Uno dei migliori libri italiani del Novecento l'ha scritto nel 1972 un autore argentino di padre inglese. Wilcock definiva questa sua creatura come "un romanzo con settanta personaggi principali che non s'incontrano mai". Fra le derive ammalianti di Borges e i tic nervosi di Gombrowicz, c'è una scri
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Uno dei migliori libri italiani del Novecento l'ha scritto nel 1972 un autore argentino di padre inglese. Wilcock definiva questa sua creatura come "un romanzo con settanta personaggi principali che non s'incontrano mai". Fra le derive ammalianti di Borges e i tic nervosi di Gombrowicz, c'è una scrittura che mira all'ideazione di nuovi archetipi e sa farlo con un portamento impeccabile, srotolandosi fra scheletriche ambientazioni metafisiche, grottesche nature morte, macabri idilli e bozzetti metropolitani animati da apparizioni paradossali. Più incantatore qui che ne La sinagoga degli iconoclasti, forse perfino più eretico.
Notevole e disturbante, molto. Un condominio ancor più micidiale, se possibile, di quello concepito da Ballard nel suo "Condominium". Nel gigantesco edificio di Ballard gli inquilini andavano incontro a un'involuzione che li ripiombava in una brutale preistoria, con tanto di orde, omicidi efferati e
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Notevole e disturbante, molto. Un condominio ancor più micidiale, se possibile, di quello concepito da Ballard nel suo "Condominium". Nel gigantesco edificio di Ballard gli inquilini andavano incontro a un'involuzione che li ripiombava in una brutale preistoria, con tanto di orde, omicidi efferati e rituali. In questo complesso residenziale statunitense dei primi anni '70, invece, ogni dinamismo è bandito, tutto è esattamente come sembra e tale rimarrà. Uno statico iperrealismo, è questo il vero orrore. A comporre il moloch sono 498 appartamenti coniati in triplice foggia, una realtà non proprio lussuosa ma apparentemente confortevole, con tanto di piscina e tassativi braccialetti colorati per potervi accedere. Una piccola città-stato, un organismo quasi autarchico a cui i numerosi abitanti sono orgogliosi di appartenere, partecipando alla sua gloria in modo apertamente fanatico. Nevrosi di ogni ordine e grado, il feroce razzismo quotidiano di certa brava gente che nella vita s'è data da fare, lo spergiuro, le piccole vendette, i soldi, i soldi, i soldi, e naturalmente annidata in ogni particella una follia strisciante e costante (quella della cosiddetta normalità). Ad approdare in questo paradiso è quasi casualmente un conferenziere vergine e fallito, un trentasettenne cardiopatico, in seguito all'improvviso decesso del padre che lì si era trasferito. Ci va credendo di rimediare un'eredità, ma trova semmai alcuni piccoli debiti che il vecchio peccatore aveva accumulato negli ultimi tempi. Passivo, frastornato dall'invadente accoglienza, l'uomo verrà immediatamente risucchiato in quel sistema così ben ordinato, aderirà alla causa, parteciperà, fino a ritrovarsi bagnino volontario e annientato nella suddetta piscina, circondato da flaccidi bagnanti disperatamente soddisfatti. Mentre prende la tintarella, cullato a bordo vasca dai discorsi che gli rimbombano nelle orecchie come mantra idioti, crederà perfino di godersi finalmente la vita. Peccato sia già morto. Lo stesso orrore che esprimeva Duane Hanson con le sue sculture (identiche a una realtà incapace di simboleggiare altro da se stessa), Elkin lo esprime attraverso la sua prosa. Prosa che, probabilmente, è il fattore più disturbante dell'intero libro. Sempre nevrotica, con lampi di schizofrenia, a tratti splendidamente lirica e intrisa di un crudele umorismo privo di qualsiasi sarcasmo che salta fuori di colpo, feroce, soprattutto nei dialoghi così quotidiani e proprio per questo così paradossali. Leggerò altro di Elkin, certamente, ma solo quando mi sarà passata la nausea.
Dice il saggio: "L'immaginario era l'alibi del reale, in un mondo dominato dal principio di realtà. Oggi è il reale che è diventato l'alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ed è paradossalmente il reale che è diventato oggi la nostra vera utopia - ma è un'utopia che no
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Dice il saggio: "L'immaginario era l'alibi del reale, in un mondo dominato dal principio di realtà. Oggi è il reale che è diventato l'alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ed è paradossalmente il reale che è diventato oggi la nostra vera utopia - ma è un'utopia che non appartiene più all'ordine del possibile, perchè non si può che sognarne come di un oggetto perduto."
