Le tre stelle sono dovute alle due conferenze finali, che sono state un’interessante lettura. Il resto proprio non fa per me, in particolare i primi tre racconti, tra i quali quello che dà il titolo al libro. Incomprensibili, veri e propri oggetti misteriosi. Invece le conferenze mi sono piaciute: l
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Le tre stelle sono dovute alle due conferenze finali, che sono state un’interessante lettura. Il resto proprio non fa per me, in particolare i primi tre racconti, tra i quali quello che dà il titolo al libro. Incomprensibili, veri e propri oggetti misteriosi. Invece le conferenze mi sono piaciute: la prima ha come argomento le ninnenanne spagnole, che vengono citate da Garcia Lorca a seconda delle regioni d’origine, e che sono “diverse” da quelle nordeuropee o da quelle russe, per la particolarità dell’anima spagnola su cui grava l’ombra della morte fin dalla nascita. Così le nenie che pensiamo siano le più dolci per addormentare un bambino parlano di abbandoni e di solitudine, così da iniziare il bimbo, “cavaliere indifeso, solo e disarmato” nella dura lotta per la vita. La seconda conferenza parla del “duende”, il demone, che abita in tutte le arti, soprattutto nella musica, nella danza e nella poesia. Il demone agisce sulla voce e sul corpo della cantante e della ballerina di flamenco, sul torero che combatte nella corrida; basta andare a svegliarlo “nelle più remote stanze del sangue”.
Bello questo racconto di Conrad, avrebbe potuto intitolarsi Scene da un matrimonio. Una coppia sposata da pochi anni -al centro dell’attenzione della società, ambiziosa e osservante delle convenienze, desiderosa di sfruttare ogni opportunità che una società vuota di idee o di emozioni ma ricca di r
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Bello questo racconto di Conrad, avrebbe potuto intitolarsi Scene da un matrimonio. Una coppia sposata da pochi anni -al centro dell’attenzione della società, ambiziosa e osservante delle convenienze, desiderosa di sfruttare ogni opportunità che una società vuota di idee o di emozioni ma ricca di rispettabilità e ipocrisia offre a chi ci si muove con attenzione a non rompere equilibri ma solo per farsi vedere- si frantuma, frana, crolla in un disastro di macerie consumando il dramma con pochissimi dialoghi spezzati, balbettati, interrotti da pianti o risa isteriche, che coinvolgono solo i due protagonisti. Potrebbe essere una rappresentazione teatrale, che si svolge all’interno delle mura di casa, lontano da occhi estranei che guardano e giudicano. L’apice dell’intensità drammatica è raggiunto grazie ad uno scavo psicologico profondo dell’uomo, che vaga in una stanza piena di specchi che lo riflettono e ne moltiplicano i gesti e i pensieri, mentre la donna, scappata di casa e poi ritornata, rimane all’ombra dei riflettori, misteriosa e silente finchè proprio poche sue parole scatenano una reazione molto forte ed inattesa nel marito: “Non mi hai mai amato, se avessi creduto che tu mi amassi non sarei ritornata..” Come se avessero provocato un corto circuito, le parole della donna determinano un finale in cui i pensieri e le riflessioni finora svolte si ribaltano, e le azioni conseguenti del marito mettono di fronte ad una “verità” diversa, intollerabile ed irrimediabile: la crudeltà dell’amore.
