Capita di prendere delle cantonate. Questo libro è stata una enorme cantonata. Marco Vichi in questo racconto sfrutta e gioca con il topos del patto col diavolo intrecciandolo con uno tra i temi in assoluto più usati nella letteratura: la metaletteratura, ovvero, il protagonista è uno scrittore. Dic
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Capita di prendere delle cantonate. Questo libro è stata una enorme cantonata. Marco Vichi in questo racconto sfrutta e gioca con il topos del patto col diavolo intrecciandolo con uno tra i temi in assoluto più usati nella letteratura: la metaletteratura, ovvero, il protagonista è uno scrittore. Dico subito che il gioco è a dir poco malriuscito. Ne vien fuori un racconto scarsamente originale, scritto in modo mediocre e a tratti talmente male da diventare irritante, come irritante è l’uso continuo, spropositato e inutile dei punti di sospensione. Il protagonista del racconto, è un aspirante scrittore frustrato che non riesce a far pubblicare i suoi libri e che alla promessa di ottenere l’agognato successo, accetta l’invito di riscrivere la Commedia di Dante “un poema sullo stesso identico stile dell'Alighieri, ma ovviamente diverso nell'essenza e nelle intenzioni, completamente diverso...”, “Il poemetto si intitolerà La Vera Comèdia... Senza quell'altra parolina, che non ha alcun senso...”. Alla firma del contratto seguirà la faticosa scrittura del libro, ma alla fine ci sarà una sorpresa. A Marco Vichi piace giocare con le parole, si diverte a far scrivere La Vera Comèdia al suo personaggio, questo è il cuore del racconto e si sente. Anche troppo. I nuclei narrativi del racconto invece, sono appena accennati, si rimane in superficie lasciando una serie di abbozzi sospesi, senza uno straccio di sviluppo, usando, anche i forti riferimenti culturali entro cui si colloca la narrazione, solo come cornice formale e nulla più. Il contratto è un racconto mal lavorato e sbilanciato, funzionale più al diverimento dell’autore che alla bontà della narrazione, un racconto che poteva essere scritto in 30 pagine o diventare un romanzo di 300, ma così com’è non funziona. http://aaawantedbook.blogspot.it/2013/04/note-brevi-il-…
In questo breve romanzo, La mancanza di gusto (La faute de goût –Actes Sud), la storia è esile, banale e piatta fino alla noia. Eppure, Caroline Lunoir, riesce a dar vita con una scrittura essenziale a una narrazione elegante, che per forza di stile, acquista una sorprendente piacevolezza di lettura
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In questo breve romanzo, La mancanza di gusto (La faute de goût –Actes Sud), la storia è esile, banale e piatta fino alla noia. Eppure, Caroline Lunoir, riesce a dar vita con una scrittura essenziale a una narrazione elegante, che per forza di stile, acquista una sorprendente piacevolezza di lettura. Come ogni anno, in un castello nel sud della Francia, si riunisce a ferragosto una grande famiglia borghese, piena di zii e nonni, cugini, cognate e nipoti, una famiglia che però ha al centro le donne, vere uniche eredi della proprietà che tengono saldamente indivisa anche a costo di non parlare, di omettere, di far finta di non sapere che la dissoluzione di tutto è imminente, la dissoluzione della proprietà come dei riti che uniscono e accompagnano questa famiglia così tenacemente aggrappata alla difesa di privilegi fuori dalla storia e nutriti dal pregiudizio. Mathilde, la narratrice, osserva questo microcosmo che nella calura estiva sembra rimanere immobile, spettatore di sé stesso come della natura che circonda e avvolge il castello e i suoi abitatori, fino a quando qualcosa turba la quiete, la “pace sociale”: Rosana, la custode, fa il bagno nella nuova piscina. Basta questo semplice gesto a smascherare l’ipocrisia della famiglia, che si trova subito compatta nel contrastare