La scelta di Sciascia di scrivere a proposito di un episodio storico sconosciuto ai più, o meglio delle vicende che portarono alla morte sul rogo di Frate Diego La Matina, un personaggio defilato dalla storia, uno di cui nulla di certo si sa, del quale nessun libro di storia ha mai parlato nemmeno i
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La scelta di Sciascia di scrivere a proposito di un episodio storico sconosciuto ai più, o meglio delle vicende che portarono alla morte sul rogo di Frate Diego La Matina, un personaggio defilato dalla storia, uno di cui nulla di certo si sa, del quale nessun libro di storia ha mai parlato nemmeno in una riga, elevandolo alla figura di “uomo che tenne alta la dignità dell’uomo”, è un efficace pretesto per sottolineare ben altro. Difficilmente si troveranno libri che parlano di personaggi più vaghi, dai contorni più incerti e indefiniti, di questo religioso, bruciato sul rogo nella seconda metà del 1600, sui reati del quale le fonti omettono notizie precise, o tacciono o parlano in modo generico di “eresia”, quando invece raccontano con dovizia di particolari la cerimonia organizzata in pompa magna per la sua morte. Non sapremo mai se fu innocente o criminale, ma l’inchiesta ben documentata che Sciascia conduce non si prefigge questo scopo. Ciò che conta è che Fra Diego La Matina fu più volte arrestato, imprigionato e torturato dalla santa inquisizione, e mai si pentì della sua misteriosa eresia, che viene probabilmente individuata in una lettura egualitaria delle sacre scritture, finchè un giorno commise un crimine “vero”, uccise uno dei suoi carnefici. Il coraggio, la tenacia, soprattutto il lume della razionalità non l’abbandonarono mai fino alla fine, fino al giorno della morte, finchè, sul rogo, gridò “Dio è ingiusto”. Ne esce così la figura di un eroe della Storia, un eroe della ragione che rivendica la propria libertà dall’oscurantismo religioso in cui la Chiesa ha tenuto incatenate per secoli le menti umane.
Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che f
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Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che formano la originaria classe imprenditoriale italiana, impiegati pubblici dal moralismo un po’ bigotto, rispettosi delle formalità e sussiegosi verso i superiori, invidiosi e pettegoli tra loro, pronti tanto a tenersi buono quello che conta quanto a gettarlo nel discredito senza un minimo di compassione quando non serve più, proni di fronte al cavaliere o commendatore di turno, approfittatore della sua posizione per circuire ed irretire al fine di ottenere favori sessuali (ogni riferimento a persone o cose attuali è puramente casuale). La particolarità di rilievo del romanzo , che in alcuni momenti della parte centrale cominciava ad annoiarmi ma poi nel finale si è riscattato alla grande con alcune pagine bellissime che ricordano in modo evidente il manzoniano Addio ai monti, è proprio quella di tratteggiare in modo perfetto, dando profondità e complessità ad ognuno, i personaggi della storia, a partire da Demetrio Pianelli, un antieroe modesto, umile, onesto e generoso che si trova all’improvviso scaraventato, a seguito della morte del fratello Cesarino, da una vita solitaria trascorsa in compagnia dei suoi amati canarini in una soffitta che guarda i tetti di Milano nella famiglia piena di guai finanziari del fratello, dove la cognata Beatrice, detta la bella pigotta per la sua avvenenza accompagnata ad una certa immobilità anche d’animo quale una bambola, si ritrova sola con i tre figli a dover far fronte alle avversità della vita. Ma è soprattutto con Arabella, la nipote di Demetrio, figlia maggiore di Beatrice e Cesarino, che De Marchi crea un personaggio femminile che, secondo me, è uno dei più belli della letteratura, e comunque uno dei personaggi femminili meglio riusciti che abbia letto. Arabella è una bambina all’inizio del romanzo, la morte del padre la fa diventare donna; Arabella è una fanciulla dolcissima, silenziosa, con gli occhi” profondi e intelligenti che guardavano molto lontano, al di là delle cose, come fanno tutti gli occhi che pensano”, è docile e rassegnata al suo destino, ma non passiva come la bella pigotta, lo è consapevolmente, perché ha compreso che “c’è una grande Provvidenza al di sopra delle nostre tegole, delle nostre miserie e della nostra presunzione… “ e che nella vita “Tu fa il bene per il bene e lascia che Dio aggiusti il conto. Dio è un ricco cassiere che non scappa mai”.
