"VEGLIA Cima Quattro il 23 dicembre 1915 Un’intera nottata Buttato vicino A un compagno Massacrato Con la bocca Digrignata Volta al plenilunio Con la congestione Delle sue mani Penetrata Nel mio silenzio Ho scritto Lettere piene d’amore
"VEGLIA Cima Quattro il 23 dicembre 1915 Un’intera nottata Buttato vicino A un compagno Massacrato Con la bocca Digrignata Volta al plenilunio Con la congestione Delle sue mani Penetrata Nel mio silenzio Ho scritto Lettere piene d’amore
Non sono mai stato Tanto Attaccato alla vita."
Ripensando ad Hemingway, mi è venuto in mente Ungaretti, che ha vissuto la sua stessa esperienza di guerra ; ritengo che questa poesia rappresenti le emozioni del romanzo dello scrittore americano. L’orrore e la tragedia indicibili della guerra, la morte che affianca “normalmente” i viventi, ed accanto ai morti i vivi che ancora, anzi sempre più, sono attaccati alla vita. Ciò è quanto viene narrato in Addio alle armi: Henry, un volontario americano che partecipa alla prima guerra mondiale in Italia come conducente di autoambulanze, affronta la guerra e la morte dei suoi compagni con il cuore attaccato all’amore per Catherine, un'infermiera inglese conosciuta a Gorizia. “Il fatto che la materia del libro fosse tragica non mi rendeva infelice, perché ero sicuro che la vita è una tragedia e finisce sempre allo stesso modo.” Queste parole, scritte da Hemingway nell’introduzione, potrebbero essere la chiosa adatta dell’opera. La scrittura di Hemingway, così scarna, quasi telegrafica nella estrema sintesi con cui racconta i fatti, a metà tra reali e romanzati, per buona parte del libro non mi ha preso, anche se ci sono pagine –come quelle finali- dolorosamente splendide.
Lo stile è semplice semplice e per questo il libro si divora, nonostante la qualità letteraria resti bassa. Lo spessore dei personaggi non è delineato con cura, ma ti ritrovi affezionato alle loro storie e a fare il tifo per loro.Cio' che ho apprezzato e che mi fa dare tutto sommato un giudizio più
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Lo stile è semplice semplice e per questo il libro si divora, nonostante la qualità letteraria resti bassa. Lo spessore dei personaggi non è delineato con cura, ma ti ritrovi affezionato alle loro storie e a fare il tifo per loro.Cio' che ho apprezzato e che mi fa dare tutto sommato un giudizio più che sufficiente, è che l'idea paradossale del viaggio indietro nel tempo a cambiare le cose fa riflettere, ed è un'opportunità che tutti vorremmo avere.
Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che f
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Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che formano la originaria classe imprenditoriale italiana, impiegati pubblici dal moralismo un po’ bigotto, rispettosi delle formalità e sussiegosi verso i superiori, invidiosi e pettegoli tra loro, pronti tanto a tenersi buono quello che conta quanto a gettarlo nel discredito senza un minimo di compassione quando non serve più, proni di fronte al cavaliere o commendatore di turno, approfittatore della sua posizione per circuire ed irretire al fine di ottenere favori sessuali (ogni riferimento a persone o cose attuali è puramente casuale). La particolarità di rilievo del romanzo , che in alcuni momenti della parte centrale cominciava ad annoiarmi ma poi nel finale si è riscattato alla grande con alcune pagine bellissime che ricordano in modo evidente il manzoniano Addio ai monti, è proprio quella di tratteggiare in modo perfetto, dando profondità e complessità ad ognuno, i personaggi della storia, a partire da Demetrio Pianelli, un antieroe modesto, umile, onesto e generoso che si trova all’improvviso scaraventato, a seguito della morte del fratello Cesarino, da una vita solitaria trascorsa in compagnia dei suoi amati canarini in una soffitta che guarda i tetti di Milano nella famiglia piena di guai finanziari del fratello, dove la cognata Beatrice, detta la bella pigotta per la sua avvenenza accompagnata ad una certa immobilità anche d’animo quale una bambola, si ritrova sola con i tre figli a dover far fronte alle avversità della vita. Ma è soprattutto con Arabella, la nipote di Demetrio, figlia maggiore di Beatrice e Cesarino, che De Marchi crea un personaggio femminile che, secondo me, è uno dei più belli della letteratura, e comunque uno dei personaggi femminili meglio riusciti che abbia letto. Arabella è una bambina all’inizio del romanzo, la morte del padre la fa diventare donna; Arabella è una fanciulla dolcissima, silenziosa, con gli occhi” profondi e intelligenti che guardavano molto lontano, al di là delle cose, come fanno tutti gli occhi che pensano”, è docile e rassegnata al suo destino, ma non passiva come la bella pigotta, lo è consapevolmente, perché ha compreso che “c’è una grande Provvidenza al di sopra delle nostre tegole, delle nostre miserie e della nostra presunzione… “ e che nella vita “Tu fa il bene per il bene e lascia che Dio aggiusti il conto. Dio è un ricco cassiere che non scappa mai”.