anche il più piccolo cambiamento. Paul, il nonno, è l’uomo che tra tante donne “In un’epoca che volge al termine […] tiene alto il sogno”, è lui che si occupa della proprietà, “lui è cognato, zio, nonno di riferimento”. Mathilde lo presenta come il capo famiglia in pectore, è lui ad aver voluto la piscina, ed è lui che ha invitato Rosana a usarla. Eppure, basta una parola della moglie, delle donne, per farlo tornare a essere solo il principe consorte, in un attimo non conta nulla. La stessa Mathilde viene annullata come fosse una bambina quando si spinge a esprimere un dubbio, a discostarsi dalla famiglia, ma è solo un sussulto, subentra subito per entrambi una passiva accettazione di quello stato di cose. Mathilde è consapevole ma non agisce, va via, torna a Parigi con “la nostalgia di ciò che non è stato”, più rassegnata che delusa. E infatti tornerà al castello, a farsi avvolgere dall’inerzia di quel mondo che sta per sparire. Con mezzi ridotti, Caroline Lunoir dà vita a un romanzo bello e sottile (in tutti i sensi), facendo dello stile la sua arma migliore, trattando con eleganza una storia in sé noiosa e banale. La mancanza di gusto è il romanzo d’esordio di Caroline Lunoir, ed è stato pubblicato in Francia da Actes Sud nel 2011 con buon successo di critica e di pubblico, mentre in Italia è edito da 66thand2nd, che merita di essere citato sia per la bella cura del libro, sia perché questo (piccolo) editore romano, è riuscito a far costare il libro tradotto meno dell’originale francese (anche nella versione ebook), cosa da non trascurare, offrendo un ottimo prodotto a un buon prezzo. Complimenti! http://aaawantedbook.blogspot.it/2013/02/la-mancanza-di…
Appena scaduti i settant’anni fatidici dalla morte di Irène Némirovsky, in libreria hanno cominciato a proliferare titoli editi e inediti della scrittrice naturalizzata francese. La parte del leone la sta facendo Newton Compton, che ha pubblicato almeno dieci volumi che raccolgono i titoli più impor
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Appena scaduti i settant’anni fatidici dalla morte di Irène Némirovsky, in libreria hanno cominciato a proliferare titoli editi e inediti della scrittrice naturalizzata francese. La parte del leone la sta facendo Newton Compton, che ha pubblicato almeno dieci volumi che raccolgono i titoli più importanti della scrittrice, compreso Suite francese, il romanzo postumo pubblicato nel 2004 in Francia, in Italia per la prima volta nel 2005 da Adelphi, e che ha tanto contribuito alla riscoperta di questa autrice e della sua opera. Tra gli editori che hanno pubblicato la Némirovsky, c’è anche Castelvecchi, che però, a differenza di Newton Compton, sembra aver scelto un’altra strada, non pubblicare libri già editi, bensì delle vere novità editoriali. Uno è La vita di Cechov e l’altro, quello che ho letto, è Nascita di una rivoluzione. Il libro è composto di tre racconti: Nascita di una rivoluzione. Scene viste da una bambina, (Naissance d’une révolution), apparso per la prima volta nel 1938 su Le Figaro littéraire, che dà il titolo al volume; Magia, (Magie), pubblicato nel 1938 su L’Intrasigeant ed Émilie Plater (Émilie Plater), pubblicato in Francia solo nel 2011 in Oevres Complètes. Il titolo del libro, Nascita di una rivoluzione, è fuorviante. Solo il racconto omonimo apre uno squarcio sulla rivoluzione ai suoi esordi e sugli effetti che questa ha sugli uomini, descrivendo come ‘rivoluzione’ passi in pochi momenti dall’essere una parola “uscita dalle pagine della Storia di Francia o dei romanzi di Dumas padre” al presentarsi agli occhi dell’autrice come “il momento in cui l’uomo non si è ancora spogliato delle abitudini e della pietà umana, il momento in cui non è ancora abitato dal demonio, che già però si avvicina e turba la sua anima” lasciando intendere il volto terribile e