzo e come affresco efficacissimo di un particolare luogo e di un particolare momento. In realtà è un libro a due facce, impregnato di sicilianità e di universalità. Anche la lingua è bellissima, ricercata e raffinata, ricca di citazioni che attingono alla cultura popolare e a quella letteraria, e mi domando se le traduzioni in altre lingue siano state in grado di rendere tutte le sfumature e le preziosità. E probabilmente nemmeno io ho apprezzato tutto in pieno, visto che alcuni riferimenti mi hanno lasciato la voglia di ritornarci per capire più a fondo. La descrizione che si fa della mafia mostra, alla base di tutte le connessioni, gli intrecci, gli interessi particolari, i legami di potere, gli agganci nella politica, un problema di base, o il terreno fertile su cui attecchisce e cresce rigogliosamente. Ed è un problema culturale. Non si tratta di mancanza di istruzione o di intelligenza (semmai istruzione e intelligenza asservite a obiettivi meschini) ma dell’incapacità di guardare oltre. Ed è questo che dà al problema una dimensione alta e profonda, perché riguarda tutto e non solo la mafia siciliana, perché sono egoismi che abitano dentro ognuno di noi, perché è trasversale a tutti i livelli, perché sono limiti che spesso non puoi superare da solo, perché i valori “altri” non sono facili a trasmettere, non basta dire che ci sono, è una difficoltà che hanno sperimentato in molti, dall’educatore alle prese con le nuove generazioni al grande statista nella complessità delle relazioni internazionali. Tempo fa era stato reso noto un decalogo, un elenco di comportamenti da evitare perché alla base dell’atteggiamento mafioso. Ricordo lo sdegno di molti, perché erano comportamenti comuni e nessuno si sentiva un criminale per il fatto di compierli. Erano piccole cose, non le ricordo nemmeno più, piccoli favori in cambio di piccoli favori, tipo far assumere in ufficio il figlio del macellaio sapendo di avere poi le bistecche migliori quando si fa la spesa. Tutti offesissimi. Il decalogo è sparito, non ne ho più trovato traccia nemmeno in internet. Non si vedeva al di là. La tirata di don Mariano Arena sull’umanità : “…quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie, gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i con rispetto parlando pigliainculo e i quaquaraqua…” E le considerazioni del capitano Bellodi : “Al di là della morale e della legge, al di là della pietà, era una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà, e come un cieco ricostruisce nella mente, oscuro e informe, il mondo degli oggetti, così don Mariano ricostruiva il mondo dei sentimenti, delle leggi, dei rapporti umani. E quale altra nozione poteva avere del mondo se intorno a lui la voce del diritto era sempre stata soffocata dalla forza e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile e putrida?” [I classici della letteratura. Radio 3. Ad alta voce. Lettura di Toni Servillo. Tempo 4 ore.]
Il primo racconto, che dà il titolo al libro, è veramente delizioso. In casa Lagerlof, la sera di Natale si cenava con merluzzo, budino di riso, sfogliatine e riso al latte e poi a tavola si aspettava la distribuzione dei regali. E la cosa più bella che poteva capitare a un bambino era ricevere in r
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Il primo racconto, che dà il titolo al libro, è veramente delizioso. In casa Lagerlof, la sera di Natale si cenava con merluzzo, budino di riso, sfogliatine e riso al latte e poi a tavola si aspettava la distribuzione dei regali. E la cosa più bella che poteva capitare a un bambino era ricevere in regalo un libro. “Vedete, devo dire che c’è un tradizione a Marbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto, metterci sopra una candela e poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande delle gioie di Natale. Non c’è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli.” E Selma racconta il Natale dei suoi dieci anni. Gli altri sette racconti oscillano tra la leggenda nordica e la favola educativa di stampo cristiano. Mi sono piaciuti meno e credo siano un po’ superati per i bambini di oggi, ma ho ritrovato il sapore delle letture scolastiche della mia infanzia.
I fratelli Karamazov
Arrivata a metà libro nel 2012.continue)
Nonostante la mole (1060 pagine), non sembra per niente un mattone. Mentre si legge, non lo si interromperebbe mai ma, purtroppo, non so perché, quando lo si posa, poi si fa fatica a riprenderlo in mano.
