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sociologico
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- Tokio 20.06.1995 (1)
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By Michele Camurati -
Finished on May 19, 2013 




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- Giapponeserie (5)
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By Antonio Marazzi -
Finished on Feb 24, 2013 




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Giapponeserie, un antropologo tra uomini e spiriti lontani
di Antonio Marazzi, casa ed. Unipress, pagine 405, costo 26 €, anno 2001, formato 21 cm X 15 cmIl saggio è composto da otto capitoli, ed in ognuno dei quali l'autore affronta un tema diverso, analizzando innumerevoli aspetti della filosofi ... (
continue ) Giapponeserie, un antropologo tra uomini e spiriti lontani
di Antonio Marazzi, casa ed. Unipress, pagine 405, costo 26 €, anno 2001, formato 21 cm X 15 cmIl saggio è composto da otto capitoli, ed in ognuno dei quali l'autore affronta un tema diverso, analizzando innumerevoli aspetti della filosofia, della religione e della società giapponese. I paragrafi di ogni capitolo sono abbastanza brevi, e prendono spunto molto spesso da consuetudini comuni, riti, festività, usanze.
Il linguaggio è comprensibile anche per un non antropologo, tranne per l'ultimo capitolo, che forse vuole essere la conclusione dei precedenti sette, ed è scritto in maniera più complessa.
Gli argomenti trattati sono veramente molti, ed è impossibile riportarli tutti. Purtroppo l'indice non aiuta ad individuare i soggetti analizzati, in quanto nel titolo quasi mai è ben specificato il tema.
Capita che un aspetto trattato sia poco approfondito, inoltre il libro fu scritto nel 2001, quindi tutte le questioni economiche e riguardanti il mondo del lavoro non sono più attuali.
All'interno di un capitolo può capitare che ci si perda un po' il filo logico del tema trattato, in alcune occasioni si tende a saltare un po' troppo di palo in frasca.
Detto ciò, secondo me, il saggio merita di essere letto.Capitolo 1: Cinque secoli di esotismo (4 paragrafi)
Si affronta la questione “dell'esotismo”, cioè la visione, talvolta contorta, della cultura asiatica con occhi occidentali. In particolare viene spiegata la nascita delle “giapponeserie” di fine 800, oltre alla difficoltà per un occidentale di comprendere il Giappone e il pensiero asiatico in generale.Capitolo 2: Esotismi vecchi e nuovi (12 paragrafi)
Il termine “giapponeserie” deriva dal francese “japonaiseries”, cioè le espressioni della cultura giapponese, specialmente di quella estetica.
In questo capitolo si accenna alla crisi economica tra il 1990 e il 2000, preannunciando una futura ripresa ed espansione dei consumi, cosa che nel 2013 non è ancora capitata...Capitolo 3: Kitsune, la volpe (5 paragrafi)
Il culto di Hinari e della volpe sul monte Hinari a Fushimi: pratica, storia, significati, attualità.Capitolo 4: Villaggio, città, metropoli (24 paragrafi)
L'autore nel 1983 svolse un viaggio di studi in Giappone. Venne prima ospitato nel villaggio di Harushi nel Tohoku occidentale (539 abitanti), poi andò a risiedere nella città di Chichibu (62000 abitanti), ed infine a Tokyo.
Questi tre diversi luoghi permettono allo studioso di spiegarci le differenze socio-economiche della struttura sociale giapponese.
Secondo l'autore gli obblighi sociali verso l'azienda in cui si lavora e i colleghi è più forte a Tokyo, e va a diminuire di importanza man mano che la città è più piccola (Chichibu, Haruishi). Nel villaggio gli obblighi verso l'azienda sono sostituiti da quelli verso la famiglia e la comunità.
A Tokyo lo studio lascia largo spazio alla descrizione dell'organizzazione del lavoro di 3 fabbriche, dubito che nel 2013 queste considerazioni abbiano ancora molto valore.Capitolo 5: Tokoro, il tempo – luogo (31 paragrafi)
Il capitolo affronta da molteplici punti di vista il concetto di “tokoro”.
Da pagina 135: “La parola tokoro, in giapponese, viene usata comunemente per collocare il fatto o l'azione espressi in una frase, in senso spaziale (luogo) oppure temporale (momento), a seconda delle intenzioni di chi parla o scrive; e dal contesto si comprende quale è il contesto scelto... le due dimensioni non vanno intese separate, secondo l'uso che noi facciamo abitualmente dei due termini corrispondenti alla nostra lingua.”Capitolo 6: Energia in movimento (14 paragrafi)
Il sesto capitolo rimane sul tema filosofico/religioso, concentrandosi sulla sacralità che i monti hanno per la società giapponese.
Ecco alcuni argomenti trattati: asceti, yamabushi, pratiche ascetiche, pellegrinaggi, astinenze, lo shugendo, la purificazione, il circuito degli 88 templi.Capitolo 7: Tempo degli uomini, degli spiriti, degli antenati (52 paragrafi)
Questo capitolo affronta le festività religiose, buddiste, shintoiste ed anche cristiane. Ma anche le superstizioni sui giorni, mesi ed anni fausti ed infausti. In pratica è un vademecum sulle scadenze religiose giapponesi.Capitlo8: Sincronie, sintopie e armonie (14 paragrafi)
L'ultimo capitolo è il più complesso, e l'unico che fondamentalmente non ho capito. -
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Feb 25, 2013 |
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- Gothic Lolita. Storia, forme e linguaggi di una moda giapponese (7)
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By Gloria Carpita -
Finished on Nov 11, 2012 




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Gothic Lolita. Storia, forme e linguaggi di una moda giapponese
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Gothic Lolita, storie, forme e linguaggi di una moda giapponese
di Gloria Carpita, casa ed. Società Editrice La Torre, pagine 126, costo 14,50 €, anno 2012, formato 21 cm X 15 cmHo assistito alla interessante presentazione del saggio al Lucca Comics and Games 2012, ho potuto, quindi, apprendere qu ... (
continue ) Gothic Lolita, storie, forme e linguaggi di una moda giapponese
di Gloria Carpita, casa ed. Società Editrice La Torre, pagine 126, costo 14,50 €, anno 2012, formato 21 cm X 15 cmHo assistito alla interessante presentazione del saggio al Lucca Comics and Games 2012, ho potuto, quindi, apprendere qualche informazione in più sull'opera e sull'autrice, facendo anche le foto al materiale presentato per illustrare il libro.
L'autrice veste essa stessa il Gothic Lolita (di seguito G.L.) ed è anche cosplayer, ergo la tematica è stata affrontata da una persona che non guarda il fenomeno G.L. come se fosse una carnevalata.
Il saggio penso nasca dalla tesi di laurea dell'autrice, e forse risente troppo di questa impostazione accademica. Gran parte del testo è comprensibile, però ci sono dei punti che, una volta deciso di farne un libro rivolta a tutti gli esseri umani non laureati in semiotica (o non laureati e basta...), si sarebbero dovuti rendere un po' più comprensibili.
Una tesi deve essere giustamente tecnica, ci mancherebbe(!), un libro divulgativo (come immagino questo voglia essere) dovrebbe essere più accessibile. Comprendo che alcuni concetti complessi debbano per forza essere resi con altri concetti complessi, ma dovrebbe essere un'eccezione.
Questo non è un libro di costume sul G.L., è un saggio sul fenomeno G.L. in Giappone, non in Italia. Fattore che l'autrice ha tenuto a sottolineare più volte durante la presentazione del libro.
Il saggio è stato redatto anche tramite un'esperienza sul campo, cioè in Giappone, e su materiale prettamente giapponese.
Da notare che il G.L. è stato oggi ripreso dalle ragazze occidentali, generando una ri-rielaborazione di una moda occidentalizzante nipponizzata. In questo passaggio oriente-occidente si è persa, però, gran parte della tematica contestataria presente in Giappone, rimanendo, forse, solo la parte di fuga dalle problematiche personali.Capitolo 1: Transnazionalità della cultura giapponese
1.1 La cultura popolare contemporanea giapponese
1.2 Il carattere dialogico della cultura giapponese e occidentale
1.2.1 Origini cross-culturali della moda Gothic LolitaLe ragazze giapponesi hanno assimilato un aspetto della cultura occidentale (la moda di età vittoriana e rococò), il gothic, trasformandolo, assieme ad un altro fattore occidentale, la tematica “lolita”, in una sub-cultura prettamente giapponese. Aggiungendo il kawaii hanno creato una moda che ha lo scopo di protestare contro la rigidità della società giapponese e prospettarne una fuga, seppure fantastica.
Capitolo2: Il Gothic Lolita: tensione tra omogeneizzazione e differenziazione
2.1 Etimologia del termine Gothic Lolita: traduzione della tradizione
2.2 Una moda come risultato di ibridazioni culturale
2.3 Significante e significazione del vestito
2.4 Il discorso vestimentario
Come gli occidentali crearono l'immagine dell'oriente per dare vita ad una propria identità occidentale, con la moda G.L. le giapponesi hanno compiuto l'operazione inversa, rendendo esotico l'occidente.
L'autrice spiega esaurientemente l'etimologia del termine Gothic Lolita. La trasformazione di due elementi occidentali, come il “ghotic” e il “lolita”, in uno giapponese è presente per primo nella nuova parola che usano i giapponesi, nata dalla traduzione in katakana delle due parole Gothic Lolita, che è “gosururi”.
E' spiegato il processo culturale che in Giappone ha creato il G.L. come evasione dalle responsabilità e procrastinazione dell'età fanciullesca, e che è anche una sfida contro le abitudini considerate “normali” e “produttive” in Giappone.
Fondamentalmente il G.L. è una variante della cultura kawaii, che ha il medesimo scopo di fuga dalla realtà giapponese, rendendo eterna la rassicurante fanciullezza.Capitolo 3: Analisi semiotica del Gothic Lolita
3.1 Gothic Lolita: una moda o uno stile?
3.2 Struttura morfologica del vestito femminile vittoriano
3.3 Analisi della caratteristica “Gothic”
3.4 Analisi della caratteristica “Lolita”
3.4.1 Struttura morfologica dello stile Lolita
3.4.2 Analisi della componente configurativa e tassica dello stile Lolita
3.5 Analisi della componente funzionale dello stile Gothic Lolita
3.6 Analisi della dimensione mitica del vestito Gothic Lolita
3.7 Analisi della dimensione estetica del vestito Gothic Lolita
L'inizio del terzo capitolo mette un po' paura, specialmente quando si parla di “semiologia saussuriana”... gran parte del capitolo è su questa media.
Capitolo che analizza il vestito/costume delle G.L., lo stile, la moda. Inoltre è spiegato cosa la moda G.L. vuole trasmettere visivamente e quali contenuti cerca la ragazza che compra vestiti G.L.
Sono esaurientemente spiegate le caratteristiche di “gothic” e “lolita”.
E' presente una classificazione tra i diversi stile “lolita”, con descrizione dell'abbigliamento di ognuno di essi.
Mi limiterò a riportare i diversi stili.
Sweet lolita (amaloli), che si suddivide a sua volta in: shiro lolita (shirololi); kuro lolita (kurololi); mizuiro lolita (mizurololi); pinku lolita (pinkuloli); hime lolita (himeloli); himecut.Contry lolita (countryloli); sailor lolita; pirate lolita; classic lolita (classical loli); punk lolita (pankuloli); wa lolita (waloli); qi lolita (quiloli); gothic lolita (gothloli).
La gothic lolita si divide a sua volta in: elegant gothic lolita (EGL); aristocratic gothic lolita (AGL); grotesque lolita (gurololi); erotic lolita (erololi).
Poi c'è la versione maschile, il boy style (oji), che si divide in: dandy; aristocratic.Capitolo 4: Analisi semiotica della rivista-catalogo di moda Gothic&Lolita Bible
4.1 Analisi delle strategie di enunciazione di Gothic &Lolita Bible
4.2 Analisi semiotica di un servizio di moda Gothic Lolita
4.2.1 Analisi plastica
4.2.2 Dal livello plastico al livello figurativo
4.2.3 Analisi figurativa
4.2.4 Analisi del livello comunicativo
4.2.5 Analisi del livello meta comunicativo
L'autrice ha analizzato quella che è la bibbia delle G.L. giapponesi: Gothic & Lolita Bible.
Una rivista nata nel 2001, che è un po' magazine e un po' catalogo, e che si rivolge a tutte le lolite. Nel capitolo sono presenti numerose immagini della rivista, immagini che vengono commentante.Capitolo 5: Crossmedialità e Gothic Lolita
5.1 Il Gothic Lolita nei manga
5.2 Il Gothic Lolita nella musica
5.3 Il Gothic Lolita nel cinema
5.3.1 Kamikaze Girls
5.3.1 Analisi semiotica del film Kamikaze Girls
5.3.2 Gothic & Lolita Psyco
5.3.3 X-Cross
5.3.3.1 Analisi semiotica di Gothic & Lolita Psyco e X-CrossIl G.L. non è solo uno stile, non si esaurisce nell'essere una moda, ma ha influenzato (e a sua volta è stata influenzata) musica, cinema, manga ed anime. In un processo che è chiamato crossmedialità, cioè quando un elemento travalica o confini del medium d'origine (la moda).
L'autrice esplora queste influenze in manga (commentando i disegni di alcuni manga), musica (analizzando alcuni gruppi musicali) e cinema (analizzando tre film).
Nei manga con personaggi G.L. le tematiche presenti sono: la nostalgia romantica; la sospensione del tempo della fanciullezza; il momento dell'evasione dal mondo adulto.
I manga analizzati sono: Lady Oscar e Caro Fratello di Riyoko Ikeda; Othello di Satomi Ikezawa; Cat Street di Yoko Kamio; X-Day di Setona Mizushiro; Clover delle Clamp; God Child di Kaori Yuki; Cortili del cuore, Paradise Kiss e Nana di Ai Yazawa.
Per la musica sono stati analizzati i gruppi visual key: Malice Mizer; Moi dix Moi; Lareine; Versaille-Philarmonic Quintet.
Tutti questi gruppi hano in comune queste caratteristiche: esaltare la nostalgia per un tempo passato; androginia dei membri; citazioni di elementi di una cultura straniera assieme a quella giapponese.
Per il cinema sono stati analizzati questi tre film: Kamikaze Girls; Gothic & Lolita Psyco; X-Cross.Il libro termina con le “conclusioni” dell'autrice.
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Nov 16, 2012 |
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- La solitudine liberata (1)
- Alla ricerca del sé... passando dal Giappone
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By Carla Ricci -
Finished on May 13, 2012 




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La solitudine liberata, alla ricerca del sé... passando dal Giappone
di Carla Ricci, casa ed. Armando Editore, pagine 176, costo 18 €, anno 2012, formato 21 cm X 15 cmL'antropologa Carla Ricci vive attualmente in Giappone, dove è ricercatrice presso il Dipartimento di Psicologia Clinica dell'Univ ... (
continue ) La solitudine liberata, alla ricerca del sé... passando dal Giappone
di Carla Ricci, casa ed. Armando Editore, pagine 176, costo 18 €, anno 2012, formato 21 cm X 15 cmL'antropologa Carla Ricci vive attualmente in Giappone, dove è ricercatrice presso il Dipartimento di Psicologia Clinica dell'Università di Tokyo.
Il tema del saggio non sono solo gli hikikomori (su cui Carla Ricci ha già scritto due libri), ma la ricerca del sé passando per il Giappone, come recita il sottotitolo.
Personalmente ho trovato sempre interessanti le parti sulla società giapponesi e il fenomeno hikikomori, meno le parti di carattere introspettivo/filosofico.
Una questione molto marginale del libro: ma in italiano non esistono sinonimi di “esperire”? Perché sarà stato usato una 50ntina di volte...Capitolo 1: Una piccola casa nell'universo
L'uomo ingannato da se stesso
L'autrice propone alcune sue riflessioni personali di carattere filosofico sulla vita in Giappone. Differenziando, per esempio, la cultura occidentale da quella giapponese in base ai lasciti culturali del passato storico. Quindi l'occidente avrà una “cultura della pietra” (monumenti, resti archeologici), mentre il Giappone, quasi orfano di monumenti antichi, basa la sua cultura sul territorio, “la cultura del legno”. In occidente la bellezza è apprezzare ciò che è “scolpito nel tempo”, in Giappone è la fugacità insita in ogni cosa ad avere valore.
Secondo la Ricci, in qualità di antropologa, il Giappone è interessante in quanto ha già vissuto (e sta vivendo ancora) i cambiamenti portati dalla globalizzazione e dalla tecnologia.Capitolo 2: Un sé e i suoi neuroni
Un capitolo in parte introspettivo (l'autrice spiega se stessa) e in parte sui neuroni specchio, e quanto questi ci illudano che le nostre scelte/comportamenti non siano influenzate dagli altri. Sarò sincero, la parte del capitolo in cui Carla Ricci illustra la sua scelta di non lasciarsi coinvolgere dalle cose (non possederle), luoghi (non sentirvisi legati) e persone (saper interrompere i legami) mi ha un pochino indispettito. Mi spiego, se uno ha dovuto fin da ragazzino accudire un parente non autosufficiente come poteva seguire, una volta adulto, la medesima filosofia? Avrebbe dovuto mandare a ricovero il famigliare per fare nuove e stimolanti esperienze di vita? Forse certe scelte, che l'autrice pare quasi vantarsi di aver fatto (e che di certo sono state coraggiose e meritorie) si è potuta permettere di farle. Non a tutti la vita, e il senso di responsabilità verso la famiglia, ha permesso di fare come lei e come lei suggerisce di fare.
Più interessante, e non irritante, la parte sui neuroni specchio e l'influenza che hanno nei nostri rapporti col prossimo e sulla libertà di scelta, il libero arbitrio.
Questo capitolo non ha un'attinenza diretta col Giappone, ma è introduttivo ai capitoli successivi.Capitolo 3: Il senso di nonsenso
I luoghi dell'esperienza
Hikikomori, fuga da una vita di finzione
Il senso universale
Il senso di purezza
E' in Giappone che i neuroni specchio, assieme ad altre peculiarità sociali nipponiche (amaenokozo; una società gerarchica, l'ambiguità di non prendere posizione per non sovrastare il prossimo), creano un luogo dove il comportamento individuale è dato dagli altri, senza che ciò sia considerata una costrizione. Anzi, uniformare se stessi al gruppo è considerato un modo per migliorare la società e, alla fine, se stessi.
Per spiegare questo concetto l'autrice fa riferimento alla sua esperienza universitaria, sia giapponese che italiana. Illustrando come gli studenti e i professori giapponesi nel lavoro di gruppo (mentre in Italia è individuale) paiono “dover fare” oppure “mostrare di fare” piuttosto che “fare per il vero interesse di fare”.
