Ho cominciato questo libro con molte aspettative. Chi l'aveva letto prima di me mi aveva parlato di un libro avvincente, coinvolgente... E io di tutto ciò, oltre la centesima pagina (di un tomone di 754, ed. TEA) non avevo visto nulla... E pensavo: qui è dura, arrivare alla fine! Un consiglio:
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Ho cominciato questo libro con molte aspettative. Chi l'aveva letto prima di me mi aveva parlato di un libro avvincente, coinvolgente... E io di tutto ciò, oltre la centesima pagina (di un tomone di 754, ed. TEA) non avevo visto nulla... E pensavo: qui è dura, arrivare alla fine! Un consiglio: se leggerete questo libro, dovete, e sottolineo dovete perché ne varrà la pena, tenere duro fino a pagina 228; oltre questo limite, una simile raccomandazione di strenua resistenza non sarà più necessaria. Il libro vi coinvolgerà, vi stringerà in maglie così strette che non potrete più mollarlo fino alla fine.
L'idea veramente originale di questo libro è quella di raccontare quattro volte la stessa storia. Quella che sembra un'oggettiva sequenza dei fatti acquista, in questo modo, sfumature sempre differenti. La banale realtà della prima narrazione (che non va saltata, anche se un po' noiosa, altrimenti non capirete niente!) è necessaria per poter comprendere le altre realtà delle successive. E la verità, ciascuna verità, sarà sempre diversa, eppure vera, come le successive reazioni chimiche di una serie di esperimenti successivi.
Inoltre, l'ambientazione storica (l'Inghilterra all'indomani della restaurazione della monarchia Stuart, nel 1664) è curata nel dettaglio, e non costituisce solo uno sfondo, ma è parte integrante nella storia. Il che può essere anche un limite: i personaggi sono numerosissimi, e questo, insieme ai riferimenti a vicende che possono non essere sempre esattamente presenti al lettore, possono creare un certo smarrimento. Ma, in ogni caso, non tale da inficiare a comprensione.
La regina dei castelli di carta è il meno soddisfacente, tra i volumi di Larsson. Rispetto al volume precedente, si viene subito proiettati in medias res, esattamente dove il secondo volume ci aveva lasciati. La storia si fa complicata, i personaggi da seguire sono decisamente troppi, e rischiano di
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La regina dei castelli di carta è il meno soddisfacente, tra i volumi di Larsson. Rispetto al volume precedente, si viene subito proiettati in medias res, esattamente dove il secondo volume ci aveva lasciati. La storia si fa complicata, i personaggi da seguire sono decisamente troppi, e rischiano di confondere. I pistolotti sulla polizia segreta hanno messo a dura prova la mia pazienza, e la prolissità dello scrivente è davvero insopportabile. Ora, ok che i morti bisogna lasciarli stare, ma la necessità avvertita da Larsson di ragguagliarci sulla storia di ciascun personaggio, e di documentare ogni singola volta in cui la data donna -sempre strafiga e ultra consapevole di sé e delle proprie attrattive - si porta a letto il tale o il tal altro ricorda un po' una certa tendenza sviluppatasi nelle prime opere di Moccia. Anche se il paragone di Larsson, scrittore prolisso e un po' voyeur, ma che un bel po' di mestiere ce l'aveva, con l'imbrattacarte Moccia è un'ingiustizia e un colpo basso da parte mia, lo riconosco.
Ora occhio, eh, che entro nel merito e mi metto a fare spoiler. Siete avvisati. La dicotomia tra personaggi buoni e cattivi è ingenua e semplicistica. Insomma, da una parte abbiamo genete matura e consapevole, con preferenze sessuali oneste ed esplicite, che per far trionfare la verità si rende colpevole di molti abusi. Ma sempre onestamente, eh. Dall'altra abbiamo una serie di malvagi pasticcioni, spesso con inquivocabili tendenze pedofile e misogine, che compiono ogni abuso possibile per far trionfare il male. Ma sempre disonestamente, eh. Diciamo che ricorderemo Larsson come un gran tessitore di trame (davvero, onore al merito: sono talmente complesse che anche per l'autore sarà stato difficilissimo non predere il filo) che per la sua finezza nel tratteggiare la psicologia dei personaggi. Il protagonista Blomkvist è sempre più insopportabile, e riesce davvero difficile capire come sia in grado di portarsi a letto ogni donna che passi nelle sue vicinanze.