Dopo aver letto questi racconti ho rivissuto la sensazione di quelle poche volte in cui, invitata a pranzo da mia madre per mangiare i vincisgrassi (primo piatto tipico della mia regione, una pasta al forno con besciamella e sugo di carne bello carico), che lei sa cucinare benissimo, dopo essermi se
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Dopo aver letto questi racconti ho rivissuto la sensazione di quelle poche volte in cui, invitata a pranzo da mia madre per mangiare i vincisgrassi (primo piatto tipico della mia regione, una pasta al forno con besciamella e sugo di carne bello carico), che lei sa cucinare benissimo, dopo essermi seduta a tavola con l’acquolina alla bocca vedendo il bel piatto fumante davanti ai miei occhi, fatto seguito ad un primo assaggio incredulo un secondo boccone, mi rendo conto che c’è poco sugo, che ha messo i chiodi di garofano nel sugo (che odio) o che la besciamella è troppo liquida. Sono piccoli difetti, direte, ed è vero, ma quando le aspettative culinarie sono alte, anche il minimo difetto provoca delusione (certo, se li avessi cucinati io i vincisgrassi non sarebbe andata così, da me non mi aspetto nulla di superlativo in cucina!). Passando a parlare del libro, i racconti di Simenon qui pubblicati mi hanno lasciato con l’amaro in bocca, per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, perché il racconto non è la forma ideale per rendere al meglio una trama poliziesca in cui prenda forma un delitto, un colpevole e si sveli un movente. Nemmeno per un esperto scrittore come Simenon. Ed ecco quindi che ci sono stati alcuni racconti che, pur nella loro brevità, hanno puntato –con un buon risultato- soprattutto sullo studio del “genere umano” criminale, come il racconto che dà il titolo al libro, Rue Pigalle, oppure sull’atmosfera nebbiosa e grigia, che mi ha ricordato “Il porto delle nebbie”, delle chiuse sulla Senna, che ben si conciliano con l’umore uggioso del commissario Maigret; altri racconti non mi sono piaciuti, come “Il signor Lunedì” o “Jeumont, 51 minuti di sosta!”, in cui viene raccontata un’indagine di un omicidio avvenuto in un vagone ferroviario, tipico giallo alla Agatha Christie che non si addice allo stile di Simenon. Un buon piatto, dunque, non ottimo come siamo abituati di solito. Perché Georges Simenon ci ha abituato sempre al meglio!
Un altro Montalbano alle prese con i soliti nemici da combattere: “Uno, la sdilinquenza comuni, dù, gli omicidi occasionali; tri, la mafia; quattro, i deputati collusi con la mafia”. I casi da risolvere in questo ultimo romanzo camilleriano sono due: un suicidio (vero o falso?) del direttore di un s
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Un altro Montalbano alle prese con i soliti nemici da combattere: “Uno, la sdilinquenza comuni, dù, gli omicidi occasionali; tri, la mafia; quattro, i deputati collusi con la mafia”. I casi da risolvere in questo ultimo romanzo camilleriano sono due: un suicidio (vero o falso?) del direttore di un supermercato di proprietà di una famiglia mafiosa, i Cuffaro, che a Vigata controlla ogni tipo di attività, e l’omicidio di una bella ragazza di ventitré anni, trovata morta nella casa dove abitava con il compagno, il figlio del Presidente della Provincia. All’interno della trama in cui sono inserite le solite macchiette che fanno sorridere il lettore, quali Catarella ed i suoi errori, Fazio e i suoi pizzini o lo scorbutico dottor Pasquano che questa volta è ancora più antipatico del solito, si svolgono le indagini, non sempre con mezzi leciti (“ma la merda come la levi di ‘n mezzo alla strata se non hai paletta e sacchetto? Devi per forza usari la mano e allordaritille”), del commissario, sempre in pensiero per gli anni che passano, sempre sdegnato verso la casta politica che ci governa, sempre in lite telefonica con Livia… Insomma, non c’è niente di nuovo nel nuovo Camilleri, che crea storie tagliate addosso al commissario ma che rispecchiano la triste realtà italica in modo così reale da porsi come una voce di protesta, “la voce degli onesti cittadini” che si sentono impotenti nei confronti di quanto accade sopra le loro teste. Una voce, quella di Camilleri, che disturba “i ciriveddri in sonnolenza perenni” degli italiani.
