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- La trasferta (6)
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By Stefano Faccendini -
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The final. Viaggio al termine del monde ultras




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Chi sono i “three italian gentlemen”? All’anagrafe rispondono ai nomi di Domenico Mungo, Vincenzo Abbatantuono e Luca Tomaselli e senza star a scomodare laboriosi dipendenti comunali, si può ridurre il tutto a tre ultras di tre diverse curve italiane, un viola, un gobbo ed un buteo veronese.
Il libr ... (continue ) Chi sono i “three italian gentlemen”? All’anagrafe rispondono ai nomi di Domenico Mungo, Vincenzo Abbatantuono e Luca Tomaselli e senza star a scomodare laboriosi dipendenti comunali, si può ridurre il tutto a tre ultras di tre diverse curve italiane, un viola, un gobbo ed un buteo veronese.
Il libro non è un romanzo, non è un diario di bordo, non è un racconto, è un mix delle tre cose, infarcite di anarchia narrativa che non segue uno schema ben definito e stabile.
Niente di nuovo visto che gli autori si sono già cimentati in narrazioni di questo Genere, e visto come anche le altre pubblicazioni sfuggono dai rituali letterari e trasportino il lettore in un viaggio ai limiti, senza freni inibitori, con un avanzare, veloce e senza pause che cattura il lettore.
Tre ultras, tre quarantenni con un esperienza di curva pluridecennale alle spalle, che partono da un freddo aeroporto dell’Italia del nord diretti in Scozia, per un viaggio a studiare il calcio minore della Gran Bretagna, il parente povero della Premier League, un campionato dominato dal duo Rangers e Celtic ma dove i dualismi arrivano ben oltre l’aspetto calcistico, sconfinando addirittura nelle marche di birra che paonazzi uomini attempati buttano giù come acqua minerale.
Il viaggio parte con i tre ultras, accompagnati da un freakettone venticinquenne totalmente ignorante del mondo ultras ma dedito alla musica, che ricordano i vecchi tempi dello stadio, quando andare in curva era una festa e quando l’aggregazione risultava fin troppo facile. Altro che tornelli, biglietti nominativi e tessere del tifoso!
Il viaggio sentimentale verso il calcio minoritario britannico è un pullulare di pub, birre, colori, religione e politica, gemellaggi, rivalità e scontri.
A ben vedere tutto, o quasi, ricalca il pensiero dell’ultras nostrano, con i derby carichi di pathos, pub a tema ed i capillari intrecci amico-nemico che sfociano in sane rivalità o amicizie indissolubili.
L’incontro a cui assistono i tre, Rangers-Falkirk valevole per la Coppa di Scozia, non è altro che il culmine di un viaggio pregno di malinconia, effettuato da tre disillusi ultras italiani che, nel ritorno a casa, riflettono su quello che è stato e che mai tornerà ad essere uguale.
Nella seconda parte del libro, i tre parlano e descrivono le ritualità delle proprie curve: il buteo Luca parte dalle prodezze, in campo e fuori, del mitico Gianfranco “Zigo” Zigoni per ricordare l’indole guerrigliera e sfrontata delle vecchie Brigate Gialloblu, gli “ASU”, la vicinanza della sud con la tana degli “Headhunters” del Chelsea, lo “Shed”, i gemellaggi e le rivalità ma soprattutto i cori e gli striscioni irriverenti e politicamente scorretti più volte sfornati dalla sud del Bentegodi. Ricordi di tempi che furono.
Vincenzo, il gobbo, parte dalla terribile notte dell’Heysel per narrare la nascita del gruppo juventino dell’”Arancia Meccanica”, sigla che esprimeva una violenza verbale e simbolica tanto che il nome fu bandito e la curva, giocando sul fattore ignoranza, aggirò l’ostacolo repressivo mutando il nome in “Drughi”.
Il viola Domenico parte dall’amore viscerale verso la propria città, verso i suoi monumenti e la sua storia, per raccontare il carattere del fiorentino, ironico e sfacciato, incapace di piegarsi davanti ai poteri forti. L’uscita dal Cav e la nascita degli “ACAB Firenze” prima e dei “Firenze Ultras” dopo, è la logica conseguenza di un calcio e di una curva mutata davanti agli eventi. Anche questi son ricordi.
In sostanza un libro da leggere sicuramente, anche se alla fine affiora un po’ di quella tristezza dei tempi che cambiano. Ricordi, sono solo ricordi. -
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Jul 9, 2012 |
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- Heysel. Le verità di una strage annunciata (4)
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By Francesco Caremani -
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Heysel. Le verità di una strage annunciata




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Un libro che ritorna, quasi a rimarcare quanto è doveroso ricordare e quanto sia impossibile dimenticare. Se la prima stampa è del 2003, questa riedizione, rielaborata ed ampliata, è stata finita di stampare nel giugno 2010. L’autore, Francesco Caremani, è un giornalista di Arezzo, collaboratore di ... (
continue ) Un libro che ritorna, quasi a rimarcare quanto è doveroso ricordare e quanto sia impossibile dimenticare. Se la prima stampa è del 2003, questa riedizione, rielaborata ed ampliata, è stata finita di stampare nel giugno 2010. L’autore, Francesco Caremani, è un giornalista di Arezzo, collaboratore di importanti testate italiane ed estere, già autore di diversi libri sul mondo del calcio.
La prefazione è di Walter Veltroni, l’introduzione di Roberto Beccantini, che in quel periodo lavorava per la Gazzetta dello Sport, mentre la presentazione è di Andrea Lorentini, vittima della tragedia, visto che in quella maledetta serata ha perso il padre quando aveva solo tre anni.
Una vita segnata da una tragedia capitata in uno stadio di calcio, un padre perso ed un nonno che ha fatto da padre e da portavoce di chi, all’Heysel, ha perso un pezzo di se stesso. Otello Lorentini, padre di Roberto e nonno di Andrea, ha lottato contro la potenza dell’Uefa ma anche contro tanto disinteresse e contro chi, con poche decini di milioni, credeva di tappare la bocca di chi ha perso un familiare, un amico, una persona cara in quella maledetta sera del 29 maggio 1985.
Il libro si avvale di tante testimonianze private e pubbliche, di gente che racconta l’odissea per trovare un biglietto, del viaggio fatto con tanta speranza e delle prime titubanze quando, all’ingresso dello stadio, si vedevano benissimo gli inglesi già ubriachi e su di giri, mentre agli italiani veniva riservato un trattamento ben meno amichevole. Titubanze che son diventate paure quando, all’interno dell’impianto, non si è trovato un ambiente consono ad una finale di Coppa dei Campioni, ma uno stadio più simile ad un pollaio, con reti divisorie che sembravano di cartone ed al posto dei comodi seggiolini, delle vecchie travi di legno utili più per accendere un camino che per accogliere gli spettatori di una partita di calcio.
Le testimonianze raccontano di come in quel famigerato Settore Z, gli ultras bianconeri fossero del tutto assenti, ma quella che doveva essere la zona cuscinetto, nella realtà era popolata da pacifiche famiglie desiderose di vedersi la partita, Juventus club che avevano organizzato i viaggi da tutta Italia, donne con bambini al seguito, insomma, il target delle persone presenti era più che docile.
E son sempre i testimoni che raccontano, come gli inglesi non si son certo fermati di fronte a gente inerme che non aveva la minima intenzione di rispondere alle provocazioni, ma prima un fitto lancio di oggetti ha fatto vacillare l’intero settore, poi le ripetute cariche hanno fatto il resto, lasciando sugli spalti 39 corpi inermi.
Se gli inglesi sono stati assassini, i racconti dei testimoni ci confermano come la polizia belga abbia fatto il resto: pochi uomini all’interno del Settore Z, pochissimi quelli che dovevano arginare la furia dei Reds, tanti e troppi quelli che impedivano agli italiani di riversarsi sul terreno di gioco che, ad un certo punto, era l’unica via di uscita in una situazione che cominciava a diventare tragica, ed infatti la tragedia si è consumata.
Oltre al danno si è aggiunta la beffa: ai cadaveri son state rubate catenine, anelli e qualsiasi altra cosa di valore, le autopsie dei corpi sono state eseguite (?) in maniera barbara, gli scambi di persona sono stati all’ordine del giorno, insomma, nonostante tutto le autorità belghe non si sono fermate ad una bieca negligenza ma sono andate oltre, non rispettando neanche i morti e trattandoli come, e a tratti peggio, delle bestie. Una crudeltà che non è possibile accettare ed infatti il 2 marzo 1986 nasce l’ “Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles” con sede ufficiale ad Arezzo e con Otello Lorentini presidente, Antonio Conti, padre di Giuseppina, segretario, ed Arianna Accorsi, moglie di Roberto Lorentini, tesoriere. Viene puntato il dito contro l’Uefa, contro le autorità belghe ed il governo, contro il Sindaco di Bruxelles, Hervè Brouhon, contro il capo della polizia, contro il ministro dell’interno Nothomb.
I nemici da combattere sono questi ma dalle parole di Otello Lorentini si capisce che anche la società Juventus è rimasta colpevolmente passiva: inutile ricordare il giro di campo effettuato con la coppa in mano e con qualche sorriso di troppo tra i volti dei giocatori, inutile ricordare come Boniek avesse promesso di devolvere all’associazione l’intero premio partita (100 milioni delle vecchie lire) ma è utile ricordare come Giampiero Boniperti, pur esprimendo tutto il dolore per la tragedia, abbia sempre cercato di dimenticare, di chiudere in un cassetto quella serata e voltare pagina.
Il libro prosegue descrivendo tutta la lotta processuale per ottenere giustizia, quella giustizia che ad un certo punto del processo non sembrava così certa, infarcita di omissioni e cavilli burocratici.