Carpentier, cubano naturalizzato e fervente castrista, secondo alcuni fondatore del realismo magico, musicofilo e affascinato dall'Africa, sensibilità europea (rilievo che non avrebbe affatto gradito), una delle penne più sorprendenti in cui mi sia imbattuto di recente. Al momento ho letto solo ques
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Carpentier, cubano naturalizzato e fervente castrista, secondo alcuni fondatore del realismo magico, musicofilo e affascinato dall'Africa, sensibilità europea (rilievo che non avrebbe affatto gradito), una delle penne più sorprendenti in cui mi sia imbattuto di recente. Al momento ho letto solo questo romanzo, il che di norma sarebbe un po' poco per sperticarsi in elogi, ma questo romanzo non è poco per niente, e spero prima o poi di approfondire la conoscenza dell'autore con Il secolo dei lumi, scritto una decina d'anni dopo e che in molti giurano ben più estremo dei I passi perduti. Prosa barocca? Non sia mai, per lo meno non qui. A sentir dire barocco, si va quasi istintivamente a pensare allo sperpero, all'eccesso, a un surplus di parole estetizzanti, nel caso di un libro, che in niente gioverebbero alla fluidità dell'intreccio, al parlar dritto, all'arrivare al punto senza perdersi in chiacchiere. Ne I passi perduti di parole ce ne sono tante, innegabile, ma non una è sprecata e il ritmo è ipnotico, altro che sbadigli, una lenta deflagrazione che dall'ombra pesta delle prime pagine scoppia a un certo punto in un lampo accecante, per poi tornare ombra, ma con la memoria del lampo che fu. E la storia? La storia c'è tutta. Si parte da un musicista e musicologo svendutosi al mercato e alla malinconia di un matrimonio con un'attrice assente. La sua amante velleitaria e pseudo-intellettuale è l'unica consolazione, con lei s'accoppia e regge il moccolo a una vita sepolta. Finchè, in uno slancio poco convinto, si arrende a una richiesta accademica e parte per l'Amazzonia alla ricerca di certi arcaici strumenti musicali. E' con l'amante che parte, perché fra le nevrosi della città lei è la sua unica boccata d'ossigeno, ma non ci mette molto a capire che più ci si avvicina al cuore della foresta, più la donna si sente come un pesce fuor d'acqua, mondana e metropolitana com'è. Lui al contrario va rigenerandosi via via che il mondo degli uomini si fa più primitivo, tanto da perdere di vista i piccoli scopi dell'accademia e innamorarsi di un'indigena, di un amore appassionato quanto privo di fronzoli, tanto da salutare senza rimpianti l'amante, quando malata se ne torna a casa togliendo il disturbo. Ecco che risentirà l'arte pulsargli dentro come un'urgenza, ecco che comporrà un'opera unica, completamente folle e altrettanto geniale, ecco che tenterà di fondersi nella realtà di un remoto insediamento ed ecco, ahilui, che per ragioni turpi quanto ovvie sarà costretto a tornare al mondo evoluto (e già morto) da cui è partito. Ma dopo aver sistemato certe faccende, tenterà con tutte le sue forze di tornare nel cuore della foresta, nell'unico luogo in cui si sia mai sentito se stesso. Illusione? Questo striminzito riassunto senza sbocchi non dice ovviamente nulla della grandezza dell'opera, ne è a malapena l'ossatura, ma è chiaro che se ad averne fatto un romanzo fosse stata la penna sbagliata, ne sarebbe venuta fuori una poltiglia new-age, un idealizzante e didascalico ricettario del ritorno alla natura, e quello sì sarebbe stato sfiancante e insopportabile. Invece ci si è messo Carpentier, e se il risultato non è un capolavoro pochissimo ci manca.
Fiaba nera e ribollente, magnifica. Un ladrone che arranca di metamorfosi in metamorfosi, un nobile disertore che a propria insaputa gli presta la vita, una banda di rapinatori di preti in fuga perpetua dal barone del malefizio, boschi, poderi e fornaci, profonde cicatrici, amuleti e fantasmi. Oltre
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Fiaba nera e ribollente, magnifica. Un ladrone che arranca di metamorfosi in metamorfosi, un nobile disertore che a propria insaputa gli presta la vita, una banda di rapinatori di preti in fuga perpetua dal barone del malefizio, boschi, poderi e fornaci, profonde cicatrici, amuleti e fantasmi. Oltre che dio e il diavolo, naturalmente. Di Perutz già la lettura di Tempo di spettri mi aveva detto bene, ma qui l'autore si trasfigura in un maturo narratore di sortilegi, con una scrittura che esala vapori sulfurei ma non ammazza, ingrassa.
