Dopo la lettura di un paio di capitoli è chiaro il filone di letteratura su cui si basano i contributi del libro, definibile genericamente come post-moderno (come Sokal e Bricmont ritengo ci sia poco da litigare sui significati da attribuire a tale termine, identificandolo sostanzialmente con quei f
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Dopo la lettura di un paio di capitoli è chiaro il filone di letteratura su cui si basano i contributi del libro, definibile genericamente come post-moderno (come Sokal e Bricmont ritengo ci sia poco da litigare sui significati da attribuire a tale termine, identificandolo sostanzialmente con quei filoni di studio che rigettano la validità di una o più varianti del metodo scientifico applicato alle scienze sociali). Non stupisce quindi la pressochè totale mancanza di analiticità dei contenuti (per non parlare di una qualche analisi sistematica del contenuto empirico): nei capitoli, al solito, si intrecciano ipotesi, argomenti empirici, argomenti logici, aneddoti, sensazioni formando un quadro poco più che impressionistico. Numi tutelari del progetto sono i variamente citati Giddens, Bauman, Beck, Pizzorno, Habermas, Foucault e Taylor, mentre l'intreccio è cadenzato dall'utilizzo ripetuto delle abusate parole chiave attualmente di moda come ibridazione, permeabilità, genere, identità, corporeità, glocale, agency, etc... (a quanto pare la letteratura in questione ritiene che un neologismo, una metafora o una metonimia valgano quanto cento spiegazioni, in quanto oltre a tale esercizio di fantasia letteraria pare non vi sia un qualsivoglia intento esplicativo in senso "classico"). Ad esempio Petò può raggiungere l'orgasmo affermando "furono così messe in discussione le assunzioni basilari della scienza post positivista, così come risultò chiaro che la conoscenza è sempre situata e contestualizzata", o, ricorrendo a clichè più rodati, dicendo "il lavoro sulla memoria si è dunque rivelato il più potente elemento di transizione, capace di costruire uno spazio per nuove forme narrative delle soggettività". Come di solito accade i contributori italiani riescono a portare una ulteriore tonalità di pochezza. Daniela Belliti cerca di mettere in piedi un quadro esplicativo della "violenza identitaria", partendo dal fallimento esplicativo degli "schemi mutuati dalla teoria economica" nei confronti dei conflitti politici, etnici o religiosi (la Belliti e i suoi meglio noti colleghi, oltre a non argomentare in alcun modo tale presunto fallimento, evidentemente non hanno ancora capito che negli approcci rational choice "interesse" significa "preferenza" e può includere di tutto, e non è pertanto sinonimo di "I need cash"). In uno schema in cui risulta difficile cogliere le ipotesi e addirittura l'argomentazione (in forma "narrativa" per carità, come piace a loro) - per non parlare della spiegazione, contrapposta al fallimento del "modello economicista" - par di capire che lo scontro identitario sia generato fondamentalmente dalla globalizzazione, che nel suo "omogenizzare" darebbe spazio ai gruppi che vorrebbero invece "re-identificarsi". In pratica il genocidio Ruandese sarebbe un prodotto diretto della globalizzazione. Ci sfugge perchè, però, nei paesi effettivamente più "globalizzati" (l'occidente democratico avanzato, o come vi piace chiamarlo) di recente (nel post-WWII) di genocidi se ne siano visti ben pochi (e, di contro, nei paesi meno "globalizzati", come il Ruanda, qualcuno in più). Riguardo all'identità, poi, la Belliti si improvvisa psicologa sociale e, passando sopra a 50 anni di studi che considerano l'appartenenza a gruppi in competizione come caratteristica ineliminabile dell'azione umana (vuoi dal punto di vista identitario, vuoi da un più prosaico punto di vista utilitario), arriva ad affermare che "l'identità che conduce al conflitto violento deve contenere un elemento patologico anche nella dimensione dell'appartenenza". In conclusione niente di nuovo sotto al sole, si continua a viaggiare a velocità di crociera verso la scomparsa della sociologia dal novero delle scienze.
Ecco dove arriva la cultura "critica" di sinistra dopo quarant'anni di masturbazioni su Habermas e Foucault. Quando va bene a vuoti luoghi comuni, quando va male (per la maggior parte) al nulla più totale.