sconvolgente che ben conosce chi “ha visto da vicino la guerra o la sommossa” come toccò alla Némirovsky. Nei primi due racconti la Némirovsky racconta episodi legati alla sua biografia. In Nascita di una rivoluzione ricorda una finta esecuzione di cui fu testimone nell’inverno del 1917, una messinscena dei rivoluzionari russi per punire il portiere del palazzo della piccola Irène. Nel secondo, Magia, l’azione si sposta in Finlandia nel 1918, un gruppo di ragazzi, esuli russi “si divertivano a fare sedute spiritiche” nel mezzo di una foresta in un paese che rimane ostile. Émilie Plater, l’ultimo racconto, è la storia della nobile ‘partigiana’ polacca che prese parte alla rivolta anti-zarista del 1830-31 ponendosi alla guida di un gruppetto di contadini, una storia breve che vede il suo epilogo con la morte della giovane Émilie. Malgrado la scrittura della Némirovsky sia sempre fluida e di buona qualità, i racconti mi sono sembrati diseguali e non all’altezza dei migliori esiti che la scrittrice raggiunge in altri, più riusciti, testi. Nascita di una rivoluzione mi sembra il migliore dei tre, anche se a tratti anche Magia è molto ben fatto, ma non fila tutto liscio, è come se qualcosa si inceppasse. Émilie Plater mi sembra avere i limiti più evidenti, soprattutto legati a una forma mista trattata in modo troppo grezzo. Non mi sono sembrati tre gioiellini, bensì tre buoni racconti e basta. Da Irène Némirovsky ci si può aspettare altro, anche perché Castelvecchi queste 64 pagine ce le fa pagare non poco, 7 euro e 50, quasi quanto alcuni titoli Adelphi e ben più dei titoli Newton Compton. Molto ben fatta la prefazione Cosa fa la rivoluzione con gli uomini e cosa fanno gli uomini con la rivoluzione, di Susanne Scholl, (giornalista, saggista e autrice di poesie e romanzi –Ragazze della guerra, Voland; Russia senz’anima, Zandonai), che ci porta a riflettere su alcuni motivi ricorrenti comuni a tutte le rivoluzioni prendendo spunto dal corpo del testo e dandone una personale interpretazione rimanendo in bilico tra la russia di ieri e quella di oggi. Libro consigliato agli accaniti lettori di Irène Némirovsky per una lettura che li porterà un passo in avanti nell’esaurire l’intero corpus dell’opera di questa scrittrice.
“Qual è l’istante esatto in cui nasce una rivoluzione? Vorrei ritrovare nella mia memoria quel giorno dell’inverno 1917, quando a un tratto diventò visibile, non solo per gli iniziati, per gli uomini al potere, ma per la folla, per un bambino, per me” “…tutto ciò sembrava avere l’incoerenza e la gratuità dei gesti che compiono i pazzi. Perché quella crudeltà? Com’è possibile che degli uomini infliggano un simile supplizio a un altro uomo, spontaneamente?” http://aaawantedbook.blogspot.it/2013/01/nascita-di-una…
Anche io, come molti lettori, ho le mie piccole manie. Sulla prima pagina di ogni libro che ho letto, oltre al mio nome, campeggiano la data di inizio e fine lettura e le pagine in cui compaiono i passaggi che più ho amato di quel libro, debitamente sottolineati. E’ molto difficile trovare un libro
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Anche io, come molti lettori, ho le mie piccole manie. Sulla prima pagina di ogni libro che ho letto, oltre al mio nome, campeggiano la data di inizio e fine lettura e le pagine in cui compaiono i passaggi che più ho amato di quel libro, debitamente sottolineati. E’ molto difficile trovare un libro senza queste mie note di lettura. Quasi sempre, infatti, in ogni libro trovo un passaggio, una descrizione o un ragionamento che mi hanno colpito e che voglio ricordare. In Leggendo Turgenev lo spazio dedicato a questa mia mania è vuoto. Me ne sono accorta solo a fine lettura e ho pensato che non era un buon segno. Non avevo mai letto nulla di William Trevor, ma dopo essermi imbattuta in un bel articolo su La Lettura, “Una