Si può riassumere il senso del libro in una frase che si trova nella prima pagina, come un pugno nello stomaco. “Avevo appena sotterrato mio padre e già andavo a ripigliare in tutto e per tutto la mia vita grama, neanche la morte di mio padre valeva a cambiarmi il destino. “ In questa frase c’è tut
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Si può riassumere il senso del libro in una frase che si trova nella prima pagina, come un pugno nello stomaco. “Avevo appena sotterrato mio padre e già andavo a ripigliare in tutto e per tutto la mia vita grama, neanche la morte di mio padre valeva a cambiarmi il destino. “ In questa frase c’è tutto: la miseria della vita dei contadini delle Langhe, il dolore e la rassegnazione a vivere una vita che è solo un patire, l’ineluttabilità della sofferenza come destino cui non si può sfuggire: la malora è il destino di chi, come Agostino Braida, il protagonista, è nato in una terra aspra e dura, in una casa dove si lotta con la fame e con la fatica per sopravvivere, dove i rapporti umani consistono nel solo rispetto della necessità del denaro per mangiare e la violenza, quasi animalesca, regola le relazioni familiari sulla base della dominanza gerarchica del più forte ed adatto a lavorare. Eppure Agostino, nel momento in cui deve tornare a casa dopo anni trascorsi a fare il servitore al Pavaglione, per andare a lavorare la terra al posto di suo fratello maggiore Stefano, è contento, fa quel ritorno “come la cosa più bella” della sua vita, perché la terra è matrigna ma lui è libero, non lavora più sotto padrone. C’è una speranza che la malora si sia fermata? Solo la protezione di Dio, la sua mano tesa a proteggere il capo del povero Agostino, costituisce riparo, nella fede semplice di sua madre malata, contro la malora che colpisce chi nelle Langhe ci è nato e ci creperà.
Ho comprato questo libro spinta da una recensione che avevo letto, in cui si diceva: “Il gusto del tempo perduto che, proustianamente, si riassapora attraverso la memoria involontaria dei sensi meglio che attraverso le sbiadite impressioni della mente”. Era come un invito a nozze per me che amo foll
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Ho comprato questo libro spinta da una recensione che avevo letto, in cui si diceva: “Il gusto del tempo perduto che, proustianamente, si riassapora attraverso la memoria involontaria dei sensi meglio che attraverso le sbiadite impressioni della mente”. Era come un invito a nozze per me che amo follemente Proust. Pur non avendo trovato quello che cercavo, la lettura non mi ha deluso. La scrittura di Gustaffson è come la lenta corrente di un fiume che risale all’indietro, verso la sorgente, e dai ricordi del settantenne professore svedese di filosofia di Oxford lentamente emerge una estate, quella del 1954, dei suoi diciannove anni, sbiadita nei particolari, come se fosse un sogno,in realtà ricordo tenace riposto in profondità: una stagione dell’esistenza in cui la signora Sorgedhal, la donna dalle bianche braccia flessuose, occupa un posto al pari di Ingela, la figlia del Fonditore, così come i racconti fantastici della madre del protagonista, nei quali ella si inoltrava “più o meno come ci si inoltra in una foresta profonda, trovava sentieri dove in realtà non ce n’erano, superava steccati appuntiti, scopriva ruscelli e sorgenti e grotte in blocchi di roccia bizzarramente ammassati…”. I ricordi sono come i tronchi degli alberi appena tagliati, ammucchiati gli uni sugli altri nell’acqua dei laghi e fiumi svedesi per conservarli e proteggerli dagli insetti: la maggior parte affonda, se ne perde la traccia, ma alcuni riescono a districarsi e scappano liberi, riaffiorano dalle profondità delle acque in una libertà che è anche una prigione, quella che Gustaffson definisce “la sfera a rapida espansione che non ha un esterno ma soltanto un interno”, nella quale ognuno di noi è rinchiuso.