Update: piccola chicca della Hornby: "Gli psicologi parlano di creazione e conoscenza del Sè,
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Ecco dove arriva la cultura "critica" di sinistra dopo quarant'anni di masturbazioni su Habermas e Foucault. Quando va bene a vuoti luoghi comuni, quando va male (per la maggior parte) al nulla più totale.
Update: piccola chicca della Hornby: "Gli psicologi parlano di creazione e conoscenza del Sè, ma era stato Socrate a dirlo per primo: conosci te stesso".
Habermas non fa che tacciare di ideologia chiunque la pensi diversamente da lui, auto-comprendendo (as he obsessively puts it) detta vuota ciarla come "teoria critica" o "dialettica". Probabilmente il filosofo più sopravvalutato di tutto il '900.
In questo libro Crouch, in passato occupatosi quasi esclusivamente di relazioni industriali, prova a occuparsi di Tutto. Il risultato non è molto di più che un'opera di concettualizzazione, scarsamente connotata in senso teorico. L'analisi è soprattutto empirica, ma scarsamente approfondita (si lim
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In questo libro Crouch, in passato occupatosi quasi esclusivamente di relazioni industriali, prova a occuparsi di Tutto. Il risultato non è molto di più che un'opera di concettualizzazione, scarsamente connotata in senso teorico. L'analisi è soprattutto empirica, ma scarsamente approfondita (si limita la maggior parte delle volte a un descrittivismo statistico piuttosto aggregato o a studi di caso che, vista la vastità degli argomenti, possiamo solo sperare siano il meglio di un'ampia selezione e non i primi passati sotto mano). La rapida liquidazione di diversi argomenti complessi (religione, diseguaglianze, partecipazione, lavoro, erc...) in poche righe certo non lascia grande spazio a un'analisi granchè densa. E questo deriva principalmente dallo scopo del libro, velleitariamente teso a riproporre una qualche grand theory della società contemporanea ma inevitabilmente destinato a risolversi in una concettualizzazione un po' vaga dei tempi presenti e passati (le numerose citazioni di Giddens lasciano forse presumere una qualche influenza in tal senso). Un sentore di rischio di scivolamento nel funzionalismo coglie anche l'autore a una decina di pagine dalla fine, ma il tutto viene esorcizzato richiamando la "capacità strategica" degli attori analizzati nelle 500 pagine precedenti. Un po' poco in definitiva: come scriveva acutamente Goldthorpe notando una certa affinità tra l'ultimo Parsons e Giddens, "si costruiscono sistemi concettuali molto complessi che annunciano un'impresa teorica che non sembra iniziare mai". Non tutto è da buttare comunque. Un tentativo di mettere alla prova le teorie post-(moderne, industriali, fordiste) c'è: per quanto l'analisi sia aggregata e sbrigativa ce n'è abbastanza per rifiutare nel complesso i vari postismi in senso forte, e ripiegare semmai sulle visioni della modernità radicalizzata di Giddens e Beck. Purtroppo, però, le risposte di Crouch a tutte le altre domande (esiste una società europea? esiste una fase concettualizzabile come "compromesso di metà secolo"?) si risolvono in un magro "nì". La diversità istituzionale appare troppa per catalogare tutto sotto un unico cappello tipologico, e lo stesso autore se ne rende conto: esistono così "varianti" del compromesso sociale di metà secolo (in sostanza ricalcanti i regimi di welfare di Esping-Andersen), mentre la società europea esiste ma è a "geometria variabile" (a seconda che si analizzi la religione, lo stato sociale, il mercato del lavoro, etc...), e volendo astrarre al massimo corrisponde a quanto si differenzi dal capitalismo di stampo americano (qua sembra invece ripiegare sulla divisione CME-LME di Hall etc...). Viene quindi da interrogarsi sull'innovazione terminologico-concettuale di "compromesso sociale di metà secolo", perlomeno rispetto a quanto già scritto sulla "società fordista", o dell'introduzione del concetto di "liberalismo sociologico" in luogo dei più classici liberalismo e pluralismo (nota di colore: di recenti mi pare che il prof. Crouch abbia coniato il fondamentale termine "keynesismo privatizzato" per riferirsi al capitalismo pre-crisi finanziaria: con questo non si intende altro che quanto implicato da alcuni con la teoria del sottoconosumo; considerando il suo fastidio recentemente espresso per la proliferazione dei neo-istituzionalismi come moda intellettuale - che immaginiamo riguarderà anche il suo socio Streeck - fa sorridere notare l'estro profuso nel rinominare tante cose già note). Si chiude quindi con la profezia storica della convergenza prossima dei capitalismi verso il modello americano, tornando sul funzionalismo insito nello spiegare tutto con considerazioni di efficienza e globalizzazione (dimenticando, poco dopo averne accennato, la capacità strategica degli attori all'interno di sistemi istituzionali caratterizzati da incentivi differenti - tornando in modo più indiretto e sofisticato, come notato anche da Regini, sul tracciato delle teorie della convergenza e della modernizzazione). Era dunque necessario caricare sulle spalle di un solo studioso (occupatosi in passato di tutt'altro) una fatica tanto improba?