Lo stereoscopio dei solitari
Uno dei migliori libri italiani del Novecento l'ha scritto nel 1972 un autore argentino di padre inglese. Wilcock definiva questa sua creatura come "un romanzo con settanta personaggi principali che non s'incontrano mai". Fra le derive ammalianti di Borges e i tic nervosi di Gombrowicz, c'è una scri ... (continue)
Uno dei migliori libri italiani del Novecento l'ha scritto nel 1972 un autore argentino di padre inglese. Wilcock definiva questa sua creatura come "un romanzo con settanta personaggi principali che non s'incontrano mai". Fra le derive ammalianti di Borges e i tic nervosi di Gombrowicz, c'è una scrittura che mira all'ideazione di nuovi archetipi e sa farlo con un portamento impeccabile, srotolandosi fra scheletriche ambientazioni metafisiche, grottesche nature morte, macabri idilli e bozzetti metropolitani animati da apparizioni paradossali. Più incantatore qui che ne La sinagoga degli iconoclasti, forse perfino più eretico.
Il condominio
Notevole e disturbante, molto. Un condominio ancor più micidiale, se possibile, di quello concepito da Ballard nel suo "Condominium". Nel gigantesco edificio di Ballard gli inquilini andavano incontro a un'involuzione che li ripiombava in una brutale preistoria, con tanto di orde, omicidi efferati e ... (continue)
Notevole e disturbante, molto. Un condominio ancor più micidiale, se possibile, di quello concepito da Ballard nel suo "Condominium". Nel gigantesco edificio di Ballard gli inquilini andavano incontro a un'involuzione che li ripiombava in una brutale preistoria, con tanto di orde, omicidi efferati e rituali. In questo complesso residenziale statunitense dei primi anni '70, invece, ogni dinamismo è bandito, tutto è esattamente come sembra e tale rimarrà. Uno statico iperrealismo, è questo il vero orrore. A comporre il moloch sono 498 appartamenti coniati in triplice foggia, una realtà non proprio lussuosa ma apparentemente confortevole, con tanto di piscina e tassativi braccialetti colorati per potervi accedere. Una piccola città-stato, un organismo quasi autarchico a cui i numerosi abitanti sono orgogliosi di appartenere, partecipando alla sua gloria in modo apertamente fanatico. Nevrosi di ogni ordine e grado, il feroce razzismo quotidiano di certa brava gente che nella vita s'è data da fare, lo spergiuro, le piccole vendette, i soldi, i soldi, i soldi, e naturalmente annidata in ogni particella una follia strisciante e costante (quella della cosiddetta normalità). Ad approdare in questo paradiso è quasi casualmente un conferenziere vergine e fallito, un trentasettenne cardiopatico, in seguito all'improvviso decesso del padre che lì si era trasferito. Ci va credendo di rimediare un'eredità, ma trova semmai alcuni piccoli debiti che il vecchio peccatore aveva accumulato negli ultimi tempi. Passivo, frastornato dall'invadente accoglienza, l'uomo verrà immediatamente risucchiato in quel sistema così ben ordinato, aderirà alla causa, parteciperà, fino a ritrovarsi bagnino volontario e annientato nella suddetta piscina, circondato da flaccidi bagnanti disperatamente soddisfatti. Mentre prende la tintarella, cullato a bordo vasca dai discorsi che gli rimbombano nelle orecchie come mantra idioti, crederà perfino di godersi finalmente la vita. Peccato sia già morto.
Lo stesso orrore che esprimeva Duane Hanson con le sue sculture (identiche a una realtà incapace di simboleggiare altro da se stessa), Elkin lo esprime attraverso la sua prosa. Prosa che, probabilmente, è il fattore più disturbante dell'intero libro. Sempre nevrotica, con lampi di schizofrenia, a tratti splendidamente lirica e intrisa di un crudele umorismo privo di qualsiasi sarcasmo che salta fuori di colpo, feroce, soprattutto nei dialoghi così quotidiani e proprio per questo così paradossali.
Leggerò altro di Elkin, certamente, ma solo quando mi sarà passata la nausea.
Cyberfilosofia
Dice il saggio:continue)
"L'immaginario era l'alibi del reale, in un mondo dominato dal principio di realtà. Oggi è il reale che è diventato l'alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ed è paradossalmente il reale che è diventato oggi la nostra vera utopia - ma è un'utopia che no ... (
Dice il saggio:
"L'immaginario era l'alibi del reale, in un mondo dominato dal principio di realtà. Oggi è il reale che è diventato l'alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ed è paradossalmente il reale che è diventato oggi la nostra vera utopia - ma è un'utopia che non appartiene più all'ordine del possibile, perchè non si può che sognarne come di un oggetto perduto."