Un libro sui generis, per uno scrittore singolare: “anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria”, emigrato negli Stati Uniti ma con il cuore nel suo paese di nascita.Il parco di Puskin non è soltanto un affresco molto colorito e realistico dell’Unione Sovietica negli
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Un libro sui generis, per uno scrittore singolare: “anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria”, emigrato negli Stati Uniti ma con il cuore nel suo paese di nascita.Il parco di Puskin non è soltanto un affresco molto colorito e realistico dell’Unione Sovietica negli anni settanta (simbolicamente identificabile in un parco culturale dedicato al poeta immortale che personifica l’animo dei russi); è principalmente la rappresentazione dell’assurdità e insensatezza del mondo, incarnate in una galleria di personaggi sgangherati, per lo più intellettuali ubriaconi tediati e oppressi dal disagio esistenziale, che cercano di vincere con la vodka, mentre il protagonista, uno scrittore fallito che nessuno in Russia vuole pubblicare, trova rifugio all’insensatezza della vita nello scrivere: “vivere è impossibile. O si vive o si scrive. O la parola o l’azione..”. Ma non si pensi che i toni siano malinconici e pesanti come la cappa che pesa sopra le teste di questa umanità contraddittoria e vagabonda, tutt’altro: l’umorismo di Dovlatov rende le pagine del libro un inno al fallimento, una presa in giro alla sfortuna, per cui nel corso della lettura si sorride con pena. Sintomo di un grande scrittore, peccato sia poco conosciuto.
Morte dell'inquisitore
La scelta di Sciascia di scrivere a proposito di un episodio storico sconosciuto ai più, o meglio delle vicende che portarono alla morte sul rogo di Frate Diego La Matina, un personaggio defilato dalla storia, uno di cui nulla di certo si sa, del quale nessun libro di storia ha mai parlato nemmeno i ... (continue)
La scelta di Sciascia di scrivere a proposito di un episodio storico sconosciuto ai più, o meglio delle vicende che portarono alla morte sul rogo di Frate Diego La Matina, un personaggio defilato dalla storia, uno di cui nulla di certo si sa, del quale nessun libro di storia ha mai parlato nemmeno in una riga, elevandolo alla figura di “uomo che tenne alta la dignità dell’uomo”, è un efficace pretesto per sottolineare ben altro. Difficilmente si troveranno libri che parlano di personaggi più vaghi, dai contorni più incerti e indefiniti, di questo religioso, bruciato sul rogo nella seconda metà del 1600, sui reati del quale le fonti omettono notizie precise, o tacciono o parlano in modo generico di “eresia”, quando invece raccontano con dovizia di particolari la cerimonia organizzata in pompa magna per la sua morte.
Non sapremo mai se fu innocente o criminale, ma l’inchiesta ben documentata che Sciascia conduce non si prefigge questo scopo. Ciò che conta è che Fra Diego La Matina fu più volte arrestato, imprigionato e torturato dalla santa inquisizione, e mai si pentì della sua misteriosa eresia, che viene probabilmente individuata in una lettura egualitaria delle sacre scritture, finchè un giorno commise un crimine “vero”, uccise uno dei suoi carnefici. Il coraggio, la tenacia, soprattutto il lume della razionalità non l’abbandonarono mai fino alla fine, fino al giorno della morte, finchè, sul rogo, gridò “Dio è ingiusto”.
Ne esce così la figura di un eroe della Storia, un eroe della ragione che rivendica la propria libertà dall’oscurantismo religioso in cui la Chiesa ha tenuto incatenate per secoli le menti umane.