Poi finalmente la vittoria, i risarcimenti alle famiglie e la cancellazione dello stadio Heysel, ristrutturato e modernizzato fino a diventare “Stadio Re Baldovino”, dove il Settore Z diventa prima “Curva Nord” e poi, definitivamente, “Settore Nord 1”. Si cerca di dimenticare, sotterrare nella mente 39 vittime, tanto che quando il Milan gioca un incontro di Coppa contro il Malines, Franco Baresi, capitano dei rossoneri, deposita, tra l’indifferenza generale, 39 rose rosse ai piedi dell’ex Settore Z.
Il libro si chiude con un intervista ad Otello Lorentini, le cui parole ricordano la partita tra le formazioni Primavera di Juventus e Liverpool, organizzata dall’associazione ad Arezzo dove, il piazzale antistante lo stadio, è stato intitolato a suo figlio Roberto Lorentini, mentre il piazzale antistante il Palasport, è stato invece intitolato all’altra vittima aretina, Giuseppina Conti.
Un libro che fa riflettere, un libro che mette sul banco degli imputati non solo gli hooligans ma soprattutto Uefa e governo belga, senza dimenticare il comportamento della società Juventus e dei propri tesserati. -
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Jul 9, 2012 |
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- Cuori Tifosi (25)
- Quando il calcio uccide: i morti dimenticati degli stadi italiani
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By Maurizio Martucci -
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Maurizio Martucci (25 luglio 1973), scrittore e giornalista romano, è da sempre impegnato in un giornalismo d’inchiesta e nello studio dei movimenti d’aggregazione giovanili. Il passo per arrivare a parlare di tifo, ultras e simbologie è breve e già nel 1996 pubblica “Nobiltà ultras dal 1990, un sec ... (
continue ) Maurizio Martucci (25 luglio 1973), scrittore e giornalista romano, è da sempre impegnato in un giornalismo d’inchiesta e nello studio dei movimenti d’aggregazione giovanili. Il passo per arrivare a parlare di tifo, ultras e simbologie è breve e già nel 1996 pubblica “Nobiltà ultras dal 1990, un secolo di storia, documenti ed immagini della tifoseria laziale” per poi continuare nel 2008 con la pubblicazione di un libro sull’uccisione di Gabriele Sandri e nel 2009, cambiando sponda di Roma, a trent’anni dalla morte di Vincenzo Paparelli, esce con “Cuore tifoso”.
Sulla scia di questi lavori ecco uscire “Cuori tifosi” in cui l’autore ha approfondito la ricerca tra testimonianze, archivi e documenti processuali per non far dimenticare le vittime che lo sport più popolare del mondo ha attirato a sé.
È un grido di dolore di amici, conoscenti, famigliari ma oltre alle lacrime versate c’è la rabbia per quello che poteva essere fatto e non è stato fatto. Troppi ragazzi aspettano giustizia, troppe famiglie vivono ancora con un dolore lancinante e ormai distrutte da una lotta contro un nemico troppo potente da affondare.
“10-1-93: la morte è uguale per tutti!” diceva uno striscione esposto in tanti stadi italiani dopo la morte del bergamasco Celestino Colombi. Frase di sicuro effetto ma la realtà è ben altra: ci sono dei morti dei quali non vale la pena parlare e indagare, ci sono dei morti che non devono far notizia e devono essere seppelliti prima che realmente lo siano.
Seppelliti da giudici ed avvocati, seppelliti da chi ha l’interesse di far continuare il carrozzone senza porre rimedio alle incredibili carenze organizzative che si celano dietro una partita di calcio. Storie sottaciute, storie di martiri in tempo di pace, storie di famiglie spezzate, storie di problemi esistenziali ed economici.
L’autore, Maurizio Martucci, non fa una semplice lista dei morti all’interno e all’esterno degli stadi italiani, ma si getta in un lavoro di ricerca storica molto dettagliato ed attuale, una storicizzazione che appare fin da subito ricca di particolari e valorizzata da testimonianze anche recenti che ne elevano l’interesse.
Il primo morto preso in esame porta il nome di Augusto Morganti e sicuramente alle masse non ricorda nulla ma Viareggio lo ricorda ancora. È il 1920 e lo Sporting Club Viareggio si trova di fronte l’Unione Sportiva Lucchese: la prima frazione termina con i locali in vantaggio di due reti ma nella ripresa gli ospiti riescono a rimontare. Sul momentaneo pareggio nasce un diverbio tra Augusto Morganti ed un giocatore lucchese (calcio d’altri tempi...), dagli insulti si passa alle vie di fatto e l’intervento della forza pubblica si rende necessario. Arrivano i carabinieri e per dividere i contendenti si presentano con le pistole in pugno: per farla breve, dall’arma parte un colpo che uccide il povero tifoso bianconero. La storia parla di una rivolta popolare, i viareggini cercarono di ribellarsi ad un’ingiustizia bella e buona e si verificarono scontri e danneggiamenti ovunque, ci fu addirittura l’assalto alla caserma dei carabinieri che ricorda chiaramente quello che successe dopo l’omicidio di Gabriele Sandri a Roma.
Per Augusto Morganti, come per gli altri deceduti in seguito a vicende inerenti lo stadio, deve restare un segno indelebile, un ricordo vivo, una presenza che ancora ricordi lo sfortunato sportivo. E se nel caso dello sportivo viareggino gli Ultras Fighters negli anni confezionarono lo striscione “2 maggio 1920”, per alcune vittime gli ultras delle curve italiane hanno deciso di dedicarli un intero settore. Inevitabile pensare alla “Curva Nord Matteo Bagnaresi”, o alla “Curva Nord Gabriele Sandri”, vittime recenti di una scia di sangue che ha investito gli stadi ben prima della calata dei “terribili” ultras.
Troppe volte la morte all’interno degli stadi viene associata alla violenza degli ultras ma la storia e gli inquietanti episodi narrati nel libro, ci confermano come disorganizzazione e forze dell’ordine abbiano contribuito, e non poco, ad allungare una lista che vede in prevalenza giovani, siano essi ultras o tifosi, spesso considerati uno scarto della società solo per aver indosso i colori di una squadra. È il caso di Maurizio Alberti di Pisa, cardiopatico e scambiato per un tossico o/e alcolizzato, è il caso di Stefano Furlan, picchiato selvaggiamente ed immotivatamente fuori lo stadio da poliziotti rimasti incolpevoli, incolpevoli di aver interrotto la vita di un ragazzo di ventiquattro anni desideroso di rientrare a casa dopo aver assistito ad un incontro di calcio. Il libro narra inevitabilmente anche la strage più inquietante che tira in ballo i tifosi italiani: la sera dell’Heysel, uno spaventoso sterminio di vite, una strage che doveva avere ben altro esito in sede processuale. L’ennesima dimostrazione di come autorità e dirigenti sportivi preferiscano sotterrare, dimenticare, cancellare, come un colpo di spugna. Ed invece gli ultras continuano ad inscenare manifestazioni, sit-in, incontri di calcetto, coreografie (quando permesso) per tener vivo il ricordo, per onorare la memoria.
Non che gli stessi ultras, negli anni, non si siano macchiati di colpe: Fonghessi, Paolo Siroli, Nazzareno Filippini, Antonio De Falchi, Vincenzo Spagnolo, Antonino Currò, più dell’”apripista” Vincenzo Paparelli, sono morti per mano di chi portava una sciarpa diversa dalla loro (e per Fonghessi neanche questo è vero fino in fondo). Qualche coltellata inferta con fin troppa leggerezza, una bomba lanciata senza pensare alle conseguenze, gli ultras o pseudo-ultras hanno voluto lasciare la propria firma sulla scia di sangue.
Una prima svolta dopo la morte di Colombi, con tante curve, a prescindere dai colori e dalle idee politiche, che si identificano con lo striscione “10-1-93: la morte è uguale per tutti!”, una seconda svolta dopo l’omicidio Spagnolo con il comunicato “Basta lame basta infami”.
Una triste girandola di morti, lacrime e rabbia ed un libro per non dimenticare ma per riflettere su una realtà fin troppo complessa. Buona lettura! -
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Jul 9, 2012 |
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- Che razza di tifo. Dieci anni di razzismo nel calcio italiano (12)
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By Mauro Valeri -
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Che razza di tifo. Dieci anni di razzismo nel calcio italiano




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In Italia siamo razzisti? O meglio, negli stadi italiani serpeggia il razzismo?
Quanto Lega Calcio e Federazione combattono i casi di razzismo nel calcio?
Sono semplici domande che l’autore del libro, Mauro Valeri, si pone per addentrasi nel labirinto di sigle ultras, nel razzismo a tinte forti e ne ... (continue ) In Italia siamo razzisti? O meglio, negli stadi italiani serpeggia il razzismo?
Quanto Lega Calcio e Federazione combattono i casi di razzismo nel calcio?
Sono semplici domande che l’autore del libro, Mauro Valeri, si pone per addentrasi nel labirinto di sigle ultras, nel razzismo a tinte forti e nella smania di protagonismo.
Ma chi è Mauro Valeri? Non del tutto estraneo né al mondo del tifo né tanto meno a quello del razzismo, essendo un sociologo che ha diretto dal 1992 al 1996 l’Osservatorio sulla xenofobia e che dal 2005 è responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio.
Il calcio, come sentenzia l’autore, nasce razzista: con la “Carta di Viareggio” datata 1926, il Partito Fascista vieta alle squadre di tesserare calciatori non italiani.