In quest'ultimo romanzo poi la trama ha delle falle che io trovo notevoli, che solo il ritmo incalzante del racconto riesce a coprire. Innanzitutto, come è possibile che degli agenti segreti consumati come 'i cattivi' siano tanto ingenui da non accorgersi che Blomkvist & Co. abbiano capito di essere sorvegliati e li stiano gabbando? Questo non è credibile. Come non è credibile che a Blomkvist & Co. con la solita scusa della 'protezione delle fonti' possa attingere pienamente a dati riservatissimi, protocollatissimi, violando la privacy di questo e di quello, senza che tutto questo infastidisca la polizia, e senza che tutta questa segretezza non renda i reportages di Millennium una marea di storie incredibili. Anche la descrizione del processo finale è alquanto dubbia. Non conosco le leggi svedesi, ma il ribaltamento di una situazione incasinatissima è gestito dal giudice in maniera alquanto sportiva. Questa giustizia leggera piacerebbe certo a coloro che vogliono manipolare i processi a loro favore. Le ultime cinquanta pagine sono, francamente, inutili e mal scritte. Specie se si arriva dopo la volata finale, dopo aver letto in un solo fiato le centocinquanta precedenti. Magari nei romanzi successivi ci sarebbe stato qualche sviluppo sulla famosa sorella di Lisbeth, Camilla, che nel terzo volume resta un nome e poco altro. Chi lo sa...
Trovo che Larsson sia stato capace di creare trame coinvolgenti ed accattivanti, e che nei primi due romanzi questo ne abbia fatto un grande autore di best sellers. Nel terzo batte decisamente la fiacca, anche se mostra comunque un notevole talento nello sbrogliarsi da complicatissime situazione da lui stesso create. Mi riesce difficile credere come avrebbe potuto continuare la serie fino al decimo libro. Ma penso che avesse le doti per stupire anche una cinica come me, e tenermi incollata al decimo libro come al primi fino alla sua ultima - milionesima - pagina.
Non si parlerà mai abbastanza di questo volume, che l'amico che me l'ha regalato ha definito 'un libro illuminato'. Ed in effetti, ci vuole una forte illuminazione interiore per mettersi a scrivere un libro del genere, decidendo scientemente di correrne i rischi connessi.
Non si parlerà mai abbastanza di questo volume, che l'amico che me l'ha regalato ha definito 'un libro illuminato'. Ed in effetti, ci vuole una forte illuminazione interiore per mettersi a scrivere un libro del genere, decidendo scientemente di correrne i rischi connessi.
Gomorra è l'intrecciarsi di una rete infinita di storie diversissime, un susseguirsi di minuscoli ritratti accomunati dalla sottile, perversa, banale abiezione del vivere criminale. Un vivere che si veste, è vero, della spettacolarità delle ville di alcuni boss, ma che per lo più si diluisce nel quotidiano, nell'espressione e nell'esistenza di ciascuno. Anche di chi con la camorra, e l'associazione mafiosa, ha poco a che fare, e non ne è colpevole se non nella misura in cui ogni italiano, direttamente o meno, deve una parte del proprio benessere all'azione lontana o vicina della camorra, e della sua imprenditoria clandestina.
Quello costruito da Saviano è un carosello dell'orrore, dell'orrore straordinario dei corpi fatti esplodere nei pozzi, e di quello quotidiano dei rifiuti mal smaltiti, delle tasse non pagate. Quando sui gionali sentiamo i nomi di Casal di Principe, Secondigliano, Scampia - per lo più collegati ad eventi criminali - non abbiamo, noi che lì non viviamo, che una pallida idea di quello che veramente succede, di come lì si vive. Abbiamo davanti solo uno sfocato fermo immagine, un fotogramma che seleziona abilmente quello che dobbiamo vedere, senza farci vedere il vero orrore, quello che ha il nostro nome, quello che non fa rumore, che ci coinvolge tutti. Come quel corpo, fuori da quella salumeria era scavalcato, ignorato, aggirato nell'indifferenza generale di chi preferisce vedere solo il volto dell'assassino, e non l'omertà che lo circonda, così il Sud Italia è un corpo morto, maltrattato, e martoriato, che si può anche fare finta di non considerare cosa nostra. Poi - e per fortuna - arrivano libri come Gomorra a dare una panoramica, la prospettiva dell'intero orizzonte degli eventi.