“Sono vecchiotto di gusti io, do tutto il novecento in cambio dell’Alcyone e dei Colloqui”: girando in internet ho trovato questa frase attribuita al prof. Mari. Sebbene la sottoscritta non abbia mai letto Alcyone (se non come nome citato in qualche libro scolastico al liceo subito dimenticato) e i
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“Sono vecchiotto di gusti io, do tutto il novecento in cambio dell’Alcyone e dei Colloqui”: girando in internet ho trovato questa frase attribuita al prof. Mari. Sebbene la sottoscritta non abbia mai letto Alcyone (se non come nome citato in qualche libro scolastico al liceo subito dimenticato) e i colloqui per me siano scambio di opinioni a voce con altre persone (terribili quelli scolastici volgarmente definiti udienze), quando leggo i romanzi scritti dal prof. Mari mi viene spontaneo pensarla quasi come lui, nel senso che provo puro godimento letterario a leggere similitudini al pari di quelle dantesche, figure retoriche classiche create con leggiadria e padronanza della lingua, raffinatezze ed arcaicità che mai userei (perché non ne sono capace) nel linguaggio giornaliero, che mi riportano ai lontani studi classici, termini latini e greci che vado a cercare nel vocabolario con entusiasmo infantile, insomma mi diverto ed apprezzo. Se a ciò si uniscono contenuti mai banali, riflessioni su temi che allo scrittore sono cari come quello del doppio, che nel caso di specie è personificato dai gemelli omozigoti Osmoc e Osac, il conflitto ragione- istinto, l’insolubile scissione tra letteratura e vita, il tutto accompagnato da echi di opere degli scrittori da lui amati come E. A. Poe, la conclusione, per me, è che l’ombroso prof. Mari è un valente scrittore, che leggo ogni volta con piacere, nonostante e in un certo modo grazie anche agli eccessi che contraddistinguono il suo scrivere.
Addio alle armi
"VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915
Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore
Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita."
Ripensando ... (continue)
"VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915
Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore
Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita."
Ripensando ad Hemingway, mi è venuto in mente Ungaretti, che ha vissuto la sua stessa esperienza di guerra ; ritengo che questa poesia rappresenti le emozioni del romanzo dello scrittore americano. L’orrore e la tragedia indicibili della guerra, la morte che affianca “normalmente” i viventi, ed accanto ai morti i vivi che ancora, anzi sempre più, sono attaccati alla vita.
Ciò è quanto viene narrato in Addio alle armi: Henry, un volontario americano che partecipa alla prima guerra mondiale in Italia come conducente di autoambulanze, affronta la guerra e la morte dei suoi compagni con il cuore attaccato all’amore per Catherine, un'infermiera inglese conosciuta a Gorizia.
“Il fatto che la materia del libro fosse tragica non mi rendeva infelice, perché ero sicuro che la vita è una tragedia e finisce sempre allo stesso modo.” Queste parole, scritte da Hemingway nell’introduzione, potrebbero essere la chiosa adatta dell’opera. La scrittura di Hemingway, così scarna, quasi telegrafica nella estrema sintesi con cui racconta i fatti, a metà tra reali e romanzati, per buona parte del libro non mi ha preso, anche se ci sono pagine –come quelle finali- dolorosamente splendide.
Atlante di geografia umana
Un mattone!
Chi ama torna sempre indietro
Lo stile è semplice semplice e per questo il libro si divora, nonostante la qualità letteraria resti bassa. Lo spessore dei personaggi non è delineato con cura, ma ti ritrovi affezionato alle loro storie e a fare il tifo per loro.Cio' che ho apprezzato e che mi fa dare tutto sommato un giudizio più ... (continue)
Lo stile è semplice semplice e per questo il libro si divora, nonostante la qualità letteraria resti bassa. Lo spessore dei personaggi non è delineato con cura, ma ti ritrovi affezionato alle loro storie e a fare il tifo per loro.Cio' che ho apprezzato e che mi fa dare tutto sommato un giudizio più che sufficiente, è che l'idea paradossale del viaggio indietro nel tempo a cambiare le cose fa riflettere, ed è un'opportunità che tutti vorremmo avere.
