Questa sì che è una storia: la crudele e malsana epopea di una famiglia freak. Ascesa e caduta di un circo itinerante, in cui i mostri non sono scherzi di natura, colpi di sfortuna ripudiati dai propri genitori, ma opere d'arte genetica e beniamini di mamma Lil e papà Al. Una minuziosa ed intricata
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Questa sì che è una storia: la crudele e malsana epopea di una famiglia freak. Ascesa e caduta di un circo itinerante, in cui i mostri non sono scherzi di natura, colpi di sfortuna ripudiati dai propri genitori, ma opere d'arte genetica e beniamini di mamma Lil e papà Al. Una minuziosa ed intricata storia in cui tutti i personaggi, con o senza deformità fisiche, per un verso o per l'altro sono mostri. Gemelle siamesi o giornalisti, tronchi umani o chirurghi, telepati o semplici idioti, ciò che distingue i freaks dai cosiddetti "normi" è tutt'al più la consapevolezza di essere dei pezzi unici e non dei generici articoli prodotti in serie. I contenuti altamente grotteschi sviscerati nelle memorie della nana albina Olympia Binewsky si avvicendano dall'inizio alla fine, fluidi ma incisivi, grazie a una narrazione dai toni agro-dolci, una prosa efficiente nello sbrigare anche i contenuti più crudi con paradossale disinvoltura.
Sviluppando in un semplice intreccio il tema classico del doppio, Tanizachi svela la vertigine che l'Occidente schiude sotto i piedi di un Giapponese di pasta tradizionale, la sensualità eccessiva che si contrappone al suo mondo antico ed elegantemente modesto. La vorticosa Parigi e il placido Giapp
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Sviluppando in un semplice intreccio il tema classico del doppio, Tanizachi svela la vertigine che l'Occidente schiude sotto i piedi di un Giapponese di pasta tradizionale, la sensualità eccessiva che si contrappone al suo mondo antico ed elegantemente modesto. La vorticosa Parigi e il placido Giappone rurale che si alternano nel corpo della stessa persona come Jekyll e Hyde. Un pirotecnico e corpulento magnaccia di città contro un morigerato e filiforme padre di famiglia. Entrambi sono veri, esistono, ma mai nello stesso momento. Scrittura superbamente essenziale. Davvero magnifico.
L'inizio ambientato fra le rovine di Angkor è di quelli che si ricordano. E' lì che sverna in cima ad un hotel il protagonista Jerry Cornelius, e il suo dissertare di Kali Yuga e di perpetuazione delle epoche con un fisico indù conosciuto casualmente, è uno degli incipit più immobili ed astratti che
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L'inizio ambientato fra le rovine di Angkor è di quelli che si ricordano. E' lì che sverna in cima ad un hotel il protagonista Jerry Cornelius, e il suo dissertare di Kali Yuga e di perpetuazione delle epoche con un fisico indù conosciuto casualmente, è uno degli incipit più immobili ed astratti che si possano immaginare per un libro del genere. Ma di che genere sarebbe, poi, questo libro? Ispiratore, antesignano del cyber-punk? Non saprei, alcuni contenuti tipici sono di certo presenti e c'è perfino un confuso abbozzo di cyber-spazio, però i ritmi sono tutt'altra cosa e le atmosfere ricordano decisamente più Austin Powers che William Gibson. Gli ingredienti sono tanti e non sempre ben assemblati: fantascienza, spionaggio, psichedelia, swingin London, nazismo magico, ermafroditi, balistica, incesto, droga, sesso, musica, eternità e molto altro ancora (purtroppo alla fine è davvero troppo). Comunque l'autore spinge parecchio sull'azione, sull'azione ad ogni costo, e mi sono chiesto quasi perchè, visto che le uniche parti davvero notevoli sono quelle ambientate fra feste, casinò, letti e concerti, quando di azione vera e propria ce n'è poca, il tono è più umoristico, e Jerry Cornelius si limita a cazzeggiare fra personaggi bizzarri quanto e più di lui prima d'immergersi in una nuova, estenuante missione. In poche parole questo "Programma finale" è un delirio, un pasticcio, soprattutto nelle scene parzialmente drammatiche (ovvero quando sembra prendersi sul serio), e il finale è talmente ridicolo da essermi piaciuto. E' proprio questo il punto: mentre stavo a chiedermi se l'autore ci facesse o ci fosse (rimasto sotto), mi sono accorto che in fondo la lettura s'è rivelata un'esperienza ipnotica. Merito anche dei numerosi difetti, Jerry Cornelius non è tanto un libro, quanto una dream machine fatta di carta e inchiostro.
Bestiario
Soprattutto leggendolo in perfetto silenzio, Bestiario di Cortazar produce un sordo ronzio.
