Altro grande classico cinese che contende ai Tre Regni il primato d'antichità, essendo entrambi del primo Ming se non addirittura del tardo Yuan. Il parallelo tra i due però non si esaurisce solo nell'epoca in cui sono stati scritti, perché le due opere condividono anche il tipo di tema ispiratore,
... (continue)
Altro grande classico cinese che contende ai Tre Regni il primato d'antichità, essendo entrambi del primo Ming se non addirittura del tardo Yuan. Il parallelo tra i due però non si esaurisce solo nell'epoca in cui sono stati scritti, perché le due opere condividono anche il tipo di tema ispiratore, in entrambi i casi fatti storici su cui (o intorno a cui) poi si è costruito un romanzo epico. Tuttavia, mentre per i Tre Regni l'epopea ricorda più l'Iliade, nel caso dei Briganti, siamo più vicini al picaresco ed alla chanson de geste. Altra differenza sostanziale è che nei Tre Regni, la storia che fornisce il materiale per l'opera, è con la 'S' maiuscola visto che riguarda il secolo d'anarchia tra la caduta degli Han e l'ascesa dei Jin. Al contrario, gli eventi storici su cui sono basati i Briganti, non sono altro che una storicamente insignificante insurrezione popolare avvenuta tra il 1117 ed il 1121. Una ribellione che riesce a sottrarsi al potere centrale per quattro anni chiaramente non è cosa da poco, ma le ribellioni sono moneta corrente nel contesto allargato della storia della Cina ed inoltre i Song all'epoca avevano ben altri problemi a cui pensare: i bellicosi Jurchen infatti premevano da nord e di lì a poco, nel 1127, avrebbero conquistato la capitale Kaifeng, concludendo il regno dei Song Settentrionali e costringendo la corte a scappare a sud per inaugurare il regno dei Song Meridionali. Nondimeno non è difficile ipotizzare che l'immaginazione popolare fosse eccitata dalle imprese eroiche di coloro che riuscivano a sollevarsi contro un apparato percepito come corrotto e che opprimeva il popolo. Imprese eroiche che magari pur essendo slegate tra loro e nascendo come aneddoti autonomi ed indipendenti, finivano poi per confluire in un unico calderone a costituire la trama di un unico romanzo. I Briganti in fondo è questo, una storia in cui per buona parte del libro sono narrate le eterogenee avventure di diversi fuorilegge, che per trarsi d'impaccio dai rispettivi guai trovano rifugio nella palude del Liangshan, dove fondano una banda che lotta contro la prevaricazione del potere e protegge i deboli. Oggi si parlerebbe di terroristi... I fuorilegge sono chiaramente individuati come i buoni, che devono la loro caduta in disgrazia o perché hanno commesso un errore, oppure perché incastrati dalla malvagia autorità. Nel primo caso l'incidente è causato da un raptus o commesso in stato di ubriachezza (p.359 e seguenti; solo l'alcol infatti può scalfire l'integrità degli eroi!), mentre nel secondo, spesso e volentieri c'è lo zampino di un personaggio femminile caratterizzato da un'intrinseca malignità (in almeno sei distinte occasioni: p.214, cap. 32 e seguenti, 417-437, 454, 480, 589!). La strisciante misoginia che alberga nel romanzo è solo una parte del messaggio confuciano. Anzi, il romanzo trasuda confucianesimo da tutti i pori (chiaro indizio dell'estrazione dell'autore): la subordinazione fra fratello maggiore e fratello minore (p.127) o fra padre e figlio (p. 307 e 310), la liceità di rubare ai ladri (p.127) o più in generale di ribellarsi contro superiori che tradiscono la volontà del Cielo con la loro empietà (pp. 7-8, 20, 55, 79-80, 257, 267, 453, 479 a dir poco), sono precetti che sublimano nella massima del capo Chao Gai, "fedeltà e obbedienza ai capi sono per noi legge suprema verso l'alto; benignità, clemenza e rispetto per la popolazione, legge suprema verso il basso" (p.514). Né sorprende che la combriccola di masnadieri sia composta da personaggi - chi più, chi meno - carismatici. Carisma e leadership sono una coppia di talenti che porta alla naturale aggregazione di figure positive, perché rappresenta la virtù che lega direttamente al Cielo e sanziona la condotta delle proprie azioni (analogamente al Liu Bei dei Tre Regni). Così come i buoni sono i fuorilegge, i cattivi sono i rappresentanti dell'autorità centrale. Beninteso, l'autorità centrale, diretta emanazione del Cielo, è continuamente osannata e rappresenta l'ideale condiviso per cui si battono i briganti. Purtroppo, procedendo verso la periferia, l'autorità è via via sempre più lontana dal centro per mantenere inalterata la sua purezza e quindi si contamina con gli abusi e arbitrii di coloro chiamati ad esercitarla. La corruzione è all'ordine del giorno e le invettive contro i burocrati non si contano: "Con il denaro ci si apre la strada fino agli spiriti e agli dei: che miseria!" (p.80), "ex-mandarino, ipocrita con faccia da galantuomo" (p.453), tanto per dirne un paio. Nemmeno il clero viene risparmiato (p.479). L'autorità locale inquina chi le sta intorno. Quelli che le obbediscono o sono individui esecrabili che meritano la morte o sono eroi mal consigliati, che rinsaviranno solo esposti all'idealismo dei fuorilegge e ne andranno ad ingrossare le fila. Per lo più il primo gruppo consta di meschini burocrati civili, mentre il secondo è rappresentato da funzionari militari che una volta sottratti alla nefasta influenza dei primi, cessano di essere dei vigliacchi. Curioso come venga sistematicamente esaltata un'attitudine fisica a scapito di quella intellettuale, quando in realtà gli esami per il mandarinato vedevano un'incontrastata supremazia di quest'ultima. Fa parte di una semplificazione del messaggio confezionato in maniera tale da poter essere compreso anche da una vasta platea popolare. I Briganti nasce come probabile rielaborazione di racconti popolari, naturalmente semplici ed edificanti, in cui l'immedesimazione nei protagonisti fosse immediata. Il pensiero corre spontaneamente agli otogizoshi (anche se forse è piuttosto il contrario :P), anche perché è l'autore stesso a presentare l'opera come sintesi delle chiacchiere con i suoi amici (p.1-2), un elogio della conversazione insomma. Naturalmente, dipingendo così negativamente l'apparato, questo romanzo non poteva che essere malvisto. Ufficialmente non lo si considerava perché troppo volgare; è in vernacolo dopotutto. Per gli spocchiosi neoconfuciani di epoca Ming e Qing, tanto più incomprensibile ed artificiosa era un'opera, tanto più colta appariva ai dotti. I pigri intellettuali europei mainstream non batteranno ciglio di fronte ad una simile impostazione, tanto da scoprire molto tardivamente questo gioiello (p. XIX). Molto più prosaicamente, consapevoli della virulenta carica rivoluzionaria, si faceva di tutto per ostacolare la diffusione del libro, dal sconsigliarlo come "lettura perniciosa per i giovani" (non mi ricordo dove l'ho letto...) a punire e multare coloro che fossero sorpresi con una copia dell'opera. Riassumendo, si tratta di un gran bel libro. Unica nota dolente: l'edizione. I Millenni Einaudi sono delle edizioni di lusso e questa non fa eccezione: copertina rigida, buona carta, rilegatura come Dio comanda (uno di quei libri che stanno aperti senza usare il piede di porco!) e deliziose illustrazioni a colori che... Non c'entrano un accidente col romanzo! Le illustrazioni sono del 18° secolo, stampe popolari NON tratte dal romanzo, che però ben s'adattano all'animo tumultuoso degli eroi del romanzo (p.XX). Ma che gli costava agli editor mettere una qualche bella xilografia tratta dalle edizioni originali? Per non parlare poi dell'adattamento: l'ennesima traduzione dal tedesco di Kuhn. Ok, mi sono già fatto fregare una volta con Scimmiotto e ciò nonostante ero pronto a tollerare arcaismi ("aperse" invece di "aprì") o l'indigesta traslitterazione Wade-Giles (desolato, ma non riesco ad abituarmici). Però il contenuto temo sia stato parecchio stravolto. A cominciare dal titolo: d'accordo che i briganti sono i protagonisti, però "sul bordo dell'acqua" (o variazioni) secondo me suona meglio, anche perché è la palude la vera protagonista della storia, quale simbolo-contenitore di tutti gli altri personaggi. Ad onor del vero Kuhn nella prefazione dichiara che ha sacrificato un adattamento letterale per cercare invece di ricreare per un lettore occidentale le emozioni scaturite in un lettore cinese (o per venire incontro alle nostre limitate capacità mentali; che dir si voglia). Fatto sta che sono stati saltati i primi due capitoli e i cap. 23-32. Poi, il romanzo termina al cap. 58 (o 71 a seconda che si consideri l'originale da 100 o 120 capitoli) con un epilogo di sette pagine che riassume la parte mancante, quasi mezzo romanzo! Ci sono rimasto molto male e consiglio quindi un'altra edizione, magari http://www.anobii.com/books/Outlaws_of_the_Marsh/978711… che avrà un titolo altrettanto discutibile, ma almeno ha il pregio di essere una traduzione integrale. Se poi qualcuno ha delle proposte migliori, ben vengano. :-)