Bovary (casta) nel cuore d’Irlanda” di Franco Cordelli, mi era venuta subito voglia di correre a comprare il suo libro. Mary Louise, la protagonista, è una giovane protestante irlandese. La sua è una povera famiglia di agricoltori e per sfuggire alla monotonia della vita di campagna, decide di sposare Elmer Quarry, un commerciante di tessuti benestante che vive nella vicina città e più vecchio di lei di 14 anni. Il loro non è un matrimonio d’amore. Lei lo sposa per affrancarsi dalla campagna, con l’illusione di una vita più piena e soddisfacente in città; Elmer la chiede in moglie per dare un erede alla sua attività, infatti in città tutti sanno che un Quarry si sposa quasi esclusivamente per quello. Mary Louise andrà a vivere nella grande casa sopra il negozio, con il marito e le sue due sorelle zitelle, che contrarie a questo matrimonio, renderanno la sua vita e quella del fratello un vero incubo. Giorno dopo giorno Mary diventa sempre più consapevole dell’errore commesso, che cercherà di sopportare con lunghe passeggiate in bicicletta e una pazienza davvero notevole. Durante una di queste passeggiate si ritroverà davanti alla casa di suo cugino Robert, di cui era innamorata fin dai tempi della scuola e riavvicinandosi a lui scoprirà l’amore nella sua vita. Un amore casto, fatto di passeggiate, conversazioni e la lettura dei romanzi di Turgenev che Robert, malato ormai da tempo, ama profondamente. Il loro idillio d’amore durerà poco (forse troppo poco), ma lascerà un ricordo indelebile in Mary Louise, che cercherà in ogni modo di mantenerlo in vita nei suoi ricordi. Il romanzo si dipana su due piani temporali. Il primo, nel presente, dove Mary Louise è rinchiusa in una casa di cura. Il secondo, nel passato, dove ci vengono narrati gli eventi della sua vita. Sicuramente il romanzo è di piacevole lettura, l’incastro temporale è perfetto e ci permette di capire e osservare come le azioni di Mary vengono travisate dalle persone a lei vicine, in alcuni casi per mera cattiveria, in altri per mancanza di sensibilità. Forse le mie aspettative erano troppo alte, anche grazie all’articolo di Cordelli che parlava dell’ “l’influenza che la scrittura (la letteratura) può avere sulla vita, da Cervantes a Flaubert. A suo modo anche la protagonista di “Leggendo Turgenev” è una Bovary, ma una Bovary casta, tutta spirituale, che non solo non abbandona il sogno in cui vive dai suoi vent’anni, ma in esso vuole testardamente rimanere, rimarrà per tutta la vita”. Infatti, più che l’influenza della letteratura (di Turgenev in questo caso), quello che ho colto io nelle azioni di Mary Louise è una testardaggine ed un’ingenuità a mio parere non riconducibili all’influenza dello scrittore russo, che compare solo a metà romanzo e in 4 passaggi striminziti, la maggior parte dei quali dedicati a descrizioni di ambienti e azioni, più che ad uno dei pensiero dei protagonisti del romanzo russo. Non è Turgenev ad influenzare Mary Louise e non è neanche l’amore per Robert a farlo, ma solo la volontà della protagonista che si incaponisce a voler vivere nel suo sogno di gioventù. Volontà che appare allo stesso tempo granitica, per la costanza e l’impegno con cui la pratica e passiva, per la sua mancanza di coraggio nel non voler dichiarare la sua infelicità e il suo errore iniziale. Non ho provato empatia per la protagonista, anche se per certi versi il paragone con la Bovary può sembrare calzante, lo ammetto. Ma in Emma, per quanto “odiosa e ingenua”, ricordo un certo coraggio, forse una sorta di coraggiosa incoscienza effettivamente, ma comunque uno stimolo ad agire che in Mary Louise non c’è. Sarà per questo che la prima pagina della mia copia del libro è rimasta orfana di note, o forse dipende dallo stile di Trevor, che per quanto chiaro e perfettamente comprensibile, non mi ha colpito come speravo. Pazienza.