Quello di Saviano dovrebbe diventare un classico del nostro tempo. Dico dovrebbe, perché ora come ora non è possibile. Un classico, un libro da leggere a voce alta nelle scuole, deve essere un modello non solo - come è - di impegno civile, ma anche di lingua. E lo stile di Saviano non è adatto. Se non fossi cosciente di tirarmi dietro le ire degli ammiratori di questo giovane giornalista (il cui coraggio, la cui determinazione, il cui intento io ammiro per prima, intendiamoci) direi che la sua prosa non solo non fa di lui un buon giornalista, ma che farei fatica ad accettare in un tema di maturità: ripetizioni, imprecisioni, disordine formale, una punteggiatura che spesso non è a posto, frasi ridondanti e spesso infarcite di espressioni banali, trite, abusate. E non dite che faccio la maestrina, che quello è giornalista, ed è responsabile del buon parlare degli italiani come e più di un docente.
Il libro di Saviano è talmente immediato che sembra la brutta copia di se stesso. Che sembra essere stato scritto così, di getto, e subito dato alle stampe, senza il consiglio di un editor, un correttore di bozze... E capirei se la casa editrice fosse la Pinco Pallino s.p.a., ma qui leggo 'Mondadori', non mi sembrano proprio gli ultimi arrivati. Insomma, ci vuole una pulita. E ci vuole anche un'altra cosa (e forse qui sarò veramente sola): le fonti! Le note a piè di pagina, a fine del libro, dove cavolo vi pare, che indichino le fonti di giornali, articoli di cronaca, quando ci sono. Che mostrino oltre al lavoro 'sul campo', anche tutto il lavoro di archivio e di consultazione che sicuramente l'autore avrà fatto, che diano l'idea di come l'indagine di Saviano sia stata profonda, accurata. Che facciano vedere che la cosa era proprio tra le pagine dei giornali, spezzettata in migliaia di parole, che il giornalista è riuscito a ricomporre.
Così sistemato, io credo, il libro sarà una bomba. Così com'è, è un'opera incompiuta.
Nel 2005, American Psycho è stato tradotto nel nostro idioma, a quattordici anni dalla pubblicazione. Proprio da Culicchia. E siccome, vi dicevo, American Psycho è quello che nei salotti della cultura radical chic si definisce 'una figata pazzesca', il detto Culicchia ha pensato bene di farne l
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Nel 2005, American Psycho è stato tradotto nel nostro idioma, a quattordici anni dalla pubblicazione. Proprio da Culicchia. E siccome, vi dicevo, American Psycho è quello che nei salotti della cultura radical chic si definisce 'una figata pazzesca', il detto Culicchia ha pensato bene di farne la versione italiana. E così nasce Brucia la città.
E' la storia di Iaio, un dj sulla cresta dell'onda, artigiano del divertimento nella Torino che conta. Una città travolta dallo squallore e dalla corruzione. Dalla cocaina, e dal vizio. Iaio si muove, sulla scia di innumerevoli piste di coca, tra orge, feste, umanità omologata e squallore inomologabile. Alla ricerca di... chissà se lo sa. almeno lui.
Il tributo nei confronti di Patrick Bateman, il protagonista di Ellis, è evidente. Anzi, con tutto che Brucia la città non è un brutto libro, stiamo sull'orlo del plagio. Patrick e Iaio hanno la stessa morbosa attenzione per i vestiti, lo stesso irrimediabile complesso di inferiorità e di invidia nei confronti dei colleghi, lo stesso disprezzo per il mondo che li circonda. Hanno delle fisse, delle ossessioni: il pacchetto Fisher, il singolo Spastik. Vivono e rivivono sempre la stessa scena, in un'allucinata ripetitività. La loro consapevolezza del reale si sgretola progressivamente verso un perenne stato allucinatorio che coinvolge anche il lettore, fino al caos più totale.
