Ho tre riserve su questo libro. La prima. Non so da dove deriva, ma ho questa resistenza verso i film che parlano del mondo del cinema, per i libri che parlano di scrittori, per gli spot che mettono al centro i pubblicitari. Li odio un po'. Mi sembra che gli autori non abbiano saputo fare lo sforzo
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Ho tre riserve su questo libro. La prima. Non so da dove deriva, ma ho questa resistenza verso i film che parlano del mondo del cinema, per i libri che parlano di scrittori, per gli spot che mettono al centro i pubblicitari. Li odio un po'. Mi sembra che gli autori non abbiano saputo fare lo sforzo di fantasia necessario per uscire dal loro proprio mondo. John Fante (averlo un nome da scrittore che suona così bene!) scrive quella che sembra quasi un'autobiografia, e forse in parte lo è. Seconda. il libro è scritto in prima persona singolare e anche questo mi sembra quasi un trucco per dribblare i problemi della terza persona, decisamente più impegnativa. Provare per credere. Terza e ultima. Fante mi sembra un po' troppo pudico. Nelle scene di non sesso con Camilla non si capisce proprio cosa non succede. Sono d'accordo sulla necessità di evitare i particolari umidicci, ma questa di Fante mi pare proprio un'autocensura. “La possedetti” è la frase più spinta. E allora perché 4 stelle? Perché nel delirio di Arturo Bandini ci si può identificare come nello specchio del bagno. Fante/Bandini si spoglia, si rivela e si racconta così bene (forse proprio perché parla in prima persona) che nella sua pelle ci si entra come in un paio di pantaloni comodi e, per di più, elasticizzati. Fante mette il suo personaggio a disposizione dei lettori che hanno bisogno di conferme o punti di appoggio. Qui ne trovano un libro intero. Per questo, quando “Chiedi alla polvere” finisce, liberarsi di Arturo Bandini risulta difficile, come sarebbe difficile liberarsi di una parte di se stessi.
Mi fu regalato dalla donna che mi aveva appena lasciato. Lo presi come un messaggio, cercando tra le pagine risposte ai miei perché del momento. Lo rilessi, concentrandomi sulle pagine piccole, cercando tra le righe quello che mi era sfuggito nella vita reale. Mi diceva dove avevo sbagliato? Mi sugg
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Mi fu regalato dalla donna che mi aveva appena lasciato. Lo presi come un messaggio, cercando tra le pagine risposte ai miei perché del momento. Lo rilessi, concentrandomi sulle pagine piccole, cercando tra le righe quello che mi era sfuggito nella vita reale. Mi diceva dove avevo sbagliato? Mi suggeriva come potevo migliorare? C'era forse, nascosto, il segreto per riconquistarla? Quando uscii dalla sofferenza (e ci volle un annetto abbondante), la riavvicinai, le domandai il perché quel libro. "Niente" mi disse. "Mi piaceva il titolo".
Lo vedo nella libreria nell'ingresso e provo uno sconvolgimento, come se avessi trovato una banconota da 50 shekel. “Ma come? Ho in casa un libro del mio scrittore israeliano preferito e ancora non l'ho letto?” Così lo inizio subito, prima che svanisca, come capita ai sogni, la mattina, specialmente
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Lo vedo nella libreria nell'ingresso e provo uno sconvolgimento, come se avessi trovato una banconota da 50 shekel. “Ma come? Ho in casa un libro del mio scrittore israeliano preferito e ancora non l'ho letto?” Così lo inizio subito, prima che svanisca, come capita ai sogni, la mattina, specialmente se si è subito presi dalle tante faccende quotidiane. Dopo poche pagine, però, mi rendo conto che io, questo libro, devo averlo già cominciato. E se ciò è accaduto, il momento esatto è da farsi risalire a quando l'ho comprato. Capita, a volte, che io compri un libro dopo aver indugiato a lungo tra gli scaffali di una libreria, perché un acquisto mi dà il diritto di curiosare a lungo nei locali riscaldati del negozio, approfittando della cortesia e della simpatia del libraio. Appena arrivato a casa, o ancor prima, sull'autobus, è facile che io ne beva subito e avidamente qualche pagina, quasi alla ricerca di rassicurazioni sulla scelta, per essere certo