Ma il calcio necessita di risultati ed ancor più di vittorie ed anche il fascismo, affascinato dal potere aggregativo di questo sport, capisce che lo stesso può diventare un viatico importante per aumentare lo splendore del regime. Ed ecco l’idea, la parziale marcia indietro con l’apertura delle frontiere a quelli che verranno chiamati “oriundi”, cioè quei calciatori, spesso sudamericani, che sono chiaramente catalogabili nella “razza latina” o comunque “razza ariana”.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia degli oriundi vince due campionati del mondo consecutivamente, quelli del 1934 e quelli successivi. Forte dei risultati ottenuti la Nazionale degli oriundi conosce solo vittorie e fama, esaltando un regime che sullo sport e soprattutto sul calcio ha fatto leva per crescere di prestigio e popolarità.
Il dopoguerra ci rende un calcio più globalizzato, con la possibilità di partecipare al gioco del calcio estesa a quei soggetti fino ad ora rimasti ai margini (le persone di colore), forti del fatto che doti tecniche ed atletiche non sono questione di razza, e nel calcio, spesso e volentieri, i risultati sono al di sopra di qualsiasi altra considerazione.
Il razzismo muta, si evolve ma non sparisce del tutto: la contrapposizione di due squadre, la ricerca ossessiva del risultato, l’idea di sopraffare un avversario sono elementi che contengono di per sé il rischio di una deriva di tipo razzista.
L’autore si concentra sugli episodi riguardanti comportamenti, striscioni o cori razzisti che partono dalla stagione 2000-01 fino ad arrivare alla stagione 2009-10, prendendo in considerazione campionati di serie A, B, prima, seconda divisione e Coppa Italia.
Attraverso l’analisi delle sentenze del giudice sportivo e delle denunce della stampa, analizza oltre cinquecento episodi di razzismo di diversa gravità, ad opera delle tifoserie non meno che dei calciatori.
E sono proprio i calciatori ad essere spesso coinvolti in episodio a sfondo razziale, proprio coloro che in teoria dovrebbero dare il buon esempio, proprio coloro che entrano in campo con le t-shirt “No al razzismo” nelle campagne di sensibilizzazione sul problema, proprio coloro che dividono lo spogliatoio con il “nero”, l’extracomunitario, il “diverso”.
Il libro evidenzia come nonostante gli episodi di razzismo siano frequenti, ci siano evidenti difficoltà nel debellare o contrastare il problema, tanto che sembra che i più tendano a sottovalutare il problema. Nel libro non mancano dati e norme, così come non mancano i casi più eclatanti di razzismo che hanno visto protagonisti i giocatori. Ampio spazio viene dato alla vicenda Balotelli, alle dichiarazioni di personaggi politici e a quella di allenatori e personalità che gravitano nel mondo del calcio, tutti pronti a proferir parola ma sempre stando attenti al risultato sul campo. Del resto il calcio, fin dagli albori, ha bisogno di un risultato, meglio se questo è una vittoria.
Un libro interessante, che riporta a galla alcune vicende finite nel dimenticatoio, seppur sul senso più o meno razzista di certi episodi si può discutere all’infinito. -
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Jul 9, 2012 |
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- Cuore di cuoio (105)
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By Cosimo Argentina -
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Se, come me, anche voi siete cresciuti in un rione di periferia, non importa che si tratti di una città grande o piccola, del Nord o del Sud, e soprattutto se avete vissuto almeno un po’ per le strade del vostro quartiere, al fianco dei vostri inseparabili compari, respirando i gas di scarico delle ... (
continue ) Se, come me, anche voi siete cresciuti in un rione di periferia, non importa che si tratti di una città grande o piccola, del Nord o del Sud, e soprattutto se avete vissuto almeno un po’ per le strade del vostro quartiere, al fianco dei vostri inseparabili compari, respirando i gas di scarico delle auto e la polvere di qualche campetto scalcinato mentre si disputavano partite di calcio epiche e interminabili (chissà poi perché tutte sempre decisive...); e ancora, se avete trascorso la vostra adolescenza nutrendovi di pane & pallone, imparando a memoria tutte le facce, i nomi e i dati anagrafici dei giocatori raffigurati sugli album dei calciatori Panini, e se avete trascorso gli intervalli a scuola tra una lezione e l’altra confrontandovi con i vostri amici su questa fondamentale e spinosa materia di studio… beh, allora amerete questo libro proprio come ho fatto io.
E vi appassionerete alle avventure di Camillo Marlo, detto Krol, adolescente della periferia di Taranto nella seconda metà dei turbolenti anni ’70, che assieme ai suoi inseparabili compari (la sua vera famiglia!) dai soprannomi tanto improbabili quanto geniali (Ciccano Magellano, Tapp’ ‘Mmoch’ e Sigare Ngule su tutti!), ci accompagnerà in questo piccolo viaggio attraverso un breve ma intenso periodo della sua giovane vita, così simile a quella che ognuno di noi ha vissuto.
Tutto questo è “Cuore di cuoio”, romanzo di formazione ambientato nella periferia di una delle principali città industrializzate del Sud, quella Taranto in cui Erasmo Iacovone, autentico ed indimenticabile genio che sfortunatamente e troppo presto ci ha lasciati, faceva sognare migliaia di cuori rossoblu, che grazie alle sue prodezze sognavano di raggiungere quel paradiso (calcistico) fino ad allora appannaggio del solo capoluogo di regione. Ma come spesso capita ai sogni, anche questo finirà per svanire con la prematura scomparsa del centravanti rossoblu.
Attraverso gli occhi di Krol e dei suoi compari scopriremo le due facce del mondo del pallone di quel periodo; da una parte il calcio giocato, quello delle sfide tra amici e, soprattutto, delle aspirazioni e delle aspettative di Krol, giovane promessa della formazione Allievi del Taranto, con un grande futuro pronto ad attenderlo appena dietro l’angolo; dall’altra il mondo del tifo, perché Krol e i suoi compari sono, prima di tutto, grandi tifosi della squadra rossoblu, la squadra della loro città, e come tali la sostengono e la seguono in casa e in trasferta; anzi, non mancano in questo romanzo espliciti riferimenti all’allora nascente fenomeno ultras, da cui il nostro Krol è fortemente affascinato e attratto, tanto che il desiderio di poter diventare un protagonista della curva nord del vecchio stadio Salinella è forte almeno quanto quello di poter diventare, un giorno, un famoso giocatore di serie A.
E così, muovendosi tra gli strani personaggi che popolano il quartiere, tra scorribande nei luoghi alieni della Taranto bene e i tanti espedienti per sopravvivere alle gabbie nelle quali famigliari e scuola vorrebbero imprigionarli, i nostri eroi cominciano a vivere anche le prime esperienze post-adolescienziali (le prime sbronze, i primi amori e i relativi approcci col sesso) che ben presto li condurranno dall’assoluta spensieratezza dell’adolescenza ad una nuova stagione della loro vita, ma sempre mantenendo ben salda quella sacrosanta scala di valori per cui le ragazze “venivano dopo gli amici e dopo il pallone; un terzo posto onorevole, direi” e, soprattutto, venivano sempre e tassativamente ribattezzate con i nomi delle squadre di calcio straniere.
Alla fine, le 221 pagine di “Cuore di cuoio” scorrono via veloci, fin troppo, lasciandoci con un interrogativo irrisolto: chissà dove sono oggi i compari, e chissà se ce l’hanno fatta… -
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Jul 9, 2012 |
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Il calcio, tanto nella letteratura quanto nella realtà da cui la stessa trae ispirazione, è spesso metafora della vita, della socialità umana; è spesso anche parabola dei sogni, aspirazione al riscatto personale, mezzo di crescita collettiva ed individuale se non, nei casi più felici, strumento di e ... (
continue ) Il calcio, tanto nella letteratura quanto nella realtà da cui la stessa trae ispirazione, è spesso metafora della vita, della socialità umana; è spesso anche parabola dei sogni, aspirazione al riscatto personale, mezzo di crescita collettiva ed individuale se non, nei casi più felici, strumento di emancipazione e realizzazione.
Questo è quanto si può trovare anche in “Rembò” ma, prima ancora di andare oltre, è necessario un veloce excursus sul personaggio, specie per chi, come me, vi si accostasse ignorandone tutto il passato.
Posto dunque che Rembò è il soggetto su cui sono imperniate le vicende, bisogna specificare che si tratta di quello che i giornalisti definirebbero un enfant prodige, un giovane calciatore palermitano le cui gesta, prima ancora che nell’omonimo libro, sono state diffuse via etere sulle frequenze di Rai Radiodue attraverso la voce di Davide Enia, autore di entrambe le versioni, quella parlata e quella scritta.
Il grande successo in radio è stato il volano per il libro che è, in grossa misura, una trasposizione in cartaceo delle 15 puntate radiofoniche, con qualche piccola variazione all’inizio di ogni capitolo ed una sorta di “tempo supplementare” finale costituito da una lettera di “Davidù”, l’alter ego letterario dell’autore, alla zia Pupetta.
S’intende, dunque, che attorno alle gesta del calciatore si dipanerà l’universo personale dello scrittore: la zia, lo zio Serafino piccolo procuratore calcistico, i genitori, la sorella; si incroceranno reale ed irreale in un’alternanza vorticosa che ad un certo punto porta a smarrire il confine tra verosimile e fantasioso e non si riesce più ad intendere dove finisce l’ispirazione autobiografica e dove inizia la pura e semplice invenzione. In tal senso è davvero fulminante la parte iniziale, che porta quasi a credere nella reale esistenza del soggetto immaginario, tanto che si è quasi tentati di andare a spulciare i tabellini degli anni ’70 (epoca in cui il romanzo è ambientato) per vedere se davvero abbia mai indossato la casacca rosanero del Palermo questo tale Rembò.