La differenza è che Patrick è un broker, come ce ne sono tanti, mentre Iaio, dj come ce ne sono tanti, è però in grado di influenzare il gusto delle masse, di fare tendenza. Con il risultato che lui è parzialmente un attivo responsabile dello squallore che gli sta intorno. Patrick Bateman è un cattivo. Un cattivo autentico e disperato, con scarse tracce di umanità. Iaio, in fin dei conti, è un gran cazzone, ma non è cattivo. E questo fa un'enorme differenza. Bateman è un personaggio geniale perché è talmente tanto marcio, che il lettore mantiene una sorta di esterrefatto distacco nei suoi confronti, pur rimanendo incollato alle pagine del romanzo. Ma Ellis, nello stesso tempo, riesce a lasciargli quel briciolo, giusto quel briciolo di umanità che permette una sottile, inconsapevole identificazione. E quando Bateman sprofonda, io, che leggo, sprofondo con lui. Con Iaio si crea una empatia più rapida, ma più superficiale. Lo si comprende, Iaio, è uno di noi... Ma quando è Iaio a sprofondare sempre più in basso, gli viene da dirgli: 'oh, vecchio, dai, che cazzo fai?', per poi voltarsi e andarsene per i fatti propri.
Per chiudere. Americam Psycho è un libro che dovreste leggere. Brucia la città è l'American Psycho de noantri.. Rimasterizzato e italianizzato. Non è un brutto libro, anzi. Ma, parlo personalmente, non ci ho trovato nulla o quasi che Ellis non mi avesse già dato.
Circa l'80% delle prime 245 pagine è assolutamente inutile. Non succede quasi nulla di essenziale ai fini della storia. Larsson, riposi in pace, dedica un sacco di inchiostro a descrivere la nuova vita di Lisbeth Salander, i suoi viaggi nei Caraibi, la sua casa, i suoi mobili ikea, le sue sessuali i
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Circa l'80% delle prime 245 pagine è assolutamente inutile. Non succede quasi nulla di essenziale ai fini della storia. Larsson, riposi in pace, dedica un sacco di inchiostro a descrivere la nuova vita di Lisbeth Salander, i suoi viaggi nei Caraibi, la sua casa, i suoi mobili ikea, le sue sessuali imprese... Che palle! A tratti, delinea il principale percorso narrativo, che sarà sommerso da così tanti dettagli inutili che farete fatica ad accorgervene. Finalmente, quando siete arrivati all'ultimatum 'arrivo alla fine di questo capitolo e butto via tutto', la situazione si capovolge e precipitate in una storia ricca di colpi di scena, di rivelazioni e di intrighi che, anche se corrono sempre sul filo dell'assoluta inverosimiglianza, vi tengono col fiato sospeso per altre cinquecento pagine. Il finale brusco del libro vi lascerà interdetti a chiedervi: 'Dove posso trovare il terzo volume, alle tre del mattino?'
Il vizio di prolissità del buon Larsson è forse uno dei peggiori difetti del libro, accanto ad una certa maniacalità per il dettaglio inutile. Il fatto che il volume costituisca il secondo episodio della saga porta a quelle imbarazzanti situazioni letterarie alla Harry Potter, dove si fanno un sacco di riferimenti e 'riassunti delle puntate precedenti' per coloro che si fossero sintonizzati solo al secondo volume. Per il resto posso solo dirvi che il personaggio di Mikael Blomkvist si rivela sempre più inutile di fronte alla dirompente e a tratti assurda personalità di Lisbeth Salander, vera protagonista. Riesce difficile capire perché Blomkvist, che ha la verve di un fungo porcino secco, finisca per portarsi a letto praticamente tutte le donne che incontra.
Globalmente, continuo a credere che romanzi del genere siano adatti ad un mese d'agosto piovoso, nel quale potersi dedicare indefessamente alle letture più disparate. Il romanzo si legge in pochissimo tempo, a scapito delle cose che uno dovrebbe fare, ma poi lascia ben poco.