di aver speso bene il mio denaro, perché anche se si parla di edizioni da pochi shekel, non vedo il motivo per sprecarne. Una volta confortato dalla solidità della scrittura, per assaporare ulteriormente il piacere della lettura, io quel libro lo metto da parte, in attesa di un momento nel quale possa dedicarvi tutta la mia attenzione, magari approfittando di una vacanza o di un momento di tempo libero. Insomma, faccio in modo che non vada sprecato. Forse, però, me lo hanno prestato questo libro e io mi sono dimenticato di restituirlo. Se fosse così, dovrò risalire al proprietario, quanto meno per scusarmi... Del resto, se il proprietario non lo ha rivendicato, sarà anch'egli responsabile in una certa misura del ritardo e sarà più disposto a perdonarmi. O, forse, si ricorda bene di avermi prestato questo libro, ma essendo passato troppo tempo, non osa più domandarmelo indietro. Del resto, come potrebbe approcciarmi? Domandandomi se per caso ho letto “Cinque stagioni” di Yehoshua e sperando, in tal modo, di stimolarmi a ricordare che proprio lui me lo prestò in quella data occasione? Io forse farei così, anzi, credo di essermi comportato proprio così in qualche occasione, e credo che sarebbe la strategia più utile per ottenere la restituzione del libro senza sembrare scortese. Se invece fossi io a prendere l'iniziativa della restituzione, sempre ammesso che il libro mi sia stato prestato e, cosa assai più difficile, ammesso che mi ricordi chi ne sia il proprietario, non mi esporrei, forse, ad una ben misera figura presentandomi adesso con il volume in mano, persino un po' ingiallito sui bordi? Non è forse meglio lasciare che il tempo lavi via gli ultimi brandelli di memoria di questa vicenda e lasci riposare il libro sul mio scaffale? Così, oggi, rileggo i primi capitoli, scoprendo che le pagine già lette sono molte più di quelle che immaginavo. Se controllo lo spessore di quanto appena letto, mi rendo conto che è un po' troppo perché la lettura precedente possa essere considerata un semplice assaggio. Perché ero andato così avanti per poi abbandonare la lettura? Il pensiero mi preoccupa un po' e mi provoca una certa pena, perché l'unico motivo che mi viene in mente è che il libro non mi fosse piaciuto e che lo avessi abbandonato. Vedo che ero andato molto avanti: ricordo tutta la parte della storia che si svolge a Berlino ovest nel corso del primo viaggio in Europa. Leggo e leggo, finché mi assale un nuovo dubbio: che io l'abbia letto già tutto? Continuo ad imbattermi in scene che mi sono già raffigurato; certi passaggi si riaccendono vividi di colori nella mia mente, come se li avessi letti ieri. Ritornano domande che mi ero già posto. Non mi ricordo affatto delle ultime venti o trenta pagine, ma mi rifiuto di pensare di aver abbandonato il libro così vicino al traguardo. Quindi: lo avevo già letto. E allora, cosa pensare? Se fosse un brutto libro, sarei più sereno e tollerante verso la mia memoria, invece si tratta di un romanzo importante, tessuto con un'intensità rara. Come sempre, Yehoshua ha il potere di mettere a fuoco i dettagli più imbarazzanti della personalità dei suoi personaggi. Qui, si parla di Molcho, un vedovo cinquantaduenne che ha assistito la moglie malata con cura da ragioniere, un omino che dimostra davvero poco spessore, che espone le sue meschinità in ogni pagina, facendo e rifacendo i conti su tutto, perdendo parte della vita in ragionamenti minuscoli. Ma, nonostante questo, nonostante una trama che c'è e non c'è, Yehoshua sa come farsi seguire fino in fondo, grazie a quel modo di tirar dentro il lettore che gli appartiene e che è inimitabile, ancorché, scrivendo questa recensione, io ci abbia provato, abbandonando le mie solite note per abbracciare il suo stile particolare e la sua scrittura pulita. E qui casco male, perché, rileggendo, mi rendo conto che il risultato è molto più vicino al gracchiare di un pappagallo che alla perizia di un falsario. Ma ormai, è cosa fatta.
Mi è talmente piaciuto, che se non l'avessi incontrato in una recensione, mi sarei dimenticato di averlo letto. Mi ricordo di aver scaricato anche il film, che forse era anche peggio.