In Giappone “produzione, competitività, consumismo” sono così radicati da creare nuove consuetudini rendendole anche indispensabili, come l'invenzione della cerimonia di divorzio.
Anche dal punto di vista tecnologico il Giappone anticipa ciò che capiterà nel resto del mondo. In particolare l'inquietudine e l'alienazione.
E' affrontata la questione hikikomori, un fenomeno in cui l'individuo abbandona l'isolamento sociale (da solo in mezzo agli altri) per rifugiarsi in un isolamento privato (lontano dagli altri). Un atto che per una società di gruppo come quella nipponica è da considerarsi fin sovversivo. Gli hikikomori sono circa l'1,15% della popolazione (dati attuali), cioè un milione e 500 mila persone!
E non sono più solo di giovane età, questo 1,15% è diviso in queste fasce di età (dati 2010 ministero della salute): 15,30% entro i 19 anni; 39% fra i 20 e 29 anni; 45,70% fra i 30 e 40 anni.
Le recenti crisi economiche hanno spinto anche le persone adulte a diventare hikikomori, questo a causa della perdita del posto di lavoro. Poi ci sono quelli che sono hikikomori fin da adolescenti ed ora hanno 30 o 40 anni.
La società giapponese considera gli hikikomori delle persone con problemi psicologici o dei semplici parassiti che vivono sulle spalle dei genitori. Per l'autrice, in realtà, ciò non è corretto, ma non sono neppure dei protestatari, essi non vogliono opporsi alla società, ma dalla società giapponese si sentono feriti, si sentono inadatti a farvi parte, quindi si rifugiano nell'unico posto adatto per loro, una stanza.
E' ben spiegati il contesto sociale e famigliare che porta i giovani a fare hikikomori. Perché oltre alla società, è la stessa famiglia a trasformarli in hikikomori. Un padre che fugge dal rapporto coi figli e la moglie diventando un hikikomori emotivo, e una madre che fa sfoggio della “virtù” tutta giapponese della sopportazione di questo stato di cose. L'hikikomori si limita a trasformare questi comportamenti da hikikomori emotivo dei genitori in un hikikomori fisico. L'hikikomori porta alle estreme conseguenze la filosofia del “le cose sono così e non possono essere cambiate”.
Dopo una serie di interessanti spiegazioni è riportata l'esperienza scritta da un giovane hikikomori italiano.
Quindi viene illustrato cosa porta all'ingresso in hikikomori: il senso di nonsenso.
Essendo un concetto un po' particolare evito di esporlo, per evitare errori, leggete il libro.
L'autrice in questo capitolo cerca di spiegare anche come opporsi agli abiti mentali che portano a fare hikikomori o che, comunque, rendono la vita dolorosa/pesante. Concetti che non riporto perché vanno un po' oltre le mie capacità di comprensione, troppo filosofici e che non mi impressionano molto.Capitolo 4: Camelie e un Samurai
Non ho colto appieno il senso di questo capitolo, incentrato sulla vita di Miyamoto Musashi (1584?-1645), il più famoso spadaccino giapponese.
L'autrice, analizzando gli scritti di Musashi (“Il libro dei 5 aneli ed elementi”) cerca di entrare nella sua psicologia, capire e spiegare cosa la muovesse, cosa pensasse. Musashi per perfezionarsi non si legava a nulla e nessuno, era in perenne ricerca della perfezione nei duelli. Pare quasi che Carla Ricci tracci un parallelismo tra Musashi e se stessa, cioè quello che riporta di se stessa nel secondo capitolo. Tralasciando che le gesta di Musashi furono probabilmente enfatizzate in epoca successiva per motivi di fanatismo nazionalista, mi sfugge il senso e l'importanza della filosofia di vita di Musashi, e trovo questa sua agiografia un po' irreale. Forse si è voluto esaltare la scelta di solitudine di Musashi, e che quindi isolarsi (hikikomori) può essere un aspetto positivo se è finalizzato verso uno scopo, e non solo alla solitudine. Però trarre insegnamenti dalle gesta, non del tutto certe, di un personaggio di 400 anni fa per affrontare l'alienazione della società moderna mi pare un po' inefficace. Ammetto, comunque, che io sono assai allergico alle ricette per vivere meglio, e che la filosofia mi è estranea, certi “ragionamenti” fatico a capirli.Capitolo 5: Amaenokozo. Un progetto ambizioso.
Carla Ricci approfondisce il tema, già toccato nei capitoli precedenti, della libertà, di una società in cui sia possibile una “libertà liberata”, concetto che spiega largamente. Con questo obbiettivo prende ad esempio la società giapponese di epoca Edo (Tokugawa 1603-1848), che realizzò “un dinamismo psichico e un mondo artistico” che l'autrice chiama “amaenokozo”. Anche in questo caso non riporterò ulteriori concetti per evitare miei errori di interpretazione.
In questo contesto è ben illustrato il concetto di “amae” e di “cattivo amae” (“warui amae”), la degenerazione moderna dell'amae ideale del periodo Edo. Oggi il “cattivo amae” ha trasformato le potenzialità di libertà dell'amae in una prassi burocratica oppressiva. Il comportarsi come detta il gruppo è fine a se stessa, una prassi che crea sofferenza, stati d'animo d'infelicità, hikikomori.
In Giappone i problemi di comunicazione, in un mondo globalizzato che fa della comunicazione uno dei cardini della società moderna, creano più problemi che altrove. Non comunicare bene (o come gli altri) riduce i rapporti umani, gli amici, può provocare il bullismo scolastico (ijime), che porta a fare hikikomori.
Sta emergendo un fenomeno riguardante i bambini giapponesi, che si sentono in colpa e si vergognano se non hanno abbastanza amici con cui passare la giornata. Per esempio i bambini che non hanno amici con cui passare la pausa pranzo (ergo io dico: W la mensa scolastica italiana!) si chiudono in bagno per mangiare, perché si vergognano di farsi vedere a pranzare in solitudine.
Fare hikikomori è un atto riguardante la difficoltà di comunicare, e gli hikikomori dovrebbero essere recepiti come la denuncia finale del malessere della nostra società basata sulla comunicazione.Capitolo 6: La solitudine liberata
In questo capitolo Carla Ricci cerca di esprimere il suo punto di vista sul come accettare la solitudine, “la solitudine liberata”. Non vuole dare ricette o consigli, vuole esternare la sua idea.
Bisogna imparare ad accettare la solitudine, senza isolarsi, ma accettarla. Poi non legarsi agli oggetti, non praticare quelle attività sociali inutili, saper troncare i rapporti umani.
Io ho semplificato di molto i suoi concetti, però anche leggendo il libro li trovo un po' esagerati.
Concordo che il consumismo (avere oggetti inutili, spesso tecnologici) serve per riempire il vuoto che è dentro di noi, stesso di scorso per le mode e gli hobby. Posso anche concordare che taluni rapporti umani siano anch'essi finzione, ma senza tutte queste “cose” si vivrebbe da semi eremiti. Secondo Carla Ricci bisognerebbe “saper perdere tutto”, sembra quasi un dogma di una nuova religione giapponese.Capitolo 7: Viaggio di un maestro di Haiku
Cantico di coscienza universale
Questo capitolo è simile al quarto, solo che in questo sono riportati gli scritti del poeta e grande viaggiatore Matsuo Basho (1644-1694), primo creatore della forma poetica haiku. Sono commentate la vita e le scelte di frugalità di Basho. La mia valutazione è la medesima del quarto capitolo.
Comunque può risultare un capitolo interessante per chi conosce ed apprezza la figura del poeta niponico.Capitolo 8: Il magistrale insegnamento
Viene affrontato il rapporto madre/figlio, anche in connessione con il fenomeno hikikomori. In pratica alcune madri vogliono protrarre la gratificazione data dal rapporto di complicità e dipendenza col figlio neonato anche quando questi è divenuto adolescente, creando una dipendenza reciproca.Capitolo 9: Camminando la vita
Capitolo come il quarto e il settimo, soggetto è Shoichi Taneda (1882-1940), che cambio il suo nome in Santoka, poeta e monaco questuante. Carla Ricci riporta e commenta la sua storia, i suoi diari e le sue poesie haiku. La filosofia di questo capitolo è la medesima degli altri due (ma anche di gran parte del libro), l'esaltazione del “saper perdere tutto” e della solitudine cercata e non subita.Capitolo 10: Il buio di Tokyo
L'ultimo brevissimo capitolo sono delle considerazioni dell'autrice sullo stato d'animo dovuto al cataclisma naturale e tecnologico del 11 marzo 2011 (terremoto, tsunami, disastro nucleare). -
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May 13, 2012 |
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- Sindrome giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima (4)
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By A. Tessari -
Finished on Aug 14, 2011 




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Sindrome giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima
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Sindrome giapponese, la catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima
di autori vari a cura d Alessandro Tessari, casa ed. Mimesis, pagine 136, costo 12 €, anno 2011, formato 21 cm X 14 cmNel sottotitolo sono riportate le località di Chernobyl e Fukushima, della prima non si parla quasi mai, della ... (
continue ) Sindrome giapponese, la catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima
di autori vari a cura d Alessandro Tessari, casa ed. Mimesis, pagine 136, costo 12 €, anno 2011, formato 21 cm X 14 cmNel sottotitolo sono riportate le località di Chernobyl e Fukushima, della prima non si parla quasi mai, della seconda poco.
In questo saggio ci sono 8 interventi:
uno riguarda l'Italia del 1982;
due sono brevissimi articoli giornalistici scritti da giapponesi sui disastri del 11 marzo;
uno riguarda il bombardamento atomico di Hiroshima;
tre riguardano modi di pensare/atteggiamenti/filosofie prettamente giapponesi;
solo uno è su Fukushima.Salto la valutazione del primo intervento perché riguarda l'Italia.
Il secondo contributo (“Per un cambiamento, orgoglioso di essere giapponese”) è un brevissimo (due pagine) articolo giornalistico di Hiroki Azuma.
Il terzo intervento ( “La catastrofe annuncia un nuovo Giappone”) è un altro breve (5 pagine) articolo di Kojin Karatani, sempre sui disastri del 11 marzo.
Il quarto capitolo (“Sindrome giapponese”) di Roberto Terrosi è il primo (ed unico) intervento valido del saggio (secondo me). L'autore fa delle considerazioni riguardo l'informazione (e disinformazione) sull'incidente nucleare (e sul nucleare in generale) in Giappone. Roberto Terrosi viveva (con la compagna giapponese e la figlioletta) e lavorava nella zona di Sendai, anche se in una località vicina alla centrale di Onagawa, come docente in una università. Inizia con una breve spiegazione sulla genesi del nucleare civile in Giappone e sulla disinformazione riguardo ai pericoli delle centrali e degli incidenti avventi prima di Fukushima. Racconta che gli è capitato spesso di fare esercitazioni per i terremoti, gli consegnarono anche un mini kit di salvezza/emergenza, ma mai fece esercitazioni in caso di incidente nucleare. Questo per far capire come la popolazione giapponese è vissuta nella certezza che le centrali fossero sicure, anche perché le autorità governative e quelle dell'industria nucleare (Tepco in primis) hanno sempre minimizzato gli incidenti, se non, in certi casi, tacendoli completamente. Le centrali erano diventate così invisibili che lui abitava vicino a quella di Onagawa e neppure lo sapeva, mentre sapeva di Fukushima.
Nei primi momenti successivi allo tsunami, le autorità e i media continuavano a tranquillizzare la popolazione che il fumo proveniente dalla centrale di Onogawa e la prima esplosione di Fukushima non erano fatti pericolosi. L'autore racconta anche di quanto è rimasto sorpreso nel vedere la gente tranquillamente in giro (in cerca di cibo e beni di prima necessità) con la pioggia dopo le esplosioni di Fukushima, questo perché la pioggia contaminata non era percepita come un pericolo, e anche perché le autorità non avevano dato nessuna raccomandazione in merito. Terrosi spiega bene il perché di questa sottovalutazione, dovuta a più fattori. Il primo è la differenza tra le bombe di Hiroshima e Nagasaki e un incidente nucleare. Nel primo caso il governo ha tutto l'interesse politico di diffondere i numeri reali della strage e della contaminazione, per dimostrare l'ingiustizia subita. Nel secondo caso (l'incidente) le autorità (Tepco e governo) hanno l'interesse a minimizzare per ridurre il panico e le proteste future. Nel primo caso (bombardamento atomico) la contaminazione radioattiva è immediatamente letale, nel secondo caso è di difficile valutazione immediata. Infine i giapponesi non subirono direttamente l'incidente di Chernobyl come noi europei, che imparammo, oltre ad un certo numero di precauzioni (come quello di stare attenti alla pioggia), anche la diffidenza verso i dati delle autorità, che avevano tutto l'interesse a minimizzare l'incidente sovietico, in quanto essi stessi detentori di centrali nucleari.
L'autore racconta anche le pressioni subite per tornare in università dopo che era tornato in Italia per salvaguardare la salute della figlia. Secondo il governo solo entro 20 km da Fukushima è stata necessaria l'evacuazione,e altri 10 km (per un totale di soli 30 km) sono sotto osservazione, ma non evacuati. Quindi il preside non considerava validi i suoi timori a rientrare, come se le particelle radioattive si fermassero disciplinatamente entro i primi 20 km...
Cedere alla paura porta alla contestazione dei provvedimenti governativi, protesta che incrina la coesione sociale, ergo poche contestazioni e molta fiducia nelle autorità. Certo, ci sono state proteste, ma la retorica della collaborazione sociale ha avuto anche stavolta il suo peso, quindi la minoranza che non accetta il “ritorno alla normalità” può diventare un nemico sociale, più della Tepco che è stata la causa dell'incidente.
Il preside della sua facoltà a chiaramente detto all'autore che se non tornava ad insegnare non avrebbe più lavorato in nessuna università giapponese. Il contributo di Terrosi termina con i suoi dubbi sulla sensatezza di tornare dove abitava, sarebbe interessante sapere se poi è tornato o meno.Il quinto intervento (“Hiroshima”) è di Florian Coulmas, ed è tratto dal saggio “Hiroshima, storia e memoria dell'olocausto atomico”, sempre edito da Mimesis. Avendo recensito quel libro non entrerò nel dettaglio del capitolo.
Mi vengono, comunque, in mente alcune considerazioni (negative) sull'opportunismo della case editrici che, pur di vendere qualche libro, riciclano brani di propri libri pubblicati solo l'anno prima.Il sesto contributo (“Modernità, immagine e catastrofe”) è di Marcello Ghilardi e, a differenza di altri due suoi libri che ho letto (anche difficili ma comprensibili), non l'ho molto capito. E' diviso in cinque parti, l'unica che ho capito è l'ultima, che tratta della forza delle immagini di disastri in manga ed anime.
Anche il settimo capitolo (“Il senso del dovere, il sacrificio, la morte”) è di Marcello Ghilardi, ed è (di nuovo...) la riproposizione di una cosa già pubblicata... cioè il quarto capitolo del suo libro “Cuore e acciaio” (pag 75-96) del 2003. Bel capitolo di un bel libro (chi non la ha mai letto lo apprezzerà di certo), ma non mi pare che abbia tanto nesso con Fukushima.
L'ottavo ed ultimo contributo (“La categoria di artificiale. Il giapponese e l'esperienza nucleare”) di Francesco Paparella inizia con questo scritto (riguardo alla difficoltà di trattare il tema delle centrali nucleari giapponesi):
“... se non partendo da una particolare prospettiva ermeneutica, la cui efficacia euristica risiede in una pre-comprensione della materia da studiare.”.
Per la serie “scriviamo come mangiamo”... e tutto il capitolo è scritto più o meno così.
Per spiegare “l'artificiale giapponese in funzione del nucleare giapponese”(?!?!) sono analizzate anche le trame di Galaxy Express 999, Full Metal Alchemist e Kyashan. Questa è l'unica parte che più o meno ho capito, anche se il nesso con Fukushima e la scelta nucleare giapponese mi sfugge. -
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Aug 15, 2011 |
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- Il Giappone oltre la maschera (3)
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By Boye Lafayette De Mente -
Finished on Jul 31, 2011 




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Il Giappone oltre la maschera
di Boye Lafayette De Mente, casa ed. Clueb, pagine 181, costo 18 €, anno 2011, formato 21 cm X 15 cmIl saggio è composto da 38 brevi capitoli in cui l'autore cerca di spiegare alcune caratteristiche inerenti la società giapponese, sfatando alcuni stereotipi. Il conte ... (
continue ) Il Giappone oltre la maschera
di Boye Lafayette De Mente, casa ed. Clueb, pagine 181, costo 18 €, anno 2011, formato 21 cm X 15 cmIl saggio è composto da 38 brevi capitoli in cui l'autore cerca di spiegare alcune caratteristiche inerenti la società giapponese, sfatando alcuni stereotipi. Il contesto è spesso quello economico (il campo dell'autore), quindi sono citate problematiche aziendali/economiche (specialmente nel rapporto tra occidentali e giapponesi), nonostante ciò i concetti descritti sono applicabili non solo al campo economico. Inoltre il tutto è scritto in modo chiaro, qualche volta alcuni concetti sono più e più volte ripetuti. L'autore è un esperto del Giappone, fin dagli anni 50 si è occupato di divulgare la cultura e le consuetudini giapponesi negli Stati Uniti. I suoi giudizi, anche critici e duri, non paiono mossi da un sentimento anti nipponico, anche se poi a pagina 62 afferma che le decisioni finali ai più alti livelli non sono prese dal primo ministro senza l'approvazione) di 12 eminenze grige, tra cui un esponente della yakuza...
1 Dissipare il mito di un Giappone enigmatico
Per comprendere le peculiarità giapponesi bisogna capire il concetto di “kata” (ovvero la “forma”, la “strada”), o anche “shikata” (“modo di fare”). Varie consuetudini nipponiche nascono da forme di kata, cioè il fare le cose “in modo giusto” (dall'uso delle bacchette al fare un pacchetto), che è ritenuto più importante di “fare la cosa giusta”. Quindi la “forma” acquista un valore maggiore della sostanza. Le origini della cultura della kata sono nella nascita del Giappone agricolo dedito alla coltivazione del riso. Shikata è la coltivazione del riso, la calligrafia, la cerimonia del tè, il teatro kabuki, il bushido. Chiunque non si conformava alle regole veniva ostracizzato, perché metteva a rischio la comunità.