Poi pian piano i fatti seguono un’escalation che ricorda un po’ certe puntate del cartoon “Holly & Benji” e si ha il contraccolpo dell’esagerazione che risveglia dal clima da sogno, finendo anche per condizionare il resto della lettura. Probabilmente è un gap dovuto al passaggio da sonoro a cartaceo: manca il ritmo della narrazione orale, le atmosfere create da una voce sussurrata o urlata, seria o ironica, ed il contorno delle musiche, anche se in realtà, a margine di ogni pagina, viene di volta in volta segnata la canzone che nel programma ha fatto da intermezzo, restituendo a questa storia la sua dimensione musicale oltre che romanzesca. Tra l’altro, tanto di cappello ad una selezione davvero sopraffina che spazia da Jeff Buckley a Glenn Gould, dal blues americano alla musica italiana d’autore.
I tentativi messi in atto per sfuggire alla rigidità imposta dalla staticità della pagina, sono stati provati praticamente tutti, questo bisogna riconoscerlo, e per quanto non abbia ascoltato la versione radiofonica e non possa farne un raffronto diretto, mi resta comunque sempre la sensazione che “Rembò” sia nato ed abbia vissuto come favola orale e l’idea del libro, per quanto apprezzabile, non sia proprio del tutto riuscita o soffra comunque di qualche limite che la rende macchinosa linguisticamente.
Al netto degli sbalzi di registro tra prima e seconda parte del libro, al di là di questa “eviscerazione” pedante a fini analitici, “Rembò” resta comunque un bel libro che vale sicuramente la pena di leggere, soprattutto per il tentativo di parlare di calcio in maniera originale rispetto a tanti lavori che più che fare il verso a Osvaldo Soriano o Nick Hornby non sono riusciti a fare. In “Rembò” trasuda il calcio “altro”, quello di provincia, quello che viene dal basso, quello intriso di passione popolare che i lustrini della tv ad alta definizione hanno ucciso; quel calcio che diventa anche fiaba di gesti epici nei gesti in sé, indipendentemente dagli attori, dove l’alternarsi di fortune e miserie sportive sono anche metafora di gioie e dolori della vita, una vita in cui – infine – l’umanità non ruota solo attorno alla palla ma ne è anche il principale motore: se il calcio dimentica che è la passione, che sono i sentimenti a dargli sapore e ragione, allora è il calcio stesso a non aver più ragione.
Rembò un bel giorno, senza alcuna spiegazione plausibile, a soli 19 anni e con una sempre più probabile convocazione in Nazionale per gli imminenti Mondiali, sparì e nessuno seppe spiegarsi il perché: mi piace pensare che quando il gioco smette di esser tale, quando a tutto vengono anteposti altri fattori ed altri interessi, forse è il caso di fermarsi e dire nettamente basta. Ogni riferimento a casi o persone che gravitano intorno al mondo del calcio, anche e non solo sui gradoni, non è puramente casuale: al tanto vituperato “calcio moderno” si contribuisce in tanti modi e per dir di “no” non bastano slogan o chiacchiere ma servono scelte di campo concrete e anche sofferte. Sopravvivere non è vivere, un goal all’incrocio dei pali non è un’autorete. Serve coraggio.
Se ti capiterà di battere un calcio di rigore, in una partita o nella vita non importa, ma se dovrai tirarlo tu 'sto minchia di rigore: io ti faccio una preghiera. Qualsiasi dolore, qualsiasi paura, qualsiasi calcolo, mettilo da parte e: tira sempre all'incrocio dei pali. È bello il golle all'incrocio dei pali. Certo: è più facile sbagliare, ma chi se ne fotte, Davidù: se devi fare un golle, fallo bene, eccheminchia. -
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Jul 9, 2012 |
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- Palermo nel cuore (3)
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By Pietro Scaglione -
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Faccio mea culpa: comprato il libro forse quasi più per obbligo che per convinzione, l’ho bollato ingenuamente e preventivamente come un romanzetto inerente il calcio, visto dalla prospettiva del tifosotto medio tutto statistiche e classifiche. Beh, mi sono sbagliato completamente!
Il romanzo scritt ... (continue ) Faccio mea culpa: comprato il libro forse quasi più per obbligo che per convinzione, l’ho bollato ingenuamente e preventivamente come un romanzetto inerente il calcio, visto dalla prospettiva del tifosotto medio tutto statistiche e classifiche. Beh, mi sono sbagliato completamente!
Il romanzo scritto da Pietro Scaglione, giornalista professionista nato a Palermo e tifosissimo della squadra della sua città, è un inno al gioco del calcio e al suo aspetto tanto bistrattato, il tifo, con degli sprazzi che rimandano ad episodi realmente accaduti che hanno riguardato importanti conflitti sociali, come il G8 di Genova, il recente terremoto dell’Aquila o la strage di Piazza Fontana.
Il romanzo è un continuo alternarsi tra realtà e finzioni: i personaggi principali sono quattro giovani ragazzi palermitani, accumunati dalla passione per il calcio e dalla militanza ultras. Le loro vite si intrecciano tra vecchi ricordi legati alla tifoseria palermitana e vicende attuali sempre riguardanti la storia del tifo nella città siciliana, anche se non mancano rimandi alla vecchia e sana mentalità ultras: i gemellaggi tra tifoserie, la solidarietà, l’amicizia, il rispetto ed i tanti episodi che hanno caratterizzato il mondo del tifo organizzato in questi ultimi anni, dall’omicidio di Vincenzo Spagnolo a quello di Gabriele Sandri, dalla vicenda riguardante l’ispettore Raciti al trionfo dell’Italia ai mondiali.
Nel romanzo sono riportanti nomi e cognomi di importanti personaggi del tifo palermitano che hanno fatto la storia delle due curve palermitane, come non mancano i nomi dei gruppi che si sono alternati sui gradoni del Renzo Barbera.
Tramite le avventure ed i ricordi dei quattro ragazzi, il lettore conosce alcuni episodi che hanno visto protagonista la tifoseria palermitana così come può ripercorrere, a grandi linee, la storia e l’evoluzione di una città e dei suoi tifosi.
Veramente un ottimo romanzo che pone l’ultras in una posizione diversa da come viene di solito rappresentato e descritto nell’immaginario collettivo. Un romanzo che oltre ad essere un inno al calcio di una volta, riesce con altrettanta forza ad abbattere gli stereotipi, informando al tempo stesso il lettore sugli aspetti positivi del mondo del tifo.
Piacevole ed inaspettata sorpresa. -
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Jul 8, 2012 |
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- Un calcio in faccia (9)
- Storie di adolescenti ultras
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By Vincenzo Abbatantuono -
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Se da Oltremanica siamo stati invasi, da qualche anno a questa parte, di libri - più o meno biografici, più o meno credibili - che narrano le gesta di questo o quel hooligan di razza, nel nostro Paese è più semplice imbattersi in pubblicazioni che raccontano la vita tifosa di ultras anonimi o, per m ... (
continue ) Se da Oltremanica siamo stati invasi, da qualche anno a questa parte, di libri - più o meno biografici, più o meno credibili - che narrano le gesta di questo o quel hooligan di razza, nel nostro Paese è più semplice imbattersi in pubblicazioni che raccontano la vita tifosa di ultras anonimi o, per meglio dire, di ultras come tanti.
E non è affatto casuale se perfino il più noto tra questi autori, quell’Alberto Lo Mastro da Verona di “banditesca” memoria, non azzardi che pochi e vaghi assaggi di racconti guerreschi, preferendo invece dedicarsi in pagine e pagine di vita semplice, emozioni condivise, storie tutto sommato simili a quelle di tanti altri ragazzi che, anche se in tempi e luoghi differenti, hanno vissuto quella comune passione che in Italia si chiama “curva”. Non è appunto un caso perché, a differenza della Britannia, qui da noi vivere all’estremo la passione calcistica non si riduce a calci, pugni, vetrine e sedie spaccate, tantomeno a funerei biglietti da visita.
Aggiunge una pagina a questa storia dal basso del mondo ultras italiano, senza velleità di dare lezioni sociopsicologiche ma con una lucidità ed efficacia assai rare, il libro “Un calcio in faccia, storie di adolescenti ultras”.
Il merito va dato a Vincenzo Abbatantuono, educatore, non si sa se per caso o per scelta, che si è trovato, questo sì per caso, ad operare a stretto contatto con giovani o giovanissimi tifosi, riuscendo nel non semplice risultato di dare e ricevere fiducia, stringere rapporti veri, aprire testa ed orecchie all’ascolto, passi fondamentali per potere poi essere ascoltati... cosa che per un educatore è naturalmente decisiva per dare un senso alla propria vocazione o almeno alla propria busta paga.
Il libro, un centinaio di pagine edite da Edizioni La Meridiana, raccoglie le storie di una manciata di giovani supertifosi juventini, storie che sembrano scritte tutte di un fiato ed anticipate da una sfiziosa introduzione dell’autore, a sua volta inguaribile pallonaro, che risveglierà nostalgie mai sopite in chi, come colui che vi sta tediando, ha abbondantemente superato la soglia degli “...enta”.
Già, trent’anni ed oltre, la metà dei quali li trascorsi con la buona abitudine di vivere il calcio dal vero, cioè allo stadio, cioè in curva o guardando la curva (che non è uguale ma va bene lo stesso...): ti volti indietro e, proprio leggendo questo libro, pensi che i ragazzi di cui stai leggendo pensieri, rabbie, sogni, paure, cazzate, imprese ti somigliano poco, e che somigliano poco anche a come si era ultras 15 anni fa.
Intendiamoci: nessun pippone del tipo “...ai nostri tempi, sì che...”, piuttosto l’evidenza che in così poco tempo sembra cambiato il mondo, ma anche la sensazione che forse ad essere cambiata meno di tutto, per fortuna ed alla faccia di tanti predicatori, è quella fetta di gradoni che sta dietro le porte dei nostri stadi.