E pensare che lo avevo abbandonato. Avevo dato il “Si salvi chi può!” ed ero sceso nella prima scialuppa, come fa ogni buon comandante dei giorni nostri. Il libro è rimasto un bel po' lì, inclinato sul comodino. Poi una voce: “Torni a bordo cazzo!” mi ha costretto ad affrontare la seconda metà. Perc
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E pensare che lo avevo abbandonato. Avevo dato il “Si salvi chi può!” ed ero sceso nella prima scialuppa, come fa ogni buon comandante dei giorni nostri. Il libro è rimasto un bel po' lì, inclinato sul comodino. Poi una voce: “Torni a bordo cazzo!” mi ha costretto ad affrontare la seconda metà. Perché? Perché ognuno ha un prezzo e io sono acquistabile con viaggi in Scozia. Reali o letterari. Quella furbacchiona di Susanna Kearsley è un agente di viaggi che ci sa fare: ti porta nell'Aberdeenshire e ti fa accomodare in uno di quei villini in pietra sula scogliera, con vista sul Mare del Nord. Ti fa sentire il rumore delle onde e il profumo di torba. Brava. Però, una location, per quanto ben costruita, non basta per condurre un romanzo in porto. E qui sta il problema perché il resto del libro rimane a terra. Intanto la protagonista è una scrittrice. (Ma guarda che idea originale) Questa scrittrice affitta il villino e scrive un romanzo storico la cui protagonista è una sua antenata, vissuta in quei luoghi qualche secolo prima. È il passato che si ripete. Non perché le due donne vivono le stesse avventure, ma perché sembra la trama di un altro romanzo,“Il decimo dono”, che tre anni fa ho premiato con tre stelle, perché all'epoca ero meno acido di adesso e perché il libro mi era sembrato meno stucchevole di questo. Susanna Kearsley mette in fila una serie di situazioni, specialmente in tema amoroso, che sono prevedibili come autogol del PD. Quanto al colpo di scena finale, promesso in qualche commento che mi aveva convinto, si capisce di cosa si tratta già a cento miglia dall'approdo. Ad aiutare il relitto a fracassarsi contro gli scogli ci pensa la traduttrice, Alessandra Petrelli, che non paga da mesi i congiuntivi e questi lavorano a singhiozzo. Non basta: è lei che fa "l'inchino" usando locuzioni come “in men che non si dica”, che fanno rimpiangere i tempi dell'inquisizione. Però, ripeto, se ho sofferto fino in fondo, la colpa è soprattutto mia. La prossima volta che sento la voce intimarmi di ritornare a bordo, cazzo! col cazzo che ci torno.
Chiedi alla polvere
Ho tre riserve su questo libro.continue)
La prima. Non so da dove deriva, ma ho questa resistenza verso i film che parlano del mondo del cinema, per i libri che parlano di scrittori, per gli spot che mettono al centro i pubblicitari. Li odio un po'. Mi sembra che gli autori non abbiano saputo fare lo sforzo ... (
Ho tre riserve su questo libro.
La prima. Non so da dove deriva, ma ho questa resistenza verso i film che parlano del mondo del cinema, per i libri che parlano di scrittori, per gli spot che mettono al centro i pubblicitari. Li odio un po'. Mi sembra che gli autori non abbiano saputo fare lo sforzo di fantasia necessario per uscire dal loro proprio mondo. John Fante (averlo un nome da scrittore che suona così bene!) scrive quella che sembra quasi un'autobiografia, e forse in parte lo è.
Seconda. il libro è scritto in prima persona singolare e anche questo mi sembra quasi un trucco per dribblare i problemi della terza persona, decisamente più impegnativa. Provare per credere.
Terza e ultima. Fante mi sembra un po' troppo pudico. Nelle scene di non sesso con Camilla non si capisce proprio cosa non succede. Sono d'accordo sulla necessità di evitare i particolari umidicci, ma questa di Fante mi pare proprio un'autocensura. “La possedetti” è la frase più spinta.
E allora perché 4 stelle?
Perché nel delirio di Arturo Bandini ci si può identificare come nello specchio del bagno.
Fante/Bandini si spoglia, si rivela e si racconta così bene (forse proprio perché parla in prima persona) che nella sua pelle ci si entra come in un paio di pantaloni comodi e, per di più, elasticizzati. Fante mette il suo personaggio a disposizione dei lettori che hanno bisogno di conferme o punti di appoggio. Qui ne trovano un libro intero. Per questo, quando “Chiedi alla polvere” finisce, liberarsi di Arturo Bandini risulta difficile, come sarebbe difficile liberarsi di una parte di se stessi.