Una caratteristica negativa dell'enfasi posta sulla corretta forme e armonia è la tendenza ad evitare di intraprendere azioni di cui non si conoscono le modalità di esecuzione, se manca una kata di riferimento non si agisce, si attende che lo faccia chi la conosce. Mantenere l'armonia (wa) a tutti i costi ha portato alla nascita di un linguaggio ambiguo, atto a non creare dissidi, ma potenzialmente equivocabile per i non giapponesi.
Oggi giorno il sistema della kata è riscontrabile in queste caratteristiche:
l'obbligo di lavorare insieme in gruppi esclusivi e chiaramente definiti;
una profonda lealtà verso i gruppi d'appartenenza e il paese;
un senso di equilibrio, della forma, dell'ordine e dello stile altamente sviluppati;
un sentimento ed un bisogno intuitivo per la precisione, l'accuratezza e la correttezza;
straordinaria destrezza manuale;
predisposizione a concentrarsi con estrema cura su un obbiettivo alla volta;
desiderio opprimente di eccellere in tutto, nel caso, però, si eccella sminuire il proprio talento mascherandolo con l'umiltà per preservare l'armonia del gruppo.
Ma la cultura kataizzata porta alcuni problemi:
l'incapacità di pensare ed agire in maniera indipendente;
lo stereotipare tutti in termini di famiglia, educazione, università, azienda, dimensione aziendale e posizione ricoperta;
la tendenza all'immobilismo per evitare qualsiasi frizione;
la tendenza a mantenere lo status quo se non in presenza di pressioni esterne;
la mancanza di senso di reciprocità in senso generale;
una coscienza sottosviluppata riguardo ai diritti altrui;
l'incapacità di identificare se stessi con altre nazionalità o razze;
l'invocare la propria appartenenza nazionale per giustificarsi nel comportamento e nelle attitudini.
Un occidentale dice “non importa come lo fai, fallo e basta”, un giapponese, invece, “non farlo, se non in modo appropriato”. La kata dal punto di vista industriale/economico ha portato numerosi vantaggi al Giappone, il miglioramento continuo dell'esistente, cioè la qualità. La kata è il motivo principale della non integrazione del gaijin, perché esso non potrà mai conoscere tutte le kata.2 La sfida di essere giapponesi
Per essere giapponesi bisogna costantemente rimanere giapponesi. Qualsiasi comportamento che sia considerato “non giapponese” è subito identificato e riportato nell'alveo della normalità, oppure escluso dal gruppo. Per confermare la giapponesità nascono pratiche che servono a “sentirsi giapponesi”, l'aikido, il kendo, la calligrafia, i bonsai etc etc hanno questo scopo.3 La sfida di parlare giapponese
La lingua giapponese è la prima barriera posta agli stranieri per impedire che diventino giapponesi. Per un giapponese è quasi impossibile accettare che uno straniero impari la lingua, e, mentre sono disponibili chi la parla male, si sentono a disagio verso chi l'ha appresa bene. Ci sono differenti livelli linguistici, per adattarsi al rango sociale dell'interlocutore e alle circostanze, dalla “lingua di corte” al dialetto, passando per il giapponese formale e comune, c'è addirittura un giapponese delle organizzazioni criminali.
Il giapponese è fortemente collegato ai comportamenti culturali, se non si conoscono questi è difficile apprendere la lingua. Secondo gli occidentali che vivono da decenni in Giappone la fissa dei giapponesi per il binomio lingua-cultura gli impedisce di relazionarsi con latri popoli, con la tendenza a voler mantenere la cultura giapponese incontaminata.4 Un dilemma giapponese: le politiche contro i principi
Il capitolo affronta le differenze etiche e sui principi tra occidentali e Giappone. Per motivi storici/religiosi il Giappone non ha sviluppato quei principi etici e morali presenti in occidente. Molti giapponesi sono usi affermare: “noi giapponesi seguiamo si delle condotte, ma non possediamo dei principi”.
L'autore fa interessanti considerazioni sulla moralità e l'etica nei rapporti economici e politici tra Giappone e occidente. Illustrando bene quali “comportamenti giapponesi” per noi occidentali siano giusti o sbagliati, senza volere giudicare cosa sia giusto o sbagliato in assoluto.5 Mai dipendere dalla logica in Giapponese
Le differenze tra la ligica occidentale e la “ronri” (logica) giapponese.6 Potrà mai il Giappone immettersi nell'energia cosmica?
Il “ki” giapponese nel mondo degli affari e lavorativo.7 Barriere culturali ed extralegali per gli stranieri in Giapponese
Fino agli anni 80 esistevano numerose barriere legali che impedivano agli stranieri di portare avanti attività economiche. Ora quasi tutte queste leggi sono state abolite, rimane la burocrazia, che può bloccare la nascita di un'attività senza dare motivi reali. Una volta superata con ostinazione la burocrazia c'è un altro muro: le idiosincrasia della cultura giapponese.
L'etichetta e la morale delle relazioni interpersonali e economiche sono le due più importanti barriere. Per superare questi ostacoli bisogna far ricorso al lobbismo di stile nipponico, il “nemawashi” (rivoltare le radici), che sono i rapporti extra lavorativi di svago. Altre barriere sono i processi di pianificazione dei progetti, lo scambio di favori e la lingua.8 Confrontarsi con un Giappone ateo
Le differenze tra la morale occidentale e quella giapponese sono dovute alle differenze religiose. In Giappone è assente un dio onnipotente che decide ciò che è bene e male, ed anche un clero che ne anticipa il giudizio in terra come in occidente. In Giappone il giudizio ultimo era nelle mani del gruppo e delle regole imposte dalla società in base alla classe d'appartenenza. Quindi la morale giapponese mutava con il cambiare delle circostanze e di chi esercitava il potere. In Giappone si è andata formando una assenza di bene e male assoluta, preferendo considerare “bene” il meglio per il gruppo (e “male” il peggio per il gruppo), anche se i benefici non erano per il “gruppo” inteso come la moltitudine (contadini e mercanti), ma il “gruppo” della élite di comando.9 Giocare in un campo perennemente avverso
E' spiegato il perché richiedere, in campo economico/industriale, al Giappone l'equità e il fair play nei rapporti con gli occidentali porterà sempre ad incomprensioni. Per le aziende (o lo Stato) giapponesi il concetto di equità nei rapporti d'affari non fa parte della consuetudini imprenditoriale, il gruppo più forte avrà dei privilegi, e non sarà tenuto a trattare da pari col più debole.10 Come la mediocrità può “fare carriera” in Giapponese
Viene spiegato il perché la scelta di un leader di un gruppo (dai politici al capo sezione) diverge dal concetto di eccellenza occidentale. Il leader giapponese deve mantenere l'armonia del gruppo, quindi le decisioni andranno prese col consenso della tonalità per mantenere l'armonia. Per questo anche una persona “mediocre” ma che riesca a far da mediatore nel gruppo può esserne il capo. L'unico prerequisito è, di solito, l'anzianità, quindi è difficile trovare un capo giovane in Giappone. Ne consegue che personalità che spiccano per eccellenze possano essere messe da parte, in quanto invise al gruppo, proprio per le loro capacità superiori. Mentre figure più mediocri tendono a rassicurare il gruppo e a non generare invidia, mentre consolidano l'armonia.11 Come i giapponesi percepiscono ed utilizzano le loro conoscenze rispetto agli occidentalismi
Uno dei motivi del successo industriale/economico giapponese è dovuto al modo di percepire, accumulare ed utilizzare la conoscenza, sistema che si differenzia dai metodi occidentali.12 La sindrome del “rischio morale”
Il Giappone si basa (e si è basato in passato) sul concetto di gruppo, una volta era il villaggio e il clan, oggi i gruppi sono infiniti. Quindi l'armonia del gruppo è prioritaria, ciò comporta dei vantaggi, ma anche un problema, che è chiamato il “rischio morale”. Mutuato dal gergo degli assicurati, il “rischio morale” è la tendenza degli assicurati di non prendere nessuna iniziativa personale per evitare l'insorgere di problemi. Il “gruppo” (o i gruppi) giapponesi, pur di mantenere l'armonia, non affrontano o evidenziano i problemi che si presentano, anche perché il singolo che si esponesse per “denunciare” un problema sarebbe tacciato di protagonismo.13 Sul vittimismo giapponese e su come evitare le responsabilità
Nei rapporti economici tra occidentali e giapponesi bisogna valutare due questioni importanti: “la sindrome dell'innocenza conscia” e il “higaisha ishiki”, la “mentalità vittimista”.14 Il sistema inferiore-superiore in Giapponese
Il concetto superiore-inferiore attualizzato all'oggi porta l'occidentale, che non ha gli strumenti culturali per capirlo, a considerarlo un'altra barriera culturale invalicabile.15 “Soft” management conto “hard” management
Le peculiarità del sistema manageriale nipponico.16 La sindrome del suicidio in Giapponese
Una carrellata sui suicidi famosi, dai 47 ronin a Mishima. Peccato che siano dedicate solo poche righe alla piaga del suicidio moderno.17 La cultura giapponese contro il management scientifico
Le caratteristiche manageriali insite nella cultura giapponese, e che i manager nipponici utilizzano senza avvalersi della scientificità occidentale.18 L'azienda giapponese del futuro
Dal 1995 le aziende giapponesi si sono rese conto che la filosofia manageriale nipponica non era più adatta alla crisi esistente. Per questo vennero elaborati 10 punti per il rinnovamento delle aziende. Sono enunciati questi 10 punti proposta, che nella realtà no sono stati ancora applicati.19 Le otto regole d'oro per il management giapponese: sono veramente destinati al fallimento?
Spiegazione e considerazioni sulle 8 regole del management nipponico dagli anni 50 agli anni 90.20 L'allergia giapponese per gli occidentali
Sono illustrati i motivi (mancanza di igiene personale e maleducazione) risalenti sia ai primi incontri tra europei e giapponesi che attuali “dell'allergia” nipponica agli occidentali. In particolare il concetto di “iwakan”, “senso di incongruità o di incompatibilità” verso gli stranieri, vissuto in particolare dagli uomini giapponesi.21 L'ossessione della “sgiapponesizzazione”
Le cause che spingono i giapponesi a desiderare una “sgiapponesizzazione” della loro società22 La mentalità dei burocrati giapponesi
Il burocrate (yakunin) giapponese è un punto fondamentale per capire la struttura economica del paese. Per far ciò l'autore spiega alcuni termini burocratici.
“Messhi Hoko” (sacrificarsi per il bene pubblico)
In realtà aumentare il prestigio e proteggere gli interessi della propria sezione/ministero/ufficio.
“Meiwaku o evitare “meiwaku” (evitare problemi al prossimo)
In pratica l'immobilismo propositivo e critico verso la propria struttura e i propri superiori.
“Taika Naku” (senza gravi errori)
Al momento della pensione un burocrate sarà considerato bravo se non avrà mai causato disagi al proprio gruppo.
“Maemukini” (considerare gli eventi in modo costruttivo)
Un modo per rinviare la soluzione di un problema posto al burocrate, con la promessa che si valuterà la cosa.
“Jubun” (“in modo pieno” o “completamente”)
Un altro modo per rinviare una decisione, come per maemukini.
“Tsutomeru (“essere impiegato)
Nell'accezione burocratese significa che ci si “impegnerà per” o ci si “assumerà il ruoli di” ma senza assumersi nessuna vera responsabilità.
“Kento Suru” (investigazione/esaminare)
Il tema o problema posto verrà discusso/esaminato, ma nessuna decisione sarà presa.
“Hairyo Suru” (prendere seriamente in considerazione qualcosa)
In realtà il problema non sarà affrontato ora.
“Shinchoni” (prudente o cauto)
Usato per far capire all'interlocutore che unna richiesta non può avere ulteriori sviluppi.
Se ci si sente rispondere, invece, “muzakashii” (difficile) vuol dire “non posso farlo” o “non può essere fatto”.23 Perché la azioni in Giappone sono più eloquenti delle parole
In occasione di rapporti formali con burocrati e politici ciò che ci si sente dire non è ciò che si otterrà. Questo perché più delle parole è importante interpretare le relazioni, le circostanze e il comportamento dell'individuo e dei gruppi. L'etichetta giapponese ha sviluppato una logica propria, che può differire dai contenuti, e che necessita di conoscere la cultura e la società giaponese. In questo contesto ha importanza la “telepatia culturale” che i giapponesi chiamano “haragei” (arte delle viscere), e i concetti di “tatemae” (ciò che appare) e “honne” (i sentimenti reali che si nascondono).24 Yakuza: la vera storia degli onorevoli gangster
Un interessante capitolo (peccato per la brevità) su un tema raramente affrontato. Si parte con la spiegazione sulla nascita della yakuza nel 1200, fino al significato filologico del termine. E' accennata l'influenza della yakuza sul sistema economico e politico.25 Il contributo dello Zen alla potenza economica giapponese
Nei primi anni del 1700 Baigan Ishida modificò la filosofia del lavoro, che era un mero accumulo di denaro, in un modo per migliorarsi: più si lavorava e maggiori erano le soddisfazioni intellettuali e spirituali.
In pratica quella che è chiamata l'etica del lavoro Zen, che anche nel dopo guerra ha permesso al Giappone di diventare la seconda potenza economica.26 Come il Giappone è assurto a superpotenza economica
Un riepilogo delle politiche economiche governative, cioè della “Gyosei shido” (guida amministrativa), dalla Restaurazione Meiji al 1980. Questa pianificazione economica dei burocrati e dei politici non è cessata neppure negli anni della crisi economica dal 1990 ad oggi.27 Il biasimo governa il Giapponese
Sempre considerando che il Giappone ha sviluppato l'etichetta come comportamento sociale codificato, chi la rispetta non avrà elogi, perché è considerato scontato, mentre chi non rispetta le aspettative generali subisce un demerito. Si è andato, quindi, sviluppando un sistema di valutazione basato sul biasimo, una nota di biasimo sul proprio dossier lavorativo può bloccare una carriera. Usare il demerito come forma di valutazione porta si ad una riduzione degli errori, ma anche un forte immobilismo decisionale e operativo.28 Ijime: bullismo delle scuole giapponesi
Delle interessanti considerazioni sul bullismo scolastico (ijime). Dandone in parte la colpa al mantenimento della classe dirigente scolastica coinvolta col governo fascista degli anni 30 e 40, e al sistema scolastico che nacque (nel 1868) col lo scopo di instillare la fedeltà degli studenti all'imperatore. A cui vano sommate le cause attuali e la tendenza a non accettare chi si comporta differentemente dal gruppo.29 L'inferno delle scuole giapponesi
Un'analisi spietata del duro sistema scolastico giapponese (con spiegazione della sua nascita nell'era Meiji), basato sulla pura memorizzazione delle nozioni e su esami impossibili, che portano gli studenti ad alti gradi di stress.30 Sulla crisi del management giapponese
L'autore ripropone le critiche e le soluzioni verso il management nipponico da parte di due studiosi, Moriaki Tsuchiya e Konomi Yoshinobu.31 Nihonteki: uno dei segreti del successo giapponese
Una analisi del “Nihonteki” (stile giapponese), uno standard qualitativo ed estetico delle merci che, fino dall'era Meiji, ha impedito alle imprese occidentali di esportare prodotti di consumo in Giappone, e che sussiste anche oggi, solo che le nuove generazioni ne sono meno influenzate. Il manufatto o prodotto Nihonteki deve avere delle caratteristiche che si rifanno ai concetti shibuni (raffinato/sobrio), wabi (semplice/quieto/tranquillo), sabi (ruggine, la bellezza delle cose vecchie), yugen (mistero/sottigliezza).32 Vendere sesso in un bicchiere. Ovvero: il mercato del piacere in Giappone
Uno squarcio sui luoghi legati al concetto di “mizu shobai” (commercio dell'acqua). Un accenno storico la spiegazione delle tipologie dei locali: nomiya, izakaya, karaoke.33 La lotta giapponese per raggiungere la perfezione
Il raggiungimento della perfezione tramite lo stato mentale d'illuminazione “muga” e la dottrina Zen.34 Il mito giapponese dell'internazionalizzazione
L'autore, sulla base delle sue esperienze personali in Giappone, spiega perché i giapponesi, che si considerano “internazionali”, in realtà non lo siano.35 Sintonizzarsi sulla telepatia culturale giapponese
Una parte della comunicazione interpersonale (sia privata che professionale) avviene tramite modalità extra-verbali (l'utilizzazione di giusti registri linguistici, del vocabolario adatto, del tono della voce, la mimica e i gesti). Cioè quella che si può chiamare “telepatia culturale” e che in Giappone è chiamata “haragei” (arte delle viscere). Due sono i motivi del haragei: la mancanza di privacy nella società e nella famiglia giapponese; il ridurre il parlato per non rischiare di incrinare l'armonia del gruppo.
Quest'ultimo crea una comunicazione vaga e indiretta, cioè la “capacità di lasciar intendere”.36 L'approccio discorsivo occidentale contro il Wa/Sa giapponese
In un rapporto d'affari o politico tra occidentali e giapponesi un grosso ostacolo è dovuto al fatto che i primi si basano sull'approccio domanda/risposta, mentre i secondi sui concetti Wa/Sa. Dove “wa” è l'armonia del gruppo e “sa” è è la risposta evasiva (corrispondente alla nostra alzata di spalle) per non infrangere l'armonia (wa).37 Comprendere la mentalità dei businessmen giapponesi
Secondo l'autore per intrattenere buoni rapporti d'affari con i giapponesi è utile conoscere lo Zen.38 Punti di forza e di debolezza dei giapponesi
L'autore elenca un certo numero di svantaggi e vantaggi della società giapponese, più o meno quelli riportati nel primo capitolo. -
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Aug 1, 2011 |
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- Hikikomori e adolescenza (5)
- Fenomenologia dell'autoreclusione
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Finished on Jul 24, 2011 




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Hikikomori e adolescenza, fenomenologia dell'autoreclusione
a cura di Giulia Sagliocco, casa ed. Mimesis, pagine 144, costo 16 €, anno 2011, formato 21 cm X 14 cmIl saggio è diviso in tre parti, ognuna di esse in più capitoli, scritti da autori differenti, tutti (tranne Carla Ricci che è antropolo ... (
continue ) Hikikomori e adolescenza, fenomenologia dell'autoreclusione
a cura di Giulia Sagliocco, casa ed. Mimesis, pagine 144, costo 16 €, anno 2011, formato 21 cm X 14 cmIl saggio è diviso in tre parti, ognuna di esse in più capitoli, scritti da autori differenti, tutti (tranne Carla Ricci che è antropologa è ha studiato la questione in Giappone) psichiatri o psicologhi abbastanza a digiuno di Giappone. La terminologia del libro, a parte l'intervento di Carla Ricci, è prettamente psichiatrica, quindi chi, come me, non ha conoscenze in merito troverà difficoltà a comprendere molte sua parti. C'è da dire che sarebbe stato auspicabile almeno un contributo di un psicologo o psichiatra giapponese, conoscitore diretto della problematica hikikomori.
