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Ponderoso volume, dedicato alla storia della Sardegna dall’XI secolo alla metà del XIX.
Si compone dei tre seguenti saggi:
J. Day La Sardegna e i suoi dominatori dal secolo XI al secolo XIV
B. Anatra Dall’unificazione aragonese ai Savoia
L. Scaraffia La Sardegna sabauda
Tre ... (continue ) -
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Dec 5, 2011 |
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Poesie scelte
È un libretto che ho da tantissimo tempo nei miei scaffali. Molto bello anche come oggetto fisico (cartonato, con la bella copertina in verde e arancione). Uno dei primi libri “seri”, che mi ero comprato da me, da ragazzo. Perché avevamo letto a scuola Strada di Agrigentum.
Potendo confro ... (continue)
È un libretto che ho da tantissimo tempo nei miei scaffali. Molto bello anche come oggetto fisico (cartonato, con la bella copertina in verde e arancione). Uno dei primi libri “seri”, che mi ero comprato da me, da ragazzo. Perché avevamo letto a scuola Strada di Agrigentum.
Potendo confrontare con un'edizione completa della poesia di Quasimodo riscrivo, abbreviandole, le note su questo libricino.
Contiene una piccola antologia di poesie di Quasimodo, distribuite lungo quasi tutto il percorso della sua opera.
La scelta è curata - con mano molto felice - da Roberto Sanesi, autore anche del denso (e talvolta un po’ criptico) saggio introduttivo.
Scelta felice: Sanesi privilegia di gran lunga il “secondo” Quasimodo, diciamo dal periodo di trapasso (quello delle Nuove poesie, 1936-42) in poi. Riduce invece a soli 13 testi la scelta relativa a tutta la fase precedente (diciamo quella dell’inizio e del culmine dell’ermetismo vero e proprio). Arriva fino a La terra impareggiabile, allora recentissimo.
Del Quasimodo “nuovo” sceglie il meglio. Non c’è da meravigliarsi: Sanesi era anche lui poeta. Scarta (a parte il programmatico Alle fronde dei salici e Uomo del mio tempo, che ha una sua inevitabile rappresentatività) i testi troppo declamatori; tra quelli “civili” riporta Laude e Auschwitz, in sostanza i più ispirati. Dalla Terra impareggiabile solo cinque testi, ma non manca Al padre (una delle poesie più belle).
***
Confermo la scelta delle poesie riportate.
è conforme allo spirito con cui è redatta questa antologia e al punto nel quale essa indica gli esiti migliori del poeta siciliano.
Anzitutto Strada di Agrigentum. Con la malinconia delle immagini e della dizione, la musica ferma e duttile degli endecasillabi e l’allargarsi finale del tempo.
STRADA DI AGRIGENTUM
Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l’arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l’erba. Anima antica, grigia
di rancori, torni a quel vento, annusi
il delicato muschio che riveste
i giganti sospinti giù dal cielo.
Come sola allo spazio che ti resta!
E più t’accori s’odi ancora il suono
che s’allontana largo verso il mare
dove Èspero già striscia mattutino:
il marranzano tristemente vibra
nella gola al carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure d’ulivi saraceni.
E ora altre due cose.
DI UN ALTRO LAZZARO
Da lontanissimi inverni, percuote
un gong sulfureo il tuono sulle valli
fumanti. E come in quel tempo, si modula
la voce delle selve: «Ante lucem
a somno raptus, ex erba inter homines,
surges». E si rovescia la tua pietra
dove èsita l’immagine del mondo.
La frase latina deve essere originale. Google non ha dato nessuna risposta alla ricerca della eventuale citazione. Ma anche la sua forma e il suo senso non mi sembrano antichi. Boh, se capita che legga questo commento qualcuno che ne sa qualcosa mi avverta, per favore.
Resurrezione. Dopo la guerra. E quel “dall’erba” agli uomini, forse è un’intenzione di poetica, passaggio dalla intensa simbiosi con il mondo naturale delle sue prime poesie ... ecc. ecc.
Ma ora voglio soltanto sentirne tutta la perentoria solennità. Il “sublime” nel senso detto sopra.
Di singolare profondità e risonanza la seguente.
Forse troppo astratta (inevitabili, purtroppo, i limiti rimanenti della "maniera" ermetica) per metterla nel numero delle poesie “indimenticabili” del più alto rango.
Eppure, sì; notevole. L’autore ripensa le antitesi della sua poetica e infine della sua vita. “Heraclitus Christianus”, cerca un’altra volta il punto di incontro di vita e morte, che non faccia di nessuna delle due un “nulla”, un’apparenza, un sogno.
THÀNATOS ATHÀNATOS
E dovremo dunque negarti, Dio
dei tumori, Dio del fiore vivo,
e cominciare con un no all’oscura
pietra «io sono», e consentire alla morte
e su ogni tomba scrivere la sola
nostra certezza: «thànatos athànatos»?
Senza un nome che ricordi i sogni
le lacrime i furori di quest’uomo
sconfitto da domande ancora aperte?
il nostro dialogo muta; diventa
ora possibile l’assurdo. Là
oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi
vigila la potenza delle foglie,
vero è il fiume che preme sulle rive.
La vita non è sogno. Vero l’uomo
e il suo pianto geloso del silenzio.
Dio del silenzio, apri la solitudine.