La scelta della prima persona non è casuale: Bennett ci mette, per così dire, la faccia, anzi anche il nome e cognome per avvertire il lettore di quali siano le finalità del testo. La storia della presunta Miss Shepherd (nel senso che scopriremo non essere la sua vera identità) si presenta come il d
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La scelta della prima persona non è casuale: Bennett ci mette, per così dire, la faccia, anzi anche il nome e cognome per avvertire il lettore di quali siano le finalità del testo. La storia della presunta Miss Shepherd (nel senso che scopriremo non essere la sua vera identità) si presenta come il diario del suo ospite involontario, colui che quasi per forza o per inettitudine dapprima la soccorrerà e poi la ospiterà nel suo giardino insieme con il suo furgone – ostello in cui si svolge la sua vita di barbona. Messa da parte la sottile ironia nella quale è un maestro, Bennett lascia parlare i fatti, o meglio la sua protagonista, dipingendola per quello che è e per quello che dice. L’ironia è nelle cose e non c’è bisogno di evocarla o costruirla con artifici letterari. Tuttavia è inevitabile che la vita abbia tempi ineliminabili, di modo che la componente comica vira al tragico, sia pure con un pudore che trattiene la pietas del narratore e del lettore. Libro più malinconico di quel che ci aspetti, rivela una tonalità più scura di Bennett.
A una prima lettura sembrerebbe un po’ forzata, se non addirittura ingannevole, la foto in copertina che richiama lo stupendo “In the mood for love”. Ma facendo poi un po’ di ricerche in rete si scopre che il rapporto tra la narrativa di Liu Yichang e l’universo cinematografico di Wong Kar-wai è dic
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A una prima lettura sembrerebbe un po’ forzata, se non addirittura ingannevole, la foto in copertina che richiama lo stupendo “In the mood for love”. Ma facendo poi un po’ di ricerche in rete si scopre che il rapporto tra la narrativa di Liu Yichang e l’universo cinematografico di Wong Kar-wai è dichiarato da molti commentatori e non un’invenzione da marketing. In realtà, al centro della storia – pubblicata originariamente nel 1972 – c’è la vita metropolitana di Hong Kong. I due protagonisti sono speculari e in un certo senso complementari, almeno nel modo che il titolo della versione francese suggerisce. Un signore che ha superato la mezza età e vive di ricordi da una parte, una ragazza ancora giovanissima che vive di fantasie (alimentate dal cinema). I loro destini scorrono vicini e paralleli, senza però mai incontrarsi, salvo che una volta nell’oscurità di una sala cinematografica, nella quale l’uno individua l’altro, ma con una reazione diametralmente opposta. A suo agio più con la poetica della nostalgia che del “pensiero desiderate”, l’autore ci trasporta in un viaggio narrativo in apparenza ondivago e dispersivo, ma invece costruito con abili incastri e profonda maestria nel sondare tanto l’animo umano quanto il paesaggio urbano.
Non vi è dubbio che “il romanzo di Ferrara” appare – sia pure a posteriori – come il titolo più appropriato per comporre in un’opera il ciclo di testi cui Bassani lavorò a lungo negli anni. La città emiliana è infatti la protagonista nonché il centro dell’universo narrativo cui l’autore dà vita. L’a
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Non vi è dubbio che “il romanzo di Ferrara” appare – sia pure a posteriori – come il titolo più appropriato per comporre in un’opera il ciclo di testi cui Bassani lavorò a lungo negli anni. La città emiliana è infatti la protagonista nonché il centro dell’universo narrativo cui l’autore dà vita. L’asse cronologico lambisce la fine del XIX secolo, mentre le storie ruotano soprattutto intorno al ventennio fascista e la seconda guerra mondiale, o meglio ancora intorno al biennio 43-45. Sembrerebbe un impianto narrativo tradizionale, ma se lo si osserva da vicino, si scoprono molti elementi dissonanti, del tutto in linea con la crisi del romanzo esplosa a cavallo degli anni Sessanta del Novecento: il narratore onnisciente non esprime affatto l’epos popolare, semmai un punto si vista spesso parodistico della mentalità provinciale – molto meglio quando l’autore usa una prima persona autobiografica o pseudo-autobiografica; i ritratti, pur quando mettono in scena personaggi illustri, non hanno nulla di iperletterario, né tanto meno agiografico; spesso il tempo narrativo è sconvolto da clamorose prolessi e altrettanto sorprendenti interruzioni dello sviluppo diegetico; la nota più congeniale a Bassani si rivela il basso continuo degli squarci paesaggistici e degli episodi minori. Si potrebbero aggiungere altre prove per confutare l’accusa della neoavanguardia che vide in lui un “Liala del neorealismo”. A distanza di anni, perlomeno, Eco ha ritrattato l’accusa. Ciò nondimeno resta l’impressione che si ricava a mezzo secolo e più dalla prima edizione, è quella di un’irriducibile distanza temporale tra il lettore di oggi e il mondo rappresentato.