Peccato per l'introduzione di Aime. Non è difficile cogliere la patente contraddizione nel dire "il dono si nasconde nelle pieghe delle nostre azioni e non ci accorgiamo che molte di queste non sono affatto mosse da logiche utilitaristiche. Intendiamoci, non utilitaristiche non significa gratuite. I
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Peccato per l'introduzione di Aime. Non è difficile cogliere la patente contraddizione nel dire "il dono si nasconde nelle pieghe delle nostre azioni e non ci accorgiamo che molte di queste non sono affatto mosse da logiche utilitaristiche. Intendiamoci, non utilitaristiche non significa gratuite. Il dono non è mai gratuito". Mi sembra che l'allegra comunità degli antropologi (e di tanti sociologi) si opponga alla "logica utilitaristica" senza averne mai capito un acca, per semplice piglio ideologico o per ragioni politiche. Forse quando capiranno che "utilità" non è sinonimo di "guadagno monetario", e può tranquillamente comprendere (vedi Becker) solidarietà e creazione di obbligazioni (vedi Coleman), smetteranno di inventare "terze vie" e impianti concettuali del tutto congruenti con l'utilitarismo ma "moralizzati" togliendo quella brutta parola. Unitamente ad altre allegre baggianate sulla mancanza di credito\debito nelle strutture familiari dispiace, purtroppo, che sia accompagnata a un testo fondamentale come questo un'introduzione caratterizzata da tanta pochezza.
Violenza senza legge
Dopo la lettura di un paio di capitoli è chiaro il filone di letteratura su cui si basano i contributi del libro, definibile genericamente come post-moderno (come Sokal e Bricmont ritengo ci sia poco da litigare sui significati da attribuire a tale termine, identificandolo sostanzialmente con quei f ... (continue)
Dopo la lettura di un paio di capitoli è chiaro il filone di letteratura su cui si basano i contributi del libro, definibile genericamente come post-moderno (come Sokal e Bricmont ritengo ci sia poco da litigare sui significati da attribuire a tale termine, identificandolo sostanzialmente con quei filoni di studio che rigettano la validità di una o più varianti del metodo scientifico applicato alle scienze sociali). Non stupisce quindi la pressochè totale mancanza di analiticità dei contenuti (per non parlare di una qualche analisi sistematica del contenuto empirico): nei capitoli, al solito, si intrecciano ipotesi, argomenti empirici, argomenti logici, aneddoti, sensazioni formando un quadro poco più che impressionistico. Numi tutelari del progetto sono i variamente citati Giddens, Bauman, Beck, Pizzorno, Habermas, Foucault e Taylor, mentre l'intreccio è cadenzato dall'utilizzo ripetuto delle abusate parole chiave attualmente di moda come ibridazione, permeabilità, genere, identità, corporeità, glocale, agency, etc... (a quanto pare la letteratura in questione ritiene che un neologismo, una metafora o una metonimia valgano quanto cento spiegazioni, in quanto oltre a tale esercizio di fantasia letteraria pare non vi sia un qualsivoglia intento esplicativo in senso "classico"). Ad esempio Petò può raggiungere l'orgasmo affermando "furono così messe in discussione le assunzioni basilari della scienza post positivista, così come risultò chiaro che la conoscenza è sempre situata e contestualizzata", o, ricorrendo a clichè più rodati, dicendo "il lavoro sulla memoria si è dunque rivelato il più potente elemento di transizione, capace di costruire uno spazio per nuove forme narrative delle soggettività". Come di solito accade i contributori italiani riescono a portare una ulteriore tonalità di pochezza. Daniela Belliti cerca di mettere in piedi un quadro esplicativo della "violenza identitaria", partendo dal fallimento esplicativo degli "schemi mutuati dalla teoria economica" nei confronti dei conflitti politici, etnici o religiosi (la Belliti e i suoi meglio noti colleghi, oltre a non argomentare in alcun modo tale presunto fallimento, evidentemente non hanno ancora capito che negli approcci rational choice "interesse" significa "preferenza" e può includere di tutto, e non è pertanto sinonimo di "I need cash"). In uno schema in cui risulta difficile cogliere le ipotesi e addirittura