Graham McNeill è sempre una sicurezza nel mediocre panorama BL. Finalmente dopo tante storielle di profilo estremamente basso, si riesce a leggere qualcosa di decente. Sarà pure la versione economica di un libro uscito l'anno scorso, il che vuol dire riscaldare la vecchia minestra invece di proporre
... (continue)
Graham McNeill è sempre una sicurezza nel mediocre panorama BL. Finalmente dopo tante storielle di profilo estremamente basso, si riesce a leggere qualcosa di decente. Sarà pure la versione economica di un libro uscito l'anno scorso, il che vuol dire riscaldare la vecchia minestra invece di proporre qualcosa di nuovo, però non è affatto male e, soprattutto, risolleva le sorti della saga dopo l'infelice sbandamento di Killing Ground. Killing Ground infatti rappresentava un campanello d'allarme, con un plot che non riusciva a mantenersi allo stesso buon livello di Dead Sky Black Sun. Courage and Honour, magari senza la stessa intensità, si avvicina invece a Dead Sky Black Sun. Courage and Honour, al di là del titolo roboante (come se alla BL ce ne fossero che non lo sono), è la consueta miscela di elementi narrativi, che una volta tanto sono ben dosati: la storia torna in carreggiata, il plot è corale quanto basta da offrire diversi punti di vista senza diluire troppo il filone principale ed ovviamente i bossoli di bolter s'impilano che è un piacere. Dunque, il capitano Uriel Ventris riesce infine a tornare a casa dopo aver completato la sua espiazione. I suoi commilitoni tra l'incredulo ed il diffidente lo riaccolgono tra i loro ranghi. Già qui c'è una nota di originalità nella prosa di McNeill: nonostante tutta la buona volontà Uriel non riesce a farsi riaccettare senza riserve e sono diversi in seno al Chapter a tenerlo d'occhio temendo che non sia completamente redento. E' piacevole leggere le ansiose riflessioni ed elucubrazioni dei capi del Chapter, che a dispetto dell'evidenza dei fatti, faticano ad accettare il ritorno del coraggioso capitano. E' un soggetto interessante che accompagnerà la storia per tutto il libro, riafforando qua e là man mano che Uriel si riconquista la fiducia degli altri Ultramarines. McNeill non insiste più di tanto, ma quanto basta per mantenere presente la questione sullo sfondo e per segnalare i progressi sulla via della riabilitazione definitiva del capitano della Quarta Compagnia. Fin qui, la prima parte del racconto. Si passa poi alla seconda. Qui, il grosso elemento che costituisce la maggior iniezione d'interesse è rappresentato dall' avversario degli Ultramarines: una volta tanto non abbiamo crudeli seguaci del Chaos né selvaggi Orchi, bensì gli sfuggenti Tau. Quante sono le storie che vedono come antagonisti i Tau? Molto poche. A parte la coppia di libri Star of Damocles e Rogue Star, l'unico altro libro che mi viene in mente è uno di Chiapas Cain (anche se non ricordo quale). Inoltre, mentre in questi libri i Tau sono avversari da battaglia spaziale, oppure da scaramuccia minore, in Courage and Honour diventano il poderoso nemico da battaglia campale, tratto narrativo in cui McNeill da il meglio indubbiamente! I Tau, con i loro modi sinuosi a favore del Greater Good, cercano di sfilare il pianeta Pavonis dalle grinfie imperiali. I loro manierismi non incantano nessuno ed ovviamente si va alla guerra. McNeill è un maestro nel descrivere scontri colossali di dimensione epica. Guardie Imperiali contro Fire Warriors, Space Marines contro Battlesuits, Leman Russ contro Hammerheads; su tutti torreggia il ciclopico Baneblade dell'ufficiale in comando del pianeta imperiale. Nelle pagine in cui compare, le scene descritte sono così vivide che le vibrazioni dei cingoli si sentono nelle gengive! Anche a costo di rubare la scena a Uriel & compagni! In realtà si tratta di uno dei più spettacolari cammei del racconto. Gli Ultramarines sono i protagonisti, questo è certo, però le sottotrame che arricchiscono la storia, in diversi casi non sono solo pagine zavorra: micro-storie che nascono e muoiono all'ombra di quella principale sono un marchio di fabbrica BL. A volte non aggiungono nulla ed anzi tolgono spazio ai veri protagonisti, altre invece s'incastrano bene, spezzando il ritmo senza rovinarlo ed introducendo quelle varianti che esulino dalla consueta routine, che in questo caso assume la forma dell'irresistibile assalto degli Space Marines. I vari innesti con le testimonianze privilegiate di che partecipa alla battaglia, non fanno altro che arricchire la narrazione principale, con molteplici punti di vista che possano rendere meglio l'atmosfera dello scontro, oppure, qualora si tratti di uno scontro in un altro punto del pianeta, rende l'idea della vastissima estensione del fronte. Le battaglie sono un tratto narrativo in cui l'autore eccelle. Come altri libri, ha il buongusto di allegare nelle pagine iniziali le mappe dei teatri dello scontro. E' una goduria saltare dalla lettura a queste mappe per ripercorrere con gli occhi le pagine appena lette, immaginarsi l'assedio dei Tau che si scagliano contro le difese della città di Olzetyn e gli scontri casa per casa che ne seguono. E' la stessa eccitazione che mi diede Tempesta di Ferro, quando all'epoca non leggevo ancora gli originali e mi accontentavo delle traduzioni Hobby & Work. A proposito degli adattamenti Hobby & Work, traccio un ulteriore linea di collegamento con un altro libro tradotto anni fa': Nightbringer. E' il primo della saga di Uriel Ventris, ma i tratti comuni non si esauriscono in questo. In quel libro la storia era ambientata proprio sullo stesso Pavonis. Ed infatti sporadicamente si allude all'altro racconto. Nulla di particolareggiato; Uriel si limita in questi passaggi a ricordare il contesto che lo portò su questo pianeta l'altra volta. Potrebbe pure risultare un espediente efficace per chi volesse leggersi anche l'altra storia.... Il risultato finale di Courage and Honour lo si può facilmente intuire. Ciò che è meno scontato è la successione di eventi che portano alla sua maturazione. A dire il vero non si respira mai nel racconto quell'aria di disperazione che accompagna missioni apparentemente destinate a fallire. Dall'inizio alla fine il pacato contegno di Uriel, scandisce fin da subito il ritmo e più che altro svela già la direzione in cui si muove la storia. Non per questo si finisce per annoiarsi, anche se ammetto che qualche volta l'atteggiamento dell'eroe possa risultare irritante nella sua sicumera. Si tratta di una sensazione impercettibile, grandemente smussata dal basso profilo adottato dal capitano Ventris per riprendere l'autorità negatagli dal suo recente passato. Insomma, un buon libro che conferma ancora una volta il grado di "mostro sacro" che McNeill ha nell'ampio paesaggio del 40k.
