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I fratelli Karamazov
Raccolgo tutto il mio coraggio e provo a scrivere una parvenza di "recensione" su I Fratelli Karamazov, ma senza neanche sperarci troppo-perché, diciamocelo, come si fa a parlare in maniera dignitosa di una pietra miliare della letteratura russa senza sentirsi quantomeno... intimoriti? Titubanti? Da ... (continue)
Raccolgo tutto il mio coraggio e provo a scrivere una parvenza di "recensione" su I Fratelli Karamazov, ma senza neanche sperarci troppo-perché, diciamocelo, come si fa a parlare in maniera dignitosa di una pietra miliare della letteratura russa senza sentirsi quantomeno... intimoriti? Titubanti? Da una parte so che, parlandone, non potrò fare a meno di anticipare qualcosa e di paragonarlo ad altre opere di Dostoevskij; dall' altra, sarebbe fin troppo riduttivo il liquidare la faccenda con un "E' bellissimo! Leggetelo!"
Non c'è dubbio che leggere Dostoevskij sia DIFFICILE-ma non difficile in quanto astruso o libresco, perché non occorre essere *persone colte* per leggere i suoi romanzi o racconti: difficile, perché ci costringe ad una tensione morale e spirituale cui non siamo sempre pronti, e potremmo anche non esserlo mai. Dostoevskij è scomodo, perché ci forza al dubbio, allo scavo interiore, alla lotta in molti casi. "La lotta spirituale è dura quanto la guerra tra uomini" scriveva Rimbaud.
Io ci p-r-o-v-o a parlarne, di Dostoevskij, ma solo perché il pensiero di lasciar passare uno scritto del mio autore preferito senza dire la mia mi suscita un moto di ribellione tutto interiore.
Forse un buon inizio sarebbe apportare la mia esperienza personale per tutti coloro (e so che ce ne sono) che *vorrebbero* leggere di questi mostri sacri ma si sentono sconfitti già in partenza dalla mole oggettiva dei libri e/o dal timore di iniziare una lettura pesante e noiosa. In questo io non mi posso certo definire *brava*, perché non c'è stato neanche uno - e dico UNO! - dei grandi classici della letteratura russa (ed è quella che preferisco in assoluto, intendiamoci) che io sia riuscita ad iniziare e finire al primo colpo, e lo devo ammettere alla faccia del mio complesso d'inferiorità nei confronti di chi non ha mai lasciato un libro a metà in vita sua. (Ma esistono davvero queste eccellenze?) Sarebbe un notevole traguardo per me arrivare a capire perché non mi è MAI riuscito di leggere i grandi romanzi del mio scrittore preferito, Dostoevskij naturalmente, se non dopo due infruttuosi tentativi. Forse dovrei cercare una risposta a questo strano fenomeno nella simbologia numerica, dato che nel mio personalissimo caso il tentativo andato a buon fine è sempre stato il TERZO. Quindi, se i classici della letteratura russa vi sembrano montagne da scalare, o se vi fanno l' effetto di un macigno e vi sentite cedere le braccia per la fatica, non demordete: il terzo tentativo potrebbe essere quello buono anche per voi!
Ma veniamo a I Fratelli Karamazov. Sono riuscita a leggerlo, finalmente!, dopo averlo lasciato a prendere polvere su di uno scaffale per un *pochino* di tempo, ed è stata un' esperienza straordinariamente bella e facile. Parlarne, però, non è altrettanto facile.
Questo è il romanzo delle antinomie: nessuno dei personaggi del romanzo è ciò che sembra. O meglio: lo è, ma solo in parte. Fëdor Pavlovič e Smerdjakov, che sembrano dementi e tali si compiacciono di apparire, hanno un'intelligenza affilata come un rasoio (come spesso accade per le persone particolarmente maligne); Ivan Fëdorovič, l' uomo colto!, la mente solida del romanzo, è il più fragile di tutti. Lo vediamo costantemente lacerato in due: il desiderio di, la tensione verso un senso che non sia effimero si fanno sentire ma non riescono a diventare energia vitale. L' erudito, il razionale!, si perde nei meandri della sua stessa mente. Dmitrij Fëdorovič, il mio più amato, per quanto tragicamente simile al padre ci ricorda che la grazia di Dio non si misura con lo stesso metro usato dagli uomini nel misurare i meriti di ognuno. Signore, accoglimi con tutta la mia iniquità, ma non giudicarmi. Lasciami entrare senza impormi il Tuo giudizio...Non giudicarmi, perché io mi sono già condannato da me; non giudicarmi, perché io Ti amo, Signore! Sono abbietto, ma Ti amo: se mi manderai all' inferno, Ti amerò anche laggiù, e di laggiù continuerò a gridarTi che Ti amo, per tutti i secoli dei secoli.... Io ho amato Mitja più di ogni altro personaggio, perché in lui ho visto come può farsi prepotente la volontà di vivere e di amare.
Poi c'è Alëša, uomo di Dio, il personaggio che Dostoevskij creò in ricordo del figlioletto morto di epilessia. Potessi sentirlo camminare per la stanza coi suoi piedini solo una volta, una volta e poi mai più, con quei piedini che facevano toc toc! Poi quasi sempre correva da me, e gridava, e rideva! Almeno sentire i suoi piedini, se li sentissi li riconoscerei! Ma lui non c'è, padre, non c'è, e non lo sentirò mai più. Alëša all' inizio appare come una creature angelica ed infantile, non pienamente calata nell' hic et nunc ma piuttosto sospesa in un limbo popolato da esseri superiori. Dostoevskij ci dice che non sa neppure a spese di chi vive! Anche il suo voler diventar monaco è più un desiderio di sfuggire in eterno al mondo reale che volontà di servire quello stesso mondo rimanendo nel nascondimento, e lo starec Zosima (personaggio assolutamente radioso!) lo sa bene. Alëša crede ciecamente: non lo sfiorano il dubbio, il bisogno di ricerca, la lotta spirituale. Alëša crede e basta, la sua fede è imparata a memoria. Pura e sincera, si, ma anche ostinata, un capriccio da bambino, sentimento e null' altro. Nel momento in cui il suo idolo cade - perchè Alëša è anche idolatra, lo starec è il suo dio - eccolo assalito da quella nausea di cui ci ha parlato Jean-Paul Sartre. Si tratta, però, solo di un breve istante, perché subito dopo Alëša impara l' eu-charistía, il rendimento di grazie: E se tutti ti abbandoneranno o addirittura ti cacceranno con la forza, quando sarai rimasto solo inginocchiati, bacia la terra, bagnala delle tue lacrime, e le tue lacrime la feconderanno, anche se nessuno ti vedrà e ti ascolterà nella tua solitudine. Non ho potuto non ritornare con la memoria al principe Myškin, e pensare che Alëša riesce proprio là dove l' idiota non è riuscito: capire che si può essere felici qui, sulla Terra, nonostante il male presente nel mondo.
Mi ha stupita l' atmosfera che ammanta tutto il romanzo: non è cupo e soffocante come Delitto e Castigo né cupo ma sognante come Le Notti Bianche, è profondamente oscuro e torbido, si, ma c'è una luce di Verità che riscalda e rassicura.
Alla fine rimane solo un luminoso, confortante tepore.