Il salto generazionale causa per forza di cose una specie di brivido che, soprattutto se ultimamente le curve le guardi (appunto) e non le vivi, ti porta persino a dubitare che lì in mezzo oggi potresti forse sentirti a disagio.
Non lo pensi fino in fondo, forse, perché preferisci anzitutto credere che, mai quanto oggi, la vita di curva possa supplire, nonostante tanti limiti ed eccessi, a quello che questi ragazzi faticano a trovare in famiglia, a scuola, tra gli amici “normali”, laddove per normalità si intende l’omologazione, la mercificazione, un pensiero unico che conduce al “pensare unico”, poco importa che sia di destra, di sinistra o di nessuna parte.
“Mi sono trovato imbarazzato, consapevole e nello stesso tempo testimone della grande solitudine di tanti ragazzi, che non trovano altra via per uscire dall’anonimato”: così disse Daniele Segre, nel 1996, a proposito dei suoi “Ragazzi di Stadio” di fine Anni Settanta.
Nonostante sms, mms, chat, mail, smart drug, web cam mi sembra che i ragazzi del XXI secolo siano messi anche peggio, completamente abbandonati a se stessi: oggi più che allora, davvero, il gruppo, la curva, la mentalità sono ancore di salvezza in una società forse più ricca ma sicuramente disorientata e disorientante.
Anche per questo, dunque, avanti ultras! Nonostante tutto e tutti. -
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Jul 8, 2012 |
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- Dimensione ultras (5)
- Viaggio nel tifo organizzato italiano
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By Daniele Cioni -
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In un mercato editoriale avaro di titoli sul tema, la Caminito Editore ha avuto il coraggio ed il merito di credere in Daniele Cioni e nel suo “Dimensione Ultras. Viaggio nel tifo organizzato italiano”. Trecentocinquantacinque corpose pagine che proprio tramite Sport People è possibile acquistare a ... (
continue ) In un mercato editoriale avaro di titoli sul tema, la Caminito Editore ha avuto il coraggio ed il merito di credere in Daniele Cioni e nel suo “Dimensione Ultras. Viaggio nel tifo organizzato italiano”. Trecentocinquantacinque corpose pagine che proprio tramite Sport People è possibile acquistare alla modica cifra di quindici euro.
Modica non solo in rapporto allo spessore volumetrico ma soprattutto allo spessore qualitativo del lavoro con cui questo giovane toscano ha segnato il proprio esordio letterario.
Con la tesi ad indirizzo sociologico intitolata “Tifo organizzato e identità collettiva. Il fenomeno ultras nel calcio”, Daniele Cioni, oltre a laurearsi presso la Facoltà di Scienze Politiche di Firenze, ne ha tratto anche spunto per pubblicare il libro in questione.
Agli antipodi delle pubblicazioni che grande ribalta stanno ottenendo nell’ultimo periodo, “Dimensione Ultras” non racconta di trasferte, scontri epici, rivalità, derby infuocati. Parla piuttosto di tutto questo messo insieme ma visto da un’angolatura molto distante e diversa dai canoni di cui sopra. Il taglio è quello dell’indagine con approfondimenti molto curati ed una serie di rimandi a citazioni di altri studiosi famosi che hanno già visto il fenomeno da quest’ottica come Valerio Marchi, Antonio Roversi o ancora Marsh, Rosser, e Harré, il trio della cosiddetta “Scuola di Oxford”.
La struttura della tesi universitaria è rimasta pressoché immutata ed ogni facciata dello scritto è ben farcita di note a piè di pagina.
Abbondano spiegazioni dei passi più ostici o indicazioni del libro da cui vengono ripresi dati concetti, con tanto di casa editrice e anno di pubblicazione. Se per i meno addentro ciò risulta un grimaldello per aprire i catenacci di passaggi oscuri, altresì meno snella e scorrevole risulta la lettura per chi invece proviene dal medesimo background culturale trattato. Un po’ come riportare le tabelline in un libro di matematica universitaria, suona quantomeno ripetitivo sottolineare frangenti che ignora solo l’italiano medio, quello troppo pieno di sé e dei suoi pregiudizi per poter, pur casualmente, trovarsi a leggere tali parole.
Mantenere l’ossatura della tesi è stata dunque una scelta non proprio felicissima: occorreva tenere in conto che da una discussione di una tesi ad una divulgazione di settore, cambia completamente il pubblico ed una serie di opportune sgrossature si rendevano indispensabili, inevitabili.
Il percorso dell’analisi è molto arguto: si parte dall’analisi del gioco in genere e poi del calcio, dai suoi effetti sulle masse. Lo sport usato prima dal potere come strumento di propaganda (specie nell’epoca dei regimi nazi-fascisti) poi come imbonitore sociale.
Panem et circenses per sfogare nelle valvole di sicurezza delle arene i malumori e le tensioni dell’Urbe, evitando che l’ira popolare si riversasse contro i governanti.
Tanto nella Roma antica quanto nell’era moderna, si realizza però spesso l’esatto contrario e i luoghi del controllo finiscono per diventare i luoghi della contestazione. Dalla ribellione al ribellismo il passo è breve.
Dal gioco si passa poi a studiare le forme di aggregazione attorno ad esso. Il momento ricreativo all’inizio era proprio lo sport stesso, fino a quando regole e norme sempre più rigide hanno finito per circoscrivere lo spazio ludico.
Impossibilitati ad assecondare l’istinto e gli impulsi, fisici e mentali, sempre più persone si sono ritagliate il proprio momento di libertà dalle convenzioni sulle gradinate attorno agli eventi sportivi, dove nel tempo si sono moltiplicati i comportamenti fuori dagli schemi.
La nascita e la crescita del movimento ultras si sviluppa proprio su questa linea. Da qui prosegue poi il percorso attraverso “Sindrome di Andy Capp”, “Riserva maschio violento”, “Violenza rituale” e tutta una serie di teorie comunque già largamente trattate.
Quello di Cioni è un valido excursus tra tutto questo. Il demerito – se di demerito si può parlare - è quello di non aver azzardato nel dare una propria impronta, limitandosi ad una enunciazione di altrui scritti e pensieri.
La parte più bella in assoluto è di certo la conclusione, con una serie di sette interviste a vecchi capi della Fiesole e della Ferrovia di Firenze.
Ne viene fuori uno spaccato molto interessante e la conferma che per quanto si possa dire e scrivere, il fenomeno ultras si presta ancora ad ulteriore studio, sfugge ancora ad ogni classificazione e a qualsiasi etichetta. Una serie di poche risposte secche, di gente che la curva la vive dal di dentro, e anni di solide congetture e valide ipotesi socio-pedagogiche sembrano crollare come un castello di sabbia.
Dalle parole finali dei personaggi chiamati in causa, traspare una certa sensazione diffusa che il mondo degli ultras sia agli sgoccioli, ma da questa sintesi perfetta di mille contraddizioni che i ragazzi di stadio rappresentano c’è da augurarsi che le curve continuino per lungo tempo ancora ad essere la spina nel fianco di una società arresa da tempo a perbenismo e falsità.
Libro valido ma non per menti semplici… -
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Jul 8, 2012 |
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Potrebbe essere l’ennesimo libro che parla degli ultras per sentito dire e non per esperienza diretta. Potrebbe essere l’ennesimo libro di qualche pseudogiornalista dalla penna facile e con la pretesa di sapere tutto ed il contrario di tutto ciò che si muove attorno all’universo ultras. Potrebbe ess ... (
continue ) Potrebbe essere l’ennesimo libro che parla degli ultras per sentito dire e non per esperienza diretta. Potrebbe essere l’ennesimo libro di qualche pseudogiornalista dalla penna facile e con la pretesa di sapere tutto ed il contrario di tutto ciò che si muove attorno all’universo ultras. Potrebbe essere l’ennesimo tentativo di far passare gli ultras come i primi nemici del Dio Pallone, capace di calamitare per dodici mesi l’anno l’attenzione del popolo italiano sempre più schiavo di un’informazione distorta e superficiale. Potrebbe essere... ma non è!
“Ultras i ribelli del calcio” è un ottimo libro, scritto in maniera semplice ed efficace che si snoda tra le problematiche degli ultras, le congetture contro gli ultras e qualsiasi tematica che fa riferimento ad un meraviglioso mondo che viene continuamente attaccato da i nostri “padroni” del calcio, capaci di stravolgere le tradizionali abitudini dello spettatore, del tifoso e dell’ultras in particolare.
Già il sottotitolo in copertina, “quarant’anni di antagonismo e passione”, dà l’idea di un libro “contro”, di una pubblicazione che vuole spiegare e vuole far capire cosa si cela dietro quelle persone che macinano chilometri al fianco di una squadra, che tralasciano amori e famiglia per una “semplice” partita, che si sbattono durante la settimana per organizzare una coreografia, ed anche cosa porta queste medesime persone a scontrarsi con l’avversario di turno.
Se la copertina attira l’attenzione, la dedica convince anche il più scettico dei lettori: “…a tutti i ribelli che infuocano il mondo”. A questo punto l’acquisto diventa immediato e pure la lettura, che conferma quanto di buono è suscitato alla prima impressione.
La prima parte del libro è dedicata alla storia degli ultras, dalle origini fino ad i nostri giorni: tanti fatti successi e raccontati in maniera esemplare, tanti richiami all’abbigliamento da stadio e le sue evoluzioni, alla musica, ai rapporti degli ultras con il resto del pubblico, insomma, un tuffo nel passato che fa la felicità dei più giovani, delle nuove leve.
L’autore si sofferma, giustamente, sulla situazione attuale, sul rapporto (reciproco!) di odio che intercorre tra forze dell’ordine ed ultras culminato con la morte dell’ispettore Raciti, morte che, come viene ricordato nel libro, presenta più di un lato oscuro che lascia spazio ad una riflessione molto più approfondita di quella che è stata intavolata nei salotti televisivi.