Personaggi complessi con lati contradditori che a volte sorprend ... (
Arrivata a metà libro nel 2012.
Nonostante la mole (1060 pagine), non sembra per niente un mattone. Mentre si legge, non lo si interromperebbe mai ma, purtroppo, non so perché, quando lo si posa, poi si fa fatica a riprenderlo in mano.
Personaggi complessi con lati contradditori che a volte sorprendono. Una persona avida e rozza che pare pensare solo al denaro e alle donne e che ti esce fuori con citazioni di Gogol e Schiller, un’altra che è l’innocenza personificata ma rivela una conoscenza tutt’altro che ingenua della natura umana e non si fa illusioni. Ma no, ripensandoci, non sono contraddizioni.
Che strano: con Tolstoy (“Guerra e pace”) ho avuto sin dall'inizio la sensazione che la dote migliore di ogni personaggio sarebbe stata ciò che lo avrebbe salvato da una vita dominata dal proprio lato più debole, qui invece sembra sempre di presagire che la parte meno nobile o più fragile di ogni personaggio sarà la sua rovina.
Tantissimi i brani segnati. Impossibile riportarli tutti. Magari alla fine (se arrivo alla fine) ne seleziono qualcuno.
Viaggio a Nanga
Rieccomi qua. Persa la sensazione di piacevole sorpresa di quando si scopre un luogo nuovo che piace, c’è la sensazione rassicurante e rilassata di quando torni in un posto dove sai che ti troverai bene. Groenlandia nordorientale, anni venti/cinquanta, cacciatori di pelli. Non sembra il massimo dell ... (continue)
Rieccomi qua. Persa la sensazione di piacevole sorpresa di quando si scopre un luogo nuovo che piace, c’è la sensazione rassicurante e rilassata di quando torni in un posto dove sai che ti troverai bene. Groenlandia nordorientale, anni venti/cinquanta, cacciatori di pelli. Non sembra il massimo dell’accoglienza e invece…
Personaggi dalla “profonda umanità: conoscenza di se stessi, consapevolezza autoironica, antiretorica e profondamente compassionevole” e “storie che partono dal nulla, da un dettaglio o da uno scambio di battute e che si caratterizzano per una semplicità che raggiunge l’essenziale” (postfazione).
Ovvero Halvor, Fjordur, Lodvig, il Conte, Lasselille, Hansen e gli altri della compagnia in quindici nuovi scrøner.
A raccontare le trame, senza lo stile dell’autore Jørn Riel, si perde metà del loro fascino (forse anche di più). Lascio quindi alla lettura diretta per scoprire gli insospettabili poteri dello Chablis del ’31 o quali inconvenienti possa riservare l’improvviso risveglio di un impianto idraulico.
I titoli: Una sorpresa, Halvor, La pipa, La fattoria sperimentale, Vacanze, Halvor e l’ombra, I dolori del Luogotenete, Riconciliazione, Il Vecchio Niels, La vera passione di Fjordur, Ombre del passato, La vena di Anton, Miss Ma Kin Mahoon, Nanga, Il Gabbiano.
“Era come se si trovasse fuori dal mondo della ragione, in un universo infinito e luminoso fatto di dolore e saggezza. In quel nuovo universo, passato e presente non esistevano più, non c’erano colpe né preoccupazioni. Come in un’antica danza in cerchio, Halvor passava da un istante all’altro dando la mano al suo dolore.”
Finita la lettura di “Safari artico” col desiderio insoddisfatto di una zuppa di gabbiano, ora aggiungo alla lista dei piatti impossibili la torta con uova di gazza marina. Realizzabile invece la wienerbrød, un dolce di pasta sfoglia.
Il rosso e il nero
Avevo tentato di leggerlo nella traduzione di Massimo Bontempelli, ma non ce l’avevo fatta.continue)
Sarà che ascoltare è più facile, che la traduzione di Maurizio Cucchi è più scorrevole e Baldini legge in modo accattivante, o sarà che è una riduzione, ma stavolta sono arrivata alla fine.
Il protagonista vi ... (
Avevo tentato di leggerlo nella traduzione di Massimo Bontempelli, ma non ce l’avevo fatta.