Carnival love
Questa sì che è una storia: la crudele e malsana epopea di una famiglia freak. Ascesa e caduta di un circo itinerante, in cui i mostri non sono scherzi di natura, colpi di sfortuna ripudiati dai propri genitori, ma opere d'arte genetica e beniamini di mamma Lil e papà Al. Una minuziosa ed intricata ... (continue)
Questa sì che è una storia: la crudele e malsana epopea di una famiglia freak. Ascesa e caduta di un circo itinerante, in cui i mostri non sono scherzi di natura, colpi di sfortuna ripudiati dai propri genitori, ma opere d'arte genetica e beniamini di mamma Lil e papà Al. Una minuziosa ed intricata storia in cui tutti i personaggi, con o senza deformità fisiche, per un verso o per l'altro sono mostri. Gemelle siamesi o giornalisti, tronchi umani o chirurghi, telepati o semplici idioti, ciò che distingue i freaks dai cosiddetti "normi" è tutt'al più la consapevolezza di essere dei pezzi unici e non dei generici articoli prodotti in serie. I contenuti altamente grotteschi sviscerati nelle memorie della nana albina Olympia Binewsky si avvicendano dall'inizio alla fine, fluidi ma incisivi, grazie a una narrazione dai toni agro-dolci, una prosa efficiente nello sbrigare anche i contenuti più crudi con paradossale disinvoltura.
Storia di Tomoda e Matsunaga
Sviluppando in un semplice intreccio il tema classico del doppio, Tanizachi svela la vertigine che l'Occidente schiude sotto i piedi di un Giapponese di pasta tradizionale, la sensualità eccessiva che si contrappone al suo mondo antico ed elegantemente modesto. La vorticosa Parigi e il placido Giapp ... (continue)
Sviluppando in un semplice intreccio il tema classico del doppio, Tanizachi svela la vertigine che l'Occidente schiude sotto i piedi di un Giapponese di pasta tradizionale, la sensualità eccessiva che si contrappone al suo mondo antico ed elegantemente modesto. La vorticosa Parigi e il placido Giappone rurale che si alternano nel corpo della stessa persona come Jekyll e Hyde. Un pirotecnico e corpulento magnaccia di città contro un morigerato e filiforme padre di famiglia. Entrambi sono veri, esistono, ma mai nello stesso momento. Scrittura superbamente essenziale. Davvero magnifico.
Jerry Cornelius: programma finale
L'inizio ambientato fra le rovine di Angkor è di quelli che si ricordano. E' lì che sverna in cima ad un hotel il protagonista Jerry Cornelius, e il suo dissertare di Kali Yuga e di perpetuazione delle epoche con un fisico indù conosciuto casualmente, è uno degli incipit più immobili ed astratti che ... (continue)
L'inizio ambientato fra le rovine di Angkor è di quelli che si ricordano. E' lì che sverna in cima ad un hotel il protagonista Jerry Cornelius, e il suo dissertare di Kali Yuga e di perpetuazione delle epoche con un fisico indù conosciuto casualmente, è uno degli incipit più immobili ed astratti che si possano immaginare per un libro del genere. Ma di che genere sarebbe, poi, questo libro? Ispiratore, antesignano del cyber-punk? Non saprei, alcuni contenuti tipici sono di certo presenti e c'è perfino un confuso abbozzo di cyber-spazio, però i ritmi sono tutt'altra cosa e le atmosfere ricordano decisamente più Austin Powers che William Gibson. Gli ingredienti sono tanti e non sempre ben assemblati: fantascienza, spionaggio, psichedelia, swingin London, nazismo magico, ermafroditi, balistica, incesto, droga, sesso, musica, eternità e molto altro ancora (purtroppo alla fine è davvero troppo). Comunque l'autore spinge parecchio sull'azione, sull'azione ad ogni costo, e mi sono chiesto quasi perchè, visto che le uniche parti davvero notevoli sono quelle ambientate fra feste, casinò, letti e concerti, quando di azione vera e propria ce n'è poca, il tono è più umoristico, e Jerry Cornelius si limita a cazzeggiare fra personaggi bizzarri quanto e più di lui prima d'immergersi in una nuova, estenuante missione. In poche parole questo "Programma finale" è un delirio, un pasticcio, soprattutto nelle scene parzialmente drammatiche (ovvero quando sembra prendersi sul serio), e il finale è talmente ridicolo da essermi piaciuto. E' proprio questo il punto: mentre stavo a chiedermi se l'autore ci facesse o ci fosse (rimasto sotto), mi sono accorto che in fondo la lettura s'è rivelata un'esperienza ipnotica. Merito anche dei numerosi difetti, Jerry Cornelius non è tanto un libro, quanto una dream machine fatta di carta e inchiostro.
I fiori blu
Meraviglia.