Questo libro, oltre a proseguire e concludere il discorso sulla storia del pensiero cinese, consente di fissare meglio i concetti espressi nel libro precedente, rinforzandoli alla luce delle speculazioni successive. Laddove il primo libro è caratterizzato da un taglio frammentato e da contenuti eter
... (continue)
Questo libro, oltre a proseguire e concludere il discorso sulla storia del pensiero cinese, consente di fissare meglio i concetti espressi nel libro precedente, rinforzandoli alla luce delle speculazioni successive. Laddove il primo libro è caratterizzato da un taglio frammentato e da contenuti eterogenei, questo è molto più compatto ma anche più denso e più difficile. Nel primo libro, seguendo un filo non sempre cronologico, erano illustrati confucianesimo, taoismo, le loro filiazioni e le correnti coeve e concorrenti nelle concezioni che portavano avanti. Gradualmente i vari filoni di pensiero convergono e si contaminano, ma se questo da un lato permette di concentrarsi su un numero più contenuto di fronti, dall’altro, l’armonizzazione di concetti molto lontani tra loro, obbliga ad uno sforzo supplementare nel cercare di raccordarli. L’ultimo capitolo del primo libro è una preparazione del terreno al contenuto del secondo. Dopo il crollo degli Han sia il confucianesimo che il taoismo, assumono una dimensione più introspettiva ed individualistica, spianando la strada al buddhismo. Il buddhismo cinese è il primo dei due nuclei del discorso del presente volume. Se il periodo storico degli Han costituisce con la sua incertezza, il varco per il buddhismo, l’appiglio intellettuale è garantito dal taoismo. La “regola del Bodhisattva”, che pone l’accento sull’altruismo totale, sulla compassione universale e sulla ferma risoluzione di salvare tutti, ebbe un’eco tale da comparire anche nelle scritture taoiste. E’ un messaggio facile e immediato, comprensibile da chiunque. La salvezza universale accessibile a chiunque è una novità nel pensiero cinese. Il concetto di karma e di rinascita condivide col taoismo la convinzione degli effetti sui discendenti di determinate azioni intraprese da ciascuno. Ma, mentre il taoismo ne fornisce una chiave interpretativa collettiva, il buddhismo introduce la novità della responsabilità individuale. Il buddhismo in Cina si diffonde in tre fasi: nella prima (III-IV secolo) si confonde con la cultura indigena, con la seconda (V-VI secolo) torna ad essere identificato nelle sue origini indiane e infine sotto i Tang (VII-VIII secolo) riprende a sinizzarsi per essere infine assimilato. E’ in quest’ultima fase che il buddhismo propriamente cinese produce elaborazioni autonome fondamentali tra cui la scuola Tiantai ed il buddhismo Chan. La scuola Tiantai, predicando una buddhità accessibile in questa vita, porta una cesura nell’interpretazione del buddhismo. Fino ad allora aveva prevalso la concezione indiana, secondo la quale occorrono eoni per assurgere alla buddhità. Questo ovviamente mal si concilia con la pratica mentalità cinese che pretende di vedere subito i risultati degli sforzi compiuti. Il Tiantai è rappresentativo della sinizzazione del buddhismo in quanto conferisce all’assoluto un’accezione immanentistica, assumendo una direzione opposta alla visione trascendentale indiana. Ancora più dirompente è il buddhismo Chan che, a partire dai due successori del fondatore della setta, riesce a far convivere le due opposte concezioni d’illuminazione graduale e illuminazione istantanea. Il Chan è la forma più originale, ma anche duratura, del buddhismo cinese perché, a differenza di altre scuole, non ha un carattere spiccatamente religioso. Il Chan, sarà l’unico ad essere risparmiato dalle persecuzioni contro il clero parassita e, questa sopravvivenza gli consentirà di diventare il principale riferimento buddhista nella rifondazione del neoconfucianesimo. Il buddhismo rappresenta una spiritualità universale nella sua dimensione introspettiva. Peraltro, lo spirito, concepito come vuoto, si contrappone nettamente all’idea confuciana, e segnatamente menciana, che la natura umana possiede dei germi innati di moralità. Per la pratica cultura cinese, negare il desiderio e la concretezza di una vita fu come minimo un anatema. L’altro grosso contrasto col confucianesimo ha luogo rispetto alle relazioni: laddove il confucianesimo propugna la saldezza dei legami di clan, il buddhismo prospera nell’autonomia rispetto ad un ordine sociale. In particolare il culto legato alla famiglia non poteva che cozzare con la pratica del celibato, incoraggiata per i monaci buddhisti. Sono questi due motivi a fare del buddhismo un’immensa sfida agli schemi istituzionali e concettuali accettati da secoli dalla tradizione confuciana e provocarne il radicale rinnovamento. Il neoconfucianesimo è questo: ripensare il confucianesimo alla luce dell’apporto dato dal buddhismo. Il fatto che i confuciani non possano prescindere dal buddhismo la dice lunga sia sul radicamento di questa ideologia straniera, sia sul profondo grado d’assimilazione effettivamente raggiunto. Il santo, archetipo d’uomo buono per Mencio, viene a sovrapporsi con la figura del Bodhisattva. Ciò che spariglia le carte è il Chan: con la sua prorompente illuminazione istantanea, obbligava a ripensare completamente il rapporto fra conoscenza ed azione. Si passa quindi al secondo tema del libro: il processo di ripensamento del confucianesimo che, faticosamente, per l’irruzione del buddhismo nella cultura cinese, deve ritrovare una sua collocazione armoniosa all’interno del panorama culturale. Il processo avviene per tappe e finalmente si capisce il motivo dell’esposizione apparentemente disordinata di certe nozioni. Ancora più che nel primo libro, diventa chiaro il motivo per cui l’autrice sembri anticipare dei contenuti o quanto meno li collochi a prima vista fuori contesto (citare Zhu Xi un paio di capitoli prima che se ne parli non aiuta molto a comprendere il discorso senza un minimo di contestualizzazione ulteriore). Analogamente, si capisce a posteriori l’enfasi posta sulle idee concorrenti alle più importanti in ogni epoca: ogni tradizione di pensiero, finisce per collocarsi grosso modo in contrapposizione a quella caratterizzante l’epoca precedente, ma così facendo finisce per attingere a quella minoritaria della stessa epoca, che era a sua volta concorrente della maggioritaria coeva. Tagliando con l’accetta, si può stabilire una continuità del discorso che procede a fasi alterne. Ogni istanza porta avanti le idee non della concezione precedente, ma di quella ancora prima e fornisce materiale non per la successiva ma per quella ancora dopo. In realtà non bisogna pensare la sequenza dei pensatori che si succedono come irrimediabilmente opposti. Tutti concorrono ad arricchire la riflessione neoconfuciana, ognuno evidenziando però una sfumatura diversa che impedisce di porli in stretta continuità nonostante la correlazione reciproca. Il processo di ridefinizione del confucianesimo comincia nel caotico panorama intellettuale dei Song e dura per secoli. Si riscopre Mencio e l’idea che la natura umana sia originariamente buona, e che il male compaia soltanto nel contatto con il mondo esterno. Mentre taoismo e buddhismo concepiscono questa influenza esterna come corruttrice, l’etica confuciana rende l’uomo pienamente responsabile. A causa del buddhismo con la sua impietosa diagnosi sulla condizione umana, non si è più sicuri che la natura umana sia buona e, come corollario, che sussista la naturale tendenza alla santità. E’ un percorso tortuoso che, parte dal Culmine Supremo (太極, taiji) di Shao Yong (1012-77), si snoda attraverso Zhou Dunyi (1017-73), il qi (氣) unificante di Zhang Zai (1020-78) e i ragionamenti sul Principio (理, LI) di Cheng Yi (1033-1107), fino a trovare sintesi nel massimo esponente del neoconfucianesimo, Zhu Xi (1130-1200). Zhu Xi sanziona definitivamente l’eredità di Mencio, segnatamente nella riflessione sulla natura umana, sui fondamenti della moralità e sulla posizione dell’uomo nel cosmo. Il suo lavoro costituirà per parecchi secoli un limite intellettuale invalicabile, diventa ortodossia di Stato durante il XIII secolo e rimarrà tale fino al XX. Se sotto i Song si ristabilisce il legame fra Uomo e Cielo, con i Ming nasce l’esigenza di rifocalizzarsi sullo spirito (心, xin). Tale intento ha il suo culmine nella fase centrale della dinastia grazie all’opera di Wang Yangming (1472-1529). Nel suo pensiero la tensione fra ricerca spirituale e neoconfucianesimo ufficiale si acuisce fino a sfociare in una dichiarata incompatibilità. Wang Yangming corregge l’orientamento eccessivamente intellettualistico della corrente Cheng-Zhu con un innatismo menciano che si sposa all’intuizione Chan in una comune concezione del cuore/animo. Nel pensiero cinese, il problema principale non si disloca nella relazione fra fatto e norma, fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, quanto piuttosto fra conoscenza ed armonia: è possibile sia agire senza conoscere (posizione taoista), sia agire conoscendo (posizione confuciana). Ecco spiegata la fascinazione per la conoscenza confuciana (la santità). L’unità della conoscenza e dell’azione è da sempre al centro dell’interesse dei confuciani. Per Zhu Xi la sintesi della conoscenza e dell’azione è il risultato di uno sforzo costante, per Wang Yangming tutto è dato fin da subito. Allorché la morale è colta con intenzione autentica, il problema del male cade da sé. Il pensiero cinese, dopo sei secoli di macerazione riesce infine a riconciliare buddhismo e confucianesimo nel neoconfucianesimo, e la raffinatezza del pensiero neoconfuciano raggiunge l’apice con Zhu Xi e Wang Yangming. Dopo di loro comincia un inarrestabile declino e la rovinosa caduta dei Ming porta ad una crisi d’identità culturale di portata analoga a quella successiva alla caduta degli Han. Nella disperata ricerca di punti di riferimento culturali per resistere al decadimento dell’impero, prima schiacciato dal giogo mancese, e dopo messo in pericolo dall’aggressività degli occidentali, gli intellettuali s’aggrappano istericamente alla figura di Confucio. Il neoconfucianesimo è rifiutato in blocco ed i pensatori si dedicano disperatamente allo studio tradizionale dei Classici, simbolo di resistenza antimancese all’inizio e antioccidentale in seguito. Dai Zhen (1724-77) è paradigmatico: si rivolge ai Classici nonostante sia ormai consapevole che lì non troverà le risposte sul perché la Cina abbia fatto una fine così ingloriosa. Pur spingendosi all’estremo, lo spirito critico di Dai Zhen non si applica tuttavia che all’interno della tradizione, senza mai rimetterne radicalmente in causa i fondamenti. Ha però il fondamentale merito di introdurre una crepa, e ci penseranno dei pensatori successivi a proseguire il lavoro, smontando l’aura di sacralità che circonda i Classici. Il confucianesimo ha ormai perso il potere d’autoriprodursi nelle classi colte come sistema valido di credenze e di valori. Conclusa la lettura di questo libro, oltre ad avere ottenuto una grossolana infarinatura di pensiero cinese, ho rivalutato molto il primo volume, che a suo tempo giudicai frettolosamente come troppo incasinato. Questi due libri si completano, non solo come contenuti, essendo uno il proseguimento dell’altro, ma soprattutto perché, grazie al riordino dei concetti espressi nel secondo libro, si riesce infine a guardare con un’ottica meno smarrita quelli del primo.