I passi perduti
Carpentier, cubano naturalizzato e fervente castrista, secondo alcuni fondatore del realismo magico, musicofilo e affascinato dall'Africa, sensibilità europea (rilievo che non avrebbe affatto gradito), una delle penne più sorprendenti in cui mi sia imbattuto di recente. Al momento ho letto solo ques ... (continue)
Carpentier, cubano naturalizzato e fervente castrista, secondo alcuni fondatore del realismo magico, musicofilo e affascinato dall'Africa, sensibilità europea (rilievo che non avrebbe affatto gradito), una delle penne più sorprendenti in cui mi sia imbattuto di recente. Al momento ho letto solo questo romanzo, il che di norma sarebbe un po' poco per sperticarsi in elogi, ma questo romanzo non è poco per niente, e spero prima o poi di approfondire la conoscenza dell'autore con Il secolo dei lumi, scritto una decina d'anni dopo e che in molti giurano ben più estremo dei I passi perduti. Prosa barocca? Non sia mai, per lo meno non qui. A sentir dire barocco, si va quasi istintivamente a pensare allo sperpero, all'eccesso, a un surplus di parole estetizzanti, nel caso di un libro, che in niente gioverebbero alla fluidità dell'intreccio, al parlar dritto, all'arrivare al punto senza perdersi in chiacchiere. Ne I passi perduti di parole ce ne sono tante, innegabile, ma non una è sprecata e il ritmo è ipnotico, altro che sbadigli, una lenta deflagrazione che dall'ombra pesta delle prime pagine scoppia a un certo punto in un lampo accecante, per poi tornare ombra, ma con la memoria del lampo che fu. E la storia? La storia c'è tutta. Si parte da un musicista e musicologo svendutosi al mercato e alla malinconia di un matrimonio con un'attrice assente. La sua amante velleitaria e pseudo-intellettuale è l'unica consolazione, con lei s'accoppia e regge il moccolo a una vita sepolta. Finchè, in uno slancio poco convinto, si arrende a una richiesta accademica e parte per l'Amazzonia alla ricerca di certi arcaici strumenti musicali. E' con l'amante che parte, perché fra le nevrosi della città lei è la sua unica boccata d'ossigeno, ma non ci mette molto a capire che più ci si avvicina al cuore della foresta, più la donna si sente come un pesce fuor d'acqua, mondana e metropolitana com'è. Lui al contrario va rigenerandosi via via che il mondo degli uomini si fa più primitivo, tanto da perdere di vista i piccoli scopi dell'accademia e innamorarsi di un'indigena, di un amore appassionato quanto privo di fronzoli, tanto da salutare senza rimpianti l'amante, quando malata se ne torna a casa togliendo il disturbo. Ecco che risentirà l'arte pulsargli dentro come un'urgenza, ecco che comporrà un'opera unica, completamente folle e altrettanto geniale, ecco che tenterà di fondersi nella realtà di un remoto insediamento ed ecco, ahilui, che per ragioni turpi quanto ovvie sarà costretto a tornare al mondo evoluto (e già morto) da cui è partito. Ma dopo aver sistemato certe faccende, tenterà con tutte le sue forze di tornare nel cuore della foresta, nell'unico luogo in cui si sia mai sentito se stesso. Illusione? Questo striminzito riassunto senza sbocchi non dice ovviamente nulla della grandezza dell'opera, ne è a malapena l'ossatura, ma è chiaro che se ad averne fatto un romanzo fosse stata la penna sbagliata, ne sarebbe venuta fuori una poltiglia new-age, un idealizzante e didascalico ricettario del ritorno alla natura, e quello sì sarebbe stato sfiancante e insopportabile. Invece ci si è messo Carpentier, e se il risultato non è un capolavoro pochissimo ci manca.
Il cavaliere svedese
Fiaba nera e ribollente, magnifica.continue)
Un ladrone che arranca di metamorfosi in metamorfosi, un nobile disertore che a propria insaputa gli presta la vita, una banda di rapinatori di preti in fuga perpetua dal barone del malefizio, boschi, poderi e fornaci, profonde cicatrici, amuleti e fantasmi. Oltre ... (
Fiaba nera e ribollente, magnifica.
Un ladrone che arranca di metamorfosi in metamorfosi, un nobile disertore che a propria insaputa gli presta la vita, una banda di rapinatori di preti in fuga perpetua dal barone del malefizio, boschi, poderi e fornaci, profonde cicatrici, amuleti e fantasmi. Oltre che dio e il diavolo, naturalmente. Di Perutz già la lettura di Tempo di spettri mi aveva detto bene, ma qui l'autore si trasfigura in un maturo narratore di sortilegi, con una scrittura che esala vapori sulfurei ma non ammazza, ingrassa.