Il libro tocca veramente tantissimi argomenti: l’identificazione tra ultras e territorio, i derby, le trasferte, i cori e gli striscioni, gemellaggi, rivalità, alcol, droghe, violenza, forze dell’ordine, insomma, tutto quello che ruota attorno agli ultras, senza tanti giri di parole ed in maniera esauriente.
Da menzionare il paragone tra modello inglese ed italiano, tra le leggi vigenti nel Regno Unito e quelle attuate in Italia: come giustamente deve essere, l’autore spiega perché è destinato a fallire il modello inglese attuato al nostro calcio. E questo sarebbe pane per i nostri politici, impegnati a fare un semplice “copia e incolla” invece di comprendere come è nato l’ultras in Italia, cosa ha spinto prima poche centinaia e poi diverse migliaia di ragazzi a riunirsi sotto uno striscione ed a occupare le curve nei nostri stadi. Troppo complicato per chi ha la presunzione di sapere senza informarsi, troppo difficile per chi semplicemente vuole risolvere la questione a colpi di Daspo ed arresti.
Nel libro non mancano stilettate alle televisioni, ad un palinsesto calcistico che si disinteressa completamente dello sportivo, dell’appassionato per far spazio al teledipendente, al tifoso da poltrona armato di telecomando, televisore Lcd e tanta passione repressa.
Un libro da ultras e per gli ultras ma anche per chi continua a non capire cosa si cela dietro quei ragazzi che riempiono le curve degli stadi italiani, come sono nati, come sono cresciuti e che leggi adottano nel proprio territorio, che valori hanno e come si comportano tra di loro.
Vogliamo trovare un difetto? Le foto, stampate in bianco e nero, non rendono bene l’idea dell’evoluzione estetica delle curve negli anni, ma il difetto è talmente piccolo da passare in secondo piano man mano che si prosegue con la lettura e si viene conquistati dalle pagine del libro.
Da leggere immediatamente!!! -
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Jul 8, 2012 |
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- Tifocronache di un nomade da stadio (2)
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By Alessandro Forlè -
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Tifocronache di un nomade da stadio




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La prima sensazione, leggendo “Tifocronache di un nomade da stadio” di Alessandro Forlè, è stata una sensazione di familiarità, sembrava, infatti, di leggere una raccolta delle stesse cronache del
tifo che settimanalmente pubblichiamo su “Sport People”. Familiarità che, dunque, ha reso questa lettur ... (continue ) La prima sensazione, leggendo “Tifocronache di un nomade da stadio” di Alessandro Forlè, è stata una sensazione di familiarità, sembrava, infatti, di leggere una raccolta delle stesse cronache del
tifo che settimanalmente pubblichiamo su “Sport People”. Familiarità che, dunque, ha reso questa lettura tanto scorrevole quanto appassionante.
Prima di addentrarmi in giudizi, però, faccio un passo indietro e riparto dall’inizio: Alessandro Forlè, l’autore, è originario della Puglia, di Trani per la precisione, ma si è trasferito a Bologna
da diversi anni per impegni lavorativi, le sue tifocronache quindi si muovono essenzialmente sull’asse Puglia-Emilia Romagna con sporadiche sortite in altri campi. Sono in tutto ben 70 racconti di
stadi e di ultras visti nell’arco dell’anno solare 2010, anno a suo modo cruciale perché è proprio quello a cavallo delle due stagioni calcistiche pre e post obbligatorietà della tessera del tifoso per
andare in trasferta.
Il libro prende le mosse, a proposito di sortite insolite a cui facevo poc’anzi cenno, dal “Vincente Calderon” di Madrid per Atletico Madrid-Siviglia con una fugace puntata al più glorioso
“Santiago Bernabeu”, visitato però lontano dall’evento calcistico in uno dei tour guidati sugli spalti e nel museo delle blasonate “merengues”. Da qui in poi il peregrinare avviene sul suolo italico,
dalle platee nobili della massima serie ai meandri delle serie dilettantistiche, dalle compagini in piena ascesa alle decadute
in annosa crisi tecnico-societaria, da seguiti numerici impressionanti a risicati manipoli di fedelissimi, tutte tappe
comunque accomunate dalla stessa viscerale e incondizionata passione dei propri tifosi.
Ovviamente Trani, poi Bologna, Modena, Sassuolo, Verona, Ravenna,
Ascoli, Piacenza, Chieti, Monopoli, Bari, Atalanta, Lazio, tante e tante altre ancora le tifoserie viste all’opera, che continuare la lista sarebbe lavoro infinito.
In tutti i casi Forlè ci ha sempre messo un occhio indagatore, curioso, scrupoloso, regalando particolari sempre interessanti,
spesso pittoreschi, mai banali al suo lettore. Pare subito evidente che il suo punto di vista è molto, molto contiguo agli ultras stessi, che il suo retroterra di provenienza è proprio quello, quindi riesce benissimo nelle sue analisi a rendere un quadro del mondo ultras molto aderente alla realtà, lontano anni luce da quel prototipo ignorante e violento costruito dall’opinione pubblica per poi strumentalizzarlo ad ogni occasione utile.
L’ambizione di fondo è quella di voler raccontare le gesta degli ultras ad una platea quanto più vasta possibile, riuscire magari anche a “sdoganarne” l’essenza al lettore comune, ragion per cui la “critica” non è marcata o severa, non si entra troppo in dettagli tecnici e molte volte Forlè si deve limitare a citare dati senza troppo approfondirli, con il rischio di tagliare a colpi di accetta degli argomenti che solo disamine scrupolose ed articolate svincolerebbero dal rischio di “luogo comune”; nello specifico
penso al caso di Italia-Serbia (non) giocata a Genova, liquidata con un cenno breve e che invece ha dietro un tale tappeto di
concause storiche, politiche, calcistiche che davvero non si possono rinchiudere in una sola frase. Altresì è chiaro che un libro ha dei limiti posti dalle pagine del libro stesso, per cui qualche sacrificio in nome della sintesi è necessario allo scrittore e deve accettarlo anche il lettore.
Qualcuno potrà giudicare un limite anche la scarsa presenza di corredo fotografico, visto che c’è solo una foto in bianco e nero ogni due o tre racconti, ma la potenza evocativa e la ricchezza di aneddoti secondo me supplisce pienamente a quel che l’occhio
non vede: non è un libro fotografico, sia chiaro a chi si aspetta di trovare fototifo a bizzeffe e potrebbe rimanere deluso, ma una
cronistoria, un diario di un osservatore del mondo ultras basato fondamentalmente sul racconto verbale. L’altra avvertenza che ci
tengo a fare riguarda una certa ripetitività di fondo: su certi campi in cui lo stesso autore è tornato più volte, in quelle descrizioni di eventi e dinamiche che in certo qual modo ritornano spesso, si ha inevitabilmente un certo senso di leggere cose già lette e rilette ma, purtroppo, è un rischio da mettere in conto quando si legge una così lunga serie di cronache ed è tuttavia dribblato dallo stesso autore con buon mestiere in diverse
circostanze, grazie ad un saggio ricorso a metafore ed altre forme di perifrasi.
Piccolo neo, a guardare con gli occhi del maniaco lettore quale sono, è il cattivo lavoro di correzione di bozze che lascia scappare qualche errore di battitura (o da “correttore automatico”) come la mancanza di spazi dopo la punteggiatura, il “ricorso
indelebile”, le “biandierine” o un più grossolano “Carpi” che, per errore, diventa “Capri”. Non ho pienamente condiviso l’uso di virgolette o di “caporali” (per intenderci, i doppi segni di minoranza o maggioranza, «», con cui solitamente si aprono e chiudono parti di discorso) ma questi sono puntigli, oltretutto soggettivi e che nulla tolgono o aggiungono al valore del libro in sé.
Condividendo invece con Forlè sia i natali pugliesi che la residenza emiliano-romagnola, più di qualche partita da lui
descritta l’ho vista contemporaneamente anche io, cosa che mi è servita per meglio testare il suo polso, le sue competenze, le
sue opinioni e devo dire che l’ho trovato ineccepibile, misurato e pienamente padrone della materia di cui parla, al netto ovviamente di qualche divergenza di vedute che è solamente l’eccezione che conferma la regola, la regola cioè di un libro scritto veramente bene e che si legge quasi tutto d’un fiato. Il difetto più grande è che quando il libro è passato, ci si accorge che anche le gesta ivi raccontate e risalenti solo a qualche anno addietro, appartengono altrettanto ad un passato ormai remoto. -
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Jul 8, 2012 |
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- Football Rivalries (5)
- Derby e rivalità calcistiche in Europa
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By Vincenzo Paliotto -
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Ambizioso il progetto di fondo di “Football rivalries” di Vincenzo Paliotto che, per chi non conosce l’inglese, si esplica meglio
nel sottotitolo “Derby e rivalità calcistiche in Europa”.
Questo viaggio letterario non poteva cominciare che dalla città di Derby, in Inghilterra, dove ci fu la prima sf ... (continue ) Ambizioso il progetto di fondo di “Football rivalries” di Vincenzo Paliotto che, per chi non conosce l’inglese, si esplica meglio
nel sottotitolo “Derby e rivalità calcistiche in Europa”.
Questo viaggio letterario non poteva cominciare che dalla città di Derby, in Inghilterra, dove ci fu la prima sfida stracittadina della storia da cui deriva appunto la definizione. Da Derby la
prospettiva si allarga a Manchester, Liverpool, alle tante sfide londinesi ma anche a quei confronti tra corregionali o persino tra squadre territorialmente distanti, diventate acerrime rivali per
questioni agonistiche, per essersi spesso contese la supremazia nelle varie competizioni nazionali.
