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Feb 14, 2013 |
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Guerre umanitarie
La questione dei conflitti umanitari non è un problema moderno, è sempre esistita. Il dibattito sulla liceità dell’interventismo militare a carattere umanitario tiene banco da oltre mezzo secolo, tanto da aver modificato sostanzialmente sia i criteri di innesco dell’intervento, sia l’apparato propag ... (continue)
La questione dei conflitti umanitari non è un problema moderno, è sempre esistita. Il dibattito sulla liceità dell’interventismo militare a carattere umanitario tiene banco da oltre mezzo secolo, tanto da aver modificato sostanzialmente sia i criteri di innesco dell’intervento, sia l’apparato propagandistico a supporto dell’azione, che le stesse regole di ingaggio e le strategie di uscita e ritiro dal conflitto.
Forte di una ricca bibliografia e di un notevole impianto di note, Guerre umanitarie è un saggio di Carlo Jean, generale dell’esercito italiano ed esperto di geopolitica, scritto con Germano Dottori, docente di Studi strategici presso la Luiss-Guido Carli, edito da Dalai editore. Opera lucida e disincantata, con uno stile asciutto – il cui intento pedagogico, in qualche punto, ne rende farraginosa l’esposizione – che rappresenta lo stato dell’arte della politica umanitaria internazionale con tutti i suoi limiti e rischi.
Si parte dal problema di dover giustificare un conflitto – che deve peraltro seguire una logica non lontana da quella di Sun Tzu, che semplicizzo brutalmente, dell’ ‘evitare la guerra e intraprenderla solo se si è certi di vincerla’ - in cui la retorica è del tutto comprensibile per mascherare i motivi meno confessabili per cui si prendono certe decisioni. Ogni intervento umanitario è subordinato a motivi politici e, anzi, è divenuto strumento perfetto per le ingerenze dei Paesi che vogliono ribadire il proprio peso sul piano internazionale e mantenere la loro leadership in certe aree del mondo (come nel caso della Francia in Libia nel 2011, che ha preferito agire anche a dispetto dell’indecisione tedesca, impressione alimentata dal ritiro della Nato subito dopo la morte di Gheddafi, a conferma del carattere di guerra contro un regime più che umanitaria).
L’interventismo diventa così, in alcuni casi, un espediente, tant’è che si applica solo nei confronti di Paesi deboli ai margini del sistema internazionale, se nessuna grande potenza è disposta a proteggerli e se conviene ad un certo numero di Paesi intervenire. Emblematica è la differente reazione della comunità internazionale ai casi di Libia e Siria. Così come vincere sul piano militare non basta se non si fa altrettanto sul piano mediatico; come nel caso di Abkhazia e Ossezia, che rivendicano l’indipendenza nei confronti della Georgia, e nel 2008 sono state oggetto di un conflitto tra il governo di Tbilisi e quello di Mosca, con vittoria di quest’ultimo, senza però riuscire ad ottenere il riconoscimento internazionale nonostante i numerosi punti di contatto con la vicenda Kosovo.
È il consenso dell’opinione pubblica la molla che fa scattare o meno un’azione umanitaria. Di questo non hanno tenuto conto Milošević e Gheddafi puntando, con diverse strategie, ad ostentare la propria supremazia e a creare un’emergenza umanitaria, paventando anche il pericolo di ritorsioni feroci contro gli insorti. Ma in questi conflitti è il vittimismo che paga, il debole si identifica col giusto, anche se, una volta vincitore, si trasforma in carnefice. Così il conflitto si nutre di asimmetrie: forze regolari-irregolari, deboli-forti, oppressi-oppressori. E il diritto-dovere di ingerenza umanitaria finisce per favorire la nascita di nuovi conflitti, per la speranza degli insorti in un intervento esterno (cosa non possibile se si insorge contro Stati forti come nei casi di Cecenia e Tibet) cercando di impressionare l’opinione pubblica mondiale con cifre irrealistiche e in qualche caso con falsi creati ad arte (come in Bosnia o in Ruanda).
Ma questa democratizzazione della guerra lega le mani a Nato e Onu che non possono intervenire energicamente e rischiano di finire in imboscate disastrose, come nel caso della Somalia quando i caschi blu per difendersi aprirono il fuoco sulla folla determinando il fallimento di tutta l’operazione. La reazione, caratterizzata da un massiccio uso della forza, fece emergere tutta l’incongruenza di un conflitto umanitario che è pur sempre una guerra, ma che l’opinione pubblica vorrebbe a zero costi e zero vittime. E proprio la ricerca del consenso vincola i governi a non poter risolvere con la forza i conflitti, a cui sono stati spinti a partecipare, per poi venir accusati di azioni interminabili da parte dell’opinione pubblica stanca di interventi lunghi e dispendiosi, una volta esaurita la carica emotiva umanitaria, proprio quando una logica di ricostruzione fa emergere tutta la gravità della situazione.
Né, d’altro canto, è possibile intavolare una qualsiasi mediazione contro chi è stato fino a quel punto dipinto come incarnazione del male assoluto (cosa che non permette agli Stati Uniti di concludere un accordo, già abbozzato, col regime talebano, che darebbe un colpo micidiale alla credibilità delle missioni umanitarie), tanto più che lo strumento della Corte Penale Internazionale non è un deterrente, ma mette spalle al muro i responsabili delle crisi, costretti a combattere fino alla morte. Ma il rischio di impasse può provocare danni ancora più rilevanti come la crisi africana del ’94 che partendo dal genocidio dei tutsi da parte degli hutu, per reazione all’omicidio del presidente ruandese Habyarimana (tutt’oggi non è chiaro chi abbia lanciato il missile che ha colpito l’aereo del presidente), gestita male dagli organi internazionali per le diverse vedute e aspirazioni di Francia e USA, ha portato a quella che può essere considerata come una guerra mondiale africana per Paesi partecipanti (Zaire, Ruanda, Uganda) e morti (oltre 800mila), conflitto di cui non si conoscono ancora le dinamiche e le effettive responsabilità.
La ricetta proposta da Carlo Jean per far fronte a crisi umanitarie internazionali è quella del realismo etico: fare in modo di seguire i principi senza farli divergere dagli interessi, perché “non esiste una tutela armata dei diritti umani che prescinda dalla politica” e pertanto diventa inevitabile uno stravolgimento dell’azione umanitaria. Come suggerisce prontamente l’autore, dopo la Guerra Fredda, è venuto meno il principio westfaliano dell’autorità sovrana di un governo sul proprio suolo, sostituito dalla Responsability to Protect, R2P, ratificata dalla Nato nel 2005, ma i modi, i tempi e soprattutto i luoghi di intervento sono ancora soggetti a logiche politiche nebulose che non sanno rispondere in maniera decisa e coerente alle tragedie che si affacciano sulla scena mondiale.