Semplicemente terrificante! Ogni tanto migliora e prova a diventare solo brutto, ma non c'e' nulla da fare. Era da tanti libri che la BL non pubblicava qualcosa di cosi' orrendo sul fronte del 40K. Non so proprio da dove cominciare a scrivere per raccontare cio' che mi ha colpito (negativamente), qu
... (continue)
Semplicemente terrificante! Ogni tanto migliora e prova a diventare solo brutto, ma non c'e' nulla da fare. Era da tanti libri che la BL non pubblicava qualcosa di cosi' orrendo sul fronte del 40K. Non so proprio da dove cominciare a scrivere per raccontare cio' che mi ha colpito (negativamente), quindi mi limito a procedere secondo l'incedere della storia. Innanzitutto la narrazione comincia e non e' nemmeno 40K, ma fantasy puro e dei piu' banali. Le prime cento pagine (un quarto del libro!) le ho sfogliate saltando un paragrafo su due. A giudicare dal titolo ci sarebbe da aspettarsi una storia sugli Space Marines, ma dopo l'insipido prologo ci si ritrova su un campo di battaglia medioevale dove si scontrano tre fazioni, o meglio, due se le danno di santa ragione, mentre la terza aspetta di scoprire quale rimarra' in piedi per finirla, cercando di sfruttare la stanchezza accumulata dall'avversario. Punti di vista privilegiati di ciascuna fazione sono altrettanti guerrieri adolescenti che smaniano per un battesimo del sangue che nella loro zucca dovrebbe traghettarli allo stato adulto. Vabbeh. La cosa piu' squallida non sono tanto i grotteschi aneliti sanguinari di questi adolescenti, ma lo spudorato tentativo di innescare l'immedesimazione col presunto lettore target BL. Poi, nel bel mezzo della battaglia cominciano ad atterrare delle Thunderhawk, da cui escono degli Imperial Fists nell'incredulita' dei belligeranti. Nulla di strano: e' tipico degli Space Marine andare a cercare nuove reclute da iniziare durante uno scontro cruento, cosi' gli si risparmia l'inutile fase di preselezione in cui gli aspiranti si scannano fra loro per essere short-listed. Ah, dimenticavo: i tre protagonisti sono ovviamente legati da debiti di sangue e vendette incrociate, con uno che ha accoppato il maestro del secondo, che a sua volta ha ucciso il padre del terzo. Ha del comico tutto cio', visto che i tre fanno di tutto per essere selezionati e rimanere uniti con lo scopo di vendicarsi piu' avanti. Dopo questa imbarazzante scena iniziale ci si sposta nella nave-fortezza degli Imperial Fists, dove viene propinato il soporifero addestramento e indottrinamento degli aspiranti. Grande enfasi e' posta sulle punizioni corporali e, d'accordo che i Marines conducono una vita monastica, pero' era proprio necessario buttarla sul sado-maso??? A Chris Roberson non e' venuto in mente nulla di meglio? E soprattutto, come puo' la BL tollerare un abbassamento del gia' scarso livello delle sue pubblicazioni? Risposta: finche' ci sono polli come il sottoscritto che comprano le loro schifezze, possono certo permettersi di pubblicare simile robaccia. Ma con moderazione, per pieta'! Passano quattro anni e i protagonisti adolescenti sono stati addestrati e rimodellati fino a farli diventare degli scout. Bene. E abbiamo passato la meta' del libro. Ora che succede? Finalmente un po' d'azione: gli Imperial Fists sono chiamati a riconquistare un pianeta caduto nelle mani del Chaos e precisamente nelle grinfie degli Emperor Children. Wow, marines contro marines. Promette bene. Ammesso e non concesso che i nemici dei protagonisti debbano sempre essere sconfitti, a seconda dell'autore, le mischie possono essere piu' o meno avvincenti senza dare fin da subito l'impressione che sara' a senso unico. Esattamente cio' che non fa Roberson. Si assiste quindi all'"epico" scontro fra trenta scout contro, bho, tot cultisti. Finisce in un cappotto: dei cultisti non ne rimane in piedi uno, i protagonisti invece si salvano tutti o quasi. Questo e' niente, perche' piu' avanti, quando e' descritta la scena madre della storia, che prende forma di un assurdo assedio ad un'installazione imperiale, il lettore rimane a bocca aperta nel leggere di ben dieci scout che respingono l'assalto di migliaia di cultisti conditi con qualche Noise Marine e dei demoni, chiaramente delle Daemonettes. Almeno la loro descrizione e' stata azzeccata. Lo svolgimento della battaglia ha dell'incredibile: gli sparpagliati difensori riescono a tenere testa ad un'orda con un rapporto di 1 a 100, perche' da come la mette l'autore, sembra che gli attaccanti attacchino in fila indiana. Quando poi l'atmosfera si fa narrativamente insostenibile, ecco che la finzione viene smascherata: i difensori perdono terreno, si trincerano nei punti d'accesso dell'installazione e gli assalitori cominciano davvero ad attaccare in fila indiana!!! Non c'è storia: qualcuno ci lascia anche le penne, ma i buoni vincono, coi tre gloriosi protagonisti che eroicamente difendono strenuamente persino il loro comandante ferito gravemente ed impossibilitato a partecipare alla scaramuccia. Infine, quando all'orizzonte si profila una terza ondata ancora piu' grande di quella appena sconfitta, al lettore e' risparmiato il colpo di grazia di un ulteriore racconto narcotizzante: dal cielo scendono i rinforzi che fanno a polpette i cattivi e vissero tutti felici e contenti. Manca solo il gran finale: i tre protagonisti, forgiati dagli eventi e dalle battaglie sono promossi a Space Marines completi. Il loro comandante gli fa la ramanzina sui loro asti reciproci e regala a ciascuno una spada potenziata modificata secondo le rispettive culture di provenienza. Ci mancava solo che dicesse "Buon Natale", mentre il fruscio della carta dei regali e' reso magistralmente dall'innocente stupore dei tre. Al che i protagonisti decidono di accantonare le rispettive vendette. Se in futuro collaboreranno o meno in una seconda puntata, la cosa non mi riguarda perche' considero questo filone chiuso. Chris Roberson scrive veramente male. Gia' con Dawn of War II ero rimasto molto perplesso: storia inesistente, figure piatte e battaglie tutt'altro che entusiasmanti. Un plot scarso non si nota neanche tanto, dopotutto e' il marchio di fabbrica, cosi' come le figure che lo animano: si tratta per lo piu' di macchiette che raramente hanno un profilo visibile e sviluppato. Se pero' pure le mischie sono insostenibili e gli eroi ridicoli, cosa rimane a questo libro? Secondo me nulla. Per riuscire a scrivere qualcosa di passabile, bisogna IMHO essere almeno in grado di creare uno scontro avvincente, che vada oltre la prospettiva di grado zero di singoli combattimenti dove gli avversari si attivano due per volta. Non dico di raggiungere le vette dei campioni della scuderia BL, ma tra il vuoto pneumatico di questo libro e le migliori pubblicazioni, esistono diverse sfumature intermedie di grigio.