l'argomentazione (in forma "narrativa" per carità, come piace a loro) - per non parlare della spiegazione, contrapposta al fallimento del "modello economicista" - par di capire che lo scontro identitario sia generato fondamentalmente dalla globalizzazione, che nel suo "omogenizzare" darebbe spazio ai gruppi che vorrebbero invece "re-identificarsi". In pratica il genocidio Ruandese sarebbe un prodotto diretto della globalizzazione. Ci sfugge perchè, però, nei paesi effettivamente più "globalizzati" (l'occidente democratico avanzato, o come vi piace chiamarlo) di recente (nel post-WWII) di genocidi se ne siano visti ben pochi (e, di contro, nei paesi meno "globalizzati", come il Ruanda, qualcuno in più). Riguardo all'identità, poi, la Belliti si improvvisa psicologa sociale e, passando sopra a 50 anni di studi che considerano l'appartenenza a gruppi in competizione come caratteristica ineliminabile dell'azione umana (vuoi dal punto di vista identitario, vuoi da un più prosaico punto di vista utilitario), arriva ad affermare che "l'identità che conduce al conflitto violento deve contenere un elemento patologico anche nella dimensione dell'appartenenza". In conclusione niente di nuovo sotto al sole, si continua a viaggiare a velocità di crociera verso la scomparsa della sociologia dal novero delle scienze.
Umanizzare l'umanitarismo?
Ecco dove arriva la cultura "critica" di sinistra dopo quarant'anni di masturbazioni su Habermas e Foucault. Quando va bene a vuoti luoghi comuni, quando va male (per la maggior parte) al nulla più totale.
Update: piccola chicca della Hornby: "Gli psicologi parlano di creazione e conoscenza del Sè, ... (continue)
Ecco dove arriva la cultura "critica" di sinistra dopo quarant'anni di masturbazioni su Habermas e Foucault. Quando va bene a vuoti luoghi comuni, quando va male (per la maggior parte) al nulla più totale.
Update: piccola chicca della Hornby: "Gli psicologi parlano di creazione e conoscenza del Sè, ma era stato Socrate a dirlo per primo: conosci te stesso".
Teoria e prassi nella società tecnologica
Habermas non fa che tacciare di ideologia chiunque la pensi diversamente da lui, auto-comprendendo (as he obsessively puts it) detta vuota ciarla come "teoria critica" o "dialettica".
Probabilmente il filosofo più sopravvalutato di tutto il '900.
Sociologia dell'Europa occidentale
In questo libro Crouch, in passato occupatosi quasi esclusivamente di relazioni industriali, prova a occuparsi di Tutto. Il risultato non è molto di più che un'opera di concettualizzazione, scarsamente connotata in senso teorico. L'analisi è soprattutto empirica, ma scarsamente approfondita (si lim ... (continue)
In questo libro Crouch, in passato occupatosi quasi esclusivamente di relazioni industriali, prova a occuparsi di Tutto. Il risultato non è molto di più che un'opera di concettualizzazione, scarsamente connotata in senso teorico. L'analisi è soprattutto empirica, ma scarsamente approfondita (si limita la maggior parte delle volte a un descrittivismo statistico piuttosto aggregato o a studi di caso che, vista la vastità degli argomenti, possiamo solo sperare siano il meglio di un'ampia selezione e non i primi passati sotto mano). La rapida liquidazione di diversi argomenti complessi (religione, diseguaglianze, partecipazione, lavoro, erc...) in poche righe certo non lascia grande spazio a un'analisi granchè densa. E questo deriva principalmente dallo scopo del libro, velleitariamente teso a riproporre una qualche grand theory della società contemporanea ma inevitabilmente destinato a risolversi in una concettualizzazione un po' vaga dei tempi presenti e passati (le numerose citazioni di Giddens lasciano forse presumere una qualche influenza in tal senso). Un sentore di rischio di scivolamento nel funzionalismo coglie anche l'autore a una decina di pagine dalla fine, ma il tutto viene esorcizzato richiamando la "capacità strategica" degli attori analizzati nelle 500 pagine precedenti. Un po' poco in definitiva: come scriveva acutamente Goldthorpe notando una certa affinità tra l'ultimo Parsons e Giddens, "si costruiscono sistemi concettuali molto complessi che annunciano un'impresa teorica che non sembra iniziare mai".