La quarta verità
Ho cominciato questo libro con molte aspettative. Chi l'aveva letto prima di me mi aveva parlato di un libro avvincente, coinvolgente... E io di tutto ciò, oltre la centesima pagina (di un tomone di 754, ed. TEA) non avevo visto nulla... E pensavo: qui è dura, arrivare alla fine!continue)
Un consiglio: ... (
Ho cominciato questo libro con molte aspettative. Chi l'aveva letto prima di me mi aveva parlato di un libro avvincente, coinvolgente... E io di tutto ciò, oltre la centesima pagina (di un tomone di 754, ed. TEA) non avevo visto nulla... E pensavo: qui è dura, arrivare alla fine!
Un consiglio: se leggerete questo libro, dovete, e sottolineo dovete perché ne varrà la pena, tenere duro fino a pagina 228; oltre questo limite, una simile raccomandazione di strenua resistenza non sarà più necessaria. Il libro vi coinvolgerà, vi stringerà in maglie così strette che non potrete più mollarlo fino alla fine.
L'idea veramente originale di questo libro è quella di raccontare quattro volte la stessa storia. Quella che sembra un'oggettiva sequenza dei fatti acquista, in questo modo, sfumature sempre differenti. La banale realtà della prima narrazione (che non va saltata, anche se un po' noiosa, altrimenti non capirete niente!) è necessaria per poter comprendere le altre realtà delle successive. E la verità, ciascuna verità, sarà sempre diversa, eppure vera, come le successive reazioni chimiche di una serie di esperimenti successivi.
Inoltre, l'ambientazione storica (l'Inghilterra all'indomani della restaurazione della monarchia Stuart, nel 1664) è curata nel dettaglio, e non costituisce solo uno sfondo, ma è parte integrante nella storia. Il che può essere anche un limite: i personaggi sono numerosissimi, e questo, insieme ai riferimenti a vicende che possono non essere sempre esattamente presenti al lettore, possono creare un certo smarrimento. Ma, in ogni caso, non tale da inficiare a comprensione.
La regina dei castelli di carta
***This comment contains spoilers! ***
La regina dei castelli di carta è il meno soddisfacente, tra i volumi di Larsson. Rispetto al volume precedente, si viene subito proiettati in medias res, esattamente dove il secondo volume ci aveva lasciati. La storia si fa complicata, i personaggi da seguire sono decisamente troppi, e rischiano di ... (continue)
La regina dei castelli di carta è il meno soddisfacente, tra i volumi di Larsson. Rispetto al volume precedente, si viene subito proiettati in medias res, esattamente dove il secondo volume ci aveva lasciati. La storia si fa complicata, i personaggi da seguire sono decisamente troppi, e rischiano di confondere. I pistolotti sulla polizia segreta hanno messo a dura prova la mia pazienza, e la prolissità dello scrivente è davvero insopportabile. Ora, ok che i morti bisogna lasciarli stare, ma la necessità avvertita da Larsson di ragguagliarci sulla storia di ciascun personaggio, e di documentare ogni singola volta in cui la data donna -sempre strafiga e ultra consapevole di sé e delle proprie attrattive - si porta a letto il tale o il tal altro ricorda un po' una certa tendenza sviluppatasi nelle prime opere di Moccia. Anche se il paragone di Larsson, scrittore prolisso e un po' voyeur, ma che un bel po' di mestiere ce l'aveva, con l'imbrattacarte Moccia è un'ingiustizia e un colpo basso da parte mia, lo riconosco.
Ora occhio, eh, che entro nel merito e mi metto a fare spoiler. Siete avvisati.
La dicotomia tra personaggi buoni e cattivi è ingenua e semplicistica. Insomma, da una parte abbiamo genete matura e consapevole, con preferenze sessuali oneste ed esplicite, che per far trionfare la verità si rende colpevole di molti abusi. Ma sempre onestamente, eh.
Dall'altra abbiamo una serie di malvagi pasticcioni, spesso con inquivocabili tendenze pedofile e misogine, che compiono ogni abuso possibile per far trionfare il male. Ma sempre disonestamente, eh.
Diciamo che ricorderemo Larsson come un gran tessitore di trame (davvero, onore al merito: sono talmente complesse che anche per l'autore sarà stato difficilissimo non predere il filo) che per la sua finezza nel tratteggiare la psicologia dei personaggi.