Il contratto
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Note brevi a IL CONTRATTO di Marco VichiCapita di prendere delle cantonate. Questo libro è stata una enorme cantonata.continue)
Marco Vichi in questo racconto sfrutta e gioca con il topos del patto col diavolo intrecciandolo con uno tra i temi in assoluto più usati nella letteratura: la metaletteratura, ovvero, il protagonista è uno scrittore.
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Capita di prendere delle cantonate. Questo libro è stata una enorme cantonata.
Marco Vichi in questo racconto sfrutta e gioca con il topos del patto col diavolo intrecciandolo con uno tra i temi in assoluto più usati nella letteratura: la metaletteratura, ovvero, il protagonista è uno scrittore.
Dico subito che il gioco è a dir poco malriuscito. Ne vien fuori un racconto scarsamente originale, scritto in modo mediocre e a tratti talmente male da diventare irritante, come irritante è l’uso continuo, spropositato e inutile dei punti di sospensione.
Il protagonista del racconto, è un aspirante scrittore frustrato che non riesce a far pubblicare i suoi libri e che alla promessa di ottenere l’agognato successo, accetta l’invito di riscrivere la Commedia di Dante “un poema sullo stesso identico stile dell'Alighieri, ma ovviamente diverso nell'essenza e nelle intenzioni, completamente diverso...”, “Il poemetto si intitolerà La Vera Comèdia... Senza quell'altra parolina, che non ha alcun senso...”. Alla firma del contratto seguirà la faticosa scrittura del libro, ma alla fine ci sarà una sorpresa.
A Marco Vichi piace giocare con le parole, si diverte a far scrivere La Vera Comèdia al suo personaggio, questo è il cuore del racconto e si sente. Anche troppo.
I nuclei narrativi del racconto invece, sono appena accennati, si rimane in superficie lasciando una serie di abbozzi sospesi, senza uno straccio di sviluppo, usando, anche i forti riferimenti culturali entro cui si colloca la narrazione, solo come cornice formale e nulla più.
Il contratto è un racconto mal lavorato e sbilanciato, funzionale più al diverimento dell’autore che alla bontà della narrazione, un racconto che poteva essere scritto in 30 pagine o diventare un romanzo di 300, ma così com’è non funziona.
http://aaawantedbook.blogspot.it/2013/04/note-brevi-il-…
La mancanza di gusto
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LA MANCANZA DI GUSTO di Caroline LunoirIn questo breve romanzo, La mancanza di gusto (La faute de goût –Actes Sud), la storia è esile, banale e piatta fino alla noia. Eppure, Caroline Lunoir, riesce a dar vita con una scrittura essenziale a una narrazione elegante, che per forza di stile, acquista una sorprendente piacevolezza di lettura ... (continue)
In questo breve romanzo, La mancanza di gusto (La faute de goût –Actes Sud), la storia è esile, banale e piatta fino alla noia. Eppure, Caroline Lunoir, riesce a dar vita con una scrittura essenziale a una narrazione elegante, che per forza di stile, acquista una sorprendente piacevolezza di lettura.
Come ogni anno, in un castello nel sud della Francia, si riunisce a ferragosto una grande famiglia borghese, piena di zii e nonni, cugini, cognate e nipoti, una famiglia che però ha al centro le donne, vere uniche eredi della proprietà che tengono saldamente indivisa anche a costo di non parlare, di omettere, di far finta di non sapere che la dissoluzione di tutto è imminente, la dissoluzione della proprietà come dei riti che uniscono e accompagnano questa famiglia così tenacemente aggrappata alla difesa di privilegi fuori dalla storia e nutriti dal pregiudizio.