I briganti
Altro grande classico cinese che contende ai Tre Regni il primato d'antichità, essendo entrambi del primo Ming se non addirittura del tardo Yuan. Il parallelo tra i due però non si esaurisce solo nell'epoca in cui sono stati scritti, perché le due opere condividono anche il tipo di tema ispiratore, ... (continue)
Altro grande classico cinese che contende ai Tre Regni il primato d'antichità, essendo entrambi del primo Ming se non addirittura del tardo Yuan. Il parallelo tra i due però non si esaurisce solo nell'epoca in cui sono stati scritti, perché le due opere condividono anche il tipo di tema ispiratore, in entrambi i casi fatti storici su cui (o intorno a cui) poi si è costruito un romanzo epico. Tuttavia, mentre per i Tre Regni l'epopea ricorda più l'Iliade, nel caso dei Briganti, siamo più vicini al picaresco ed alla chanson de geste. Altra differenza sostanziale è che nei Tre Regni, la storia che fornisce il materiale per l'opera, è con la 'S' maiuscola visto che riguarda il secolo d'anarchia tra la caduta degli Han e l'ascesa dei Jin. Al contrario, gli eventi storici su cui sono basati i Briganti, non sono altro che una storicamente insignificante insurrezione popolare avvenuta tra il 1117 ed il 1121. Una ribellione che riesce a sottrarsi al potere centrale per quattro anni chiaramente non è cosa da poco, ma le ribellioni sono moneta corrente nel contesto allargato della storia della Cina ed inoltre i Song all'epoca avevano ben altri problemi a cui pensare: i bellicosi Jurchen infatti premevano da nord e di lì a poco, nel 1127, avrebbero conquistato la capitale Kaifeng, concludendo il regno dei Song Settentrionali e costringendo la corte a scappare a sud per inaugurare il regno dei Song Meridionali.
Nondimeno non è difficile ipotizzare che l'immaginazione popolare fosse eccitata dalle imprese eroiche di coloro che riuscivano a sollevarsi contro un apparato percepito come corrotto e che opprimeva il popolo. Imprese eroiche che magari pur essendo slegate tra loro e nascendo come aneddoti autonomi ed indipendenti, finivano poi per confluire in un unico calderone a costituire la trama di un unico romanzo. I Briganti in fondo è questo, una storia in cui per buona parte del libro sono narrate le eterogenee avventure di diversi fuorilegge, che per trarsi d'impaccio dai rispettivi guai trovano rifugio nella palude del Liangshan, dove fondano una banda che lotta contro la prevaricazione del potere e protegge i deboli. Oggi si parlerebbe di terroristi...
I fuorilegge sono chiaramente individuati come i buoni, che devono la loro caduta in disgrazia o perché hanno commesso un errore, oppure perché incastrati dalla malvagia autorità. Nel primo caso l'incidente è causato da un raptus o commesso in stato di ubriachezza (p.359 e seguenti; solo l'alcol infatti può scalfire l'integrità degli eroi!), mentre nel secondo, spesso e volentieri c'è lo zampino di un personaggio femminile caratterizzato da un'intrinseca malignità (in almeno sei distinte occasioni: p.214, cap. 32 e seguenti, 417-437, 454, 480, 589!). La strisciante misoginia che alberga nel romanzo è solo una parte del messaggio confuciano. Anzi, il romanzo trasuda confucianesimo da tutti i pori (chiaro indizio dell'estrazione dell'autore): la subordinazione fra fratello maggiore e fratello minore (p.127) o fra padre e figlio (p. 307 e 310), la liceità di rubare ai ladri (p.127) o più in generale di ribellarsi contro superiori che tradiscono la volontà del Cielo con la loro empietà (pp. 7-8, 20, 55, 79-80, 257, 267, 453, 479 a dir poco), sono precetti che sublimano nella massima del capo Chao Gai, "fedeltà e obbedienza ai capi sono per noi legge suprema verso l'alto; benignità, clemenza e rispetto per la popolazione, legge suprema verso il basso" (p.514). Né sorprende che la combriccola di masnadieri sia composta da personaggi - chi più, chi meno - carismatici. Carisma e leadership sono una coppia di talenti che porta alla naturale aggregazione di figure positive, perché rappresenta la virtù che lega direttamente al Cielo e sanziona la condotta delle proprie azioni (analogamente al Liu Bei dei Tre Regni).
Così come i buoni sono i fuorilegge, i cattivi sono i rappresentanti dell'autorità centrale. Beninteso, l'autorità centrale, diretta emanazione del Cielo, è continuamente osannata e rappresenta l'ideale condiviso per cui si battono i briganti. Purtroppo, procedendo verso la periferia, l'autorità è via via sempre più lontana dal centro per mantenere inalterata la sua purezza e quindi si contamina con gli abusi e arbitrii di coloro chiamati ad esercitarla. La corruzione è all'ordine del giorno e le invettive contro i burocrati non si contano: "Con il denaro ci si apre la strada fino agli spiriti e agli dei: che miseria!" (p.80), "ex-mandarino, ipocrita con faccia da galantuomo" (p.453), tanto per dirne un paio. Nemmeno il clero viene risparmiato (p.479). L'autorità locale inquina chi le sta intorno. Quelli che le obbediscono o sono individui esecrabili che meritano la morte o sono eroi mal consigliati, che rinsaviranno solo esposti all'idealismo dei fuorilegge e ne andranno ad ingrossare le fila. Per lo più il primo gruppo consta di meschini burocrati civili, mentre il secondo è rappresentato da funzionari militari che una volta sottratti alla nefasta influenza dei primi, cessano di essere dei vigliacchi. Curioso come venga sistematicamente esaltata un'attitudine fisica a scapito di quella intellettuale, quando in realtà gli esami per il mandarinato vedevano un'incontrastata supremazia di quest'ultima. Fa parte di una semplificazione del messaggio confezionato in maniera tale da poter essere compreso anche da una vasta platea popolare. I Briganti nasce come probabile rielaborazione di racconti popolari, naturalmente semplici ed edificanti, in cui l'immedesimazione nei protagonisti fosse immediata. Il pensiero corre spontaneamente agli otogizoshi (anche se forse è piuttosto il contrario :P), anche perché è l'autore stesso a presentare l'opera come sintesi delle chiacchiere con i suoi amici (p.1-2), un elogio della conversazione insomma.
Naturalmente, dipingendo così negativamente l'apparato, questo romanzo non poteva che essere malvisto. Ufficialmente non lo si considerava perché troppo volgare; è in vernacolo dopotutto. Per gli spocchiosi neoconfuciani di epoca Ming e Qing, tanto più incomprensibile ed artificiosa era un'opera, tanto più colta appariva ai dotti. I pigri intellettuali europei mainstream non batteranno ciglio di fronte ad una simile impostazione, tanto da scoprire molto tardivamente questo gioiello (p. XIX). Molto più prosaicamente, consapevoli della virulenta carica rivoluzionaria, si faceva di tutto per ostacolare la diffusione del libro, dal sconsigliarlo come "lettura perniciosa per i giovani" (non mi ricordo dove l'ho letto...) a punire e multare coloro che fossero sorpresi con una copia dell'opera.
Riassumendo, si tratta di un gran bel libro. Unica nota dolente: l'edizione. I Millenni Einaudi sono delle edizioni di lusso e questa non fa eccezione: copertina rigida, buona carta, rilegatura come Dio comanda (uno di quei libri che stanno aperti senza usare il piede di porco!) e deliziose illustrazioni a colori che... Non c'entrano un accidente col romanzo! Le illustrazioni sono del 18° secolo, stampe popolari NON tratte dal romanzo, che però ben s'adattano all'animo tumultuoso degli eroi del romanzo (p.XX). Ma che gli costava agli editor mettere una qualche bella xilografia tratta dalle edizioni originali? Per non parlare poi dell'adattamento: l'ennesima traduzione dal tedesco di Kuhn. Ok, mi sono già fatto fregare una volta con Scimmiotto e ciò nonostante ero pronto a tollerare arcaismi ("aperse" invece di "aprì") o l'indigesta traslitterazione Wade-Giles (desolato, ma non riesco ad abituarmici). Però il contenuto temo sia stato parecchio stravolto. A cominciare dal titolo: d'accordo che i briganti sono i protagonisti, però "sul bordo dell'acqua" (o variazioni) secondo me suona meglio, anche perché è la palude la vera protagonista della storia, quale simbolo-contenitore di tutti gli altri personaggi.