Dall’Inghilterra si passa poi al resto dell’Isola, Scozia e Galles, quindi Irlanda, poi il Nord Europa, il Centro Europa.
Si segue insomma il filo logico della contiguità geografica fino a concludere questo lungo percorso ai margini
dell’Est europeo, in quella Russia per parecchi anni considerata aliena al calcio occidentale ma che, grazie ai magnati russi del petrolio e del gas, sta colmando le distanze con il cuore calcistico del vecchio continente.
Dal primo contatto tattile e visivo, il libro non si presenta benissimo: la copertina e la carta non sono certo pregiatissime, così come poco attraente è l’impaginazione e l’impostazione grafica; l’immagine di copertina è composta da una serie di scudetti di squadre europee la cui risoluzione non è però ottimale e dà uno sgradevole effetto “sgranato”.
A parte questi dettagli da feticisti o maniaci del collezionismo, cominciando ad immergersi nella lettura si ha chiara la sensazione di non trovarsi al cospetto del solito “pennivendolo” con 1/3 di
conoscenza calcistica, 2/3 di presunzione e tanta ignoranza pronta a venir fuori ogni qualvolta l’argomento calcio va a collidere con l’argomento ultras o tifo.
Vincenzo Paliotto spicca invece per scrupolosità, il lavoro di ricerca che è alla base del suo libro è sicuramente notevole ed encomiabile, ancor più apprezzabile quando si ritrova a parlare
di tifo e lo fa esulando dai classici luoghi comuni del giornalista medio, ignorante in materia ma che si ostina a dispensare perle di qualunquismo. Paliotto dimostra una conoscenza dell’argomento tifo
senza dubbio superiore alla media e non di certo superficiale, cosa che lo rende attraente in lettura proprio perché capace di inquadrare le rivalità calcistiche a tutto tondo, senza trascurare gli aspetti ambientali e l’incidenza del pubblico sulle rivalità stesse. Non di rado Paliotto cita episodi collaterali ai derby che hanno avuto per protagonisti i tifosi, con il non indifferente pregio di non scadere mai nel moralismo o nel giudizio ma limitandosi alla mera cronaca, come ogni buon giornalista dovrebbe fare (e che in realtà in pochissimi fanno).
Qualche stecca, però, l’autore la prende, come quando parla a pagina 136 della “forte amicizia” una volta esistente tra Foggia
e Napoli e che invece fu solo un misero teatrino messo in piedi dal presidente Casillo alla prima assoluta dopo il ritorno in Serie
A dei satanelli, senza tener minimamente in conto gli umori della gente. Una sorta di “gemellaggio istituzionale” di cui però ai tifosi fregava meno di niente, tanto che alla fine della stessa partita si verificarono scontri e furto di striscioni. Non basta certo un’ora e mezza di malcelata sopportazione per parlare di una “forte amicizia” che in realtà non è mai esistita.
Qualche pagina indietro, alla 120, si parla di un patto di non belligeranza tra Genoa e Samp vigente dal 1989: è pur vero che
per un periodo fece presa questa sorta di pace armata tra le parti ma, al di là del recentissimo caso di cronaca degli accoltelatti di Molassana, le ostilità tra genoani e doriani sono ripresi in maniera
piuttosto pesante già da parecchi anni, clamoroso il faccia a faccia in Via Monticelli del 2007 che vide affrontarsi un numero
impressionante di persone lungo tale via cittadina prima di un derby.
Pure sotto il profilo prettamente calcistico qualche svirgolata c’è, come per l’Athletic Bilbao e la sua “camiseta” senza sponsor
presa come baluardo della vecchia concezione calcistica, peccato solo che la compagnia petrolifera “Petronor” ha espugnato anche questo ultimo fronte di resistenza al calcio moderno già dal 2008.
Ci sono poi molti, forse anche troppi errori che denotano un poco efficace lavoro di revisione dei testi, dalla ICF (Inter City
Firm) del West Ham che diventa IFC, “una bibliografia” che diventa “un bibliografia”, i “binacoverdi, le WSB del Cesena che diventano “SB”, i timori “riverinziali”, ecc., ecc. Errori di poco conto che non intaccano il contenuto e la validità del libro, però, se un certo numero di piccole sviste può essere tollerato, diventa invece fastidioso per chi legge quando questi piccoli errori si ripetono così spesso.
Cronologicamente, il lavoro è molto aggiornato ed arriva fino alla fine della passata stagione agonistica (anche per questo certi errori nel versante tifo, datati 2007 o 2008 sono poco comprensibili).
Per tutte le varie sfide stracittadine, vengono riportati con minuzia i numeri di trofei vinti da ognuno, in campo nazionale
ed internazionale, il computo delle sfide con vittorie, pareggi e sconfitte, l’anno di fondazione, lo stadio in cui giocano e tutti
quei particolari di cui sinceramente, dopo qualche giorno dall’aver voltato l’ultima pagina, si dimenticano in blocco o finiscono
per essere superati in attualità dal tempo che passa e da nuove sfide giocate. Quello che rende senza dubbio più avvincente
il libro è la raccolta di aneddoti e curiosità come l’estrazione operaia del West Ham, la rivalità con il Millwall dopo lo sciopero
dei dockers del 1926, l’invasione del tifoso del Fenerbahce “Rambo” Okan, coltello alla mano, per piantare una bandiera della
squadra a centrocampo dell’Ali Sami Yen e lavare così l’offesa dell’allora allenatore del Galatasaray, Graeme Souness, che
piantò provocatoriamente una bandiera giallorossa al centro del campo avversario dopo averlo espugnato. I derby e le rivalità si
tramandano di generazione in generazione soprattutto in queste note di “colore” ed anche se persino la più bruciante sconfitta
può essere lavata con una vittoria nella stagione successiva, nulla può cancellare i retaggi socio-politici che scavano il solco
tra le parti ed alimentano visceralmente la rivalità sportiva.
Il libro mi è piaciuto molto in queste parti, mi ha invece - detto con molta sincerità - annoiato terribilmente quando snocciolava
numeri in serie ed in maniera didascalica.
In definitiva è un libro che offre una visione d’insieme molto vasta e completa, da leggere soprattutto per quanti mancano
di una cultura del calcio e del tifo al di là dei confini nazionali. Per i collezionisti di testi calcistici e i maniaci di questo sport, forse meglio aspettare una ristampa che corregga gli errori e magari ne valorizzi i contenuti con una copertina materialmente e graficamente più curata. La carenza più pesante in assoluto, in un’opera dal valore storico-documentaristico, è l’assoluta assenza di materiale fotografico. Sono questi i piccoli nei che “da critico” non posso esimermi dal rilevare, per il resto la lettura la vale davvero tutta. -
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Jul 7, 2012 |
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- Juve o Milan? Meglio il Foggia (3)
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Juve o Milan? Meglio il Foggia




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In principio, “Juve o Milan? Meglio il Foggia”, era la frase con cui il “Corriere dello Sport” sviolinava la squadra pugliese, protagonista del suo primo storico campionato in Serie A sotto l’egida del tecnico boemo Zdenek Zeman.
Una frase roboante che non poteva non scolpirsi nell’immaginario dell ... (continue ) In principio, “Juve o Milan? Meglio il Foggia”, era la frase con cui il “Corriere dello Sport” sviolinava la squadra pugliese, protagonista del suo primo storico campionato in Serie A sotto l’egida del tecnico boemo Zdenek Zeman.
Una frase roboante che non poteva non scolpirsi nell’immaginario della collettività che ha vissuto quegli anni, anche come riscatto da un’epopea sportiva fatta soprattutto di miserie. Una frase che meglio di qualunque altra si presta, perciò, a far da titolo, sintetizzare e annunciare il racconto dell’orgoglio, dei miti, delle tradizioni e degli aneddoti di quella piccola provincia calcistica italiana. Quella provincia che - anni prima dell’ascesa di Capitalia e banche varie - rappresentava il valore aggiunto dell’arte pedatoria nostrana, quando la definizione di sport, cioè di gara tra due concorrenti alla pari, aveva ancora una qualche ragione di essere: se uno schermidore ha di fronte un avversario con la rivoltella, se le piccole società debbono piegarsi alla logica truffaldina delle grandi, più volte emersa in scandali vecchi e nuovi, gareggiare conserva ben poco di sportivo o di epico da racchiudere in narrativa.
Cantore di questa storia è il “Collettivo Lobanowski”, che – cito dalla terza di copertina – è un libero patto tra pari che ha scelto l’anonimato perché quel che conta sono le storie. E le storie, quando sono valide, vanno collettivizzate. Appartengono a tutti. Pensiero di cui condivido persino le virgole.
Sotto la firma degli pseudonimi Lobanowski 1, 2 e 3, cominciano le avventure e i ricordi calcistici a tinte rossonere: parte tutto con le prime sfide calcistiche tra ragazzini di quartiere in cui sogni ed esuberanze prodotte da muscoli e cervello, sfociano come un fiume nel mare del Comunale stadio “Pino Zaccheria”, il teatro del calcio “vero”, quello che si spera un giorno di poter vivere da protagonisti. Poi magari il tempo sbiadisce i sogni e pochissimi possono realizzare quello di vestire la maglia rappresentativa della propria città. Però c’è chi non s’arrende al tramonto dell’idea romantica dell’amore e sceglie di difendere i propri colori sostenendoli dagli spalti. Si parla di questa gente, con la loro voce, dei loro palpiti che diventano tachicardici mentre una palla rotola lentamente verso la porta, del loro respiro che si fa corto mentre urla, soffre, combatte accanto agli undici in campo.