Mathilde, la narratrice, osserva questo microcosmo che nella calura estiva sembra rimanere immobile, spettatore di sé stesso come della natura che circonda e avvolge il castello e i suoi abitatori, fino a quando qualcosa turba la quiete, la “pace sociale”: Rosana, la custode, fa il bagno nella nuova piscina. Basta questo semplice gesto a smascherare l’ipocrisia della famiglia, che si trova subito compatta nel contrastare anche il più piccolo cambiamento.
Paul, il nonno, è l’uomo che tra tante donne “In un’epoca che volge al termine […] tiene alto il sogno”, è lui che si occupa della proprietà, “lui è cognato, zio, nonno di riferimento”. Mathilde lo presenta come il capo famiglia in pectore, è lui ad aver voluto la piscina, ed è lui che ha invitato Rosana a usarla. Eppure, basta una parola della moglie, delle donne, per farlo tornare a essere solo il principe consorte, in un attimo non conta nulla. La stessa Mathilde viene annullata come fosse una bambina quando si spinge a esprimere un dubbio, a discostarsi dalla famiglia, ma è solo un sussulto, subentra subito per entrambi una passiva accettazione di quello stato di cose.
Mathilde è consapevole ma non agisce, va via, torna a Parigi con “la nostalgia di ciò che non è stato”, più rassegnata che delusa. E infatti tornerà al castello, a farsi avvolgere dall’inerzia di quel mondo che sta per sparire.
Con mezzi ridotti, Caroline Lunoir dà vita a un romanzo bello e sottile (in tutti i sensi), facendo dello stile la sua arma migliore, trattando con eleganza una storia in sé noiosa e banale.
La mancanza di gusto è il romanzo d’esordio di Caroline Lunoir, ed è stato pubblicato in Francia da Actes Sud nel 2011 con buon successo di critica e di pubblico, mentre in Italia è edito da 66thand2nd, che merita di essere citato sia per la bella cura del libro, sia perché questo (piccolo) editore romano, è riuscito a far costare il libro tradotto meno dell’originale francese (anche nella versione ebook), cosa da non trascurare, offrendo un ottimo prodotto a un buon prezzo. Complimenti!
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Nascita di una rivoluzione
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NASCITA DI UNA RIVOLUZIONE di Irène NémirovskyAppena scaduti i settant’anni fatidici dalla morte di Irène Némirovsky, in libreria hanno cominciato a proliferare titoli editi e inediti della scrittrice naturalizzata francese. La parte del leone la sta facendo Newton Compton, che ha pubblicato almeno dieci volumi che raccolgono i titoli più impor ... (continue)
Appena scaduti i settant’anni fatidici dalla morte di Irène Némirovsky, in libreria hanno cominciato a proliferare titoli editi e inediti della scrittrice naturalizzata francese. La parte del leone la sta facendo Newton Compton, che ha pubblicato almeno dieci volumi che raccolgono i titoli più importanti della scrittrice, compreso Suite francese, il romanzo postumo pubblicato nel 2004 in Francia, in Italia per la prima volta nel 2005 da Adelphi, e che ha tanto contribuito alla riscoperta di questa autrice e della sua opera.
Tra gli editori che hanno pubblicato la Némirovsky, c’è anche Castelvecchi, che però, a differenza di Newton Compton, sembra aver scelto un’altra strada, non pubblicare libri già editi, bensì delle vere novità editoriali. Uno è La vita di Cechov e l’altro, quello che ho letto, è Nascita di una rivoluzione.
Il libro è composto di tre racconti: Nascita di una rivoluzione. Scene viste da una bambina, (Naissance d’une révolution), apparso per la prima volta nel 1938 su Le Figaro littéraire, che dà il titolo al volume; Magia, (Magie), pubblicato nel 1938 su L’Intrasigeant ed Émilie Plater (Émilie Plater), pubblicato in Francia solo nel 2011 in Oevres Complètes.