Chéri
Mi fu regalato dalla donna che mi aveva appena lasciato. Lo presi come un messaggio, cercando tra le pagine risposte ai miei perché del momento. Lo rilessi, concentrandomi sulle pagine piccole, cercando tra le righe quello che mi era sfuggito nella vita reale. Mi diceva dove avevo sbagliato? Mi sugg ... (continue)
Mi fu regalato dalla donna che mi aveva appena lasciato. Lo presi come un messaggio, cercando tra le pagine risposte ai miei perché del momento. Lo rilessi, concentrandomi sulle pagine piccole, cercando tra le righe quello che mi era sfuggito nella vita reale. Mi diceva dove avevo sbagliato? Mi suggeriva come potevo migliorare? C'era forse, nascosto, il segreto per riconquistarla? Quando uscii dalla sofferenza (e ci volle un annetto abbondante), la riavvicinai, le domandai il perché quel libro.
"Niente" mi disse. "Mi piaceva il titolo".
Cinque stagioni
Lo vedo nella libreria nell'ingresso e provo uno sconvolgimento, come se avessi trovato una banconota da 50 shekel. “Ma come? Ho in casa un libro del mio scrittore israeliano preferito e ancora non l'ho letto?”continue)
Così lo inizio subito, prima che svanisca, come capita ai sogni, la mattina, specialmente ... (
Lo vedo nella libreria nell'ingresso e provo uno sconvolgimento, come se avessi trovato una banconota da 50 shekel. “Ma come? Ho in casa un libro del mio scrittore israeliano preferito e ancora non l'ho letto?”
Così lo inizio subito, prima che svanisca, come capita ai sogni, la mattina, specialmente se si è subito presi dalle tante faccende quotidiane.
Dopo poche pagine, però, mi rendo conto che io, questo libro, devo averlo già cominciato. E se ciò è accaduto, il momento esatto è da farsi risalire a quando l'ho comprato.
Capita, a volte, che io compri un libro dopo aver indugiato a lungo tra gli scaffali di una libreria, perché un acquisto mi dà il diritto di curiosare a lungo nei locali riscaldati del negozio, approfittando della cortesia e della simpatia del libraio. Appena arrivato a casa, o ancor prima, sull'autobus, è facile che io ne beva subito e avidamente qualche pagina, quasi alla ricerca di rassicurazioni sulla scelta, per essere certo di aver speso bene il mio denaro, perché anche se si parla di edizioni da pochi shekel, non vedo il motivo per sprecarne. Una volta confortato dalla solidità della scrittura, per assaporare ulteriormente il piacere della lettura, io quel libro lo metto da parte, in attesa di un momento nel quale possa dedicarvi tutta la mia attenzione, magari approfittando di una vacanza o di un momento di tempo libero. Insomma, faccio in modo che non vada sprecato.
Forse, però, me lo hanno prestato questo libro e io mi sono dimenticato di restituirlo. Se fosse così, dovrò risalire al proprietario, quanto meno per scusarmi... Del resto, se il proprietario non lo ha rivendicato, sarà anch'egli responsabile in una certa misura del ritardo e sarà più disposto a perdonarmi. O, forse, si ricorda bene di avermi prestato questo libro, ma essendo passato troppo tempo, non osa più domandarmelo indietro. Del resto, come potrebbe approcciarmi? Domandandomi se per caso ho letto “Cinque stagioni” di Yehoshua e sperando, in tal modo, di stimolarmi a ricordare che proprio lui me lo prestò in quella data occasione? Io forse farei così, anzi, credo di essermi comportato proprio così in qualche occasione, e credo che sarebbe la strategia più utile per ottenere la restituzione del libro senza sembrare scortese.
Se invece fossi io a prendere l'iniziativa della restituzione, sempre ammesso che il libro mi sia stato prestato e, cosa assai più difficile, ammesso che mi ricordi chi ne sia il proprietario, non mi esporrei, forse, ad una ben misera figura presentandomi adesso con il volume in mano, persino un po' ingiallito sui bordi? Non è forse meglio lasciare che il tempo lavi via gli ultimi brandelli di memoria di questa vicenda e lasci riposare il libro sul mio scaffale?
Così, oggi, rileggo i primi capitoli, scoprendo che le pagine già lette sono molte più di quelle che immaginavo. Se controllo lo spessore di quanto appena letto, mi rendo conto che è un po' troppo perché la lettura precedente possa essere considerata un semplice assaggio. Perché ero andato così avanti per poi abbandonare la lettura? Il pensiero mi preoccupa un po' e mi provoca una certa pena, perché l'unico motivo che mi viene in mente è che il libro non mi fosse piaciuto e che lo avessi abbandonato. Vedo che ero andato molto avanti: ricordo tutta la parte della storia che si svolge a Berlino ovest nel corso del primo viaggio in Europa. Leggo e leggo, finché mi assale un nuovo dubbio: che io l'abbia letto già tutto? Continuo ad imbattermi in scene che mi sono già raffigurato; certi passaggi si riaccendono vividi di colori nella mia mente, come se li avessi letti ieri. Ritornano domande che mi ero già posto.