Nella parte iniziale è spiegata la suddivisione del libro, e qui riportato il termine “manga animato”... magari, quando si scrive un libro, sarebbe utile usare le terminologie corrette, cioè “anime”, che ormai è un termine mediamente conosciuto. Specialmente quando si usa una puntata di un anime per analizzare la problematica hikikomori.Parte prima
Atti del seminario hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione1: L'esperienza antropologica giapponese. Di Carla Ricci
Questo capitolo ripropone l'intervento di Carla Ricci del luglio 2009 in un dibattito sugli hikikomori, in cui presentava il suo libro del 2008 “Hikikomori, adolescenti in volontaria reclusione”. Quindi chi ha letto quel bel saggio vedrà riproposto in modo assai succinto le stesse tematiche ed informazioni. Rimando alla mia recensione di quel libro la lettura del suo contenuto, che non ripropongo per non ripetermi.2: Hikikomori e manga: un modo di essere nel mondo e un modo di “aver cura”? Di Cristina Bartolomeo e Elvira Improta
Durante quel dibattito fu proiettata una puntata dell'anime Rozen Maiden, alla scopo di illustrare come il protagonista della storia fosse un hikikomori e come la storia si evolvesse.
Nella spiegazione al pubblico di cosa siano gli “anime”, avvenuta prima della proiezione, le due autrici regalano qualche perla:
“i personaggi manga non assomigliano quasi mai ai giapponesi (anche se spesso prendono luogo in Giappone), bensì gli autori tendono ad occidentalizzare i personaggi che spesso hanno occhi enormi, sproporzionati anche a noi occidentali”.
Ma nel 2011, con decine e decine di saggi sull'animazione giapponese ormai pubblicati, è possibile che persone laureate non riescano ad informarsi decentemente sul perché siano nati gli “occhi enormi” nei manga?
Nella spiegazione della società giapponese si può leggere un Restaurazione “Maiji”, ma non era “Meiji”?! Sarebbe bastato digitare su Google la parola “Maiji” per vedersela correggere in “Meiji ed evitare un bel errore.
Tutta l'analisi delle due psicologhe/psichiatre è incentrata, appunto, sulla prima puntata di Rozen Maiden, non di tutta la serie, ma della sola prima puntata. Comprendo che ad un uditorio non si potesse fare vedere una serie completa, ma forse le due “esperte” avrebbero potuto/dovuto farlo, per evitarsi altri errori. Per fortuna (o meno) io quella serie la vidi qualche anno fa, e, se è vero che il protagonista (Jun) è uno studente che abbandona la scuola a causa di un trauma psicologico fin banale, non lo si può propriamente chiamare un hikikomori. Jun non corrisponde a nessuna delle descrizioni della stessa Carla Ricci riguardo al comportamento degli hikikomori, non sta chiuso in cameretta, non è trasandato, non inverte il ritmo giorno/notte, dialoga normalmente con la sorella e poi con altri personaggi umani della serie. Infine la tematica di Rozen Maiden non centra nulla con il fenomeno hikikomori.
Vi risparmierò le considerazioni psicologiche su Rozen Maiden e sui soli 3 personaggi che si vedono nella prima puntata, non essendo io uno psicologo non mi permetto di entrare nel merito, però quando le persone commentano una tematica che non conoscono (come pare che non conoscano nulla degli anime) capita che si facciano degli errori grossolani, oppure si parta da presupposti assolutamente errati, forse se avessero visto tutta la serie avrebbero avrebbero tratto conclusioni differenti.
Fin esilarante è la nota a piè di pagina 45, secondo la quale la proiezione durante il dibattito di questa prima puntata di Rozen Maiden non ha violato nessuna legge sul copyright, in quanto questo episodio era presente nei video “pubblici” di Megavideo.com!!! Per quel che so io, magari sbaglio ( ed in questo caso chiedo scusa per l'ignoranza), Megavideo.com mette online qualsiasi cosa senza averne nessun diritto.
Per concludere posso valutare questo capitolo con il detto tutto milanese “Ofelé fa el to mesté” (pasticciere fai il tuo mestiere).3: Domande, idee ed esperienze a confronto. A cura di Cristina Bartolomeo e Elvira Improta.
Inizia il dibattito sui due precedenti interventi (quello della Ricci e la proiezione di Rozen Maiden), tra il pubblico e Carla Ricci.
Nelle domande ritorna la questione degli occhi azzurri occidentali nei personaggi di Rozen Maiden, che in una domanda vengono considerate “qualcosa di veramente inquietante”. L'unica cosa inquietante è che nel 2011 si pensi ancora che nei manga e negli anime ci siano gli occhioni per imitare noi occidentali...Parte seconda
Per un profilo dell'autoreclusione4: Hikikomori,fiori di ciliegio, cerchi nel grano. Di Monica Gemelli e Carlo Pastore.
E' il capitolo di analisi psicologica del fenomeno hikikomori e degli stessi hikikomori, è scritto con terminologia psichiatrica e tramite concetti espressamente psichiatrici, quindi non ne ho capito quasi nulla. Gli autori prendono in esame Yukio Mishima, e i due saggi “Il crisantemo e la spada” (di Ruth Benedict) e “La vera storia dei kamikaze giapponesi” (di Emiko Ohnuki-Tierry). A differenza di Carla Ricci non paiono avere quella conoscenza della società giapponese che, forse, sarebbe necessaria per fare certe analisi, ribadendo che io non ho capito nulla di ciò che hanno scritto.5: Altre segregazioni o dell'adolescenza attempata. Di Francesco Grieco e Edoardo Vivard.
Un caso italiano simile all'hikikomori, la storia del 36enne Mario, il tutto trattato e descritto sempre con terminologia psichiatrica.Parte terza
Modalità d'intervento in alcune strutture pubbliche napoletane.6: Esperienze terapeutiche con adolescenti che si isolano. Di Maria Grazia Ciuferri e Francesca Mancini.
I casi di due adolescenti italiani autoreclusi e il percorso terapeutico verso di loro e verso le loro famiglie. Parte interessante e scritta comprensibilmente, che pur non centrando nulla con gli hikikomori giapponesi può dare l'idea di cosa scatena il fenomeno all'interno di una famiglia.7: Hikikomori e doppia diagnosi. Fenomenologia e psicopatologia di due presenze ai limiti della vita: Di Giorgio Troiano.
L'autore fa delle considerazioni sulle similitudini tra hikikomori e tossicomania occidentale, sempre che io abbia capito, perché il tutto è trattato in modo molto tecnico, incomprensibile a chi non abbia delle basi di psicologia.
Non essendo io uno psicologo/psichiatra mi sfugge il senso di questo capitolo rispetto al titolo del libro, in quanto gli hikikomori non sono quasi mai trattati, mentre tutto lo spazio è per i tossicomani seguiti dall'autore.8: Passeggiata tra Lucifero collaborante e il circolo del mutuo riconoscimento. Di Marcello De Rogatis, Gaetano Pinto, Salvatore Sarno.
La storia dell'italiano Martin e della sua famiglia, e del percorso terapeutico di uscita dall'autoreclusione. Anche di questo capitolo non ho capito nulla.9: Virginia e il vasi di Pandora. Di Giulia Sagliocco.
La storia di Virginia, insegnante di 49 anni, e dei suoi attacchi di panico, del figlio 15enne ammalato e della figlia 20enne che si chiude nella propria stanza. Mi sfugge il nesso con gli hikikomori. -
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Jul 25, 2011 |
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- Il Giappone moderno (32)
- Una storia politica e sociale
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By Elise K. Tipton -
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Il Giappone moderno, una storia politica e sociale
di Elise K. Tipton, casa ed. Einaudi, pagine 416, costo 30 €, anno 2011, formato 21 cm X 13 cmQuesto saggio, scritto nel 2008, è formato da 14 capitoli, che vogliono illustrare la storia politica e sociale del Giappone moderno (dall'epoca Tokugawa ... (
continue ) Il Giappone moderno, una storia politica e sociale
di Elise K. Tipton, casa ed. Einaudi, pagine 416, costo 30 €, anno 2011, formato 21 cm X 13 cmQuesto saggio, scritto nel 2008, è formato da 14 capitoli, che vogliono illustrare la storia politica e sociale del Giappone moderno (dall'epoca Tokugawa al 2008), con una attenzione particolare verso il ruolo delle donne. Il saggio in maniera cronologica, analizzando anche fatti che potrebbero sembrare marginali, ma che servono per gettare una luce maggiore su aspetti generali. La parte prettamente storica risulta troppo superficiale, in quanto si limita quasi sempre a dare conto del fatto storico accaduto, senza approfondirlo. Mentre la parte di analisi sociale è sempre molto interessante, specialmente perché riproporre nel passar del tempo le problematiche di donne e minoranze, mostrando i passi avanti fatti, ma anche le discriminazioni ancora presenti.
Le 400 e più pagine e il carattere minuto e fitto con cui è scritto il libro potrebbero intimorire un potenziale lettore, invece la lettura scorre veloce. E' scritto bene, anche se sarebbe preferibile aver già letto almeno un saggio di carattere storico ed uno di stampo sociologico (entrambi sempre sul Giappone, ovviamente), in modo da conoscere i fatti trattati.Capitolo 1: Lo scenario Tokugawa. L'ideale e il reale.
Il Giappone contemporaneo nasce anche da quello dell'era Tokugawa, in questo primo capitolo sono elencati alcuni aspetti riguardanti la sua struttura sociale.Capitolo 2: La crisi di metà secolo.
Date le tensioni sociali (tra samurai poveri e mercanti) illustrate nel primo capitolo, in questo secondo è spiegato come queste scoppiarono dal 1830 (crisi interna più crisi estera) all'anno dell'arrivo del commodoro Perry nel 1853, causando la fine dello shogunato e l'avvento della Restaurazione Meiji.Capitolo 3: Gli inizi della rivoluzione Meiji.
E' dato conto degli accadimenti e delle dinamiche tra i leaders dell'inizio della rivoluzione Meiji. Oltre ai primi provvedimenti legislativi per la modernizzazione forzata del paese (sia industriale che sociale), con i relativi moti di protesta di alcuni strati della popolazione (ex samurai e contadini sfruttati).Capitolo 4: Gli anni 80 e 90.
Negli anni 80 e 90 (del 1800) lo spirito della Restaurazione Meiji cambiò. Non si accettava più indiscriminatamente come positivo tutto ciò che proveniva dall'occidente, ma si iniziò a voler salvaguardare le peculiarità della cultura giapponese. Arrivando ad esaltare la superiorità nipponica (data anche dalla vittoria sulla Cina nel 1895), in pratica stava nascendo il nazionalismo che portò il Giappone verso la dittatura imperiale-fascista.
In quest'ottica i temi trattati sono: educazione scolastica; costituzione; il trattamento riservato alle minoranze etniche come Ainu e okinawanesi; condizione femminile; la creazione dell'immagine dell'imperatore e di una religione di stato; lo shintoismo.Capitolo 5: L'ultimo periodo Meiji.
Questo capitolo si incentra sull'ultimo periodo dell'era Meiji. La vittoria nella guerra con Cina e poi Russia creò un'identità e un orgoglio nazionale mai visti prima. Il Giappone si guadagnò il rispetto internazionale, tanto da porre fine ai “trattati ineguali” imposti dagli occidentali.
In quest'ottica i temi trattati sono: Annessione della Corea; l'uso della guerra per creare un'identità nazionale; l'annessione di Taiwan; la svolta della guerra russo-giapponese; la situazione sociale; la nascita del movimento operaio; le condizioni di lavoro nelle fabbriche; l'angoscia giovanile.Capitolo 6: Una società di massa emergente.
Il capitolo analizza l'era Taisho (1912-26), relativamente calma e pacifica, specialmente nei confronti delle nazioni occidentali. In questo periodo i partiti acquisirono sempre più potere, sottratto agli oligarchi Meiji, illudendo il paese che stesse nascendo una democrazia. Infatti l'era Taisho è anche chiamata “democrazia Taisho”, ma i politici cedettero il passo ai militari, e questi anni furono solo una mera illusione democratica. Una democrazia che, comunque, restava molto controllata dall'alto.
In quest'ottica i temi trattati sono:
il pacifismo internazionale; il ruolo dei partiti nella democratizzazione del paese; i movimenti per i diritti di donne, minoranze (coreani e burakumin) e lavoratori dell'industria; le azioni governative e legislative per stroncare le richieste di diritti e le contestazioni in generale; urbanizzazioni e problematiche correlate; lavoro femminile; la nascita del gruppo sociale dei “colletti bianchi”; la nascita di una società consumistica di massa; le “modern girls”; l'intrattenimento di massa e la cultura di massa.Capitolo7: La modernità contestata, gli anni 30.
Gli anni 30 del ventesimo secolo sono considerati il periodo dell'avvento dei militari al potere e l'inizio della repressione, anche se la libertà d'opinione piena non era mai esistita.
In quest'ottica i temi trattati sono: i cambiamenti negli svaghi quotidiani dei giapponesi; la situazione di estrema povertà dei contadini e le loro rivendicazioni; l'invasione della Manciuria; la moda del “ero-guro nonsensu” (nonsense erotico-grottesco) come valvola di sfogo per la crisi economica; le fazioni militari Kodoha (“via imperiale”) e Toseiha (“del controllo”), che portarono alla ribellione dei giovani ufficiali nel febbraio del 1936; i fatti che portarono alla crisi internazionale tra Giappone e Usa/gran Bretagna;Capitolo 8: La valle oscura.
Questo capitolo evidenzia le ripercussioni della guerra mondiale sia sulla vita dei cittadini giapponesi che sui coloni dei territori occupati negli anni precedenti. Inoltre saranno prese in considerazione le attività governative per mobilitare le masse in supporto della guerra. Il capitolo termina con il bombardamento americano di Hiroshima e Nagasaki.
In quest'ottica i temi trattati sono: l'efficacia o meno della propaganda governativa in favore della guerra (1937); l'attività delle associazioni create dal governo per supportare la guerra; le censure sulla stampa e l'uso propagandistico di radio e cinema; le attività del movimento “ordine nuovo” per preparare la popolazione ad una economia di guerra; le azioni dei politici e dei militari che portarono all'invasione del sud est asiatico; gli effetti diplomatici dell'espansione coloniale; la sfera di co-prosperità giapponese; lo stupro di Nanchino (poco più di un accenno); le “ianfu” coreane (confort woman); la fine dell'iniziale simpatia dei popoli asiatici “liberati” dai giapponesi, sostituita con la paura e poi la ribellione;Capitolo 9: “Sopportare l'insopportabile” e ricominciare nel nuovo Giappone.
Il capitolo affronta la vita dei giapponesi nell'immediato dopo guerra e la ricostruzione materiale, politica e costituzionale da parte dei vincitori statunitensi.
In quest'ottica i temi trattati sono: l'occupazione americana (lo SCAP); l'impunità di Hirohito degli industriali e dei burocrati; la riforma agraria con la fine dei fittavoli; il ridimensionamento degli zaibatsu; la rinascita dei movimenti sindacali; i diritti delle donne (legali ed elettorali); le scelte di Mac Arthur sul futuro del Giappone; il rallentamento delle riforme democratiche (“corso inverso”) voluto dallo stesso Mac Arthur nel 1948 a causa del pericolo comunista; la fine dell'amministrazione e occupazione Usa e il suo lascito al Giappone (valutazioni positive e negative).Capitolo 10: Conflitto e consenso negli anni 50.
Gli anni 50 videro un confronto serrato tra i conservatori al governo (supportati da burocrati ed industriali), che cercavano di ridurre la portata delle riforme democratiche presenti nella costituzione, e le opposizioni di sinistra, che difendevano la costituzione e i diritti da essa sanciti.
In quest'ottica i temi trattati sono: le scelte politiche di Yoshida Shigero, il primo ministro conservatore che guidò il Giappone della rinascita economica/industriale e che consolidò l'egemonia conservatrice; il ritorno dei politici e burocrati nazionalisti e militaristi dopo le epurazioni americane; il ritorno degli zaibatsu sotto altro nome, keiretsu; il controllo da parte del governo sui testi scolastici; le dimostrazioni popolari contro la firma del ANPO; la nascita del “sistema occupazionale giapponese” (occupazione a vita a fronte di un alto sfruttamento), che comunque era valido solo per le aziende sopra i 550 dipendenti; le lotte sindacali degli anni 50; la nascita del sindacalismo moderato voluto dai keiretsu; le condizioni di vita delle famiglie all'inizio del decennio e alla sua fine (un raffronto); i cambiamenti sociali collegati al boom economico; le minoranze nel Giappone degli anni 50.Capitolo 11: Il “miracolo economico” e le sue zone d'ombra.
Negli anni 60 la nuova religione nazionale era l'aumento del PIL e il raddoppio del reddito medio di una famiglia, fu il periodo del miracolo economico che portò il Giappone a diventare la seconda potenza economica del mondo. Il governo aveva spostato “l'obbiettivo nazionale” dalla guerra del periodo prebellico e bellico alla crescita economica, e la popolazione lo seguì con abnegazione (come fece per la guerra), ma questa crescita vertiginosa ebbe dei costi gravi riguardo l'ambiente, la salute dei cittadini e la società. Se negli anni 50 i tre tesori imperiali dei cittadini furono il frigorifero, la lavatrice e la tv in bianco e nero, negli anni 60 erano diventate le 3 K: ka, kura, kara terebi (auto, aria condizionata e tv color). Negli anni 70 mutarono nelle 3 J: jueru, jetto, jutaku (gioielli, vacanze oltremare, casa di proprietà)
In quest'ottica i temi trattati sono: le motivazioni del miracolo economico; pianificazione industriale tra governo/burocrati ed industriali; guerra di Corea, guerra in Vietnam e guerra fredda; l'apertura internazionale dei mercati alle merci nipponiche; l'impatto positivo delle olimpiadi del 1964; il tempo libero negli anni 60; l'alto livello di risparmio delle famiglie; la situazione discriminatoria (anche economica) verso burakumin, gli originari di Okinawa e i coreani.Capitolo 12: Il paese ricco.