Il titolo del libro, Nascita di una rivoluzione, è fuorviante. Solo il racconto omonimo apre uno squarcio sulla rivoluzione ai suoi esordi e sugli effetti che questa ha sugli uomini, descrivendo come ‘rivoluzione’ passi in pochi momenti dall’essere una parola “uscita dalle pagine della Storia di Francia o dei romanzi di Dumas padre” al presentarsi agli occhi dell’autrice come “il momento in cui l’uomo non si è ancora spogliato delle abitudini e della pietà umana, il momento in cui non è ancora abitato dal demonio, che già però si avvicina e turba la sua anima” lasciando intendere il volto terribile e sconvolgente che ben conosce chi “ha visto da vicino la guerra o la sommossa” come toccò alla Némirovsky.
Nei primi due racconti la Némirovsky racconta episodi legati alla sua biografia. In Nascita di una rivoluzione ricorda una finta esecuzione di cui fu testimone nell’inverno del 1917, una messinscena dei rivoluzionari russi per punire il portiere del palazzo della piccola Irène.
Nel secondo, Magia, l’azione si sposta in Finlandia nel 1918, un gruppo di ragazzi, esuli russi “si divertivano a fare sedute spiritiche” nel mezzo di una foresta in un paese che rimane ostile.
Émilie Plater, l’ultimo racconto, è la storia della nobile ‘partigiana’ polacca che prese parte alla rivolta anti-zarista del 1830-31 ponendosi alla guida di un gruppetto di contadini, una storia breve che vede il suo epilogo con la morte della giovane Émilie.
Malgrado la scrittura della Némirovsky sia sempre fluida e di buona qualità, i racconti mi sono sembrati diseguali e non all’altezza dei migliori esiti che la scrittrice raggiunge in altri, più riusciti, testi. Nascita di una rivoluzione mi sembra il migliore dei tre, anche se a tratti anche Magia è molto ben fatto, ma non fila tutto liscio, è come se qualcosa si inceppasse. Émilie Plater mi sembra avere i limiti più evidenti, soprattutto legati a una forma mista trattata in modo troppo grezzo. Non mi sono sembrati tre gioiellini, bensì tre buoni racconti e basta. Da Irène Némirovsky ci si può aspettare altro, anche perché Castelvecchi queste 64 pagine ce le fa pagare non poco, 7 euro e 50, quasi quanto alcuni titoli Adelphi e ben più dei titoli Newton Compton.
Molto ben fatta la prefazione Cosa fa la rivoluzione con gli uomini e cosa fanno gli uomini con la rivoluzione, di Susanne Scholl, (giornalista, saggista e autrice di poesie e romanzi –Ragazze della guerra, Voland; Russia senz’anima, Zandonai), che ci porta a riflettere su alcuni motivi ricorrenti comuni a tutte le rivoluzioni prendendo spunto dal corpo del testo e dandone una personale interpretazione rimanendo in bilico tra la russia di ieri e quella di oggi.
Libro consigliato agli accaniti lettori di Irène Némirovsky per una lettura che li porterà un passo in avanti nell’esaurire l’intero corpus dell’opera di questa scrittrice.
“Qual è l’istante esatto in cui nasce una rivoluzione? Vorrei ritrovare nella mia memoria quel giorno dell’inverno 1917, quando a un tratto diventò visibile, non solo per gli iniziati, per gli uomini al potere, ma per la folla, per un bambino, per me”
“…tutto ciò sembrava avere l’incoerenza e la gratuità dei gesti che compiono i pazzi. Perché quella crudeltà? Com’è possibile che degli uomini infliggano un simile supplizio a un altro uomo, spontaneamente?”