Sarà che ascoltare è più facile, che la traduzione di Maurizio Cucchi è più scorrevole e Baldini legge in modo accattivante, o sarà che è una riduzione, ma stavolta sono arrivata alla fine.
Il protagonista viene presentato all’inizio come orgoglioso, ambiguo, ipocrita, arrivista, ma anche con delle qualità, e all’inizio la sua storia è veramente avvincente. L’analisi psicologica con cui vengono messe in luce le vere motivazioni del suo agire mi ha ricordato “Memorie del sottosuolo”.
A un certo punto però, vedere che la figura non evolve crea un’aspettativa continuamente insoddisfatta. Il protagonista oscilla tra il suo essere calcolatore e al tempo stesso idealista, tra dovere e interesse, snobismo e riconoscenza, disprezzo e tenerezza, freddezza e impulsività. Sbalzi d’umore da adolescente che alla lunga stancano un po’.
Ma mi è piaciuta la descrizione del periodo trascorso da Julien Sorel in seminario e dei suoi rapporti con l’abate Pirard. Efficace il quadro sociale dell’epoca (Francia, Ottocento) con i legami di potere anche all’interno della Chiesa. Bell’affresco di umanità: la noia, ma anche il disorientamento nel veder mutare velocemente i valori di riferimento dell'epoca.
Mi attirava, leggendo/ascoltando questo libro, anche la possibilità di conoscere meglio certe dicotomie culturali di quel momento storico (gesuiti e giansenisti), ma se non ci ho capito molto più di prima probabilmente è un limite mio.
Bellissima l’ultima parte.
“Così, fra tre giorni, a questa stessa ora saprò cosa pensare del gran forse.”
“L’indomani lo aspettava un avvenimento, forse ancora più spiacevole. Da molto tempo suo padre annunciava una visita. Quel giorno, prima del risveglio di Julien, il vecchio carpentiere, con il capo bianco scoperto, apparve nella cella. Julien si sentì debole, si aspettava i rimproveri più sgradevoli. Per completare la sua condizione penosa, quel mattino sentiva anche il rimorso di non amare suo padre. ‘Il caso ci ha posti uno accanto all’altro sulla terra’ pensava mentre il secondino riordinava un po’ la cella ‘e noi ci siamo fatti quasi tutto il male possibile’.”
“ ‘Man mano che avessi imparato a non farmi ingannare troppo dalle apparenze’ pensava ‘mi sarei accorto che i salotti parigini sono pieni di gente onesta come mio padre o di abili furfanti come questi due galeotti. Hanno ragione loro. La gente dei salotti non si alza mai con questo pensiero assillante: ‘Come farò a mangiare?’ E si vantano della loro probità! Poi, chiamati a far parte di una giuria, condannano fieri l’uomo che ha rubato una posata d’argento perché si sentiva svenire dalla fame. Non c’è alcun diritto naturale. Questa espressione è una vecchia scemenza del tutto degna del Procuratore Generale che l’altro giorno si accaniva contro di me, e il cui avo fu arricchito da una confisca di Luigi XIV. Non c’è un diritto se non quando c’è una legge che vieta di fare una certa cosa con la minaccia della punizione. Prima della legge, non c’è di naturale che la forza del leone o il bisogno di chi ha fame o ha freddo, insomma il bisogno. No, le persone onorate sono delle canaglie che hanno avuto la fortuna di non essere state colte in flagrante. Il pubblico accusatore che la società scaglia contro di me è stato arricchito da un’infamia… Io ho commesso un assassinio e sono giustamente condannato però, a parte quest’unica azione, il Valenod che mi ha condannato è cento volte più dannoso alla società’.”
La registrazione è danneggiata e, indipendentemente dalla riduzione, credo manchi una parte, che ho cercato e letto su internet.
[I classici della letteratura. Il terzo anello. Traduzione di Maurizio Cucchi. Riduzione di Giovanni Piccioni. Lettura di Piero Baldini.]