Demetrio Pianelli
Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che f ... (continue)
Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che formano la originaria classe imprenditoriale italiana, impiegati pubblici dal moralismo un po’ bigotto, rispettosi delle formalità e sussiegosi verso i superiori, invidiosi e pettegoli tra loro, pronti tanto a tenersi buono quello che conta quanto a gettarlo nel discredito senza un minimo di compassione quando non serve più, proni di fronte al cavaliere o commendatore di turno, approfittatore della sua posizione per circuire ed irretire al fine di ottenere favori sessuali (ogni riferimento a persone o cose attuali è puramente casuale).
La particolarità di rilievo del romanzo , che in alcuni momenti della parte centrale cominciava ad annoiarmi ma poi nel finale si è riscattato alla grande con alcune pagine bellissime che ricordano in modo evidente il manzoniano Addio ai monti, è proprio quella di tratteggiare in modo perfetto, dando profondità e complessità ad ognuno, i personaggi della storia, a partire da Demetrio Pianelli, un antieroe modesto, umile, onesto e generoso che si trova all’improvviso scaraventato, a seguito della morte del fratello Cesarino, da una vita solitaria trascorsa in compagnia dei suoi amati canarini in una soffitta che guarda i tetti di Milano nella famiglia piena di guai finanziari del fratello, dove la cognata Beatrice, detta la bella pigotta per la sua avvenenza accompagnata ad una certa immobilità anche d’animo quale una bambola, si ritrova sola con i tre figli a dover far fronte alle avversità della vita. Ma è soprattutto con Arabella, la nipote di Demetrio, figlia maggiore di Beatrice e Cesarino, che De Marchi crea un personaggio femminile che, secondo me, è uno dei più belli della letteratura, e comunque uno dei personaggi femminili meglio riusciti che abbia letto. Arabella è una bambina all’inizio del romanzo, la morte del padre la fa diventare donna; Arabella è una fanciulla dolcissima, silenziosa, con gli occhi” profondi e intelligenti che guardavano molto lontano, al di là delle cose, come fanno tutti gli occhi che pensano”, è docile e rassegnata al suo destino, ma non passiva come la bella pigotta, lo è consapevolmente, perché ha compreso che “c’è una grande Provvidenza al di sopra delle nostre tegole, delle nostre miserie e della nostra presunzione… “ e che nella vita “Tu fa il bene per il bene e lascia che Dio aggiusti il conto. Dio è un ricco cassiere che non scappa mai”.
La malora
Si può riassumere il senso del libro in una frase che si trova nella prima pagina, come un pugno nello stomaco.continue)
“Avevo appena sotterrato mio padre e già andavo a ripigliare in tutto e per tutto la mia vita grama, neanche la morte di mio padre valeva a cambiarmi il destino. “
In questa frase c’è tut ... (
Si può riassumere il senso del libro in una frase che si trova nella prima pagina, come un pugno nello stomaco.
“Avevo appena sotterrato mio padre e già andavo a ripigliare in tutto e per tutto la mia vita grama, neanche la morte di mio padre valeva a cambiarmi il destino. “
In questa frase c’è tutto: la miseria della vita dei contadini delle Langhe, il dolore e la rassegnazione a vivere una vita che è solo un patire, l’ineluttabilità della sofferenza come destino cui non si può sfuggire: la malora è il destino di chi, come Agostino Braida, il protagonista, è nato in una terra aspra e dura, in una casa dove si lotta con la fame e con la fatica per sopravvivere, dove i rapporti umani consistono nel solo rispetto della necessità del denaro per mangiare e la violenza, quasi animalesca, regola le relazioni familiari sulla base della dominanza gerarchica del più forte ed adatto a lavorare. Eppure Agostino, nel momento in cui deve tornare a casa dopo anni trascorsi a fare il servitore al Pavaglione, per andare a lavorare la terra al posto di suo fratello maggiore Stefano, è contento, fa quel ritorno “come la cosa più bella” della sua vita, perché la terra è matrigna ma lui è libero, non lavora più sotto padrone.