Non tutto è da buttare comunque. Un tentativo di mettere alla prova le teorie post-(moderne, industriali, fordiste) c'è: per quanto l'analisi sia aggregata e sbrigativa ce n'è abbastanza per rifiutare nel complesso i vari postismi in senso forte, e ripiegare semmai sulle visioni della modernità radicalizzata di Giddens e Beck. Purtroppo, però, le risposte di Crouch a tutte le altre domande (esiste una società europea? esiste una fase concettualizzabile come "compromesso di metà secolo"?) si risolvono in un magro "nì". La diversità istituzionale appare troppa per catalogare tutto sotto un unico cappello tipologico, e lo stesso autore se ne rende conto: esistono così "varianti" del compromesso sociale di metà secolo (in sostanza ricalcanti i regimi di welfare di Esping-Andersen), mentre la società europea esiste ma è a "geometria variabile" (a seconda che si analizzi la religione, lo stato sociale, il mercato del lavoro, etc...), e volendo astrarre al massimo corrisponde a quanto si differenzi dal capitalismo di stampo americano (qua sembra invece ripiegare sulla divisione CME-LME di Hall etc...). Viene quindi da interrogarsi sull'innovazione terminologico-concettuale di "compromesso sociale di metà secolo", perlomeno rispetto a quanto già scritto sulla "società fordista", o dell'introduzione del concetto di "liberalismo sociologico" in luogo dei più classici liberalismo e pluralismo (nota di colore: di recenti mi pare che il prof. Crouch abbia coniato il fondamentale termine "keynesismo privatizzato" per riferirsi al capitalismo pre-crisi finanziaria: con questo non si intende altro che quanto implicato da alcuni con la teoria del sottoconosumo; considerando il suo fastidio recentemente espresso per la proliferazione dei neo-istituzionalismi come moda intellettuale - che immaginiamo riguarderà anche il suo socio Streeck - fa sorridere notare l'estro profuso nel rinominare tante cose già note). Si chiude quindi con la profezia storica della convergenza prossima dei capitalismi verso il modello americano, tornando sul funzionalismo insito nello spiegare tutto con considerazioni di efficienza e globalizzazione (dimenticando, poco dopo averne accennato, la capacità strategica degli attori all'interno di sistemi istituzionali caratterizzati da incentivi differenti - tornando in modo più indiretto e sofisticato, come notato anche da Regini, sul tracciato delle teorie della convergenza e della modernizzazione). Era dunque necessario caricare sulle spalle di un solo studioso (occupatosi in passato di tutt'altro) una fatica tanto improba?
Saggio sul dono
Peccato per l'introduzione di Aime. Non è difficile cogliere la patente contraddizione nel dire "il dono si nasconde nelle pieghe delle nostre azioni e non ci accorgiamo che molte di queste non sono affatto mosse da logiche utilitaristiche. Intendiamoci, non utilitaristiche non significa gratuite. I ... (continue)
Peccato per l'introduzione di Aime. Non è difficile cogliere la patente contraddizione nel dire "il dono si nasconde nelle pieghe delle nostre azioni e non ci accorgiamo che molte di queste non sono affatto mosse da logiche utilitaristiche. Intendiamoci, non utilitaristiche non significa gratuite. Il dono non è mai gratuito". Mi sembra che l'allegra comunità degli antropologi (e di tanti sociologi) si opponga alla "logica utilitaristica" senza averne mai capito un acca, per semplice piglio ideologico o per ragioni politiche. Forse quando capiranno che "utilità" non è sinonimo di "guadagno monetario", e può tranquillamente comprendere (vedi Becker) solidarietà e creazione di obbligazioni (vedi Coleman), smetteranno di inventare "terze vie" e impianti concettuali del tutto congruenti con l'utilitarismo ma "moralizzati" togliendo quella brutta parola.
Unitamente ad altre allegre baggianate sulla mancanza di credito\debito nelle strutture familiari dispiace, purtroppo, che sia accompagnata a un testo fondamentale come questo un'introduzione caratterizzata da tanta pochezza.