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Rododaktulos Eos, Aurora-dita-di-rosa, benevola, ha illuminato il mattino (carezze di sguardi), e il soffio potente del gran fiume Okeanos ha sospinto la nave. Odisseo re di Itaca, sazio di stragi e di storia, ha indicato la rotta: oltre le colonne della non-conoscenza, fin là dove si cullano i sog ... (
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Aug 16, 2012 |
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El criticón
El Criticón, 1651-1657.
Il più importante romanzo del Siglo de Oro, dopo il Quijote; in Italia, sconosciuto, o quasi: alcune rare traduzioni (sempre parziali, antologiche) e due sole traduzioni integrali:
- Il Criticon ouero Regole della vita politica morale di don Lorenzo Gracian ... (continue)
El Criticón, 1651-1657.
Il più importante romanzo del Siglo de Oro, dopo il Quijote; in Italia, sconosciuto, o quasi: alcune rare traduzioni (sempre parziali, antologiche) e due sole traduzioni integrali:
- Il Criticon ouero Regole della vita politica morale di don Lorenzo Gracian. Tradotte dallo spagnuolo in italiano da Gio. Pietro Cattaneo. Diuisa in tre parti; La prima la primauera della fanciulezza. La seconda l'estate della giouentu. La terza l'inuerno della vecchiezza, Venetia : appresso Nicolo Pezzana, 1685 (prima edizione italiana; numerose riedizioni settecentesche; una “franca” e coraggiosa traduzione, con perdite, semplificazioni, omissioni e censure, inevitabilmente; è disponibile in visualizzazione completa su Google books;
- Il Criticone : l'uomo svelato, traduzione, introduzione e note di Elso Simone Serpentini, Teramo, Artemia, 2008 (seconda edizione italiana, che non conosco).
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Entrada del Mundo, I, “crisis quinta”, p.113 (Firenze, dicembre 2006; forzature e perdite).
“Subdola, se non proprio falsa, fu la natura con l’uomo quando lo mise al mondo, perché fece in modo che vi entrasse senza alcun genere di conoscenza, sottraendogli alla vista ogni riparo: chi inizia a vivere, infatti, è un cieco che si muove a tentoni, inconsapevole della sua esistenza e ignorante del suo significato. Quando nasce, l’uomo è un marmocchio, un poppante avido di tutto: con un gingillo da niente si riesce a zittire e con un balocco qualunque si può accontentare. Quello in cui la natura lo introduce sembra un regno di felicità e, invece, è un carcere di disgrazie nel quale l’uomo - anche quando riesce, infine, a aprire gli occhi dell’animo intuendo l’inganno - si ritrova invischiato per sempre, sprofondato nello stesso fango con cui fu plasmato. E cosa mai potrebbe fare di diverso se non calpestarlo, trascinandocisi dentro, per cercare di venirne fuori in qualche modo? Sono convinto che senza questo artifizio universale nessuno vorrebbe entrare in un mondo ingannatore e in pochi, dopo, accetterebbero la vita se, prima, ne avessero piena conoscenza. Chi mai, infatti, consapevolmente, vorrebbe metter piede in un regno di menzogna, un vero e proprio carcere, per ritrovarsi a soffrire pene tanto numerose e varie? Quelle del corpo: fame, sete, freddo, caldo, stanchezza, nudità, dolori, malattie; quelle dell’animo: inganni, persecuzioni, invidie, spregi, disonori, affanni, tristezze, timori, ire, disperazioni; per poi giungere al termine, condannato a una morte miserevole e alla perdita di ogni cosa: casa, terreni, beni, onori, amici, parenti, fratelli, padri e la vita stessa, il bene sommamente amato. Saggia fu la natura in ciò che fece, e ignorante, invece, fu l’uomo che accettò. Perché soltanto chi ti ignora, o vita, può stimarti; ché se ti conoscesse, invece, chiederebbe di trapassare subito dalla culla all’urna, dal talamo al tumulo. Presagio universale di disgrazie è il pianto del neonato e, anche se qualcuno - più fortunato - nascendo, cade in piedi, triste possesso prende per se stesso; e il canto con cui quest’uomo-re si affaccia al mondo altro non è che il pianto, segno che il suo regno sarà di sole pene. Perché, che vita può esser mai quella che inizia fra le grida della madre che la dà e i pianti del figlio che la riceve? In verità, anche se privo di conoscenza, l’uomo sa presagire i mali suoi: non riesce a concepirli ma, almeno, li indovina”.
[«Après le malheur de naître, je n’en connais pas de plus grand que de donner le jour à un homme» (Fr.-R. de Chateaubriand, Mémoires d’outre-tombe, II, 3, t. I, p. 171).]
Reforma universal, II, “crisis primera”, p. 288 (Firenze, dicembre 2006; altissima letteratura: ritmo musicale, meraviglioso; perdite numerose e inevitabili).
“Con buona ragione argomentava chi paragonava la vita dell’uomo allo scorrer dell’acqua, poiché tutti moriamo e come acqua ci andiamo disperdendo. Fonte ridente è l’infanzia, e nasce da sabbie fini - ché dalle polveri del niente si plasmano i fanghi del corpo; zampilla chiara e schietta, ridendo quando non mormora, confusa; ribolle in anfore di vento mulinanti, si ninna in nicchie di bizze e si circonda intorno di fasce verdeggianti. Ma ecco che già la giovinezza si precipita in torrente impetuoso: corre, salta, avanza e irrompe, inciampando fra le rocce, azzuffandosi coi fiori, e schiuma e s’intorbida, furiosa. Si acquieta, ormai fiume, giunta l’età virile: scorre profonda e taciturna, solennemente incede, segreta di silenzi; si espande ovunque, greve; rende fertili i campi e forti le città, arricchisce le province, utile in tutto. Ma, ahimè! Ecco che sfocia, infine, nel mare amaro di vecchiaia, abisso d’infermità, stilla di gotta che non manca mai; lì ciascun rio perde il suo brio, il suo nome ridente ed ogni sua dolcezza. Va alla deriva il vascello ormai tarlato, facendo acqua da ogni parte, e rischia il naufragio ogni momento, sfasciato da burrasche dirompenti; fin quando, infine, s’inabissa, dolore provando e ancora altrui dolore suscitando, nel fondo di un sepolcro, restando incagliato in un perpetuo oblio”.