Ho appena finito di leggere i sette racconti di Virginia Woolf contenuti in questo libretto della collana del Sole 24 ore che esce la domenica. E sono rimasta estasiata dalla bellezza e dalla delicatezza di alcuni di essi. In particolare sono tre quelli che ho preferito, tre piccoli capolavori, in c
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Ho appena finito di leggere i sette racconti di Virginia Woolf contenuti in questo libretto della collana del Sole 24 ore che esce la domenica. E sono rimasta estasiata dalla bellezza e dalla delicatezza di alcuni di essi. In particolare sono tre quelli che ho preferito, tre piccoli capolavori, in cui ci sono tre donne sole, infelici, incomprese, che vivono una situazione di disagio per la drammatica incomunicabilità in cui si dibattono, verso le quali ho sentito subito un moto di vicinanza, di solidarietà. “La signora nello specchio:un’immagine riflessa” è il mio preferito, con un’atmosfera impalpabile di indeterminatezza amplificato dalle immagini riflesse nello specchio posto nell’atrio della casa di Isabel. Così leggi e ti domandi: qual è la vera immagine di questa donna paragonata “al fantastico e tremulo convolvolo”, silenziosa e misteriosa, che ha viaggiato in tutto il mondo ed ha conosciuto tanti uomini, pur non avendone sposato alcuno? E’ quella riflessa dallo specchio nell’atrio o è quella che appare alla fine, nuda e crudele, nella triste verità della sua esistenza? Lo specchio riflette da lontano la donna come gli altri la vedono, è come l’occhio della società che osserva e scruta l’esteriorità delle persone; quando ci si avvicina ad esso invece, quando la persona riempie la superficie dello specchio ecco che il mondo arretra e viene fuori il vero “io”, tristemente diverso dal primo. Bellissimo. “Lappin e Lapinova” è un altro racconto molto bello. Anche qui vi è una figura femminile, Rosalind, infelicemente sposata con un uomo freddo, distante e serioso, membro di una famiglia che si crogiola nell’orgoglio del proprio ceto, che non la comprende e la esclude. Una donna bisognosa di affetto che non trova in famiglia e in società, costretta a rifugiarsi nell’immaginazione per dare calore ad un matrimonio gelido, creando personaggi immaginari, coniglietti soffici e dolci che ispirano tenerezza, fin quando non si scontrerà con la realtà. “Un riepilogo” è brevissimo, cinque pagine, eppure Sasha Latham è così ben descritta come se la scrittrice ne avesse parlato a lungo. Sasha è una donna timida e silenziosa, che in società non si trova a suo agio, perché non riesce a manifestare la sua ricchezza interiore, quell’immaginazione artistica che trasfigura il mondo che la Woolf descrive con la sua scrittura riflessiva ed eterea. Non sono tutti racconti da cinque stelle, il primo, che dà il titolo al libro, ed anche qualche altro, come “Scene della vita di un ufficiale di marina britannico”non sono bellissimi, ma sono forti le emozioni (tristezza, sofferenza, e tanto bisogno di amore) che mi ha dato la lettura di quei cammei, in cui ho pensato la scrittrice abbia messo molto di sé ma anch’io ho ritrovato molto di me.
Amanti assassinati da una pernice
Le tre stelle sono dovute alle due conferenze finali, che sono state un’interessante lettura. Il resto proprio non fa per me, in particolare i primi tre racconti, tra i quali quello che dà il titolo al libro. Incomprensibili, veri e propri oggetti misteriosi. Invece le conferenze mi sono piaciute: l ... (continue)
Le tre stelle sono dovute alle due conferenze finali, che sono state un’interessante lettura. Il resto proprio non fa per me, in particolare i primi tre racconti, tra i quali quello che dà il titolo al libro. Incomprensibili, veri e propri oggetti misteriosi. Invece le conferenze mi sono piaciute: la prima ha come argomento le ninnenanne spagnole, che vengono citate da Garcia Lorca a seconda delle regioni d’origine, e che sono “diverse” da quelle nordeuropee o da quelle russe, per la particolarità dell’anima spagnola su cui grava l’ombra della morte fin dalla nascita. Così le nenie che pensiamo siano le più dolci per addormentare un bambino parlano di abbandoni e di solitudine, così da iniziare il bimbo, “cavaliere indifeso, solo e disarmato” nella dura lotta per la vita. La seconda conferenza parla del “duende”, il demone, che abita in tutte le arti, soprattutto nella musica, nella danza e nella poesia. Il demone agisce sulla voce e sul corpo della cantante e della ballerina di flamenco, sul torero che combatte nella corrida; basta andare a svegliarlo “nelle più remote stanze del sangue”.
Il ritorno
Bello questo racconto di Conrad, avrebbe potuto intitolarsi Scene da un matrimonio.continue)
Una coppia sposata da pochi anni -al centro dell’attenzione della società, ambiziosa e osservante delle convenienze, desiderosa di sfruttare ogni opportunità che una società vuota di idee o di emozioni ma ricca di r ... (
Bello questo racconto di Conrad, avrebbe potuto intitolarsi Scene da un matrimonio.