C’è una speranza che la malora si sia fermata? Solo la protezione di Dio, la sua mano tesa a proteggere il capo del povero Agostino, costituisce riparo, nella fede semplice di sua madre malata, contro la malora che colpisce chi nelle Langhe ci è nato e ci creperà.
Le bianche braccia della Signora Sorgedahl
Ho comprato questo libro spinta da una recensione che avevo letto, in cui si diceva: “Il gusto del tempo perduto che, proustianamente, si riassapora attraverso la memoria involontaria dei sensi meglio che attraverso le sbiadite impressioni della mente”. Era come un invito a nozze per me che amo foll ... (continue)
Ho comprato questo libro spinta da una recensione che avevo letto, in cui si diceva: “Il gusto del tempo perduto che, proustianamente, si riassapora attraverso la memoria involontaria dei sensi meglio che attraverso le sbiadite impressioni della mente”. Era come un invito a nozze per me che amo follemente Proust. Pur non avendo trovato quello che cercavo, la lettura non mi ha deluso.
La scrittura di Gustaffson è come la lenta corrente di un fiume che risale all’indietro, verso la sorgente, e dai ricordi del settantenne professore svedese di filosofia di Oxford lentamente emerge una estate, quella del 1954, dei suoi diciannove anni, sbiadita nei particolari, come se fosse un sogno,in realtà ricordo tenace riposto in profondità: una stagione dell’esistenza in cui la signora Sorgedhal, la donna dalle bianche braccia flessuose, occupa un posto al pari di Ingela, la figlia del Fonditore, così come i racconti fantastici della madre del protagonista, nei quali ella si inoltrava “più o meno come ci si inoltra in una foresta profonda, trovava sentieri dove in realtà non ce n’erano, superava steccati appuntiti, scopriva ruscelli e sorgenti e grotte in blocchi di roccia bizzarramente ammassati…”.
I ricordi sono come i tronchi degli alberi appena tagliati, ammucchiati gli uni sugli altri nell’acqua dei laghi e fiumi svedesi per conservarli e proteggerli dagli insetti: la maggior parte affonda, se ne perde la traccia, ma alcuni riescono a districarsi e scappano liberi, riaffiorano dalle profondità delle acque in una libertà che è anche una prigione, quella che Gustaffson definisce “la sfera a rapida espansione che non ha un esterno ma soltanto un interno”, nella quale ognuno di noi è rinchiuso.
Il parco di Puškin
Un libro sui generis, per uno scrittore singolare: “anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria”, emigrato negli Stati Uniti ma con il cuore nel suo paese di nascita.Il parco di Puskin non è soltanto un affresco molto colorito e realistico dell’Unione Sovietica negli ... (continue)
Un libro sui generis, per uno scrittore singolare: “anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria”, emigrato negli Stati Uniti ma con il cuore nel suo paese di nascita.Il parco di Puskin non è soltanto un affresco molto colorito e realistico dell’Unione Sovietica negli anni settanta (simbolicamente identificabile in un parco culturale dedicato al poeta immortale che personifica l’animo dei russi); è principalmente la rappresentazione dell’assurdità e insensatezza del mondo, incarnate in una galleria di personaggi sgangherati, per lo più intellettuali ubriaconi tediati e oppressi dal disagio esistenziale, che cercano di vincere con la vodka, mentre il protagonista, uno scrittore fallito che nessuno in Russia vuole pubblicare, trova rifugio all’insensatezza della vita nello scrivere: “vivere è impossibile. O si vive o si scrive. O la parola o l’azione..”.
Ma non si pensi che i toni siano malinconici e pesanti come la cappa che pesa sopra le teste di questa umanità contraddittoria e vagabonda, tutt’altro: l’umorismo di Dovlatov rende le pagine del libro un inno al fallimento, una presa in giro alla sfortuna, per cui nel corso della lettura si sorride con pena. Sintomo di un grande scrittore, peccato sia poco conosciuto.