Demetrio Pianelli
Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che f ... (continue)
Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che formano la originaria classe imprenditoriale italiana, impiegati pubblici dal moralismo un po’ bigotto, rispettosi delle formalità e sussiegosi verso i superiori, invidiosi e pettegoli tra loro, pronti tanto a tenersi buono quello che conta quanto a gettarlo nel discredito senza un minimo di compassione quando non serve più, proni di fronte al cavaliere o commendatore di turno, approfittatore della sua posizione per circuire ed irretire al fine di ottenere favori sessuali (ogni riferimento a persone o cose attuali è puramente casuale).
La particolarità di rilievo del romanzo , che in alcuni momenti della parte centrale cominciava ad annoiarmi ma poi nel finale si è riscattato alla grande con alcune pagine bellissime che ricordano in modo evidente il manzoniano Addio ai monti, è proprio quella di tratteggiare in modo perfetto, dando profondità e complessità ad ognuno, i personaggi della storia, a partire da Demetrio Pianelli, un antieroe modesto, umile, onesto e generoso che si trova all’improvviso scaraventato, a seguito della morte del fratello Cesarino, da una vita solitaria trascorsa in compagnia dei suoi amati canarini in una soffitta che guarda i tetti di Milano nella famiglia piena di guai finanziari del fratello, dove la cognata Beatrice, detta la bella pigotta per la sua avvenenza accompagnata ad una certa immobilità anche d’animo quale una bambola, si ritrova sola con i tre figli a dover far fronte alle avversità della vita. Ma è soprattutto con Arabella, la nipote di Demetrio, figlia maggiore di Beatrice e Cesarino, che De Marchi crea un personaggio femminile che, secondo me, è uno dei più belli della letteratura, e comunque uno dei personaggi femminili meglio riusciti che abbia letto. Arabella è una bambina all’inizio del romanzo, la morte del padre la fa diventare donna; Arabella è una fanciulla dolcissima, silenziosa, con gli occhi” profondi e intelligenti che guardavano molto lontano, al di là delle cose, come fanno tutti gli occhi che pensano”, è docile e rassegnata al suo destino, ma non passiva come la bella pigotta, lo è consapevolmente, perché ha compreso che “c’è una grande Provvidenza al di sopra delle nostre tegole, delle nostre miserie e della nostra presunzione… “ e che nella vita “Tu fa il bene per il bene e lascia che Dio aggiusti il conto. Dio è un ricco cassiere che non scappa mai”.
Di bestia in bestia
“Sono vecchiotto di gusti io, do tutto il novecento in cambio dell’Alcyone e dei Colloqui”: girando in internet ho trovato questa frase attribuita al prof. Mari. Sebbene la sottoscritta non abbia mai letto Alcyone (se non come nome citato in qualche libro scolastico al liceo subito dimenticato) e i ... (continue)
“Sono vecchiotto di gusti io, do tutto il novecento in cambio dell’Alcyone e dei Colloqui”: girando in internet ho trovato questa frase attribuita al prof. Mari. Sebbene la sottoscritta non abbia mai letto Alcyone (se non come nome citato in qualche libro scolastico al liceo subito dimenticato) e i colloqui per me siano scambio di opinioni a voce con altre persone (terribili quelli scolastici volgarmente definiti udienze), quando leggo i romanzi scritti dal prof. Mari mi viene spontaneo pensarla quasi come lui, nel senso che provo puro godimento letterario a leggere similitudini al pari di quelle dantesche, figure retoriche classiche create con leggiadria e padronanza della lingua, raffinatezze ed arcaicità che mai userei (perché non ne sono capace) nel linguaggio giornaliero, che mi riportano ai lontani studi classici, termini latini e greci che vado a cercare nel vocabolario con entusiasmo infantile, insomma mi diverto ed apprezzo.
Se a ciò si uniscono contenuti mai banali, riflessioni su temi che allo scrittore sono cari come quello del doppio, che nel caso di specie è personificato dai gemelli omozigoti Osmoc e Osac, il conflitto ragione- istinto, l’insolubile scissione tra letteratura e vita, il tutto accompagnato da echi di opere degli scrittori da lui amati come E. A. Poe, la conclusione, per me, è che l’ombroso prof. Mari è un valente scrittore, che leggo ogni volta con piacere, nonostante e in un certo modo grazie anche agli eccessi che contraddistinguono il suo scrivere.