Il capitolo si occupa degli anni 70 e 80. Gli anni 70 iniziarono con i 3 “shokku” (shock) di Nixon: il riconoscimento da parte degli Usa della Cina popolare (senza consultare il Giappone) nel 1971; l'abbandono unilaterale da parte Usa del tassi fisso col Giappone nel 1971 (che comportò una rivalutazione del 17% dello yen); l'embargo Usa all'esportazione dei fagioli di soia in Giappone nel 1972. Inoltre ci fu la crisi petrolifera del 1973/74. Questi fatti fanno considerare agli storici l'inizio degli anni 70 con il termine del periodo iniziato con la fine della guerra. Nonostante tutto ciò la crescita economica continuò, e il partito liberal democratico ne trasse abbastanza benefici da poter continuare imperterrito a governare, indipendentemente gli scandali di corruzione. Corruzione ormai divenuta endemica, che provocò il distacco dei cittadini, specialmente i giovani apartitici, dalla politica. Il successo del Giappone in campo economico ed industriale venne attribuito alle caratteristiche della società e della cultura giapponese, tanto che nacque il concetto di “Nihonjinron” (l'unicità del carattere giapponese).
In quest'ottica i temi trattati sono: la politica economica negli anni 70 e 80; differenze sociali ed economiche; l'emarginazione sociale nei gruppi sociali come donne lavoratrici, burakumin, coreani, Ainu, i nuovi immigrati; l'attenuarsi di alcuni valori tipici giapponesi e l'affermarsi di quelli occidentali (meno abnegazione sul lavoro e più svago, meno gruppo e più individualismo, meno obbedienza e più contestazione/ribellione verso le consuetudini sociali); il femminismo; la nascita della cultura kawaii.Capitolo 13: Il decennio perduto.
Gli anni 90, il “decennio perduto”, hanno visto la fine di molte sicurezza del cittadino giapponese, la fine del boom immobiliare, del lavoro a vita (che era a vita più che altro nelle grandi aziende), la fine (o un rallentamento) del boom consumistico. Il tutto a fronte di uno stato che non si era dotato di un welfare di tipo europeo, lasciando così molti cittadini abbandonati a se stessi, oppure obbligandoli a ridurre al minimo le spese superflue allo scopo di risparmiare per la pensione o in vista di una malattia.
In quest'ottica i temi trattati sono: i fallimenti di politici e burocrati; la fine del dominio del partito liberal democratico; la corruzione dilagante; la recessione e le ripercussioni sui lavoratori; il peggioramento della situazione lavorativa e sociale delle donne; sesso, violenza e consumismo in rapporto alle donne; malessere sociale di fine secolo nelle scuole, famiglia, studenti, anziani, figli di immigrati; effetti della globalizzazione sulla società; scuola non pronta alle classi multi etniche; cambio della politica estera dopo la prima guerra del golfo; frizioni con i vicini asiatici per il rifiuto giapponese di riconoscere le responsabilità dei crimini di guerra (confort women, Nanchino).Capitolo 14: Dove sta andando il Giappone?
Nel 2001 sembrava che la ripresa economica fosse iniziata (dopo 10 anni di stagnazione/recessione) , ma un nuovo periodo di recessione fece ripiombare il paese nella crisi. Inoltre tutti i problemi sociali degli anni 90 non erano stati minimamente affrontati dalla classe politica, coinvolta sempre più in scandali di corruzione.
In quest'ottica i temi trattati sono: i 5 anni di governo di Koizumi Jun'ichiro; la ripresa economica; la privatizzazione del sistema postale; lo stile politico/mediatico di Koizumi; la sconfitta elettorale del 2007 dovuta ad uno scandalo di corruzione del governo Abe; il peggioramento delle condizioni economiche e lavorative degli occupati e neo occupati; il fenomeno dei Neet e dei Freeter; i “profughi degli internet cafè” (statisticamente non dei senzatetto ma in realtà senza fissa dimora); la situazione dei senzatetto esclusi dai programmi di welfare; le cause del crollo del tasso di natalità; la visione della donna da parte dei politici e burocrati solo come “macchina per procreare”; le discriminazione verso le donne sulla retribuzione e nella carriera; la condizione delle donne divorziate; l'integrazione lenta delle minoranze; la discriminazione verso i lavoratori brasiliani; la potenza culturale nipponica (manga, anime, jpop, videogiochi) al posto della potenza economica, chiamata anche “nazionalismo soft”; la rinascita del nazionalismo nella revisione dei libri di scuola; l'imposizione di cantare l'inno nazionale all'inizio delle lezioni; le tensioni con Cina e Corea del Sud per questo nuovo nazionalismo; la sfida geopolitica fra Cina e Giappone. -
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Jul 4, 2011 |
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- Occidentalismi (8)
- La narrativa storica giapponese
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By Toshio Miyake -
Finished on May 22, 2011 




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Occidentalismi, la narrativa storica giapponese
di Toshio Miyake, casa ed. Cafoscarina, pagine 245, costo 18 €, anno 2010, formato 20 cm X 13 cmSaggio interessante, ma un po' ostico da leggere, in alcuni tratti necessita di una cultura accademica di base, sia per i concetti espressi che per la ter ... (
continue ) Occidentalismi, la narrativa storica giapponese
di Toshio Miyake, casa ed. Cafoscarina, pagine 245, costo 18 €, anno 2010, formato 20 cm X 13 cmSaggio interessante, ma un po' ostico da leggere, in alcuni tratti necessita di una cultura accademica di base, sia per i concetti espressi che per la terminologia. Forse l'autore avrebbe potuto fare uno sforzo maggiore per rendere meno astruso (in alcune parti) il suo libro, specialmente se avesse tradotto le numerose parti lasciate in inglese...
“Perché il Giappone è considerato orientale? Perché l'Italia è considerata invece occidentale? E. soprattutto, che cosa accomuna e giustifica queste due designazioni fra le più naturali, e quindi scontate, del senso comune?”
Inizia con queste domande il saggio di Toshio Miyake, nato in Giappone ma cresciuto in Germania e Italia, dove vive attualmente, dopo aver fatto ritorno per un periodo in Giappone. Vista la sua biografia l'autore si è dovuto spesso confrontare con gli stereotipi nazionali riguardanti il Giappone (quando era in Italia) e l'Italia (quando era in Giappone), oltre agli stereotipi più in generale su “oriente” e “occidente”. Orientalismo (e auto orientalismo) e occidentalismo saranno lungamente analizzati in questo saggio.
Questo è un libro per cercare di capire come i giapponesi ci vedono e, di riflesso, come percepiscono se stessi.
Negli anni 80 in Giappone iniziò la popolarità dell'Italia, che, proseguita negli anni 90, dura tutt'ora, ma fino agli anni 80 l'Italia era apprezzata solo artisticamente, i giapponesi la consideravano il “paese più stupido del mondo”. L'autore cerca di capire cosa è cambiato nella percezione giapponese dell'Italia per modificare tanto un giudizio da essenzialmente negativo a totalmente positivo. Per rispondere a ciò si analizzeranno gli scritti di narrativa storica di Shiono Nanami, che hanno fatto conoscere l'Italia a milioni di giapponesi.
“La tesi sostenuta in questo libro è che ogni discorso identitario nel Giappone moderno e contemporaneo sia configurato dal rapporto con una nozione smisurata e tutt'ora egemone di Occidente. Quindi, una chiave di lettura importante del successo dell'Italia in Giappone diventa il ruolo strategico assunto dalle rappresentazioni del “Bel Paese” nel mediare il difficile e ambiguo rapporto con la modernizzazione euro-americana”.
L'orientalismo (e più recentemente il tecno-orientalismo) esaltano uno o più aspetti del Giappone per poi deformarli come negativi, in chiave di superiorità occidentale.
Per esempio la geisha (orientalismo) è considerata un emblema di femminilità, ma anche una aberrazione in quanto succube e sottomessa all'uomo. Oppure il samurai (sempre orientalismo) è visto come un super uomo per lealtà e marzialità, ma anche un sub uomo per crudeltà e fanatismo. Infine il sarariman (tecno-orientalismo) è un esempio di efficienza e produttività, ma diventato un robot alienato esso stesso, che sacrifica la famiglia e la salute per il lavoro.
L'auto orientalismo è lo stesso meccanismo dell'orientalismo (o del tecno-orientalismo), ma, invece che attuato dagli occidentali, è messo in atto più o meno inconsapevolmente dagli stessi giapponesi.Il primo capitolo, “Genealogia di seiyo (occidente) e toyo (oriente)”, analizza l'etimologia dei termini giapponesi per indicare oriente e occidente, che illustra come il Giappone per identificarsi sia passato dalla posizione sino centrica a quello euro centrica.
In questo capitolo è presente anche una interessante descrizione etimologica (comprensiva anche di kanji) sui termini yamato e nippon. Cercherò di illustrarla brevemente, ma la mancanza degli ideogrammi ne ridurrà la sensatezza. I cinesi (periodo Han 25-220 d.C.) chiamarono il Giappone “wo” (in giapponese “wa”, yamato), “persona dalla statura bassa” o ”nano”, che divenne “woguo” (in giapponese “wakoku”), cioè “Paese dei nani”. I giapponesi in seguito iniziarono a definirsi “yamato”, in quanto il carattere “wa” di nano era omofono al “wa” di armonia. A cui venne preposto il carattere “grande”, a formare la parola autoctona “ohoyamato”, che poteva significare sia “grande armonia” che “grande nano”. Intorno al VII e Viii secolo i giapponesi, che non riuscivano a far cambiare l'accezione cinese di “Paese dei nani” visto che l'impero cinese aveva un ruolo dominante, venne proposto un nome nazionale diverso, “nihon” o “nippon”, cioè “luogo di origine del sole” o “luogo dove sorge il sole”, anche in collegamento con la dea del sole Amaterasu.
Fino alla fine dell'era Tokugawa il Giappone era posto ad oriente da un'ottica sino centrica, ma col ritorno degli occidentali la prospettiva cambia in versione euro centrica. Gli stessi giapponesi di quel periodo (intorno al 1870) si definiscono come una civiltà semi primitiva, e mirano ad occidentalizzarsi nel sapere, nella tecnica e nella scienza, mantenendo, però, il proprio spirito nipponico, da qui il termine “wakon yosai”, “spirito giapponese, conoscenza occidentale”, coniato in era Meiji.Il secondo capitolo, “L'Occidente moderno e i dilemmi dell'identità specchiata”, ricostruisce l'assunzione della geografia immaginaria euro-centrica, iniziata nella seconda metà del 800. Si illustra come il Giappone interiorizzò lo sguardo euro-centrico fino a condizionare il modo di vedere se stessi e gli altri.
Il Giappone è un ottimo esempio del potere egemonico dell'occidentalismo, e quindi dell'orientalismo o dell'auto-orientalismo, in quanto non fu mai colonizzato. Nonostante ciò la nostra visione occidentale del Giappone si è imposta, tanto da trasformare lo stesso paese del sol levante in una nazione imperialista e colonialista, ad immagine di Europa ed Usa.
Per il Giappone l'esistenza dell'occidente è indispensabile una propria identità nazionale, personale e collettiva.
Il Giappone fu l'unica nazione non euro-americana a portare a termine la modernizzazione, a combattere lo stesso occidente e ad assoggettare altre popolazioni asiatiche, creando una nuova posizione anti occidentale ma anche anti orientale.
Il Giappone per individuare se stesso ricorse allo sguardo dell'altro (l'occidente), che comportò la proiezione interna di una prospettiva altrui. Questo continuo rifarsi ed imitare l'occidente portò a numerose frustrazioni, nazionali ed individuali, in quanto l'Europa e gli Usa vedevano, nonostante gli sforzi giapponesi di modernizzarsi, nel Giappone sempre una nazione “non bianca”. Questo portò, verso l'inizio del 900, ad una inversione di tendenza, che vedeva nel ritorno alle origini giapponesi (nota come “kaiki”) il nuovo credo nazionale. Questo generò la “missione giapponese” di “liberare” gli altri paesi asiatici dalla dominazione occidentale (con il risultato di sostituire un colonizzatore bianco con uno asiatico), grazie alla nuova via giapponese, che univa modernizzazione alla tradizione. L'emblema di questa nuova missione giapponese fu la “Grande Sfera di Coprosperità dell'Asia Orientale”, “Daitoa Kyoeiken”.
La sconfitta bellica impose un nuovo occidentalismo, incentrato tutto sugli Usa, visti come nuovo modello da seguire. Di pari passo con il successo economico/industriale del dopo guerra nacque una neo retorica sulla unicità dell'identità giapponese, chiamata “Nihonjinron”, “Teorie sui giapponesi”. Un nuovo nazionalismo culturale e popolare che esalta i successi del Giappone in tutti i campi, dandone merito alle caratteristiche peculiari insite nella cultura e la tradizione giapponese, e nei giapponesi stessi. La nozioni più famose del “Nihonjinron” sono: “popolo omogeneo” (tan 'itsu minzoku), “amore passivo” (amae), “società verticale” (tate shakai), “gruppismo” (shudanshugi), “cultura della vergogna” (haji no bunka). Però anche questa volta la nuova visione del Giappone (elaborata in Giappone) nasce da un punto di vista occidentale, dato che è influenzata da autori statunitensi (come Ruth Benedict, “Il crisantemo e la spada”). Si ripropone la dualità di fine 800, dell'orientalismo euro-americano: modernità razionale (occidente) contrapposta a tradizione irrazionale (Giappone).Il terzo capitolo, “L'Italia made in Japan”, in cui viene introdotto il ruolo sui generis delle rappresentazioni sull'Italia.
Fin dai primi contatti tra Italia e Giappone agli anni 80 del 900 i giapponesi ricevevano informazioni dell'Italia tramite studiosi di altre nazioni europee, praticamente mai da una fonte italiana, quindi “l'italianismo” fu sempre marginale. Il boom del made in Italy avviene nei primi anni 90, trasformando l'Italia da “paese più stupido del mondo” a paese più amato. Furono le riviste femminili di moda a generare questo boom, iniziò tutto con uno speciale sulla rivista Hanako (nell'aprile 1990) riguardo il tiramisù. Seguì il calcio (con la nascita della J-League e con l'arrivo in Italia di Hidetoshi Nakata), le auto, la moda, la lingua italiana (viene spiegato brevemente il successo di Girolamo Panzetta). E in quest'ottica di successo dell'Italianismo ha avuto un grande ruolo la scrittrice Shiono Nanami, con la sua narrativa storica sull'impero romano e il Rinascimento, ma anche sulla società contemporanea italiana. La fascinazione verso l'Italia nasce e si afferma stabilmente anche perché il Bel Paese è visto si come la culla dell'occidente, ma non è temuta come gli Usa o altre nazioni europee, in quanto è considerata arretrata rispetto al Giappone. Quindi un Italia con un passato superiore ed un presente inferiore, un paese occidentale ma “orientalizzato”. “L'altro” italiano è seducente perché permette al giapponese di vedere se stesso in posizione di superiorità, cosa che non capiterebbe con altri paesi occidentali.Il quarto capitolo, “La narrativa storica di Shiono Nanami”, introduce la figura della scrittrice giapponese. Shiono Nanami, che vive in Italia da 40 anni, è l'autrice che in assoluto si è dedicata di più ad illustrare l'Italia ai giapponesi. Tutti i giapponesi che si sono appassionati all'Italia hanno letto i suoi libri, come “Romajin monogatari” (Storie dei romani), sull'Impero romano, che in Giappone ha venduto 9 milioni di copie.
Nel 2002 il Presidente Ciampi le conferì l'onorificenza di “Gran Ufficiale dell'Ordine al Merito”, per la sua opera di divulgazione della cultura italiana.
L'autore passa ad elencare le opere di Shiono e la sua vita.
Il genere letterario di Shiono è una via di mezzo tra il romanzo e il saggio storico, non è uno studio accademico storico, ma qualcosa di più informale e leggero, chiamato “rekishi shosetsu” (romanzo storico), che mischia storiografia, saggistica e narrazione letteraria.Il quinto capitolo, “Dal Rinascimento all'Italia”, analizza le tematiche e lo stile degli scritti di Shiono. Tutta la parte sulle opere letterarie sarà maggiormente apprezzabile da chi avrà letto i libri di Shiono. C'è una parte di questo capitolo che illustra anche gli articoli da opinionista che Shiono a scritto sull'Italia (dagli ani 70 all'attualità). Nell'analisi di questi articoli si nota che Shiono descrive un paese esotico, con tutti gli stereotipi classici, quindi inferiore al Giappone, una nazione museale e decadente, con una popolazione allegra ma irrazionale. Quando poi Shiono descrive il sud Italia e la Sicilia, in particolare, si notano descrizioni da classismo razzista.
Il sesto capitolo, “Dall'antica Roma al Giappone”, è dedicato al ciclo romano “Romajin monogatari”, che portò alla definitiva consacrazione di Shiono. Secondo Shiono i giapponesi capirebbero meglio degli occidentali i romani dell'Impero Romano in quanto entrambi i popoli erano e sono politeisti. Le considerazioni dell'autore su questa opera di Shiono sono, comunque, molto più approfondite di quello che posso riportare io.
Il settimo capitolo, “Italianismo e Occidentalismo”, analizza la produzione saggistico/giornalistica più attenta ai temi di attualità geopolitica. In questa parte c'è una riabilitazione dell'Italia, da paese arretrato a paese esemplare, in concomitanza delle missioni militari italiane nel mondo, dove il Giappone, invece, non vi partecipa mai. Quindi l'Italia viene elogiata allo scopo di criticare la classe politica giapponese, e la stessa costituzione (pacifista) giapponese , che impediscono al Giappone di avere un ruolo attivo nel mondo.
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May 22, 2011 |
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- Gothic Lolita (14)
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By Valentina Testa -
Finished on May 15, 2011 




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Gothic Lolita, la nuova moda delle ragazze giapponesi conquista il mondo
di Valentina Testa, casa ed. Tunuè, pagine 111, costo 9,70 €, anno 2011, formato 18 cm X 17 cmLe Gothic Lolita (ma anche tutte le altre mode underground giovanili) nascono in un ben determinato luogo di Tokyo, nel quartiere H ... (
continue ) Gothic Lolita, la nuova moda delle ragazze giapponesi conquista il mondo
di Valentina Testa, casa ed. Tunuè, pagine 111, costo 9,70 €, anno 2011, formato 18 cm X 17 cmLe Gothic Lolita (ma anche tutte le altre mode underground giovanili) nascono in un ben determinato luogo di Tokyo, nel quartiere Harajuku, dove c'è un ponte che divide Takeshit Dori dal parco Yoyogi.
Ojosama (“ragazza” o “giovane donna nubile”) sarebbe il prototipo della giovane donna giapponese ideale: educata, proveniente da una buona famiglia, istruita, vestita in maniera tradizionale. In opposizione a questo stereotipo nacquero le gyaru. In seguito le mode giovanile femminili nipponiche si diramarono in molteplici direzioni, ma sempre contro la “ojosama”, la kanguro (emancipata, non educata, non rispettosa, non proveniente da una buona famiglia e non ben istruita) si può considerare l'esatto opposto delle ojosama.