Tra la fine degli anni 60 e la prima metà dei 70 Villaggio si conquistò una meritata fama tra televisione, cinema e letteratura. A lui si deve la creazione di personaggi presto trasformati in maschere dell’italiano contemporaneo. Fracchia e Fantozzi scavalcano le opere delle quali sono stati protago
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Tra la fine degli anni 60 e la prima metà dei 70 Villaggio si conquistò una meritata fama tra televisione, cinema e letteratura. A lui si deve la creazione di personaggi presto trasformati in maschere dell’italiano contemporaneo. Fracchia e Fantozzi scavalcano le opere delle quali sono stati protagonisti e sono assurti a tipi umani non diversamente dalla categoria a suo tempo elaborata da Lukács. Ciò detto e riconosciuto, bisogna aggiungere che da tempo la vena dell’autore e dell’attore si è esaurita e sopravvive in forma di comparsata più o meno trasgressiva. Questo suo testo del 2010 non diverte, né parodizza la realtà di oggi più di tanto e anzi suscita un po’ di tristezza pensando a quali esiti avrebbe potuto approdare l’invenzione narrativa di un Villaggio d’altri tempi. Qui nella migliore ipotesi si assiste all’ennesima replica delle gag linguistiche usate e abusate, come per esempio la strage dei congiuntivi, nonché all’iterazione di sempre lo stesso meccanismo comico: l’iperbole, il grottesco, il kitsch in formato demenziale. Perfino le trovate da grand guignol e l'escalation macabra della rappresentazione non convincono e appaiono semplicemente come la più facile delle scorciatoie per un autore ormai a corto di ispirazione.
Crescere con una madre malata di SM e ostinatamente ignorarla
Diviso in tre parti corrispondenti a tre età della protagonista, nonché narratrice, il testo parte con l’infanzia, prosegue con l’adolescenza e termina con una giovinezza già rivolta alla maturità. Sembrerebbe dunque l’itinerario tipico del Bildungsroman, o meglio quello dell’iniziazione, dal moment
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Diviso in tre parti corrispondenti a tre età della protagonista, nonché narratrice, il testo parte con l’infanzia, prosegue con l’adolescenza e termina con una giovinezza già rivolta alla maturità. Sembrerebbe dunque l’itinerario tipico del Bildungsroman, o meglio quello dell’iniziazione, dal momento che la storia approda al compimento della vocazione teatrale di Virginia. La coincidenza del nome non è l’unica tra autore e personaggio, bensì si aggiunge a una pari età, un’identica origine geografica (Spoleto) e un’analoga carriera di drammaturga. Siamo dunque nel campo dell’autobiografia ovvero dell’autofiction? Probabile. Certo è che l’esperienza teatrale dell’autrice si rileva nell’abilità con la quale sono costruiti i dialoghi, capaci di svolgersi in linguaggi diversi (dal dialetto umbro all’americano) e su differenti registri (dall’assurdo al comico). Sullo sfondo, ma molto sullo sfondo, c’è la vicenda della madre della protagonista, malata di sclerosi multipla, della quale si segue – a grandi intervalli – l’evoluzione, dall’inabilità all’infermità. Adottando la prima persona, il libro illustra il punto di vista degli altri – i familiari – davanti alla lenta ma ineluttabile discesa del malato. Da questo punto di vista, il libro ha il valore di un documento autentico, poiché indirettamente e forse anche involontariamente mette a fuoco il dramma che si compie in chi è affetto dalla SM: l’isolamento in cui precipita la condizione di vita del malato non dipende soltanto dalla sua crescente disabilità, ma soprattutto dall’atteggiamento di coloro che gli vivono accanto, per i quali finisce per rappresentare solo un peso del