Il giorno della civetta
Me lo ricordavo diverso, più semplice, probabilmente non avevo colto molte cose e l’avevo apprezzato solo come romanzo e come affresco efficacissimo di un particolare luogo e di un particolare momento. In realtà è un libro a due facce, impregnato di sicilianità e di universalità. Anche la lingua è b ... (continue)
Me lo ricordavo diverso, più semplice, probabilmente non avevo colto molte cose e l’avevo apprezzato solo come romanzo e come affresco efficacissimo di un particolare luogo e di un particolare momento. In realtà è un libro a due facce, impregnato di sicilianità e di universalità. Anche la lingua è bellissima, ricercata e raffinata, ricca di citazioni che attingono alla cultura popolare e a quella letteraria, e mi domando se le traduzioni in altre lingue siano state in grado di rendere tutte le sfumature e le preziosità. E probabilmente nemmeno io ho apprezzato tutto in pieno, visto che alcuni riferimenti mi hanno lasciato la voglia di ritornarci per capire più a fondo.
La descrizione che si fa della mafia mostra, alla base di tutte le connessioni, gli intrecci, gli interessi particolari, i legami di potere, gli agganci nella politica, un problema di base, o il terreno fertile su cui attecchisce e cresce rigogliosamente.
Ed è un problema culturale. Non si tratta di mancanza di istruzione o di intelligenza (semmai istruzione e intelligenza asservite a obiettivi meschini) ma dell’incapacità di guardare oltre. Ed è questo che dà al problema una dimensione alta e profonda, perché riguarda tutto e non solo la mafia siciliana, perché sono egoismi che abitano dentro ognuno di noi, perché è trasversale a tutti i livelli, perché sono limiti che spesso non puoi superare da solo, perché i valori “altri” non sono facili a trasmettere, non basta dire che ci sono, è una difficoltà che hanno sperimentato in molti, dall’educatore alle prese con le nuove generazioni al grande statista nella complessità delle relazioni internazionali.
Tempo fa era stato reso noto un decalogo, un elenco di comportamenti da evitare perché alla base dell’atteggiamento mafioso. Ricordo lo sdegno di molti, perché erano comportamenti comuni e nessuno si sentiva un criminale per il fatto di compierli. Erano piccole cose, non le ricordo nemmeno più, piccoli favori in cambio di piccoli favori, tipo far assumere in ufficio il figlio del macellaio sapendo di avere poi le bistecche migliori quando si fa la spesa. Tutti offesissimi. Il decalogo è sparito, non ne ho più trovato traccia nemmeno in internet. Non si vedeva al di là.
La tirata di don Mariano Arena sull’umanità : “…quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie, gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i con rispetto parlando pigliainculo e i quaquaraqua…”
E le considerazioni del capitano Bellodi : “Al di là della morale e della legge, al di là della pietà, era una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà, e come un cieco ricostruisce nella mente, oscuro e informe, il mondo degli oggetti, così don Mariano ricostruiva il mondo dei sentimenti, delle leggi, dei rapporti umani. E quale altra nozione poteva avere del mondo se intorno a lui la voce del diritto era sempre stata soffocata dalla forza e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile e putrida?”
[I classici della letteratura. Radio 3. Ad alta voce. Lettura di Toni Servillo. Tempo 4 ore.]
Il libro di Natale
Il primo racconto, che dà il titolo al libro, è veramente delizioso. In casa Lagerlof, la sera di Natale si cenava con merluzzo, budino di riso, sfogliatine e riso al latte e poi a tavola si aspettava la distribuzione dei regali. E la cosa più bella che poteva capitare a un bambino era ricevere in r ... (continue)
Il primo racconto, che dà il titolo al libro, è veramente delizioso. In casa Lagerlof, la sera di Natale si cenava con merluzzo, budino di riso, sfogliatine e riso al latte e poi a tavola si aspettava la distribuzione dei regali. E la cosa più bella che poteva capitare a un bambino era ricevere in regalo un libro.
“Vedete, devo dire che c’è un tradizione a Marbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto, metterci sopra una candela e poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande delle gioie di Natale. Non c’è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli.”
E Selma racconta il Natale dei suoi dieci anni.
Gli altri sette racconti oscillano tra la leggenda nordica e la favola educativa di stampo cristiano. Mi sono piaciuti meno e credo siano un po’ superati per i bambini di oggi, ma ho ritrovato il sapore delle letture scolastiche della mia infanzia.