Una di queste direzioni portò alle Lolita e quindi alle Gothic Lolita (“goshikku roriita”, abbreviato “gosurori” o “gothloli”). Queste sono tutte quelle adolescenti che hanno fatto del bello uno stile di vita. La moda Lolita o Gothic Lolita non è correlata al cosplay, come taluni credono, ma sono adolescenti che dopo aver dismesso la divisa di liceale si agghindano come bamboline in merletti. Il cosplay, al contrario, prende spunto dalle Gothic Lolita quando a queste sono ispirati personaggi di manga ed anime.
La moda Gothic Lolita è influenzata dall'estetica vittoriana e dal rococò, e questo stile artistico si nota anche nell'eccesso decorativo degli accessori, che sono il punto di collegamento tra le Gothic Lolita e la cultura kawaii, dato che kawaii sono tutti i loro accessori.
La cultura kawaii è essenzialmente una fuga dalle responsabilità che la società giapponese affibbia inesorabilmente a chi esce dalla vita scolastica. In Giappone il diventare adulti non è una conquista di autonomia, quindi un fatto positivo e ricercato come in occidente, ma la fine della libertà individuale e l'avvento degli obblighi lavorativi (per i maschi) e gli obblighi famigliari (cioè, il matrimonio, per le femmine). La cultura kawaii e la moda Gothic Lolita permettono alle giovani donne giapponesi di rimandare “l'inevitabile” entrata a pieno titolo nella società (ri)produttiva. Infatti le Gothic Lolita si prefiggono di provare solo le “cose dolci della vita”, che evidentemente non contemplano gli obblighi lavorativi e famigliari.
A differenza del loro nome le Lolita (Gothic o meno) non fanno dell'allusione sessuale il loro punto forte, anzi, gran parte del loro corpo è coperto. L'unico atteggiamento sessuale è quello un po' ammiccante di una falsa ingenuità, chiamato in Giappone “burikko”.
Candy Candy e Georgie possono essere considerate come i due personaggi manga/anime che hanno anticipato la moda delle Lolita, e con loro nasce l'altro collegamento forte, oltre alla cultura kawaii, con la cultura dei manga ed anime shojo, cioè per ragazze.
Lo stile gotico delle Gothic Lolita non è incentrato sul pessimismo e sul malessere, ma sulla malinconia, cito da pagina 40: “...le Gothic Lolita mettono in scena la malinconia gotica diluendola nell'eleganza Lolita”.
Nel capitolo 3 Valentina Testa entra nel dettaglio della moda Gothic Lolita, cioè materialmente cosa indossano queste ragazze, un elenco molto variegato di abiti di un'altra epoca. Sono analizzati anche lo stile Gothic Lolita e la vita normale di una Gothic Lolita, che avrà dei passatempi degni di una dama vittoriana, come la lettura, il ricamo e il cucito (che sono funzionali al confezionamento di nuovo abbigliamento da sfoggiare), preparare dolcetti. Oltre ai gruppi di J-pop e J-rock una Gothic Lolita apprezza anche la musica classica. Pure gli sport debbono essere in tono, quindi niente sport poco femminili, ma spazio all'equitazione o al pattinaggio sul ghiaccio.
Gli stili Lolita sono numerosi, l'autrice ne fa una esauriente carrellata comprensiva di spiegazione sia sulle differenze dei vestiti che sul comportamento sociale. Riporto i tipi di Lolita tralasciando di mettere il “Lolita”: Gothic (ovviamente), Sweet (o “Amaloli”), Country, Kuro, Shiro, Classic, Punk, Aristocratic, Elegant Gothic Aristocratic (o “EGA” o “EGL”), Hime (o “Himeloli”), Casual, Sailor, Erotic (o “Erololi”), Grotesque (o “Guru”), Wa, Qui (o “Qi”).
Anche i ragazzi si possono vestire in questo stile, sonno chiamati “oji”, poi occidentalizzato in “kodona”.
Infine, in questo terzo capitolo, l'autrice riporta le marche più importanti di abiti in stile Lolita, aziende di moda che si sono specializzate in questo settore.
Nell'ultimo capitolo Valentina Testa riporta l'influenza dello stile Lolita nella musica, letteratura, cinema, manga ed anime, arte. Riservando ad ognuno un paragrafo di approfondimento.Un'ultima considerazione su questa collana “Frizzz” della Tunuè. Attualmente conta cinque uscite, io ne ho prese quattro, in tutte le foto (a colori nella parte centrale del libro e in bianco e nero per il resto) hanno molto spazio, sottratto ovviamente all'approfondimento scritto, che ci si aspetterebbe in un saggio.
Nel caso, però, di “Gothic Lolita” le foto sono importanti per contestualizzare lo scritto, anche se un po' più di scritto non avrebbe fatto male... -
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May 15, 2011 |
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- Culture del Giappone contemporaneo (47)
- Manga, anime, videogiochi, arti visive, cinema, letteratura, teatro, architettura
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By Marcello Ghilardi, Giorgio Amitrano, Matteo Casari, … -
Finished on Apr 10, 2011 




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Culture del Giappone contemporaneo
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Culture del Giappone contemporaneo: manga, anime, videogiochi, arti visive, cinema, letteratura, teatro, architettura
a cura di Matteo Casari (autori vari), casa ed. Tunué, pagine 255, costo 16,50€, anno 2011, formato 19 cm X 14 cmQuesto saggio raccoglie gli interventi di numerosi autori in due c ... (
continue ) Culture del Giappone contemporaneo: manga, anime, videogiochi, arti visive, cinema, letteratura, teatro, architettura
a cura di Matteo Casari (autori vari), casa ed. Tunué, pagine 255, costo 16,50€, anno 2011, formato 19 cm X 14 cmQuesto saggio raccoglie gli interventi di numerosi autori in due convegni, col nome “Wabi Sabi Cyber”,sulle culture e sub-culture giapponesi svoltesi nel 2007 e nel 2008 presso l'Università degli studi di Napoli “L'Orientale”. Gli interventi del 2007 e 2008 sono stati rivisti e, talvolta ampliati, per questo volume.
Le tematiche sono molteplici, e lo stile di scrittura altrettanto differente, alcuni capitoli (non tutti) sono abbastanza ostici, non solo per l'argomento (che se conosciuto sarà di certo facile), ma proprio perché scritto “difficile”. Cosa che mi fa sempre “arrabbiare”, comprendo che un tema complesso debba essere affrontato con concetti complessi, ma un saggio divulgativo dovrebbe rendere l'argomento comprensibile e non incomprensibile...
PARTE UNO
Capitolo I di Sagiyama Ikuko: Wabi e sabi nella tradizione estetica giapponese
L'autore spiega bene il significato, e il modificarsi del suo significato iniziale, dei termini di natura estetica “wabi” e “sabi”.Capitolo II di Giorgio Amitrano: Il manga secondo Murasaki
Amitrano analizza le versioni manga del classico letterario giapponese “Genji Monogatari” di Murasaki Shikibu, scritto intorno all'anno 1000 DC. Le versioni manga del “Genji Monogatari” sono quelle dei mangaka Yamato Waki, Maki Miyako ed Egawa Tatsuya.Capitolo III di Matteo Casari: La tradizione oltre sé stessa, il teatro classico giapponese e alcuni suoi sconfinamenti contemporanei
Alcuni aspetti tradizionali e moderni del teatro no e kabuki. Capitolo molto dettagliato, per esperti e/o interessati al tema.Capitolo IV di Laura Testaverde: Il mito nel presente, suggestioni del passato nella narrativa giapponese contemporanea
Ci sono temi che nei manga, anime, film e letteratura giapponese ricorrono sovente, come l'androginia, il travestitismo, l'incesto, il viaggio in mondi paralleli (mukogawa). Questi temi non sono dettati dal volere degli autori di scandalizzare, in quanto in Giappone non sono tabù morali, fanno parte della storia e dei miti ancestrali. L'autrice citando opere letterarie antiche e moderne ne spiega e analizza la normalità giapponese.Capitolo V di Leone Spita: L'eco del wabi-sabi nei giovani architetti giapponesi
Questo capitolo è raccomandato agli esperti e/o interessati all'architettura.PARTE DUE
Capitolo I di Gianluca Coci: Takahashi Gen'ichiro, il romanzo giapponese tra postmoderno e avant-pop
Un argomento letterario che richiede obbligatoriamente una conoscenza dei romanzi dell'autore analizzato, pena la totale incomprensione del saggio.Capitolo II di Roberta Novielli: Linguaggio a confronto, il cinema giapponese nell'era multimediale
Viene dato conto di come nel passato il cinema giapponese sia stato capace di reinventarsi, creando nuovi generi, e di come oggi debba confrontarsi con la multimedialità.Capitolo III di Marcello Ghilardi: Da sabi a cyber, un immaginario in trasformazione
Una analisi (non la prima) sui “valori” e i significati veicolati dai robot e dai cyborg dei manga e degli anime. Iniziando dai robottoni gonagaiani, passando per il Gundam, fino all'Evangelion. Analizzando, poi, i cyborg, da Kyashan ad Alita e “Ghost in the shell”. Nonostante il tema sia stato più e più volte oggetto e soggetto di numerosi saggi (un bellissimo dello stesso autore, “Cuore e Acciaio”), sia sull'animazione e i manga che dal punto di vista sociologico, l'analisi rimane interessante, anche se già “acquisita”.Capitolo IV di Toshio Miyake: Mostri made in Japan, orientalismo e auto-orientalismo nell'era della globalizzazione
Questo interessante capitolo si apre (ma ve ne sono almeno un paio anche dopo) con una citazione in inglese senza nessuna traduzione nelle note, complimenti e grazie del pensiero...
Il pantheon dei mostri giapponesi è senza fine, da quelli tradizionali (come yokai, bakemono e yurei) a quelli post atomici, fino ai Pokemon. Questi mostri sono usati sia per spaventare che per divertire, ma sono anche “kawaii”, in pratica ve ne sono per tutti gli usi e costumi. Perché in Giappone c'è (e c'è stata) questa ricchezza di mostri? Esiste, per esempio, lo “yokaigaku”, “la scienza dei mostri”, una branchia tutta giapponese dell'antropologia ufficiale, che cerca di spiegarlo. E lo scopo non è solo scientifico, ma anche economico, in quanto i “mostri giapponesi” (vecchi e nuovi) sono sia un business che un importante veicolo della cultura popolare (J-culture) moderna e tradizionale giapponese. Basti pensare che il gatto robot Doraemon è stato ufficialmente dichiarato ambasciatore culturale degli anime nel mondo.
Sono state, e sono tutt'ora, le tre religioni/filosofie giapponesi a creare i mostri: buddismo, shinto e taoismo. In certi periodi storici, in cui il Giappone ha vissuto grandi cambiamenti (come la fine del periodo Tokugawa, la Restaurazione Meiji, il post bombardamento atomico), i mostri sono aumentati di numero ed importanza culturale. Ma il saggio si pone un'altra domanda importante, perché questi mostri giapponesi affascinano tutto il mondo occidentale?
Uno dei motivi di questa proliferazione è il senso di inferiorità giapponese verso gli occidentali e gli statunitensi in particolare (ho semplificato molto il concetto espresso dall'autore). O meglio l'egemonia culturale occidentale impone/crea la nascita dei mostri giapponesi, che sono la raffigurazione del “giapponese piccolo, brutto e giallo” rispetto all'occidentale. Annche il “nuovo-orientalismo” ha creato i nuovi mostri giapponesi. Come in passato gli occidentali vedevano nel Giappone il paese dei samurai e delle geisha (etc etc), ora per noi è il paese dei robot, cyborg, suicidi, otaku, computer, bomba atomica etc etc. Creando nello stesso Giappone i mostri correlati al nostro immaginario sul Giappone. Il “nuovo-orientalismo” (o “tecno-orientalismo”) serve, come lo fu “l'orientalismo classico”, a noi occidentali per classificare il Giappone come paese diverso rispetto alla “normalità” occidentale. Il Giappone è strano, è l'opposto dell'occidente, quindi i suoi mostri nascono dalla sua “anormalità” rispetto a noi. Ma per essere reale questa nostra visione orientale (quindi “anormale”) del Giappone deve essere accettata dalla stesso Giappone. L'auto-orientalismo... (cito dal libro) “in altre parole, guardare sé stessi come “Oriente” attraverso lo sguardo occidentale”. Nel periodo Meiji (e nei successivi) la classe dirigente incentivò questo auto orientalismo allo scopo di distinguersi dagli occidentali. Negli anni 60' (fino agli anni 90') del 900 fu il “nihonjinron” (“teorie sui giapponesi”), di matrice tutta nipponica, a riportare in auge la “diversità/unicità” giapponese. Nonostante la globalizzazione culturale e la multimedialità il “nuovo-orientalismo” (o “tecno-orientalismo”) e, soprattutto, l'auto orientalismo sopravvivono, trasformando i mostri giapponesi in prodotti commerciali e culturali di successo o, più banalmente, per pubblicizzare una zona turistica.Capitolo V di Gaetano Ruvolo: Far East & Far West nella storia dei videogiochi
Gaetano Ruvolo è General Manager di Sony Computer Entertainment Italia, ergo un esperto del settore , che spiega cosa caratterizza e differenzia il videogioco giapponese da quello statunitense. Purtroppo il capitolo è molto esiguo, anche a causa di ciò l'analisi è la stessa che potrebbe fare ognuno di noi che abbia giocato a videogiochi americani e giapponesi.Capitolo VI di Fabriano Fabbri: L'arte giapponese tra Biopop e “universo liquido”
Per l'arte Biopop vengono analizzati i seguenti artisti giapponesi: Kusama Yayoi, Mori Mariko, Nawa Kohei, Paramodel (Hayashi Yasuhiko e Nakano Yusuke), Odani Motohiko, Kito Kengo, Kato Go, Mishima Ritsue.
Per “l'universo liquido” le opere di Okazaki Takashi (Afro Samurai), Nguyen-Hatsushina Jun (le bolle sottomarine), Fukuchi Hideomi (le “Peaches”), Yamaguchi Ai (l'anguilla grafica).Capitolo VII di Marco Pellitteri con Jean-Marie Bouissou, Bernd Doll-Weinkauff, Ariane Beldi: Manga in Europa, i primi risultati di una ricerca comparativa internazionale in corso
Questo è uno studio sia sulla diffusione dei manga in Europa (Italia, Francia, Germania, Spagna, ma anche Polonia, Svizzera, Russia e Belgio), con relative percentuali di vendita rispetto ai fumetti non manga, che sui lettori/compratori. Uno studio unico nel suo genere, oltre che attuale.
C'è poi la parte che rende conto dei risultati dell'indagine del manga promossa da Manga Network nel 2006-2007in Francia, Italia, Germania e Svizzera. Indagine atta a valutare, tramite un questionario di 15 pagine, l'impatto dei manga, e della J-culture, nei fan di questi paesi. Non entrerò nel dettaglio dei risultati, perché ciò comporterebbe riproporre pari pari le percentuali dei risultati con relativa domande e valutazioni finali. Mi limiterò a inserire i titoli dei capitoli, in modo da far capire il tipo di analisi svolta dagli autori:
VII. 2 Un'analisi iniziale del fandom del manga in Francia, Italia, Germania e Svizzera
2.1 L'indagine del Manga Network del 2006-2007
2.2 Una sociologia del mangafan
2.3 Come si comincia a leggere manga?
2.4 Abitudini e pratiche di lettura
2.5 La dimensione sociale del fandom
2.6 Motivazioni della lettura dei manga: non solo escapismo
VII.3 I lettori italiani di manga secondo l'indagine esplorativa del Manga Network
3.1 Dato sociodemografici
3.2 Le serie di manga preferite
3.3 Aspetti del rapporto con i manga
3.4 Perché i lettori apprezzano i manga
3.5 I manga e le opinioni
3.6 Desideri/propositi conoscitivi sul Giappone stimolati dai manga
3.7 Immagini del Giappone ricevute/ricavate dai manga -
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Apr 10, 2011 |
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- Hikikomori (9)
- Narrazioni da una porta chiusa
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By Carla Ricci -
Finished on Nov 28, 2010 




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Hikikomori, narrazioni da una porta chiusa
di Carla Ricci, casa ed. Aracne, pagine 194, costo 13€, anno 2009, formato 21 cm X 14 cmQuesto è il terzo saggio (secondo di Carla Ricci) in italiano che affronta il fenomeno sociale hikikomori, direi che è il più utile per capirne, oltre alle motivazion ... (
continue ) Hikikomori, narrazioni da una porta chiusa
di Carla Ricci, casa ed. Aracne, pagine 194, costo 13€, anno 2009, formato 21 cm X 14 cmQuesto è il terzo saggio (secondo di Carla Ricci) in italiano che affronta il fenomeno sociale hikikomori, direi che è il più utile per capirne, oltre alle motivazioni, possibili vie d'uscita. Va comunque letto, secondo me, dopo il precedente libro di Carla Ricci.
Le motivazioni che portano un/una giovane (ma ci sono anche molti soggetti adulti) a diventare o fare hikikomori sono di carattere sociale: debolezza nello stringere relazioni, insicurezza, perdita dell'impiego, vergogna, scarsità di motivazioni.
Oppure ci sono quelle di carattere scolastico: bullismo, competizione scolastica, fallimento negli esami, rifiuto della scuola.
Ma anche quelle famigliari: pressione per raggiungere elevati livelli di istruzione, difficoltà di relazione, padre assente, madre iperprotettiva.
Infine ci sono le problematiche di carattere psicologiche (depressione, schizofrenia etc), ma sono minoritarie rispetto alle cause sopra riportate.
Secondo Ogino Tatsushi il soggetto che fa hikikomori soffre di un forte complesso di inferiorità, non riescono a stabilire rapporti con il prossimo, in quanto avvertono la gente come nemica, perché hanno la certezza che non li possa capire. Sempre secondo Tatsushi sono tre le cause di hikikomori: conformismo della società giapponese, pressione del sistema educativo, problemi di comunicazione tra genitori e figli.Questo secondo lavoro di Carla Ricci sugli hikikomori è nato da un'attività diretta in Giappone, di studio e analisi del fenomeno, in rapporto con terapeuti, esperti, famigliari e gli stessi hikikomori. Inoltre l'autrice, parlando il giapponese, instaura un rapporto diretto con tutte queste figure.