Lobanowski 1, esordisce dalla stagione 1976-77, la sua prima allo stadio per Foggia-Genoa, fino a giungere all’amaro epilogo di Cremona 2008, il crollo della speranza. Nel mezzo tante partite, calciatori, trasferte, allenatori, presidenti, personaggi del volgo, insomma tutte le vicende e le genti, piccole e grandi, che hanno scritto la storia calcistica foggiana e che hanno condizionato gli umori della sua tifoseria.
Saltiamo la prefazione di Darwin Pastorin che, sinceramente parlando, suona tanto di marchetta e non ha aggiunto proprio niente all’economia e alla bellezza del libro, così come non la inficia qualche errore di troppo sfuggito ad una correzione di bozze non proprio impeccabile.
Lo stile di scrittura risulta appassionante e affonda in maniera netta nell’immaginario ultras, dal quale si capisce che sia Lobanowski 1 e 2 provengono. Buona dunque la simbiosi nei capitoli scritti da loro due, in cui la lettura scorre in maniera lineare e con una certa continuità di fondo, fermo restando le ovvie differenze che pur ci sono.
Il registro narrativo salta invece a tutt’altro ritmo quando tocca a Lobanowski 3, sensibilmente diverso sia nel modo di scrivere che in quel che scrive: i suoi racconti sono quelli di un giornalista sicuramente contiguo “filosoficamente” ai primi due, ma diverso, nettamente diverso. Può essere una curiosa variazione sul tema per qualcuno, un modo per toccare e conoscere da vicino i protagonisti primi del calcio, quali atleti e addetti ai lavori, sbirciare dietro le quinte, ma personalmente è stato il lato del libro che meno ho apprezzato e sarei ipocrita se non lo ammettessi. Dal mio retroterra di ultras ho sempre considerato insano voyerismo qualsiasi interesse per i calciatori senza la casacca addosso; le voci dei cronisti le gradivo solo quando per un qualsiasi motivo si interrompevano e lasciavano spazio al ruggito della Curva, insomma capisco i motivi di questa digressione, ma ho fatto fatica a tenere alta la soglia di interesse nei frangenti in cui si parlava di collegamenti radio, interviste, conferenze stampa, ecc. Ad ogni modo sono solo due dei dieci capitoli totali, per cui diciamo pure che sono stati diluiti bene e si sopportano, oltretutto non è detto che a qualcuno con diverso approccio calcistico dal mio non possano piacere, visto che comunque sono scritti in maniera impeccabile.
Non vi aspettate il classico libro del tifo perché non lo è, non lo comprate se cercate la solita cronistoria ultras più fotografica che raccontata perché troverete giusto qualche foto sporadica. Ma se amate quel lato poetico ed epico del calcio di cui tanti hanno fatto letteratura, ve lo consiglio spassionatamente. “Juve o Milan? Meglio il Foggia” non parla solo dei luoghi comuni e selvaggiamente banali, ma aiuta ad entrare nella dimensione calcistica foggiana in tutte le sue contraddizioni, rivendica le vittorie sofferte come quelle con Catuzzi o Marchioro in panchina, destruttura i miti come Zeman (stupendo il capitolo “La suggestione di Zeman”) che assieme alle soddisfazioni regalava anche sonore disfatte che un tifoso non riesce mai a digerire, nemmeno indorando la pillola con il “Vabbe’, ma almeno Zeman fa divertire”. Perché il tifoso viscerale non è l’occasionale da “5 partite ogni 10 anni come se fossimo a teatro”. Perché al tifoso non piace divertirsi ma vincere, magari anche 1-0 con un’autorete maldestra al 99’ dopo una partita inguardabile, ma vincere, specie dopo aver macinato centinaia di km. Perché la ferita di un derby perso, per esempio, non la lenisce un “Eh, si sa, le squadre di Zeman vengono fuori in Primavera”.
È dunque un libro interessante, che offre un punto di vista alternativo, aiuta a guardare, conoscere e capire la realtà foggiana e i suoi miti calcistici da tutti i punti di vista, non solo a ritinteggiare le facciate scrostate del sentito e risentito su “Zemanlandia” così tante volte da diventare impersonale, tanto irreale da appiattire sotto la stessa lente deformata e far sembrare indifferentemente uguali Foggia, Roma, Pescara o qualsiasi altro posto dove il boemo abbia allenato.
“Juve o Milan? Meglio il Foggia?” è un libro autenticamente foggiano, di chi la Foggia calcistica l’ha vissuta sul serio, soffrendo nei suoi tanti momenti tristi, non solo esultando a rate, in uno sporadico momento felice. Un libro da leggere perché scritto da gente che lo stadio lo vive, in casa e fuori, che alla propria squadra sacrifica tutto di sé, che la propria fede la vive – mutuando un concetto espresso in queste stesse pagine – da luterani ortodossi, non già come i cattolici-calcistici che credono di poter lavare via con un giro disinvolto in confessionale tutti i propri peccati, le proprie mancanze, le inconcepibili incoerenze nell’esercizio del culto dei Satanelli.
“Il Foggia non è tutto, nel senso letterale del termine. Nessuno, neppure tra i più indemoniati, lo crede realmente quando lo scandisce allo stadio. E non è neppure una fede a punti. Per me il Foggia è una passione bruciante, che sa di passato remoto e di futuro prossimo”.
Un libro consigliato e che soddisfa la curiosità di un ventaglio di lettori molto ampio, dagli ultras ai semplici appassionati di calcio che hanno voglia di capire cosa ci possa essere sotto la patina della Foggia calcistica dipinta dai media con troppa superficialità e folklore posticcio.
Per chi volesse acquistarlo, il prezzo più basso è quello della Feltrinelli online (11,90 €), con spedizione gratuita se si ritira in uno dei loro negozi. -
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Jul 7, 2012 |
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La trasferta
Un libro che è un urlo disperato a tornare, o meglio ri-tornare, alle radici del movimento ultras, alle basi che han fatto sì che questa sottocultura possa oggi festeggiare i cinquanta anni di età.continue)
Purtroppo il ritorno alle radici è ostacolato dalla burocrazia: le leggi ed i decreti attuati soprattu ... (
Un libro che è un urlo disperato a tornare, o meglio ri-tornare, alle radici del movimento ultras, alle basi che han fatto sì che questa sottocultura possa oggi festeggiare i cinquanta anni di età.
Purtroppo il ritorno alle radici è ostacolato dalla burocrazia: le leggi ed i decreti attuati soprattutto in questi ultimi anni, hanno minato i gruppi storici alla radice, fino ad arrivare al punto che è difficile identificarsi in una sigla, in uno striscione, in un gruppo all’interno della propria curva.
L’autore, Stefano Faccendini, nato nel 1969 a Tivoli, è stato già autore di numerosi articoli per varie riviste sportive ed in questo suo libro descrive una partita in trasferta, dai giorni antecedenti alla Stessa, fino ad arrivare all’epilogo.
Il libro si apre con una presentazione dei vari personaggi che si incontrano durante la lettura: c’è lo sbirro, alias Guido Menti, doppiogiochista da strapazzo, buona parlantina e personalità spiccata; c’è il ragazzo, Niccolò Cinti, diciottenne innamorato della curva e della propria squadra ma soprattutto figlio dell’onorevole sottosegretario agli interni Ernesto Cinti, a sua volta collaboratore esterno del famigerato Osservatorio; c’è il tifoso, alias “il Biondo”, capo ultras ormai quarantenne che segue sempre la squadra ma con un manipolo di amici fidati e in disparte dal resto della curva, con la quale non condivide più la linea di pensiero e di azione; c’è lo spregiudicato, alias “il Tedesco”, attuale capo ultras della curva, che ha trovato il modo di farsi un sano stipendio sfruttando la passione della sua stessa gente e facendo affari, più o meno leciti, con il presidente della società e lo sbirro di turno (Guido Menti).
La storia scorre via veloce e vengono toccati molti punti di grande attualità, dal giornalista falso ed ipocrita, sempre pronto a schierarsi con il più forte, fino ad arrivare agli intrecci curva-questura-presidenza che viaggiano sulla linea di schede Sim private ed incroci fugaci in luoghi prestabiliti.
L’autore, Stefano Faccendini, fa parlare e pensare i propri personaggi ed in questo riflettere sul binomio ultras-politica. Si evince un diverso modo di intendere il pianeta calcio di un ragazzo appena diciottenne, rispetto al genitore che ha l’ingrato compito di educare e contemporaneamente di essere dall’altra parte della barricata, essendo un uomo dello Stato, garante delle istituzioni. Due mondi privi di contatto, lontani, quasi opposti che non si cercano e non si trovano e solamente una tragica fatalità (?!?) farà sì che padre e figlio ritrovino un certo affiatamento, una linea di principio comune.
Ma la narrazione parla soprattutto di affari, affari sporchi, tra un capo poliziotto ed un capo ultras che mette da parte i vecchi rudimentali insegnamenti della curva per tornaconto personale. Tra le macerie di questa situazione, emerge il vecchio ultras della prima maniera, un quarantenne che non sceglie le luci della ribalta, ma ha un carisma ed una predisposizione innata a mettere in difficoltà chiunque, solamente con le parole, qualità non troppo apprezzata da chi capo lo è e vuol continuare ad esserlo sia dietro una scrivania, sia tra la folla dei tifosi.
Il libro, che abbraccia temporalmente l’arco di una settimana, presenta parecchi spunti di riflessione sia per chi frequenta lo stadio da anni, sia per chi saltuariamente lo ha frequentato ed ha creduto perennemente alle favole che giornalisti e pennivendoli hanno divulgato via carta stampata.
In conclusione, un romanzo molto ben scritto che si addentra all’interno di molte tematiche attuali del mondo ultras e del mondo squisitamente calcistico, dove non mancano personaggi sporchi ma dove non manca neanche chi crede in sani valori che non esita a portare avanti, costi quel che costi.