Ad onor del vero Kuhn nella prefazione dichiara che ha sacrificato un adattamento letterale per cercare invece di ricreare per un lettore occidentale le emozioni scaturite in un lettore cinese (o per venire incontro alle nostre limitate capacità mentali; che dir si voglia). Fatto sta che sono stati saltati i primi due capitoli e i cap. 23-32. Poi, il romanzo termina al cap. 58 (o 71 a seconda che si consideri l'originale da 100 o 120 capitoli) con un epilogo di sette pagine che riassume la parte mancante, quasi mezzo romanzo! Ci sono rimasto molto male e consiglio quindi un'altra edizione, magari http://www.anobii.com/books/Outlaws_of_the_Marsh/978711… che avrà un titolo altrettanto discutibile, ma almeno ha il pregio di essere una traduzione integrale. Se poi qualcuno ha delle proposte migliori, ben vengano. :-)
Armi, acciaio e malattie
Vedi
http://www.anobii.com/books/Armi,_acciaio_e_malattie:_s…
Courage and Honour
Graham McNeill è sempre una sicurezza nel mediocre panorama BL. Finalmente dopo tante storielle di profilo estremamente basso, si riesce a leggere qualcosa di decente. Sarà pure la versione economica di un libro uscito l'anno scorso, il che vuol dire riscaldare la vecchia minestra invece di proporre ... (continue)
Graham McNeill è sempre una sicurezza nel mediocre panorama BL. Finalmente dopo tante storielle di profilo estremamente basso, si riesce a leggere qualcosa di decente. Sarà pure la versione economica di un libro uscito l'anno scorso, il che vuol dire riscaldare la vecchia minestra invece di proporre qualcosa di nuovo, però non è affatto male e, soprattutto, risolleva le sorti della saga dopo l'infelice sbandamento di Killing Ground. Killing Ground infatti rappresentava un campanello d'allarme, con un plot che non riusciva a mantenersi allo stesso buon livello di Dead Sky Black Sun. Courage and Honour, magari senza la stessa intensità, si avvicina invece a Dead Sky Black Sun.
Courage and Honour, al di là del titolo roboante (come se alla BL ce ne fossero che non lo sono), è la consueta miscela di elementi narrativi, che una volta tanto sono ben dosati: la storia torna in carreggiata, il plot è corale quanto basta da offrire diversi punti di vista senza diluire troppo il filone principale ed ovviamente i bossoli di bolter s'impilano che è un piacere.
Dunque, il capitano Uriel Ventris riesce infine a tornare a casa dopo aver completato la sua espiazione. I suoi commilitoni tra l'incredulo ed il diffidente lo riaccolgono tra i loro ranghi. Già qui c'è una nota di originalità nella prosa di McNeill: nonostante tutta la buona volontà Uriel non riesce a farsi riaccettare senza riserve e sono diversi in seno al Chapter a tenerlo d'occhio temendo che non sia completamente redento. E' piacevole leggere le ansiose riflessioni ed elucubrazioni dei capi del Chapter, che a dispetto dell'evidenza dei fatti, faticano ad accettare il ritorno del coraggioso capitano. E' un soggetto interessante che accompagnerà la storia per tutto il libro, riafforando qua e là man mano che Uriel si riconquista la fiducia degli altri Ultramarines. McNeill non insiste più di tanto, ma quanto basta per mantenere presente la questione sullo sfondo e per segnalare i progressi sulla via della riabilitazione definitiva del capitano della Quarta Compagnia. Fin qui, la prima parte del racconto.
Si passa poi alla seconda. Qui, il grosso elemento che costituisce la maggior iniezione d'interesse è rappresentato dall' avversario degli Ultramarines: una volta tanto non abbiamo crudeli seguaci del Chaos né selvaggi Orchi, bensì gli sfuggenti Tau. Quante sono le storie che vedono come antagonisti i Tau? Molto poche. A parte la coppia di libri Star of Damocles e Rogue Star, l'unico altro libro che mi viene in mente è uno di Chiapas Cain (anche se non ricordo quale). Inoltre, mentre in questi libri i Tau sono avversari da battaglia spaziale, oppure da scaramuccia minore, in Courage and Honour diventano il poderoso nemico da battaglia campale, tratto narrativo in cui McNeill da il meglio indubbiamente!
I Tau, con i loro modi sinuosi a favore del Greater Good, cercano di sfilare il pianeta Pavonis dalle grinfie imperiali. I loro manierismi non incantano nessuno ed ovviamente si va alla guerra. McNeill è un maestro nel descrivere scontri colossali di dimensione epica. Guardie Imperiali contro Fire Warriors, Space Marines contro Battlesuits, Leman Russ contro Hammerheads; su tutti torreggia il ciclopico Baneblade dell'ufficiale in comando del pianeta imperiale. Nelle pagine in cui compare, le scene descritte sono così vivide che le vibrazioni dei cingoli si sentono nelle gengive! Anche a costo di rubare la scena a Uriel & compagni! In realtà si tratta di uno dei più spettacolari cammei del racconto. Gli Ultramarines sono i protagonisti, questo è certo, però le sottotrame che arricchiscono la storia, in diversi casi non sono solo pagine zavorra: micro-storie che nascono e muoiono all'ombra di quella principale sono un marchio di fabbrica BL. A volte non aggiungono nulla ed anzi tolgono spazio ai veri protagonisti, altre invece s'incastrano bene, spezzando il ritmo senza rovinarlo ed introducendo quelle varianti che esulino dalla consueta routine, che in questo caso assume la forma dell'irresistibile assalto degli Space Marines. I vari innesti con le testimonianze privilegiate di che partecipa alla battaglia, non fanno altro che arricchire la narrazione principale, con molteplici punti di vista che possano rendere meglio l'atmosfera dello scontro, oppure, qualora si tratti di uno scontro in un altro punto del pianeta, rende l'idea della vastissima estensione del fronte.
Le battaglie sono un tratto narrativo in cui l'autore eccelle. Come altri libri, ha il buongusto di allegare nelle pagine iniziali le mappe dei teatri dello scontro. E' una goduria saltare dalla lettura a queste mappe per ripercorrere con gli occhi le pagine appena lette, immaginarsi l'assedio dei Tau che si scagliano contro le difese della città di Olzetyn e gli scontri casa per casa che ne seguono. E' la stessa eccitazione che mi diede Tempesta di Ferro, quando all'epoca non leggevo ancora gli originali e mi accontentavo delle traduzioni Hobby & Work.
A proposito degli adattamenti Hobby & Work, traccio un ulteriore linea di collegamento con un altro libro tradotto anni fa': Nightbringer. E' il primo della saga di Uriel Ventris, ma i tratti comuni non si esauriscono in questo. In quel libro la storia era ambientata proprio sullo stesso Pavonis. Ed infatti sporadicamente si allude all'altro racconto. Nulla di particolareggiato; Uriel si limita in questi passaggi a ricordare il contesto che lo portò su questo pianeta l'altra volta. Potrebbe pure risultare un espediente efficace per chi volesse leggersi anche l'altra storia....
Il risultato finale di Courage and Honour lo si può facilmente intuire. Ciò che è meno scontato è la successione di eventi che portano alla sua maturazione. A dire il vero non si respira mai nel racconto quell'aria di disperazione che accompagna missioni apparentemente destinate a fallire. Dall'inizio alla fine il pacato contegno di Uriel, scandisce fin da subito il ritmo e più che altro svela già la direzione in cui si muove la storia. Non per questo si finisce per annoiarsi, anche se ammetto che qualche volta l'atteggiamento dell'eroe possa risultare irritante nella sua sicumera. Si tratta di una sensazione impercettibile, grandemente smussata dal basso profilo adottato dal capitano Ventris per riprendere l'autorità negatagli dal suo recente passato.
Insomma, un buon libro che conferma ancora una volta il grado di "mostro sacro" che McNeill ha nell'ampio paesaggio del 40k.
Storia del pensiero cinese - Volume 2
Questo libro, oltre a proseguire e concludere il discorso sulla storia del pensiero cinese, consente di fissare meglio i concetti espressi nel libro precedente, rinforzandoli alla luce delle speculazioni successive.continue)
Laddove il primo libro è caratterizzato da un taglio frammentato e da contenuti eter ... (
Questo libro, oltre a proseguire e concludere il discorso sulla storia del pensiero cinese, consente di fissare meglio i concetti espressi nel libro precedente, rinforzandoli alla luce delle speculazioni successive.
Laddove il primo libro è caratterizzato da un taglio frammentato e da contenuti eterogenei, questo è molto più compatto ma anche più denso e più difficile. Nel primo libro, seguendo un filo non sempre cronologico, erano illustrati confucianesimo, taoismo, le loro filiazioni e le correnti coeve e concorrenti nelle concezioni che portavano avanti. Gradualmente i vari filoni di pensiero convergono e si contaminano, ma se questo da un lato permette di concentrarsi su un numero più contenuto di fronti, dall’altro, l’armonizzazione di concetti molto lontani tra loro, obbliga ad uno sforzo supplementare nel cercare di raccordarli.