Il protagonista Blomkvist è sempre più insopportabile, e riesce davvero difficile capire come sia in grado di portarsi a letto ogni donna che passi nelle sue vicinanze.
In quest'ultimo romanzo poi la trama ha delle falle che io trovo notevoli, che solo il ritmo incalzante del racconto riesce a coprire.
Innanzitutto, come è possibile che degli agenti segreti consumati come 'i cattivi' siano tanto ingenui da non accorgersi che Blomkvist & Co. abbiano capito di essere sorvegliati e li stiano gabbando? Questo non è credibile.
Come non è credibile che a Blomkvist & Co. con la solita scusa della 'protezione delle fonti' possa attingere pienamente a dati riservatissimi, protocollatissimi, violando la privacy di questo e di quello, senza che tutto questo infastidisca la polizia, e senza che tutta questa segretezza non renda i reportages di Millennium una marea di storie incredibili.
Anche la descrizione del processo finale è alquanto dubbia. Non conosco le leggi svedesi, ma il ribaltamento di una situazione incasinatissima è gestito dal giudice in maniera alquanto sportiva. Questa giustizia leggera piacerebbe certo a coloro che vogliono manipolare i processi a loro favore.
Le ultime cinquanta pagine sono, francamente, inutili e mal scritte. Specie se si arriva dopo la volata finale, dopo aver letto in un solo fiato le centocinquanta precedenti.
Magari nei romanzi successivi ci sarebbe stato qualche sviluppo sulla famosa sorella di Lisbeth, Camilla, che nel terzo volume resta un nome e poco altro. Chi lo sa...
Trovo che Larsson sia stato capace di creare trame coinvolgenti ed accattivanti, e che nei primi due romanzi questo ne abbia fatto un grande autore di best sellers. Nel terzo batte decisamente la fiacca, anche se mostra comunque un notevole talento nello sbrogliarsi da complicatissime situazione da lui stesso create. Mi riesce difficile credere come avrebbe potuto continuare la serie fino al decimo libro. Ma penso che avesse le doti per stupire anche una cinica come me, e tenermi incollata al decimo libro come al primi fino alla sua ultima - milionesima - pagina.
Gomorra
Non si parlerà mai abbastanza di questo volume, che l'amico che me l'ha regalato ha definito 'un libro illuminato'. Ed in effetti, ci vuole una forte illuminazione interiore per mettersi a scrivere un libro del genere, decidendo scientemente di correrne i rischi connessi.
Gomorra è l'intreccia ... (continue)
Non si parlerà mai abbastanza di questo volume, che l'amico che me l'ha regalato ha definito 'un libro illuminato'. Ed in effetti, ci vuole una forte illuminazione interiore per mettersi a scrivere un libro del genere, decidendo scientemente di correrne i rischi connessi.
Gomorra è l'intrecciarsi di una rete infinita di storie diversissime, un susseguirsi di minuscoli ritratti accomunati dalla sottile, perversa, banale abiezione del vivere criminale. Un vivere che si veste, è vero, della spettacolarità delle ville di alcuni boss, ma che per lo più si diluisce nel quotidiano, nell'espressione e nell'esistenza di ciascuno. Anche di chi con la camorra, e l'associazione mafiosa, ha poco a che fare, e non ne è colpevole se non nella misura in cui ogni italiano, direttamente o meno, deve una parte del proprio benessere all'azione lontana o vicina della camorra, e della sua imprenditoria clandestina.
Quello costruito da Saviano è un carosello dell'orrore, dell'orrore straordinario dei corpi fatti esplodere nei pozzi, e di quello quotidiano dei rifiuti mal smaltiti, delle tasse non pagate.
Quando sui gionali sentiamo i nomi di Casal di Principe, Secondigliano, Scampia - per lo più collegati ad eventi criminali - non abbiamo, noi che lì non viviamo, che una pallida idea di quello che veramente succede, di come lì si vive. Abbiamo davanti solo uno sfocato fermo immagine, un fotogramma che seleziona abilmente quello che dobbiamo vedere, senza farci vedere il vero orrore, quello che ha il nostro nome, quello che non fa rumore, che ci coinvolge tutti. Come quel corpo, fuori da quella salumeria era scavalcato, ignorato, aggirato nell'indifferenza generale di chi preferisce vedere solo il volto dell'assassino, e non l'omertà che lo circonda, così il Sud Italia è un corpo morto, maltrattato, e martoriato, che si può anche fare finta di non considerare cosa nostra. Poi - e per fortuna - arrivano libri come Gomorra a dare una panoramica, la prospettiva dell'intero orizzonte degli eventi.