quale sarebbe meglio disfarsi. Un po’ alla volta vengono meno i connotati di ogni rapporto parentale e umano, finanche l’identità del soggetto – non a caso qui quasi mai evocato per nome o più propriamente come “madre” o “mamma”, ma più prosaicamente con il cognome come se fosse un estraneo o peggio ancora un intruso nell’ambiente familiare. La narratrice non sa di che cosa soffre la madre finché è una bambina, e poi rifiuta la malattia come tale e i suoi più penosi sintomi una volta che è diventata adolescente. È tutta presa da sé stessa, dai suoi problemi e a un certo punto dai suoi progetti di vita (vedi la narrazione del soggiorno newyorkese) verso cui la madre risulta – nella migliore delle ipotesi – un intralcio. A un certo punto la sua voce è affidata alla cartella clinica che la figlia legge con sorpresa, come se finalmente capisse come stessero le cose. E non parliamo del disgusto e dell’assenza di pietas nei confronti delle manifestazioni più penose dell’invalidità. Se non ci fosse la badante albanese o l’istituto neurologico, non saprebbe come fare – visto che non può e non vuole occuparsene. La vicenda è agghiacciante, ma è altresì molto verosimile e tutto ciò avrebbe potuto fornire il materiale di un vero e proprio teatro della crudeltà. Al contrario, la superficialità voluta della narratrice coincide proprio con i limiti espressivi dell’autore. Risultato finale: un’occasione mancata, un racconto irritante, un documento da menzionare a proposito della irrappresentabilità del male di vivere nella sua forma più vicina al grado zero della letteratura.
La signora nel furgone
La scelta della prima persona non è casuale: Bennett ci mette, per così dire, la faccia, anzi anche il nome e cognome per avvertire il lettore di quali siano le finalità del testo. La storia della presunta Miss Shepherd (nel senso che scopriremo non essere la sua vera identità) si presenta come il d ... (continue)
La scelta della prima persona non è casuale: Bennett ci mette, per così dire, la faccia, anzi anche il nome e cognome per avvertire il lettore di quali siano le finalità del testo. La storia della presunta Miss Shepherd (nel senso che scopriremo non essere la sua vera identità) si presenta come il diario del suo ospite involontario, colui che quasi per forza o per inettitudine dapprima la soccorrerà e poi la ospiterà nel suo giardino insieme con il suo furgone – ostello in cui si svolge la sua vita di barbona.
Messa da parte la sottile ironia nella quale è un maestro, Bennett lascia parlare i fatti, o meglio la sua protagonista, dipingendola per quello che è e per quello che dice. L’ironia è nelle cose e non c’è bisogno di evocarla o costruirla con artifici letterari.
Tuttavia è inevitabile che la vita abbia tempi ineliminabili, di modo che la componente comica vira al tragico, sia pure con un pudore che trattiene la pietas del narratore e del lettore.
Libro più malinconico di quel che ci aspetti, rivela una tonalità più scura di Bennett.
Tête-bêche
A una prima lettura sembrerebbe un po’ forzata, se non addirittura ingannevole, la foto in copertina che richiama lo stupendo “In the mood for love”. Ma facendo poi un po’ di ricerche in rete si scopre che il rapporto tra la narrativa di Liu Yichang e l’universo cinematografico di Wong Kar-wai è dic ... (continue)
A una prima lettura sembrerebbe un po’ forzata, se non addirittura ingannevole, la foto in copertina che richiama lo stupendo “In the mood for love”. Ma facendo poi un po’ di ricerche in rete si scopre che il rapporto tra la narrativa di Liu Yichang e l’universo cinematografico di Wong Kar-wai è dichiarato da molti commentatori e non un’invenzione da marketing.