L’ultimo capitolo del primo libro è una preparazione del terreno al contenuto del secondo. Dopo il crollo degli Han sia il confucianesimo che il taoismo, assumono una dimensione più introspettiva ed individualistica, spianando la strada al buddhismo. Il buddhismo cinese è il primo dei due nuclei del discorso del presente volume. Se il periodo storico degli Han costituisce con la sua incertezza, il varco per il buddhismo, l’appiglio intellettuale è garantito dal taoismo. La “regola del Bodhisattva”, che pone l’accento sull’altruismo totale, sulla compassione universale e sulla ferma risoluzione di salvare tutti, ebbe un’eco tale da comparire anche nelle scritture taoiste. E’ un messaggio facile e immediato, comprensibile da chiunque. La salvezza universale accessibile a chiunque è una novità nel pensiero cinese. Il concetto di karma e di rinascita condivide col taoismo la convinzione degli effetti sui discendenti di determinate azioni intraprese da ciascuno. Ma, mentre il taoismo ne fornisce una chiave interpretativa collettiva, il buddhismo introduce la novità della responsabilità individuale.
Il buddhismo in Cina si diffonde in tre fasi: nella prima (III-IV secolo) si confonde con la cultura indigena, con la seconda (V-VI secolo) torna ad essere identificato nelle sue origini indiane e infine sotto i Tang (VII-VIII secolo) riprende a sinizzarsi per essere infine assimilato. E’ in quest’ultima fase che il buddhismo propriamente cinese produce elaborazioni autonome fondamentali tra cui la scuola Tiantai ed il buddhismo Chan. La scuola Tiantai, predicando una buddhità accessibile in questa vita, porta una cesura nell’interpretazione del buddhismo. Fino ad allora aveva prevalso la concezione indiana, secondo la quale occorrono eoni per assurgere alla buddhità. Questo ovviamente mal si concilia con la pratica mentalità cinese che pretende di vedere subito i risultati degli sforzi compiuti. Il Tiantai è rappresentativo della sinizzazione del buddhismo in quanto conferisce all’assoluto un’accezione immanentistica, assumendo una direzione opposta alla visione trascendentale indiana. Ancora più dirompente è il buddhismo Chan che, a partire dai due successori del fondatore della setta, riesce a far convivere le due opposte concezioni d’illuminazione graduale e illuminazione istantanea. Il Chan è la forma più originale, ma anche duratura, del buddhismo cinese perché, a differenza di altre scuole, non ha un carattere spiccatamente religioso. Il Chan, sarà l’unico ad essere risparmiato dalle persecuzioni contro il clero parassita e, questa sopravvivenza gli consentirà di diventare il principale riferimento buddhista nella rifondazione del neoconfucianesimo.
Il buddhismo rappresenta una spiritualità universale nella sua dimensione introspettiva. Peraltro, lo spirito, concepito come vuoto, si contrappone nettamente all’idea confuciana, e segnatamente menciana, che la natura umana possiede dei germi innati di moralità. Per la pratica cultura cinese, negare il desiderio e la concretezza di una vita fu come minimo un anatema. L’altro grosso contrasto col confucianesimo ha luogo rispetto alle relazioni: laddove il confucianesimo propugna la saldezza dei legami di clan, il buddhismo prospera nell’autonomia rispetto ad un ordine sociale. In particolare il culto legato alla famiglia non poteva che cozzare con la pratica del celibato, incoraggiata per i monaci buddhisti. Sono questi due motivi a fare del buddhismo un’immensa sfida agli schemi istituzionali e concettuali accettati da secoli dalla tradizione confuciana e provocarne il radicale rinnovamento. Il neoconfucianesimo è questo: ripensare il confucianesimo alla luce dell’apporto dato dal buddhismo. Il fatto che i confuciani non possano prescindere dal buddhismo la dice lunga sia sul radicamento di questa ideologia straniera, sia sul profondo grado d’assimilazione effettivamente raggiunto. Il santo, archetipo d’uomo buono per Mencio, viene a sovrapporsi con la figura del Bodhisattva. Ciò che spariglia le carte è il Chan: con la sua prorompente illuminazione istantanea, obbligava a ripensare completamente il rapporto fra conoscenza ed azione.
Si passa quindi al secondo tema del libro: il processo di ripensamento del confucianesimo che, faticosamente, per l’irruzione del buddhismo nella cultura cinese, deve ritrovare una sua collocazione armoniosa all’interno del panorama culturale. Il processo avviene per tappe e finalmente si capisce il motivo dell’esposizione apparentemente disordinata di certe nozioni. Ancora più che nel primo libro, diventa chiaro il motivo per cui l’autrice sembri anticipare dei contenuti o quanto meno li collochi a prima vista fuori contesto (citare Zhu Xi un paio di capitoli prima che se ne parli non aiuta molto a comprendere il discorso senza un minimo di contestualizzazione ulteriore). Analogamente, si capisce a posteriori l’enfasi posta sulle idee concorrenti alle più importanti in ogni epoca: ogni tradizione di pensiero, finisce per collocarsi grosso modo in contrapposizione a quella caratterizzante l’epoca precedente, ma così facendo finisce per attingere a quella minoritaria della stessa epoca, che era a sua volta concorrente della maggioritaria coeva. Tagliando con l’accetta, si può stabilire una continuità del discorso che procede a fasi alterne. Ogni istanza porta avanti le idee non della concezione precedente, ma di quella ancora prima e fornisce materiale non per la successiva ma per quella ancora dopo. In realtà non bisogna pensare la sequenza dei pensatori che si succedono come irrimediabilmente opposti. Tutti concorrono ad arricchire la riflessione neoconfuciana, ognuno evidenziando però una sfumatura diversa che impedisce di porli in stretta continuità nonostante la correlazione reciproca.
Il processo di ridefinizione del confucianesimo comincia nel caotico panorama intellettuale dei Song e dura per secoli. Si riscopre Mencio e l’idea che la natura umana sia originariamente buona, e che il male compaia soltanto nel contatto con il mondo esterno. Mentre taoismo e buddhismo concepiscono questa influenza esterna come corruttrice, l’etica confuciana rende l’uomo pienamente responsabile. A causa del buddhismo con la sua impietosa diagnosi sulla condizione umana, non si è più sicuri che la natura umana sia buona e, come corollario, che sussista la naturale tendenza alla santità. E’ un percorso tortuoso che, parte dal Culmine Supremo (太極, taiji) di Shao Yong (1012-77), si snoda attraverso Zhou Dunyi (1017-73), il qi (氣) unificante di Zhang Zai (1020-78) e i ragionamenti sul Principio (理, LI) di Cheng Yi (1033-1107), fino a trovare sintesi nel massimo esponente del neoconfucianesimo, Zhu Xi (1130-1200). Zhu Xi sanziona definitivamente l’eredità di Mencio, segnatamente nella riflessione sulla natura umana, sui fondamenti della moralità e sulla posizione dell’uomo nel cosmo. Il suo lavoro costituirà per parecchi secoli un limite intellettuale invalicabile, diventa ortodossia di Stato durante il XIII secolo e rimarrà tale fino al XX.
Se sotto i Song si ristabilisce il legame fra Uomo e Cielo, con i Ming nasce l’esigenza di rifocalizzarsi sullo spirito (心, xin). Tale intento ha il suo culmine nella fase centrale della dinastia grazie all’opera di Wang Yangming (1472-1529). Nel suo pensiero la tensione fra ricerca spirituale e neoconfucianesimo ufficiale si acuisce fino a sfociare in una dichiarata incompatibilità. Wang Yangming corregge l’orientamento eccessivamente intellettualistico della corrente Cheng-Zhu con un innatismo menciano che si sposa all’intuizione Chan in una comune concezione del cuore/animo. Nel pensiero cinese, il problema principale non si disloca nella relazione fra fatto e norma, fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, quanto piuttosto fra conoscenza ed armonia: è possibile sia agire senza conoscere (posizione taoista), sia agire conoscendo (posizione confuciana). Ecco spiegata la fascinazione per la conoscenza confuciana (la santità). L’unità della conoscenza e dell’azione è da sempre al centro dell’interesse dei confuciani. Per Zhu Xi la sintesi della conoscenza e dell’azione è il risultato di uno sforzo costante, per Wang Yangming tutto è dato fin da subito. Allorché la morale è colta con intenzione autentica, il problema del male cade da sé.