Quello di Saviano dovrebbe diventare un classico del nostro tempo. Dico dovrebbe, perché ora come ora non è possibile. Un classico, un libro da leggere a voce alta nelle scuole, deve essere un modello non solo - come è - di impegno civile, ma anche di lingua. E lo stile di Saviano non è adatto. Se non fossi cosciente di tirarmi dietro le ire degli ammiratori di questo giovane giornalista (il cui coraggio, la cui determinazione, il cui intento io ammiro per prima, intendiamoci) direi che la sua prosa non solo non fa di lui un buon giornalista, ma che farei fatica ad accettare in un tema di maturità: ripetizioni, imprecisioni, disordine formale, una punteggiatura che spesso non è a posto, frasi ridondanti e spesso infarcite di espressioni banali, trite, abusate. E non dite che faccio la maestrina, che quello è giornalista, ed è responsabile del buon parlare degli italiani come e più di un docente.
Il libro di Saviano è talmente immediato che sembra la brutta copia di se stesso. Che sembra essere stato scritto così, di getto, e subito dato alle stampe, senza il consiglio di un editor, un correttore di bozze... E capirei se la casa editrice fosse la Pinco Pallino s.p.a., ma qui leggo 'Mondadori', non mi sembrano proprio gli ultimi arrivati. Insomma, ci vuole una pulita.
E ci vuole anche un'altra cosa (e forse qui sarò veramente sola): le fonti! Le note a piè di pagina, a fine del libro, dove cavolo vi pare, che indichino le fonti di giornali, articoli di cronaca, quando ci sono. Che mostrino oltre al lavoro 'sul campo', anche tutto il lavoro di archivio e di consultazione che sicuramente l'autore avrà fatto, che diano l'idea di come l'indagine di Saviano sia stata profonda, accurata. Che facciano vedere che la cosa era proprio tra le pagine dei giornali, spezzettata in migliaia di parole, che il giornalista è riuscito a ricomporre.
Così sistemato, io credo, il libro sarà una bomba. Così com'è, è un'opera incompiuta.
Brucia la città
***This comment contains spoilers! ***
Nel 2005, American Psycho è stato tradotto nel nostro idioma, a quattordici anni dalla pubblicazione. Proprio da Culicchia.continue)
E siccome, vi dicevo, American Psycho è quello che nei salotti della cultura radical chic si definisce 'una figata pazzesca', il detto Culicchia ha pensato bene di farne l ... (
Nel 2005, American Psycho è stato tradotto nel nostro idioma, a quattordici anni dalla pubblicazione. Proprio da Culicchia.
E siccome, vi dicevo, American Psycho è quello che nei salotti della cultura radical chic si definisce 'una figata pazzesca', il detto Culicchia ha pensato bene di farne la versione italiana.
E così nasce Brucia la città.
E' la storia di Iaio, un dj sulla cresta dell'onda, artigiano del divertimento nella Torino che conta. Una città travolta dallo squallore e dalla corruzione. Dalla cocaina, e dal vizio.
Iaio si muove, sulla scia di innumerevoli piste di coca, tra orge, feste, umanità omologata e squallore inomologabile. Alla ricerca di... chissà se lo sa. almeno lui.
Il tributo nei confronti di Patrick Bateman, il protagonista di Ellis, è evidente. Anzi, con tutto che Brucia la città non è un brutto libro, stiamo sull'orlo del plagio.
Patrick e Iaio hanno la stessa morbosa attenzione per i vestiti, lo stesso irrimediabile complesso di inferiorità e di invidia nei confronti dei colleghi, lo stesso disprezzo per il mondo che li circonda. Hanno delle fisse, delle ossessioni: il pacchetto Fisher, il singolo Spastik. Vivono e rivivono sempre la stessa scena, in un'allucinata ripetitività. La loro consapevolezza del reale si sgretola progressivamente verso un perenne stato allucinatorio che coinvolge anche il lettore, fino al caos più totale.