Non mi ricordo affatto delle ultime venti o trenta pagine, ma mi rifiuto di pensare di aver abbandonato il libro così vicino al traguardo.
Quindi: lo avevo già letto.
E allora, cosa pensare?
Se fosse un brutto libro, sarei più sereno e tollerante verso la mia memoria, invece si tratta di un romanzo importante, tessuto con un'intensità rara. Come sempre, Yehoshua ha il potere di mettere a fuoco i dettagli più imbarazzanti della personalità dei suoi personaggi. Qui, si parla di Molcho, un vedovo cinquantaduenne che ha assistito la moglie malata con cura da ragioniere, un omino che dimostra davvero poco spessore, che espone le sue meschinità in ogni pagina, facendo e rifacendo i conti su tutto, perdendo parte della vita in ragionamenti minuscoli. Ma, nonostante questo, nonostante una trama che c'è e non c'è, Yehoshua sa come farsi seguire fino in fondo, grazie a quel modo di tirar dentro il lettore che gli appartiene e che è inimitabile, ancorché, scrivendo questa recensione, io ci abbia provato, abbandonando le mie solite note per abbracciare il suo stile particolare e la sua scrittura pulita. E qui casco male, perché, rileggendo, mi rendo conto che il risultato è molto più vicino al gracchiare di un pappagallo che alla perizia di un falsario. Ma ormai, è cosa fatta.
Come Dio comanda
Mi è talmente piaciuto, che se non l'avessi incontrato in una recensione, mi sarei dimenticato di averlo letto. Mi ricordo di aver scaricato anche il film, che forse era anche peggio.
Come il mare d'inverno
E pensare che lo avevo abbandonato. Avevo dato il “Si salvi chi può!” ed ero sceso nella prima scialuppa, come fa ogni buon comandante dei giorni nostri. Il libro è rimasto un bel po' lì, inclinato sul comodino. Poi una voce: “Torni a bordo cazzo!” mi ha costretto ad affrontare la seconda metà.continue)
Perc ... (
E pensare che lo avevo abbandonato. Avevo dato il “Si salvi chi può!” ed ero sceso nella prima scialuppa, come fa ogni buon comandante dei giorni nostri. Il libro è rimasto un bel po' lì, inclinato sul comodino. Poi una voce: “Torni a bordo cazzo!” mi ha costretto ad affrontare la seconda metà.
Perché?
Perché ognuno ha un prezzo e io sono acquistabile con viaggi in Scozia. Reali o letterari. Quella furbacchiona di Susanna Kearsley è un agente di viaggi che ci sa fare: ti porta nell'Aberdeenshire e ti fa accomodare in uno di quei villini in pietra sula scogliera, con vista sul Mare del Nord. Ti fa sentire il rumore delle onde e il profumo di torba. Brava. Però, una location, per quanto ben costruita, non basta per condurre un romanzo in porto. E qui sta il problema perché il resto del libro rimane a terra. Intanto la protagonista è una scrittrice. (Ma guarda che idea originale) Questa scrittrice affitta il villino e scrive un romanzo storico la cui protagonista è una sua antenata, vissuta in quei luoghi qualche secolo prima. È il passato che si ripete. Non perché le due donne vivono le stesse avventure, ma perché sembra la trama di un altro romanzo,“Il decimo dono”, che tre anni fa ho premiato con tre stelle, perché all'epoca ero meno acido di adesso e perché il libro mi era sembrato meno stucchevole di questo.
Susanna Kearsley mette in fila una serie di situazioni, specialmente in tema amoroso, che sono prevedibili come autogol del PD. Quanto al colpo di scena finale, promesso in qualche commento che mi aveva convinto, si capisce di cosa si tratta già a cento miglia dall'approdo.
Ad aiutare il relitto a fracassarsi contro gli scogli ci pensa la traduttrice, Alessandra Petrelli, che non paga da mesi i congiuntivi e questi lavorano a singhiozzo. Non basta: è lei che fa "l'inchino" usando locuzioni come “in men che non si dica”, che fanno rimpiangere i tempi dell'inquisizione.
Però, ripeto, se ho sofferto fino in fondo, la colpa è soprattutto mia. La prossima volta che sento la voce intimarmi di ritornare a bordo, cazzo! col cazzo che ci torno.