Una coppia sposata da pochi anni -al centro dell’attenzione della società, ambiziosa e osservante delle convenienze, desiderosa di sfruttare ogni opportunità che una società vuota di idee o di emozioni ma ricca di rispettabilità e ipocrisia offre a chi ci si muove con attenzione a non rompere equilibri ma solo per farsi vedere- si frantuma, frana, crolla in un disastro di macerie consumando il dramma con pochissimi dialoghi spezzati, balbettati, interrotti da pianti o risa isteriche, che coinvolgono solo i due protagonisti. Potrebbe essere una rappresentazione teatrale, che si svolge all’interno delle mura di casa, lontano da occhi estranei che guardano e giudicano. L’apice dell’intensità drammatica è raggiunto grazie ad uno scavo psicologico profondo dell’uomo, che vaga in una stanza piena di specchi che lo riflettono e ne moltiplicano i gesti e i pensieri, mentre la donna, scappata di casa e poi ritornata, rimane all’ombra dei riflettori, misteriosa e silente finchè proprio poche sue parole scatenano una reazione molto forte ed inattesa nel marito: “Non mi hai mai amato, se avessi creduto che tu mi amassi non sarei ritornata..” Come se avessero provocato un corto circuito, le parole della donna determinano un finale in cui i pensieri e le riflessioni finora svolte si ribaltano, e le azioni conseguenti del marito mettono di fronte ad una “verità” diversa, intollerabile ed irrimediabile: la crudeltà dell’amore.
Rue Pigalle
Dopo aver letto questi racconti ho rivissuto la sensazione di quelle poche volte in cui, invitata a pranzo da mia madre per mangiare i vincisgrassi (primo piatto tipico della mia regione, una pasta al forno con besciamella e sugo di carne bello carico), che lei sa cucinare benissimo, dopo essermi se ... (continue)
Dopo aver letto questi racconti ho rivissuto la sensazione di quelle poche volte in cui, invitata a pranzo da mia madre per mangiare i vincisgrassi (primo piatto tipico della mia regione, una pasta al forno con besciamella e sugo di carne bello carico), che lei sa cucinare benissimo, dopo essermi seduta a tavola con l’acquolina alla bocca vedendo il bel piatto fumante davanti ai miei occhi, fatto seguito ad un primo assaggio incredulo un secondo boccone, mi rendo conto che c’è poco sugo, che ha messo i chiodi di garofano nel sugo (che odio) o che la besciamella è troppo liquida. Sono piccoli difetti, direte, ed è vero, ma quando le aspettative culinarie sono alte, anche il minimo difetto provoca delusione (certo, se li avessi cucinati io i vincisgrassi non sarebbe andata così, da me non mi aspetto nulla di superlativo in cucina!).
Passando a parlare del libro, i racconti di Simenon qui pubblicati mi hanno lasciato con l’amaro in bocca, per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, perché il racconto non è la forma ideale per rendere al meglio una trama poliziesca in cui prenda forma un delitto, un colpevole e si sveli un movente. Nemmeno per un esperto scrittore come Simenon. Ed ecco quindi che ci sono stati alcuni racconti che, pur nella loro brevità, hanno puntato –con un buon risultato- soprattutto sullo studio del “genere umano” criminale, come il racconto che dà il titolo al libro, Rue Pigalle, oppure sull’atmosfera nebbiosa e grigia, che mi ha ricordato “Il porto delle nebbie”, delle chiuse sulla Senna, che ben si conciliano con l’umore uggioso del commissario Maigret; altri racconti non mi sono piaciuti, come “Il signor Lunedì” o “Jeumont, 51 minuti di sosta!”, in cui viene raccontata un’indagine di un omicidio avvenuto in un vagone ferroviario, tipico giallo alla Agatha Christie che non si addice allo stile di Simenon.
Un buon piatto, dunque, non ottimo come siamo abituati di solito. Perché Georges Simenon ci ha abituato sempre al meglio!