In realtà, al centro della storia – pubblicata originariamente nel 1972 – c’è la vita metropolitana di Hong Kong. I due protagonisti sono speculari e in un certo senso complementari, almeno nel modo che il titolo della versione francese suggerisce. Un signore che ha superato la mezza età e vive di ricordi da una parte, una ragazza ancora giovanissima che vive di fantasie (alimentate dal cinema). I loro destini scorrono vicini e paralleli, senza però mai incontrarsi, salvo che una volta nell’oscurità di una sala cinematografica, nella quale l’uno individua l’altro, ma con una reazione diametralmente opposta. A suo agio più con la poetica della nostalgia che del “pensiero desiderate”, l’autore ci trasporta in un viaggio narrativo in apparenza ondivago e dispersivo, ma invece costruito con abili incastri e profonda maestria nel sondare tanto l’animo umano quanto il paesaggio urbano.
Cinque storie ferraresi. Dentro le mura
Non vi è dubbio che “il romanzo di Ferrara” appare – sia pure a posteriori – come il titolo più appropriato per comporre in un’opera il ciclo di testi cui Bassani lavorò a lungo negli anni. La città emiliana è infatti la protagonista nonché il centro dell’universo narrativo cui l’autore dà vita. L’a ... (continue)
Non vi è dubbio che “il romanzo di Ferrara” appare – sia pure a posteriori – come il titolo più appropriato per comporre in un’opera il ciclo di testi cui Bassani lavorò a lungo negli anni. La città emiliana è infatti la protagonista nonché il centro dell’universo narrativo cui l’autore dà vita. L’asse cronologico lambisce la fine del XIX secolo, mentre le storie ruotano soprattutto intorno al ventennio fascista e la seconda guerra mondiale, o meglio ancora intorno al biennio 43-45. Sembrerebbe un impianto narrativo tradizionale, ma se lo si osserva da vicino, si scoprono molti elementi dissonanti, del tutto in linea con la crisi del romanzo esplosa a cavallo degli anni Sessanta del Novecento: il narratore onnisciente non esprime affatto l’epos popolare, semmai un punto si vista spesso parodistico della mentalità provinciale – molto meglio quando l’autore usa una prima persona autobiografica o pseudo-autobiografica; i ritratti, pur quando mettono in scena personaggi illustri, non hanno nulla di iperletterario, né tanto meno agiografico; spesso il tempo narrativo è sconvolto da clamorose prolessi e altrettanto sorprendenti interruzioni dello sviluppo diegetico; la nota più congeniale a Bassani si rivela il basso continuo degli squarci paesaggistici e degli episodi minori. Si potrebbero aggiungere altre prove per confutare l’accusa della neoavanguardia che vide in lui un “Liala del neorealismo”. A distanza di anni, perlomeno, Eco ha ritrattato l’accusa. Ciò nondimeno resta l’impressione che si ricava a mezzo secolo e più dalla prima edizione, è quella di un’irriducibile distanza temporale tra il lettore di oggi e il mondo rappresentato.
Crociera lo cost
Tra la fine degli anni 60 e la prima metà dei 70 Villaggio si conquistò una meritata fama tra televisione, cinema e letteratura. A lui si deve la creazione di personaggi presto trasformati in maschere dell’italiano contemporaneo. Fracchia e Fantozzi scavalcano le opere delle quali sono stati protago ... (continue)
Tra la fine degli anni 60 e la prima metà dei 70 Villaggio si conquistò una meritata fama tra televisione, cinema e letteratura. A lui si deve la creazione di personaggi presto trasformati in maschere dell’italiano contemporaneo. Fracchia e Fantozzi scavalcano le opere delle quali sono stati protagonisti e sono assurti a tipi umani non diversamente dalla categoria a suo tempo elaborata da Lukács.
Ciò detto e riconosciuto, bisogna aggiungere che da tempo la vena dell’autore e dell’attore si è esaurita e sopravvive in forma di comparsata più o meno trasgressiva.