La differenza è che Patrick è un broker, come ce ne sono tanti, mentre Iaio, dj come ce ne sono tanti, è però in grado di influenzare il gusto delle masse, di fare tendenza. Con il risultato che lui è parzialmente un attivo responsabile dello squallore che gli sta intorno.
Patrick Bateman è un cattivo. Un cattivo autentico e disperato, con scarse tracce di umanità. Iaio, in fin dei conti, è un gran cazzone, ma non è cattivo. E questo fa un'enorme differenza. Bateman è un personaggio geniale perché è talmente tanto marcio, che il lettore mantiene una sorta di esterrefatto distacco nei suoi confronti, pur rimanendo incollato alle pagine del romanzo. Ma Ellis, nello stesso tempo, riesce a lasciargli quel briciolo, giusto quel briciolo di umanità che permette una sottile, inconsapevole identificazione. E quando Bateman sprofonda, io, che leggo, sprofondo con lui.
Con Iaio si crea una empatia più rapida, ma più superficiale. Lo si comprende, Iaio, è uno di noi... Ma quando è Iaio a sprofondare sempre più in basso, gli viene da dirgli: 'oh, vecchio, dai, che cazzo fai?', per poi voltarsi e andarsene per i fatti propri.
Per chiudere. Americam Psycho è un libro che dovreste leggere. Brucia la città è l'American Psycho de noantri.. Rimasterizzato e italianizzato. Non è un brutto libro, anzi. Ma, parlo personalmente, non ci ho trovato nulla o quasi che Ellis non mi avesse già dato.
La ragazza che giocava con il fuoco
***This comment contains spoilers! ***
Circa l'80% delle prime 245 pagine è assolutamente inutile. Non succede quasi nulla di essenziale ai fini della storia. Larsson, riposi in pace, dedica un sacco di inchiostro a descrivere la nuova vita di Lisbeth Salander, i suoi viaggi nei Caraibi, la sua casa, i suoi mobili ikea, le sue sessuali i ... (continue)
Circa l'80% delle prime 245 pagine è assolutamente inutile. Non succede quasi nulla di essenziale ai fini della storia. Larsson, riposi in pace, dedica un sacco di inchiostro a descrivere la nuova vita di Lisbeth Salander, i suoi viaggi nei Caraibi, la sua casa, i suoi mobili ikea, le sue sessuali imprese... Che palle! A tratti, delinea il principale percorso narrativo, che sarà sommerso da così tanti dettagli inutili che farete fatica ad accorgervene.
Finalmente, quando siete arrivati all'ultimatum 'arrivo alla fine di questo capitolo e butto via tutto', la situazione si capovolge e precipitate in una storia ricca di colpi di scena, di rivelazioni e di intrighi che, anche se corrono sempre sul filo dell'assoluta inverosimiglianza, vi tengono col fiato sospeso per altre cinquecento pagine.
Il finale brusco del libro vi lascerà interdetti a chiedervi: 'Dove posso trovare il terzo volume, alle tre del mattino?'
Il vizio di prolissità del buon Larsson è forse uno dei peggiori difetti del libro, accanto ad una certa maniacalità per il dettaglio inutile. Il fatto che il volume costituisca il secondo episodio della saga porta a quelle imbarazzanti situazioni letterarie alla Harry Potter, dove si fanno un sacco di riferimenti e 'riassunti delle puntate precedenti' per coloro che si fossero sintonizzati solo al secondo volume.
Per il resto posso solo dirvi che il personaggio di Mikael Blomkvist si rivela sempre più inutile di fronte alla dirompente e a tratti assurda personalità di Lisbeth Salander, vera protagonista. Riesce difficile capire perché Blomkvist, che ha la verve di un fungo porcino secco, finisca per portarsi a letto praticamente tutte le donne che incontra.
Globalmente, continuo a credere che romanzi del genere siano adatti ad un mese d'agosto piovoso, nel quale potersi dedicare indefessamente alle letture più disparate. Il romanzo si legge in pochissimo tempo, a scapito delle cose che uno dovrebbe fare, ma poi lascia ben poco.