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Per alcuni giorni ho continuato a pensare a questo libro, a rimuginarvi sopra, senza aver voglia di scrivere le solite impressioni da lettura. Perché è un libro duro, doloroso, che lascia dentro una sorta di inquietudine; induce a riflettere sulla malattia, la morte, i sentimenti, gli istinti e obbl ... (
continue ) -
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Mar 11, 2013 |
10 feedbacks
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La lucina
Silenzio vegetale. Vastità vegetale. Solitudine vegetale. Potenza vegetale. Estensione vegetale. Tormento vegetale. Mondo vegetale. Schiuma vegetale. Pressione vegetale.continue)
E ancora: visioni vegetali. Contorni vegetali. Colonne vegetali.
Il ripetuto utilizzo di un certo aggettivo è caratteristica che s ... (
Silenzio vegetale. Vastità vegetale. Solitudine vegetale. Potenza vegetale. Estensione vegetale. Tormento vegetale. Mondo vegetale. Schiuma vegetale. Pressione vegetale.
E ancora: visioni vegetali. Contorni vegetali. Colonne vegetali.
Il ripetuto utilizzo di un certo aggettivo è caratteristica che salta subito agli occhi di chi legga queste pagine. Forse Moresco ha inteso ulteriormente sottolineare, in tal modo, l’dea di una vegetazione che avanza inesorabile con i suoi tentacoli, i suoi uncini, le sue pinze, le sue radichette, le sue ventose… Una vegetazione infestante che assedia le cose e piano piano se ne appropria. Il sottobosco viene percepito da chi narra come qualcosa di cattivo, che sfigura ogni cosa -alberi, case, strade- “con disperata ferocia”, tutto massacrando, tutto annientando. L’edera diventa viluppo opprimente, i muschi e i licheni “sudari di velluto o vetro”, i filamenti vegetali, che salgono e scendono, grovigli arruffati e soffocanti…
È una natura crudele e malata quella che descrive Moresco. Una natura che non offre consolazione all’uomo (ed è forse per questo, che in quarta di copertina compare un riferimento a Leopardi), ma lo pone di fronte al continuo avvicendarsi di vita e morte, al loro incessante lottare, fino a che si confondono, confluendo l’una nell’altra, senza più distinguersi. Morire e rinascere dentro uno stesso cerchio equivale, per le cose, a una vita cieca, eternamente uguale a se stessa e per l’uomo a una condizione esistenziale che lo imprigiona. Ed è condizione di sofferenza, di oppressione, di solitudine -intesa non tanto come lontananza dal mondo quanto lontananza dall’uomo, impossibilità a incontrarsi, a trovarsi. Solo nella morte, sembra suggerire questo libro, ci si può conoscere. Solo nella morte vi può essere liberazione dalla vita -o da quel vuoto, da quel silenzio, da quell'oppressione che si chiama vita.
La lucina mi aveva incuriosita per la trama, in realtà. Perchè vi avevo trovato tracce di antichi ricordi.
Un uomo abita da solo in un borgo in rovina -vecchie case di pietra con le porte scardinate-, lontano dal mondo, in mezzo al silenzio e a una natura che va appropriandosi delle cose, e scopre che ogni sera, alla stessa ora, sul crinale di fronte si accende una piccola luce. Forse qualcuno che, come lui, ha scelto di vivere in un luogo disabitato? Forse un lampione, per via di qualche contatto elettrico? Forse un abitante di altri mondi, come ritiene l’albanese che tiene una mappa degli avvistamenti in quella zona?
No. È la finestra di una piccola casa. E vi abita un bambino.
Si scoprirà, leggendo, che è un bambino con i calzoncini corti, un dente spezzato, la testa rasata e grandi occhi rotondi. Un bambino pacato e tranquillo che vive da solo e si occupa di se stesso. Lava spesso le lenzuola perché gli capita di bagnare il letto; cucina; accende il fuoco; tiene in ordine le due stanze in cui abita e va a scuola. Alla scuola serale, quella dove ci si reca a piedi, indossando il grembiule nero e dove il bidello riempie i calamai di inchiostro.
Leggendo, si scoprirà che il bambino non è tanto bravo a scuola, e che a volte il maestro lo mette in punizione dietro la lavagna.
Si scoprirà anche che chi narra interroga gli alberi, le lucciole, le rondini, il buio cercando il senso di quanto ha attorno, di ogni esistenza, dell’universo stesso -domande senza risposta che diventano talora grido di angoscia. E interrogandosi, riflette su ciò che unisce i vivi e i morti, l’uomo e la natura, il mondo e l'universo. Riflette sulla solitudine, sul dolore…
Per limite mio, non riesco a vedere la natura -pur avviluppante, soffocante, inselvatichita- come qualcosa di feroce, di maligno (“foglie crudeli” “terribile abbraccio”), né riesco a pensare al terremoto, al proliferare di insetti o piante come a manifestazioni di una natura eccessiva, impazzita, forse malata (le uniche ferite e piaghe che una pianta può avere son quelle inferte o causate dall’uomo, per come la vedo io), quindi ho trovato a tratti fastidioso il descrivere la natura secondo questa ottica, e l'insistervi. Un laboratorio chimico che lavora, lavora, lavora… E produce qualcosa che invade, invade, invade… Io vi vedo piuttosto la tenacia della vita, quell'energia oscura e misteriosa che si oppone al nulla.
Nel libro è presente anche una strana e disarmonica commistione di vecchio e moderno (frigoriferi e calamai, sedie con le gambe di ferro e secchiaie, rasoi elettrici e pennini, computer il cui schermo piatto è sfiorato dalla coda delle mucche ), ma forse serve anch’essa a rimandare l’idea di una realtà ambigua e in confuso disfacimento -come fosse invasa dalle erbacce- dove non può esservi bellezza e speranza alcuna. Solo un senso di smarrimento, di estraneamento.
Un’identica situazione e una stessa solitudine le ha raccontate Llamazares nel suo splendido La pioggia gialla. L’ho preferito.
A Moresco tre stelle e mezzo. Per il bambino, soprattutto. Per i suoi calzoncini, il suo dente spezzato, i suoi occhi rotondi. E per quella piccola casa che prepara, vicino alla sua.