Questo suo testo del 2010 non diverte, né parodizza la realtà di oggi più di tanto e anzi suscita un po’ di tristezza pensando a quali esiti avrebbe potuto approdare l’invenzione narrativa di un Villaggio d’altri tempi. Qui nella migliore ipotesi si assiste all’ennesima replica delle gag linguistiche usate e abusate, come per esempio la strage dei congiuntivi, nonché all’iterazione di sempre lo stesso meccanismo comico: l’iperbole, il grottesco, il kitsch in formato demenziale.
Perfino le trovate da grand guignol e l'escalation macabra della rappresentazione non convincono e appaiono semplicemente come la più facile delle scorciatoie per un autore ormai a corto di ispirazione.
Le ossa del Gabibbo
Diviso in tre parti corrispondenti a tre età della protagonista, nonché narratrice, il testo parte con l’infanzia, prosegue con l’adolescenza e termina con una giovinezza già rivolta alla maturità. Sembrerebbe dunque l’itinerario tipico del Bildungsroman, o meglio quello dell’iniziazione, dal moment ... (continue)
Diviso in tre parti corrispondenti a tre età della protagonista, nonché narratrice, il testo parte con l’infanzia, prosegue con l’adolescenza e termina con una giovinezza già rivolta alla maturità. Sembrerebbe dunque l’itinerario tipico del Bildungsroman, o meglio quello dell’iniziazione, dal momento che la storia approda al compimento della vocazione teatrale di Virginia. La coincidenza del nome non è l’unica tra autore e personaggio, bensì si aggiunge a una pari età, un’identica origine geografica (Spoleto) e un’analoga carriera di drammaturga. Siamo dunque nel campo dell’autobiografia ovvero dell’autofiction? Probabile.
Certo è che l’esperienza teatrale dell’autrice si rileva nell’abilità con la quale sono costruiti i dialoghi, capaci di svolgersi in linguaggi diversi (dal dialetto umbro all’americano) e su differenti registri (dall’assurdo al comico).
Sullo sfondo, ma molto sullo sfondo, c’è la vicenda della madre della protagonista, malata di sclerosi multipla, della quale si segue – a grandi intervalli – l’evoluzione, dall’inabilità all’infermità.
Adottando la prima persona, il libro illustra il punto di vista degli altri – i familiari – davanti alla lenta ma ineluttabile discesa del malato. Da questo punto di vista, il libro ha il valore di un documento autentico, poiché indirettamente e forse anche involontariamente mette a fuoco il dramma che si compie in chi è affetto dalla SM: l’isolamento in cui precipita la condizione di vita del malato non dipende soltanto dalla sua crescente disabilità, ma soprattutto dall’atteggiamento di coloro che gli vivono accanto, per i quali finisce per rappresentare solo un peso del quale sarebbe meglio disfarsi. Un po’ alla volta vengono meno i connotati di ogni rapporto parentale e umano, finanche l’identità del soggetto – non a caso qui quasi mai evocato per nome o più propriamente come “madre” o “mamma”, ma più prosaicamente con il cognome come se fosse un estraneo o peggio ancora un intruso nell’ambiente familiare. La narratrice non sa di che cosa soffre la madre finché è una bambina, e poi rifiuta la malattia come tale e i suoi più penosi sintomi una volta che è diventata adolescente. È tutta presa da sé stessa, dai suoi problemi e a un certo punto dai suoi progetti di vita (vedi la narrazione del soggiorno newyorkese) verso cui la madre risulta – nella migliore delle ipotesi – un intralcio. A un certo punto la sua voce è affidata alla cartella clinica che la figlia legge con sorpresa, come se finalmente capisse come stessero le cose. E non parliamo del disgusto e dell’assenza di pietas nei confronti delle manifestazioni più penose dell’invalidità. Se non ci fosse la badante albanese o l’istituto neurologico, non saprebbe come fare – visto che non può e non vuole occuparsene.
La vicenda è agghiacciante, ma è altresì molto verosimile e tutto ciò avrebbe potuto fornire il materiale di un vero e proprio teatro della crudeltà. Al contrario, la superficialità voluta della narratrice coincide proprio con i limiti espressivi dell’autore. Risultato finale: un’occasione mancata, un racconto irritante, un documento da menzionare a proposito della irrappresentabilità del male di vivere nella sua forma più vicina al grado zero della letteratura.