Stando a stretto contatto con i soggetti e l'ambiente giapponese l'autrice nota acutamente che l'atto di un hikikomori di chiudere una porta dietro a se per rinchiudersi presuppone un significato diverso da quello che avrebbe in occidente. In Giappone l'uso delle nostre porte occidentali sono relativamente recenti, e non fanno parte della cultura giapponese, dove sono le pareti divisorie mobili a delineare gli spazi. Queste pareti divisorie più che chiudere gli ambienti hanno lo scopo di aprirli, e non sono dotati di serratura. Nelle vecchie case giapponesi c'era solitamente un solo ambiente con una porta “occidentale” con serratura, la stanza chiamata “zashikiro” (la stanza prigione in tatami). In questa zashikiro, fino alla seconda guerra mondiale, era legale rinchiudere per tutta la vita i parenti malati di mente. Quindi l'azione di un hikikomori di “chiudersi” è un atto “sgarbato”, verso il quale il resto della famiglia non sa cosa fare e aspetta, ma l'attesa della famiglia genera nel hikikomori rabbia verso chi non sta comprendendo il suo atto di ribellione/protesta/auto salvaguardia, e quindi si generano ulteriori problematiche di carattere psicologico.Nel primo capitolo si racconta la storia di Fumiko, una 28enne, e del suo stato di depressione e problematica famigliare, ma non è lei che fa hikikomori, bensì il padre. Viene spiegato come in Giappone la depressione non porta il soggetto a considerarla una malattia da curare. Usando termini come “il mio ki è affondato” (o bloccato/pesante/chiuso etc) si evita di considerare la depressione una patologia, anche a causa del modo di pensare giapponese che porta a dire “shikataganai” (non ci si può far niente, non c'è niente da fare). Espressione che non va valutata nell'ottica occidentale della rassegnazione, ma in relazione al ki.
Il secondo capitolo parte dalle dimissioni del primo ministro Abe nel settembre 2007 per fare alcune considerazioni sulla vergogna in Giappone. Le dimissioni di Abe da alcuni furono considerate una fuga dalle responsabilità, quindi un atto che porta vergogna, ma Abe ebbe un comportamento debole, cioè la fuga/dimissione, come gli hikikomori, invece di scegliere il suicidio per emendare la propria vergogna. Partendo da questo spunto di pensiero popolare l'autrice analizza il rapporto tra vergogna e suicidio/hikikomori. Il suicida espia la sua colpa, l'hikikomori trova nella reclusione un riparo a quel sentimento insopportabile.
Il terzo capitolo si sofferma sull'angoscia dei sararimen, che si trasforma poi in panico, per il viaggio in treno che li porterà ad un'altra interminabile, dura ed alienante giornata di lavoro. Questo panico da treno porta a fare hikikomori e, talvolta, al suicidio.
Il quarto capitolo racconta l'unico incontro tra l'autrice e Isao, un 30enne che fa hikikomori da 15 anni.
Il quinto capitolo illustra la “cultura del segreto”, cioè himitsu, legato ai concetti di “ura” (ciò che sta dentro ed è segreto) e “omoe” (ciò che sta fuori e di cui si può parlare). Un segreto, “himitsu”, può essere sia una informazione che si vuole celare che avere a che fare con la sfera personale. La famiglia non è che si disinteressa del famigliare che fa hikikomori, ma ha rispetto per il suo “himitsu” (segreto), del suo mondo. Questo porta al modo di dire “nakatta koto ni suru”, “ciò che non vogliamo sentire o vedere facciamo in modo che non esista affatto”, che poi era il ragionamento che stava alla base del zashikiro.
Chi fa hikikomori si reclude per nascondere il suo “segreto”, e nessuno della famiglia si oppone, in ossequio al rispetto per il suo “himitsu”. Ma la società attua un comportamento duplice, da un lato accetta il suo segreto (e quindi l'hikikomori), e dall'altro disprezza la fuga che la persona compie, una fuga dalla produttività, che implica l'accusa di parassitismo. Si stima che nel 2030, quando gli attuali hikikomori raggiungeranno l'età della pensione, ci sarà una generazione di nullatenenti, non avendo mai pagato le tasse. Oltre al problema economico nazionale c'è il baratro in cui cadono le famiglie giapponesi che hanno un hikikomori. Le famiglie si vergognano della loro situazione, quindi il professore Saito Tamaki ha redatto un manuale di 500 pagine con le risposte alle loro domande riguardo alla situazione in cui si trovano. L'autrice ha tradotto le domande di questo manuale per far capire il dramma di queste famiglie.Il sesto capitolo ci informa su una nuova figura terapeutica, la “rental onesan”, ovvero la “sorella maggiore in affitto”. In Giappone a tutti è assegnato un ruolo sociale, persino agli homeless ne è riconosciuto uno, agli hikikomori no, la società giapponese non li sa ancora inquadrare. Il ruolo sociale è così importante che in famiglia non ci si chiama per nome, ma per il ruolo che in essa si svolge, quindi madre, padre, sorella maggiore, sorella minore, fratello maggiore, fratello minore etc. Un fratello maggiore, in base al suo ruolo, ha già u percorso di vita organizzato e delle responsabilità precise. Infatti l'80% dei giovani hikikomori sono figli unici o primogeniti. La “rental onesan” non deve essere obbligatoriamente più grande dell'hikikomori, ed il suo ruolo può essere utile in soggetti che si sono auto reclusi da poco tempo, 10/18 mesi. Questa nuova figura nasce nel 2003 nel centro New Status, in cui gran parte del personale è formato da ex hikikomori. In tutta Tokyo ci sono solo una trentina di rental onesan, esse non sono necessariamente delle terapeute, ma persone che decidono di dedicarsi agli hikikomori. Il loro compito/ruolo è di instaurare un rapporto con chi fa hikikomori (fase che può durare settimane o mesi, oppure fallire), non pongono domande, non forzano, attendono, anche dietro la porta chiusa. Se accettate in stanza rimangono anche in silenzio per ore e poi tornano a casa. Sarà il soggetto a decidere cosa fare, se uscire di casa, ed a quel punto la rental onesan sarà lì con lui.
Il settimo capitolo illustra la strada intrapresa da un terapeuta, Takeshi Watanabe, per fa uscire chi fa hikikomori dalla sua auto reclusione, la musica. Watanabe spiega come, nonostante sia interpellato dai genitori, si ritrovi a dover superare due muri: la porta chiusa del soggetto e la barriera eretta dai genitori. Infatti questi, inconsciamente, si sentono violati nel loro privato da un estraneo. In base all'esperienza di Watanabe il 30% degli hikikomori ricorda il trauma che lo ha portato a rinchiudersi, mentre circa un altro 30% non rammenta il motivo specifico che ha causato la sua decisione. La terapia da seguire per questi due gruppi è differente. Inoltre ha riscontrato che le ragazze hikikomori son in aumento, e di una fragilità estrema, e con le ragazze la sua terapia musicale è meno efficace. La terapia musicale di Watanabe è basata su un procedimento di catarsi, se l'hikikomori è in preda ad una forte tensione la musica sarà forte, se è triste la musica sarà triste. Anche Watanabe, una volta riuscito a stabilire un contatto con chi fa hikikomori, evita le domande, perché quando l'hikikomori accetta il terapeuta di norma non rimane in silenzio. Un altro 30% dei soggetti non vive totalmente recluso, quindi con loro la terapia è differente.
Nell'ottavo capitolo è raccontato il percorso terapeutico di Masuko, un paziente di Watanabe, visto dal punto di vista del terapeuta. Masuko iniziò a fare hikikomori a 16 anni, e la terapia con Watanabe durò 10 anni! Alla fine, oltre all'impegni di Watanabe e alla sua terapia musicale (musica che era la passione di Masuko), fu un cane ad obbligare l'ormai ex ragazzo ad uscire di casa, un cane regalatogli dalla madre.
Nel nono capitolo è lo stesso Masuko, dopo 7 anni dalla fine della terapia con Watanabe, a raccontare il perché di quei 10 anni di reclusione e come aveva vissuto quegli ultimi 7 anni di vita normale, il tutto raccontato direttamente all'autrice.
Il decimo capitolo è un testo dello stesso Watanabe sul suo mestiere di terapeuta con gli hikikomori, tradotto dall'autrice. I contenuti sono molto interessanti, riporto un piccolo sunto non esaustivo dell'esperienza di Watanabe.
In una famiglia con un hikikomori la situazione precipita in una escalation di rabbia. Il padre mostra la sua rabbia allontanandosi. La madre, nel tentativo di proteggere il figlio dal padre, mostra la sua rabbia disperandosi. La famiglia non ne parla coi parenti. Infine tutti ricevono una pressione insopportabile, l'hikikomori dai genitori, i genitori dai parenti. La parola hikikomori è formata da due parole: hiko e komoru. “Hiko” significa “ritirarsi”, “l'assicurarsi un posto sicuro”. Mel termine “komoru” c'è l'idea del “chiudersi” (la spiegazione del saggio è molto più articolata, ed è comprensiva anche dei relativi ideogrammi). Ci sono tre tipi di hikikomori: withdrawn; shut in; retreat (nel aggio le 3 definizioni sono comprensive di spiegazioni dettagliate). Gli stati d'animo di un hikikomori sono essenzialmente tre: l'ansia di non sapere cosa fare; la rabbia di non venir capiti; il senso di colpa perché non ci si sta scusando dei problemi creati. Ci sono cinque aspetti riguardanti gli hikikomori (spiegati dettagliatamente nel saggio): comunicazione; approccio verso la vita; inversione del tempo; creatività; famiglia. Sullo sfondo della situazione hikikomori ci sono tre cause sociali (tutte be, spiegate nel saggio): il crollo della famiglia; il crollo della natura; il crollo della vera comunicazione. Watanabe spiega come si struttura la visita ad un hikikomori, e come fa a procedere nella terapia.Il capitolo undici contiene un'intervista (o racconto) di Carla Ricci alla madre di un hikikomori di 39 anni, che lo è da 19 anni. Una testimonianza interessantissima, in cui l'autrice analizza il rapporto madre-figlio nella società giapponese.
Nel dodicesimo capitolo Carla Ricci racconta il suo incontro casuale con Kyoko, una ragazza anoressica che fa hikikomori. Il racconto è molto toccante, ed è anche un'occasione per analizzare il rapporto degli hikikomori col cibo.
Il capitolo numero tredici vede Carla Ricci interpellata da una madre a proposito della figlia 25enne Akina, sofferente di depressione, che nei periodi più brutti si rifugia in hikikomori. Quindi Akina non è perennemente reclusa, ma alterna fasi di hikikomori a periodi in cui lavora, seppur lavori saltuari, chiamati in Giappone “baito”. Dal primo incontro nasce una relazione via mail, in cui Akina le racconta il suo vissuto quotidiano, lavorativo o di auto reclusione. Questa vicenda è anche uno spunto per affrontare il mondo del lavoro fatto di “lavoretti” o “baito”. Il genere di lavoro che chi esce da hikikomori inizia a svolgere per primo, quindi un tipo di lavoro indispensabile per una terapia.
Il 14esimo capitolo racconta la storia di un 60enne e del suo tojikomori, uno stato di hikikomori in cui il soggetto sceglie di stare da solo, senza il supporto di nessuno, e senza che affiorino i sensi di colpa tipici degli hikikomori. Ryou, il protagonista di questo fatto, racconta del suo malessere, che chiama “kokoro-noyami”, “buio del cuore”.
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Nov 30, 2010 |
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- Generazione Otaku. Uno studio della postmodernità (33)
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By Hiroki Azuma -
Finished on Oct 17, 2010 




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Generazione Otaku. Uno studio della postmodernità
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Generazione Otaku, uno studio della postmodernità
di Hiroki Azuma, casa ed. Jaca Book, pagine 184, costo 19€, anno 2010, formato 23 cm X 15 cmQuesta recensione sarà limitata dalle mie scarse conoscenze in materia di filosofia e sociologia. Probabilmente alcuni parte sono abbastanza ostiche per chi ... (
continue ) Generazione Otaku, uno studio della postmodernità
di Hiroki Azuma, casa ed. Jaca Book, pagine 184, costo 19€, anno 2010, formato 23 cm X 15 cmQuesta recensione sarà limitata dalle mie scarse conoscenze in materia di filosofia e sociologia. Probabilmente alcuni parte sono abbastanza ostiche per chi non ha studiato tali materie, specialmente filosofia moderna. Il saggio fu scritto nel 2001, descrive il mondo otaku degli anni 90, che non c'è più, rimane comunque molto interessante, almeno le parti che ho compreso.
La prefazione è di Marco Pellitteri, e alcune note al saggio sono sempre sue, l'edizione italiana è stata aggiornata e arricchita di alcune spiegazioni per far meglio comprendere alcune problematiche tipicamente giapponesi.
Questo è un trattato filosofico sulla postmodernità della sub cultura otaku, dove sub cultura non è da valutare come termine dispregiativo. Azuma non si focalizza sugli otaku giapponesi, ma sulla loro cultura, che ritiene essersi espansa sia oltre i manga e gli anime che oltre il Giappone. Azuma non analizza gli otaku come persone, ma gli interessi degli otaku: manga, anime, videogiochi, modellistica. E su come ne usufruiscono, con quale modalità.
Il termine otaku in Giappone ha un'accezione negativa, indica una maniacalità di settore, oltre ad una solitudine di fruizione.
“Otaku” significa “presso la vostra casa”, ed è un modo di rivolgersi simile al nostro “voi”. Secondo gli esperti il termine otaku è nato quando i vari appassionati chiedevano di scambiare le proprie collezioni/informazioni: “Per favore, mostratemi la vostra (otaku) collezione”. Alla metà degli anni 80 un'autrice di fantascienza , Motoko Arai, scrisse un libro in cui si rivolgeva ai lettori con la formula otaku, la cosa fu gradita così tanto che i lettori iniziarono a interloquire tra di loro usando questa forma. Nel 1991 fu prodotto dallo Stdudio Gainax il film d'animazione “Otaku no video”, che aumento la diffusione del termine.
Il termine otaku fu veicolato anche da 2 autori della serie Macross, Shoji Kawamori e Haruhiko Mikimoto, che tra loro usavano questa forma. I fan della serie, per rispetto verso i loro autori preferiti, iniziarono ad imitarli. Infine il protagonista stesso di Macross si rivolgeva agli altri con la stessa deferenza della forma otaku.
Secondo Azuma la cultura otaku è l'emblema della società postmoderna giapponese dell'informazione, comprendendo meglio la cultura otaku si può capire dove la società è diretta.
Le generazioni otaku sono 3:
La prima è quella di chi nacque negli anni sessanta e hanno visto in tv la Corazzata spaziale Yamato o Gundam;
La seconda è della generazione nata negli anni 70, che nei primi anni 80 avevano 10 anni e poterono vivere il periodo più florido della cultura otaku;
La terza è nata negli anni 80 ed andava alla scuola media o al liceo quando venne trasmesso Evangelion.
Questo saggio è incentrato sugli otaku maschi della terza generazione. Gli effetti della cultura postmoderna (cioè della cultura successiva agli anni 60/70) si evidenziano nella cultura otaku giapponese, ma il fatto che i perni della cultura otaku siano stati accettati e divulgati anche al di fuori del Giappone indica chiaramente che questo fenomeno ha un effetto mondiale.
La cultura otaku di prima generazione (anni 60/70) nacque sulla scia dei fumetti e dei cartoni animati Usa, poi rielaborati da Osamu Tezuka in manga ed anime. Quindi il Giappone americanizzato dal consumismo statunitense degli anni 50/60 fece propri quei contenuti trasformandoli in nipponici, anche tramite manga ed anime. Vennero introdotti personaggi e storie appartenenti al folklore giapponese, generando una subcultura nuova. Subcultura che non tutti i giapponesi accettarono, per molti di loro vedere i simboli del Giappone contaminati da dalla fantascienza o dalla commedia non era accettabile. Se si accetta che questo immaginario ibrido (simboli nipponici + modernità) sia tipicamente giapponese, allora si è pronti per accettare la cultura otaku. La cultura otaku non si basa sulla tradizione, ma sul suo annientamento. Il trauma per la sconfitta nella seconda guerra mondiale ha avuto come effetto anche la cultura otaku. Nei decenni in senso di inferiorità verso i vincitori americani hanno spinto il Giappone ad affermarsi in svariati campi, anche in quello culturale di intrattenimento, quindi pure i manga i gli anime della cultura otaku. Di conseguenza su manga ed anime si generò un nuovo pseudo Giappone, con nuove tradizioni, nuovi eroi, nuovi nemici, in cui il paese del sol levante era il protagonista indiscusso. In pratica un ritorno strisciante alle tematiche nazionalistiche di destra.
Gli anni 80 furono un decennio di fittizio benessere, di finzione, però rassicurante (e rimpianto ancora da tutti). Ed è in questo decennio che si consolida la cultura otaku, un'accumulazione di informazioni e prodotti legati a manga, anime, e videogiochi, in pieno boom consumismo. Quando nel 1990 la bolla speculativa economica giapponese esplose, ed iniziò la crisi economica, anche gli altri problemi sociale vennero a galla (bullismo, enjo kosai, crisi della scuola), inoltre l'attentato col gas sarin alla metropolitano di Tokyo e il terremoto di Kobe gettarono la popolazione nello sconforto. Solo gli otaku rimanevano fuori da questa depressione nazionale, ancora immersi, per certi versi, nei loro anni 80.
Per gli otaku il periodo Edo è un'era particolarmente positiva, durante il decennio prospero degli anni 80 si voltarono al passato e considerarono il 1600 come un periodo altrettanto florido, pacifico e culturalmente progredito. Ovviamente non potevano prendere in considerazione il periodo Meji, il periodo prebellico e bellico, quindi rimaneva il periodo Edo. Ed in questo contesto di doppia valutazione positiva degli anni 80 e del periodo Edo, Azuma considera l'anime Seiba Marionetto Jei l'emblema del sentimento otaku.
La postmodernità della cultura otaku ha 2 caratteristiche particolari.
La prima sono le “opere derivate”. Cioè tutti quei prodotti costituenti reinterpretazioni di opere originali (manga, anime, videogiochi). Per la cultura otaku sono importanti non solo gli oggetti prodotti ufficialmente su licenza, ma anche quelli creati dai fan, di carattere prettamente amatoriale. Un otaku considera di pari valore sia l'originale che la copia, creando una terza categoria dell'oggetto, “il simulacro”. Inoltre gli stessi autori e produttori, consci di ciò, mettono in commercio materiale “derivato” dall'originale.
La seconda caratteristica è l'importanza che l'immaginario ha nella vita di un otaku. Per i critici gli otaku non distinguono la realtà dalla finzione. In realtà gli otaku preferiscono l'immaginario come identità e come chiave per rapportarsi col prossimo e la società. Creano dei gruppi omogenei e socializzano tra di loro.