Il pensiero cinese, dopo sei secoli di macerazione riesce infine a riconciliare buddhismo e confucianesimo nel neoconfucianesimo, e la raffinatezza del pensiero neoconfuciano raggiunge l’apice con Zhu Xi e Wang Yangming. Dopo di loro comincia un inarrestabile declino e la rovinosa caduta dei Ming porta ad una crisi d’identità culturale di portata analoga a quella successiva alla caduta degli Han. Nella disperata ricerca di punti di riferimento culturali per resistere al decadimento dell’impero, prima schiacciato dal giogo mancese, e dopo messo in pericolo dall’aggressività degli occidentali, gli intellettuali s’aggrappano istericamente alla figura di Confucio. Il neoconfucianesimo è rifiutato in blocco ed i pensatori si dedicano disperatamente allo studio tradizionale dei Classici, simbolo di resistenza antimancese all’inizio e antioccidentale in seguito. Dai Zhen (1724-77) è paradigmatico: si rivolge ai Classici nonostante sia ormai consapevole che lì non troverà le risposte sul perché la Cina abbia fatto una fine così ingloriosa. Pur spingendosi all’estremo, lo spirito critico di Dai Zhen non si applica tuttavia che all’interno della tradizione, senza mai rimetterne radicalmente in causa i fondamenti. Ha però il fondamentale merito di introdurre una crepa, e ci penseranno dei pensatori successivi a proseguire il lavoro, smontando l’aura di sacralità che circonda i Classici. Il confucianesimo ha ormai perso il potere d’autoriprodursi nelle classi colte come sistema valido di credenze e di valori.
Conclusa la lettura di questo libro, oltre ad avere ottenuto una grossolana infarinatura di pensiero cinese, ho rivalutato molto il primo volume, che a suo tempo giudicai frettolosamente come troppo incasinato. Questi due libri si completano, non solo come contenuti, essendo uno il proseguimento dell’altro, ma soprattutto perché, grazie al riordino dei concetti espressi nel secondo libro, si riesce infine a guardare con un’ottica meno smarrita quelli del primo.
Sons of Dorn
***This comment contains spoilers! ***
Semplicemente terrificante! Ogni tanto migliora e prova a diventare solo brutto, ma non c'e' nulla da fare. Era da tanti libri che la BL non pubblicava qualcosa di cosi' orrendo sul fronte del 40K.continue)
Non so proprio da dove cominciare a scrivere per raccontare cio' che mi ha colpito (negativamente), qu ... (
Semplicemente terrificante! Ogni tanto migliora e prova a diventare solo brutto, ma non c'e' nulla da fare. Era da tanti libri che la BL non pubblicava qualcosa di cosi' orrendo sul fronte del 40K.
Non so proprio da dove cominciare a scrivere per raccontare cio' che mi ha colpito (negativamente), quindi mi limito a procedere secondo l'incedere della storia.
Innanzitutto la narrazione comincia e non e' nemmeno 40K, ma fantasy puro e dei piu' banali. Le prime cento pagine (un quarto del libro!) le ho sfogliate saltando un paragrafo su due. A giudicare dal titolo ci sarebbe da aspettarsi una storia sugli Space Marines, ma dopo l'insipido prologo ci si ritrova su un campo di battaglia medioevale dove si scontrano tre fazioni, o meglio, due se le danno di santa ragione, mentre la terza aspetta di scoprire quale rimarra' in piedi per finirla, cercando di sfruttare la stanchezza accumulata dall'avversario. Punti di vista privilegiati di ciascuna fazione sono altrettanti guerrieri adolescenti che smaniano per un battesimo del sangue che nella loro zucca dovrebbe traghettarli allo stato adulto. Vabbeh. La cosa piu' squallida non sono tanto i grotteschi aneliti sanguinari di questi adolescenti, ma lo spudorato tentativo di innescare l'immedesimazione col presunto lettore target BL. Poi, nel bel mezzo della battaglia cominciano ad atterrare delle Thunderhawk, da cui escono degli Imperial Fists nell'incredulita' dei belligeranti. Nulla di strano: e' tipico degli Space Marine andare a cercare nuove reclute da iniziare durante uno scontro cruento, cosi' gli si risparmia l'inutile fase di preselezione in cui gli aspiranti si scannano fra loro per essere short-listed. Ah, dimenticavo: i tre protagonisti sono ovviamente legati da debiti di sangue e vendette incrociate, con uno che ha accoppato il maestro del secondo, che a sua volta ha ucciso il padre del terzo. Ha del comico tutto cio', visto che i tre fanno di tutto per essere selezionati e rimanere uniti con lo scopo di vendicarsi piu' avanti.
Dopo questa imbarazzante scena iniziale ci si sposta nella nave-fortezza degli Imperial Fists, dove viene propinato il soporifero addestramento e indottrinamento degli aspiranti. Grande enfasi e' posta sulle punizioni corporali e, d'accordo che i Marines conducono una vita monastica, pero' era proprio necessario buttarla sul sado-maso??? A Chris Roberson non e' venuto in mente nulla di meglio? E soprattutto, come puo' la BL tollerare un abbassamento del gia' scarso livello delle sue pubblicazioni? Risposta: finche' ci sono polli come il sottoscritto che comprano le loro schifezze, possono certo permettersi di pubblicare simile robaccia. Ma con moderazione, per pieta'!
Passano quattro anni e i protagonisti adolescenti sono stati addestrati e rimodellati fino a farli diventare degli scout. Bene. E abbiamo passato la meta' del libro. Ora che succede? Finalmente un po' d'azione: gli Imperial Fists sono chiamati a riconquistare un pianeta caduto nelle mani del Chaos e precisamente nelle grinfie degli Emperor Children. Wow, marines contro marines. Promette bene. Ammesso e non concesso che i nemici dei protagonisti debbano sempre essere sconfitti, a seconda dell'autore, le mischie possono essere piu' o meno avvincenti senza dare fin da subito l'impressione che sara' a senso unico. Esattamente cio' che non fa Roberson. Si assiste quindi all'"epico" scontro fra trenta scout contro, bho, tot cultisti. Finisce in un cappotto: dei cultisti non ne rimane in piedi uno, i protagonisti invece si salvano tutti o quasi. Questo e' niente, perche' piu' avanti, quando e' descritta la scena madre della storia, che prende forma di un assurdo assedio ad un'installazione imperiale, il lettore rimane a bocca aperta nel leggere di ben dieci scout che respingono l'assalto di migliaia di cultisti conditi con qualche Noise Marine e dei demoni, chiaramente delle Daemonettes. Almeno la loro descrizione e' stata azzeccata. Lo svolgimento della battaglia ha dell'incredibile: gli sparpagliati difensori riescono a tenere testa ad un'orda con un rapporto di 1 a 100, perche' da come la mette l'autore, sembra che gli attaccanti attacchino in fila indiana. Quando poi l'atmosfera si fa narrativamente insostenibile, ecco che la finzione viene smascherata: i difensori perdono terreno, si trincerano nei punti d'accesso dell'installazione e gli assalitori cominciano davvero ad attaccare in fila indiana!!!
Non c'è storia: qualcuno ci lascia anche le penne, ma i buoni vincono, coi tre gloriosi protagonisti che eroicamente difendono strenuamente persino il loro comandante ferito gravemente ed impossibilitato a partecipare alla scaramuccia. Infine, quando all'orizzonte si profila una terza ondata ancora piu' grande di quella appena sconfitta, al lettore e' risparmiato il colpo di grazia di un ulteriore racconto narcotizzante: dal cielo scendono i rinforzi che fanno a polpette i cattivi e vissero tutti felici e contenti.
Manca solo il gran finale: i tre protagonisti, forgiati dagli eventi e dalle battaglie sono promossi a Space Marines completi. Il loro comandante gli fa la ramanzina sui loro asti reciproci e regala a ciascuno una spada potenziata modificata secondo le rispettive culture di provenienza. Ci mancava solo che dicesse "Buon Natale", mentre il fruscio della carta dei regali e' reso magistralmente dall'innocente stupore dei tre. Al che i protagonisti decidono di accantonare le rispettive vendette. Se in futuro collaboreranno o meno in una seconda puntata, la cosa non mi riguarda perche' considero questo filone chiuso.
Chris Roberson scrive veramente male. Gia' con Dawn of War II ero rimasto molto perplesso: storia inesistente, figure piatte e battaglie tutt'altro che entusiasmanti. Un plot scarso non si nota neanche tanto, dopotutto e' il marchio di fabbrica, cosi' come le figure che lo animano: si tratta per lo piu' di macchiette che raramente hanno un profilo visibile e sviluppato. Se pero' pure le mischie sono insostenibili e gli eroi ridicoli, cosa rimane a questo libro? Secondo me nulla. Per riuscire a scrivere qualcosa di passabile, bisogna IMHO essere almeno in grado di creare uno scontro avvincente, che vada oltre la prospettiva di grado zero di singoli combattimenti dove gli avversari si attivano due per volta. Non dico di raggiungere le vette dei campioni della scuderia BL, ma tra il vuoto pneumatico di questo libro e le migliori pubblicazioni, esistono diverse sfumature intermedie di grigio.