Una voce di notte
Un altro Montalbano alle prese con i soliti nemici da combattere: “Uno, la sdilinquenza comuni, dù, gli omicidi occasionali; tri, la mafia; quattro, i deputati collusi con la mafia”. I casi da risolvere in questo ultimo romanzo camilleriano sono due: un suicidio (vero o falso?) del direttore di un s ... (continue)
Un altro Montalbano alle prese con i soliti nemici da combattere: “Uno, la sdilinquenza comuni, dù, gli omicidi occasionali; tri, la mafia; quattro, i deputati collusi con la mafia”. I casi da risolvere in questo ultimo romanzo camilleriano sono due: un suicidio (vero o falso?) del direttore di un supermercato di proprietà di una famiglia mafiosa, i Cuffaro, che a Vigata controlla ogni tipo di attività, e l’omicidio di una bella ragazza di ventitré anni, trovata morta nella casa dove abitava con il compagno, il figlio del Presidente della Provincia. All’interno della trama in cui sono inserite le solite macchiette che fanno sorridere il lettore, quali Catarella ed i suoi errori, Fazio e i suoi pizzini o lo scorbutico dottor Pasquano che questa volta è ancora più antipatico del solito, si svolgono le indagini, non sempre con mezzi leciti (“ma la merda come la levi di ‘n mezzo alla strata se non hai paletta e sacchetto? Devi per forza usari la mano e allordaritille”), del commissario, sempre in pensiero per gli anni che passano, sempre sdegnato verso la casta politica che ci governa, sempre in lite telefonica con Livia… Insomma, non c’è niente di nuovo nel nuovo Camilleri, che crea storie tagliate addosso al commissario ma che rispecchiano la triste realtà italica in modo così reale da porsi come una voce di protesta, “la voce degli onesti cittadini” che si sentono impotenti nei confronti di quanto accade sopra le loro teste. Una voce, quella di Camilleri, che disturba “i ciriveddri in sonnolenza perenni” degli italiani.
La vedova e il pappagallo e altri racconti
Ho appena finito di leggere i sette racconti di Virginia Woolf contenuti in questo libretto della collana del Sole 24 ore che esce la domenica. E sono rimasta estasiata dalla bellezza e dalla delicatezza di alcuni di essi. In particolare sono tre quelli che ho preferito, tre piccoli capolavori, in c ... (continue)
Ho appena finito di leggere i sette racconti di Virginia Woolf contenuti in questo libretto della collana del Sole 24 ore che esce la domenica. E sono rimasta estasiata dalla bellezza e dalla delicatezza di alcuni di essi. In particolare sono tre quelli che ho preferito, tre piccoli capolavori, in cui ci sono tre donne sole, infelici, incomprese, che vivono una situazione di disagio per la drammatica incomunicabilità in cui si dibattono, verso le quali ho sentito subito un moto di vicinanza, di solidarietà.
“La signora nello specchio:un’immagine riflessa” è il mio preferito, con un’atmosfera impalpabile di indeterminatezza amplificato dalle immagini riflesse nello specchio posto nell’atrio della casa di Isabel. Così leggi e ti domandi: qual è la vera immagine di questa donna paragonata “al fantastico e tremulo convolvolo”, silenziosa e misteriosa, che ha viaggiato in tutto il mondo ed ha conosciuto tanti uomini, pur non avendone sposato alcuno? E’ quella riflessa dallo specchio nell’atrio o è quella che appare alla fine, nuda e crudele, nella triste verità della sua esistenza? Lo specchio riflette da lontano la donna come gli altri la vedono, è come l’occhio della società che osserva e scruta l’esteriorità delle persone; quando ci si avvicina ad esso invece, quando la persona riempie la superficie dello specchio ecco che il mondo arretra e viene fuori il vero “io”, tristemente diverso dal primo. Bellissimo.
“Lappin e Lapinova” è un altro racconto molto bello. Anche qui vi è una figura femminile, Rosalind, infelicemente sposata con un uomo freddo, distante e serioso, membro di una famiglia che si crogiola nell’orgoglio del proprio ceto, che non la comprende e la esclude. Una donna bisognosa di affetto che non trova in famiglia e in società, costretta a rifugiarsi nell’immaginazione per dare calore ad un matrimonio gelido, creando personaggi immaginari, coniglietti soffici e dolci che ispirano tenerezza, fin quando non si scontrerà con la realtà.
“Un riepilogo” è brevissimo, cinque pagine, eppure Sasha Latham è così ben descritta come se la scrittrice ne avesse parlato a lungo. Sasha è una donna timida e silenziosa, che in società non si trova a suo agio, perché non riesce a manifestare la sua ricchezza interiore, quell’immaginazione artistica che trasfigura il mondo che la Woolf descrive con la sua scrittura riflessiva ed eterea.
Non sono tutti racconti da cinque stelle, il primo, che dà il titolo al libro, ed anche qualche altro, come “Scene della vita di un ufficiale di marina britannico”non sono bellissimi, ma sono forti le emozioni (tristezza, sofferenza, e tanto bisogno di amore) che mi ha dato la lettura di quei cammei, in cui ho pensato la scrittrice abbia messo molto di sé ma anch’io ho ritrovato molto di me.