A questo punto Azuma approfondisce il tema dei simulacri dei prodotti originali, cioè le opere derivate e i suoi prodotti derivati. Semplificando molto si può affermare che gli otaku hanno sostituito le “grandi narrazioni” (storie, trame, prodotti credenze, ideologie) con la passione per le “piccole narrazioni” (cioè oggetti e storie derivate dagli originali).
In particolare la cultura otaku ha creato il kyara-moe, quel consumo di prodotti legati ai sentimenti positivi/feticistici (moe) verso un personaggio (chara = kyara) di anime, manga, videogiochi.
Pare che il termine “moe” derivi dal verbo “moeru” (ardere, brillare) riguardo le aidoru (idols), con un significato che è “affetto bruciante per”.
L'otaku tralascia la vicenda narrata o i messaggi che la costituiscono, accontentandosi di consumare solo i dati, le informazioni legate alla struttura dell'opera.
In questo contesto Azuma utilizza come esempio concreto 2 anime robotici tipicamente otaku: Gundam (della prima generazione) versus Evangelion (della terza generazione).
Gli otaku di Gundamerano comunque interessati alla “grande narrazione” degli eventi di Gundam, oltre ad interessarsi ai particolari del mecha. Gli otaku di Evangelion si concentrano fin da subito su 3 elementi: ambientazione; il disegno dei personaggi; il moe legato ai personaggi.
I fan di Gundam si appassionano all'universo di Tomino, a tutte le vicende, particolarmente alla cronologia delle varie serie. I fan di Evangelion si appassionano ai personaggi, ai particolari, tralasciando la storia globale. Questa caratteristica vale anche per i creatori delle 2 serie. Dove ad una precisione cronologica di Tomino (in virtù delle numerose serie prodotte) si contrappone un certo caos narrativo di Anno (che per Evangelion ha creato una unica serie, la cui trama è stata modificata per il film), una non-narrazione formata da dati da consumare.
Per spiegare l'importanza del moe nel successo di un personaggio, anche in assenza di una ben che minima narrazione, Azuma analizza il personaggio di Digiko (De-Gi Kyaratto oppure Di Gi Charat). Un personaggio femminile creato per pubblicizzare prodotti di largo consumo e, dopo essere diventato “moe”, usato per una serie animata. Serie animata che non è più un qualcosa che ha un valore aggiunto, ma è dello stesso valore del modellino.
Quindi non è più la qualità della narrazione a rendere importante un personaggio, ma le sue caratteristiche moe, studiate a tavolino appositamente per la cultura otaku, che la “consumerà” acquistandone i prodotti.
Negli anni 90 la storia (grande narrazione) ha lasciato spazio ai personaggi (piccola narrazione) legati al moe, che in realtà significa solo un consumo di archivi di dati.
La cultura otaku ha influenzato anche i romanzi, con la nascita di un nuovo filone (inizialmente di giallistica e polizieschi) che si incentra più sulle caratteristiche moe dei personaggi che sulla trama del romanzo. Gli autori che hanno iniziato questo filone narrativo sono Ryusui Seiryoin, Natsuhiko Kyogoku, Hiroshi Mori.
Anche se la cultura otaku ha superato il binomio originale/copia creandosi i simulacri (cioè opere derivate da un originale), non vuol dire che qualsiasi simulacro sia considerato valido. Gli “archivi dati” permettono agli otaku di avere un mezzo per distinguere un simulacro (prodotto amatoriale) buono da uno scadente.
Prima una copia si valutava raffrontandola con l'originale, ora il simulacro (una copia modificata) la si raffronta con gli “archivi dati” di quella tipologia di prodotto.
Azuma approfondisce il tema dei giochi per PC con ragazze (gyaru ge o bishojo games), che hanno una valenza molto importante nella cultura otaku. In particolare analizza il sottogenere “novel game” (“romanzo gioco”). Questi novel game, oltre che su tematiche moe, fanno leva su una trama che spinge l'otaku (maschio) a piangere (in Giappone il pianto maschile non ha la valenza negativa che ha in occidente), la parte erotica può anche essere inesistente. Il loro successo risiede nell'attingere all'archivio dati della cultura otaku, utilizzando singoli aspetti moe e ricombinandoli tra loro.
Alcuni potrebbero contestare il profilo dell'otaku giapponese solitario e asociale, chiuso nel suo mondo immaginario, facendo notare che gli otaku sono attivi sul web (in forum e chat), nelle fiere tematiche, nella vendita e scambio di materiale. In realtà questa socializzazione è funzionale allo scambio e l'accumulo di dati. La frequentazione o l'amicizia possono essere interrotte appena si ottiene l'informazione voluta oppure, all'opposto, non la si possa ottenere. Consuetudine, questa (cioè lo sfruttamento delle amicizie virtuali), che si estesa in generale a tutte le frequentazioni nate su internet. La possibilità di “disconnettersi” in qualsiasi momento, quando si vuole troncare un rapporto col prossimo, non è né possibile né agevole con i rapporti diretti.
Tutte queste considerazioni fanno affermare ad Azuma che la cultura postmoderna otaku ha trasformato l'essere umano in un “animale accumuladati”.
Nell'ultimo capitolo Azuma evidenzia la similitudine tra come è strutturato il web e la cultura otaku, entrambi permettono l'accumulo dei dati e sono generati dallo stesso accumulo di dati. -
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Oct 18, 2010 |
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- Enigmatico Giappone (78)
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By Alan Macfarlane -
Finished on Aug 12, 2010 




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Enigmatico Giappone
di Alan Macfarlane, casa ed. EDT, pagine 268, costo 20€, anno 2010, formato 21 cm X 15 cmInizierò con un giudizio sul saggio che, forse, avrei dovuto dare alla fine della recensione: non so valutare se è un libro valido o meno.
Il libro di Alan Macfarlane, un antropologo, pare ... (
continue ) Enigmatico Giappone
di Alan Macfarlane, casa ed. EDT, pagine 268, costo 20€, anno 2010, formato 21 cm X 15 cmInizierò con un giudizio sul saggio che, forse, avrei dovuto dare alla fine della recensione: non so valutare se è un libro valido o meno.
Il libro di Alan Macfarlane, un antropologo, pare esprimere idee basate sulla realtà, però ci sono casi in cui ho riscontrato inesattezze. Bisognerebbe vedere se queste eventuali inesattezze siano presenti anche nei (numerosi) campi che mi sono sconosciuti, quindi non da me notabili.
In generale il saggio è un tantino caotico, ci sono si 6 capitoli cardine, ma all'interno di questi i temi trattati non seguono un senso logico e, talvolta, sono lasciati e ripresi più volte. In alcuni casi è più un diario di viaggio che un saggio, in più sono molto spesso citati brani di altri studiosi del Giappone (Maraini, Hearn, Ruth, Lowell, Morse e molti altri).
Dopo tre righe della prefazione l'autore chiarisce che non sa leggere né scrivere il giapponese. Quindi deve infiniti ringraziamenti agli amici giapponesi che lo hanno seguito nelle indagini sul Giappone. Inoltre, sempre l'autore, ammette molto onestamente, che prima del 1990 (anno in cui si recò per la prima volta in Giappone per iniziare i suoi studi sul Giappone) non aveva nessuna conoscenza del Giappone. Scrive che era sua convinzione che il Giappone e la Cina fossero simili. Le sue poche informazione sul Giappone erano superficiali e piene di stereotipi, quindi Macfarlane afferma che questo libro potrebbe illuminare chi è poco informato, come lo era lui fino al 1990.Inizialmente viene analizzato il nihonjinron, il nazionalismo culturale giapponese, e il suo opposto, che l'autore chiama anti- nihonjinron, ovvero l'orientalismo e l'occidentalismo. Il nihonjinron nacque dopo la seconda guerra mondiale, verso gli anni 60 e 70, in opposizione alla supremazia culturale statunitense. La base del pensiero nihonjinron è l'unicità culturale del Giappone e dei giapponesi, teoria non propriamente del 1960.
In un accenno all'importanza culturale degli anime li chiama “cartoni animati manga”, mentre più avanti li chiama “film giapponesi anime, cioè d'animazione”, ... spero siano un errori di traduzione.Il secondo capitolo si occupa dell'arte giapponese, e di come, fino al 1900, non esisteva la differenza, tutta occidentale, tra arte e artigiano. Quindi anche l'oggetto utilitaristico (come una semplice ciotola) era rifinito con particolari estetici di pregio, che in occidente erano riservati ai beni per i ricchi o artistici. L'arte giapponese è allusiva e simbolica, il tratto sobrio e tendente a far risaltare la brevità delle cose belle. Il capitolo spazia dalle arti visive ai giardini, dalla letteratura al teatro, ma anche le abitazioni e la natura visti dal loro lato culturale, oppure il sumo, le terme, la cerimonia del tè, il sesso, l'alimentazione. In pratica un capitolo omni comprensivo, in cui è difficile trovare un ordine, se non la cultura in generale.
Il successivo capitolo è come un libro di scuola delle medie, con nozioni di economia, geografia, agricoltura, industrie, risorse, lavoro, aziende, proprietà privata, controllo delle nascite. Sempre con informazioni di carattere storico. Interessante la parte riguardo il controllo delle nascite effettuato tramite aborti ed infanticidio, praticato fino alla metà del 1900.
Sul versante economico è curioso notare che non esistesse neppure un termine giapponese per indicare la parola “economia”, infatti “keizai” si riferisce “alla guida politco-spirituale della vita sociale nel suo complesso”.
Alla fine del XIX secolo Fukuzawa tradusse un libro che trattava dell'economia occidentale, ma il termine “concorrenza” non esisteva in giapponese. Quindi Fukuzawa coniò la parola “kyoso”, che letteralmente significa “gara-lotta”. Il funzionario che doveva supervisionare la traduzione di Fukuzawa rifiutò il termine kyoso perché conteneva la parola “lotta”, con la motivazione che era una parola priva di pace.
In Giappone l'uso del denaro, pur sviluppandosi fin dal 1270, rimase relegato alla compravendita di beni, e non si trasferì, come in occidente, alle persone. Infatti il lavoro di una persona veniva considerato come un dono del lavoratore al datore di lavoro, che in cambio gli elargiva il salario. Quindi un dono, non uno stipendio, tanto che la parola giapponese che indica il salario, “roku”, significa “regalo”.
Questa peculiarità riguardo il denaro applicata alle prestazioni lavorative è ancora presente, per esempio per il pagamento degli insegnanti privati. Gli insegnanti privati non si permettono di chiedere il pagamento delle ore insegnate, né di fissare dei prezzi, è la famiglia a decidere quanto e quando pagare, in quanto l'onorario dell'insegnante rientra nell'ambito delle relazioni sociali, e non in quelle economiche.
Questo atteggiamento verso il denaro e le persone porta, rispetto all'occidente, ad un suo sproporzionato del personale in tutti i settori non industriali. I beni appartengono al mercato e sono sottoposti alla concorrenza, i lavoratori sono inseriti in un altro schema non economico, ma sociale. Si può risparmiare (e si deve) sui costi di produzione, ma non sacrificando il personale. Anche se, a mio avviso, non è più così neppure in Giappone.
In questo capitolo, che dovrebbe avere un taglio generalista sul Giappone, non c'è nessun accenno al popolo delle isole Ryukyu (l'isola di Okinawa).Il quarto capitolo analizza la struttura “del gruppo”, e le difficoltà che incontra l'individualismo in Giappone. La famiglia, la classe a scuola, il quartiere o il villaggio, i colleghi di lavoro o la stessa azienda vengono prima del singolo individuo.
Si passa a vari argomenti: i rapporti sentimentali, il matrimonio combinato, la vita matrimoniale, le attenzioni verso i figli e la loro educazione, i rapporti tra uomo e donna, la condizione femminile, l'etica giapponese del lavoro, i concetti di “on”, la gerarchia sociale, il concetto di “giri”, il gruppo “ie”.
Affrontando il tema della classi sociali (o caste) l'autore afferma che in Giappone non sono mai esistite, almeno non nelle forme presenti per esempio in India. Inoltre fa la considerazione che, comunque, queste classi erano poco rigide, visto che era possibile l'innalzamento di classe. Per quanto le due considerazioni siano in generale corrette pare che l'autore non consideri i burakumin (o eta), che erano (ed in parte sono ancora) una casta vera e propria, da cui era impossibile emanciparsi. Le considerazioni di Macfarlane sono ancor più erronee in quanto, più avanti nel saggio, da ampia spiegazione delle discriminazioni che i burakumin hanno sopportato e sopportano tuttora. Una palese contraddizione, quasi non avesse letto il suo stesso libro.Il quinto capitolo ha come fulcro “il potere”. Quindi sono esaminate tutte le forme di potere susseguitesi in Giappone. In particolare l'autore si sofferma sulla creazione ex novo del culto dell'imperatore, introdotto con la restaurazione Meiji. Inoltre si affrontano i temi del potere politico presente (poco) e passato, la burocrazia, il potere militare (e dei crimini di guerra), la giustizia, la yakuza.
Sulla yakuza è interessante come l'autore la inquadra. A differenza di altre mafie, che sono considerate illegali e combattute, le autorità giapponesi tollerano, entro certi limiti, la yakuza. Lasciano, in pratica, alla yakuza un certo campo di manovra (o di affari) allo scopo che essa stessa funga da controllo verso gli altri criminali. In questo modo la criminalità, che esiste in tutte le società, viene circoscritta, ovviamente a patto che la yakuza rimanga entro i confini che lo Stato le ha informalmente imposto.Il sesto capitolo affronta il tema delle “idee”. Inizia con una breve analisi dei concetti di “uchi” e “soto”, quindi passa a vari argomenti: il concetto di tempo giapponese, i numeri, la lingua giapponese, la grammatica in relazione al modo di esprimere (o non esprimere direttamente) contrarietà, l'importanza del silenzio per comunicare idee, la logica giapponese, l'etichetta delle relazioni interpersonali, il concetto di purezza e pulizia, gli ainu e gli immigrati (accomunati dallo stesso destino di discriminazioni), il concetto di sincerità.
In questo contesto si parla dei 3 milioni di burakumin, di cui farebbero parte anche i comici! L'autore li inserisce nel gruppo di burakumin chiamato “hinin” (meno impuro degli eta), di cui fanno parte anche i mendicanti e i boia.Il settimo capitolo si occupa delle fedi e delle credenze. Viene analizzata l'assenza dei concetti di colpa, peccato, paradiso, dio, bene e male, anima, karma o destino.
In varie argomentazioni inerenti i kami l'autore scrive che in “La principessa Mononoke” Miyazaki ritrae i kami “come astratte luci danzanti, cogliendo perfettamente la loro natura”. Sinceramente non so che film abbia visto Macfarlane, di certo non “Mononoke Hime”...
E poi, ovviamente, vengono trattati tutti i temi tipici della spiritualità nipponica, i kami, la festività del bon, la morale religiosa o la sua assenza (per i canoni occidentali).Viene spiegato in che modo buddhismo e confucianesimo furono assorbite e modificate per essere adattate alle esigenze politiche giapponesi, perdendo, così, i tratti più importanti che le identificavano come religioni.
In questo capitolo sulle fedi e le credenze sono dedicate poche righe al fenomeno tutto giapponese delle “nuove religioni”. Inoltre non è toccato lo shintoismo in collegamento con i culti dell'Imperatore.Nell'ultimo capitolo Macfarlane cerca una sintesi dei capitoli precedenti alla ricerca del motivo, del tratto specifico, che fa del Giappone una nazione così diversa dalle nazioni occidentali e dalla Cina. In ultima analisi cosa differenzia i giapponesi da noi? E perché gli stessi giapponesi frappongono tanti ostacoli al “nostro” tentativo di scoprirlo?
Macfarlane è professore di antropologia, quindi usa le sue conoscenze scientifiche sommate ai 15 anni di studi sul Giappone per dare una risposta a questi 2 quesiti. La sua considerazione finale (semplificando di molto) è che si tratti di una società con forti tratti tribali. Questa caratteristica fa del Giappone l'unico paese che porta una concezione alternativa del mondo rispetto al capitalismo occidentale o a qualsiasi altra forma filosofica/religiosa/economica/politica di governo presente sul pianeta. -
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Aug 13, 2010 |
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- Il problema dell’unicità giapponese (6)
- Nitobe Inazō e Okakura Kakuzō
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By Monceri Flavia -
Finished on Jun 6, 2010 




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Il problema dell’unicità giapponese
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Il problema dell'unicità giapponese, Nitobe Inazo e Okakura Kakuzo
di Flavia Monceri, casa ed. Edizioni ETS, pagine 116, costo 12,5€, anno 2000, formato 22 cm X 14 cmPremessa.
Spero di aver compreso il senso del libro, cosa non facile per il suo contenuto e le mie conoscenze relative.Dopo l'occi ... (
continue ) Il problema dell'unicità giapponese, Nitobe Inazo e Okakura Kakuzo
di Flavia Monceri, casa ed. Edizioni ETS, pagine 116, costo 12,5€, anno 2000, formato 22 cm X 14 cmPremessa.
Spero di aver compreso il senso del libro, cosa non facile per il suo contenuto e le mie conoscenze relative.Dopo l'occidentalizzazione forzata, verso il 1890, gli intellettuali giapponesi sembrano rendersi conto che la modernizzazione del paese rischia di far perdere l'identità nipponica, sia alla società che ai sudditi imperiali.
Flavia Monceri analizza gli scritti (in inglese) di due intellettuali del Giappone tardo-Meiji, Nitobe Inazo (1862-1933) e Okakura Kakuzo (1863-1913) , che ricrearono un'identità culturale nipponica, oltre a gettare, tra l'altro, le basi per la “missione giapponese” in Asia.
I due autori nipponici crearono la base della “cultura” giapponese per gli occidentali, cioè per comprendere agli occidentali che anche il Giappone era dotato di una cultura autoctona.
Quindi i due intellettuali giapponesi recuperarono, all'interno della tradizione nipponica, gli elementi della loro “unicità” culturale esistenti prima dell'arrivo degli occidentali.
Secondo Nitobe è il bushido l'elemnto “culturale” tradizionale giapponese, incentrato sulla morale confuciana. Mentre Okakura lo individua nella cerimonia del tè (chanoyu) e nei suoi legami con il buddismo zen.
L'autrice analizza i seguenti scritti:
Bushido e cristianesimo in Nitobe Inazo;
Okakuro Kazuko: l'oriente in una tazza di tè. -
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Jun 7, 2010 |
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Tokio 20.06.1995
Trovate la recensione sul mio blog:
http://imagorecensio.blogspot.it/2013/05/libro-tokio-20…