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Leggendo Turgenev
***This comment contains spoilers! ***
LEGGENDO TURGENEV di William TrevorAnche io, come molti lettori, ho le mie piccole manie. Sulla prima pagina di ogni libro che ho letto, oltre al mio nome, campeggiano la data di inizio e fine lettura e le pagine in cui compaiono i passaggi che più ho amato di quel libro, debitamente sottolineati.continue)
E’ molto difficile trovare un libro ... (
Anche io, come molti lettori, ho le mie piccole manie. Sulla prima pagina di ogni libro che ho letto, oltre al mio nome, campeggiano la data di inizio e fine lettura e le pagine in cui compaiono i passaggi che più ho amato di quel libro, debitamente sottolineati.
E’ molto difficile trovare un libro senza queste mie note di lettura. Quasi sempre, infatti, in ogni libro trovo un passaggio, una descrizione o un ragionamento che mi hanno colpito e che voglio ricordare.
In Leggendo Turgenev lo spazio dedicato a questa mia mania è vuoto. Me ne sono accorta solo a fine lettura e ho pensato che non era un buon segno. Non avevo mai letto nulla di William Trevor, ma dopo essermi imbattuta in un bel articolo su La Lettura, “Una Bovary (casta) nel cuore d’Irlanda” di Franco Cordelli, mi era venuta subito voglia di correre a comprare il suo libro.
Mary Louise, la protagonista, è una giovane protestante irlandese.
La sua è una povera famiglia di agricoltori e per sfuggire alla monotonia della vita di campagna, decide di sposare Elmer Quarry, un commerciante di tessuti benestante che vive nella vicina città e più vecchio di lei di 14 anni. Il loro non è un matrimonio d’amore. Lei lo sposa per affrancarsi dalla campagna, con l’illusione di una vita più piena e soddisfacente in città; Elmer la chiede in moglie per dare un erede alla sua attività, infatti in città tutti sanno che un Quarry si sposa quasi esclusivamente per quello. Mary Louise andrà a vivere nella grande casa sopra il negozio, con il marito e le sue due sorelle zitelle, che contrarie a questo matrimonio, renderanno la sua vita e quella del fratello un vero incubo. Giorno dopo giorno Mary diventa sempre più consapevole dell’errore commesso, che cercherà di sopportare con lunghe passeggiate in bicicletta e una pazienza davvero notevole. Durante una di queste passeggiate si ritroverà davanti alla casa di suo cugino Robert, di cui era innamorata fin dai tempi della scuola e riavvicinandosi a lui scoprirà l’amore nella sua vita. Un amore casto, fatto di passeggiate, conversazioni e la lettura dei romanzi di Turgenev che Robert, malato ormai da tempo, ama profondamente. Il loro idillio d’amore durerà poco (forse troppo poco), ma lascerà un ricordo indelebile in Mary Louise, che cercherà in ogni modo di mantenerlo in vita nei suoi ricordi.
Il romanzo si dipana su due piani temporali. Il primo, nel presente, dove Mary Louise è rinchiusa in una casa di cura. Il secondo, nel passato, dove ci vengono narrati gli eventi della sua vita. Sicuramente il romanzo è di piacevole lettura, l’incastro temporale è perfetto e ci permette di capire e osservare come le azioni di Mary vengono travisate dalle persone a lei vicine, in alcuni casi per mera cattiveria, in altri per mancanza di sensibilità. Forse le mie aspettative erano troppo alte, anche grazie all’articolo di Cordelli che parlava dell’ “l’influenza che la scrittura (la letteratura) può avere sulla vita, da Cervantes a Flaubert. A suo modo anche la protagonista di “Leggendo Turgenev” è una Bovary, ma una Bovary casta, tutta spirituale, che non solo non abbandona il sogno in cui vive dai suoi vent’anni, ma in esso vuole testardamente rimanere, rimarrà per tutta la vita”.
Infatti, più che l’influenza della letteratura (di Turgenev in questo caso), quello che ho colto io nelle azioni di Mary Louise è una testardaggine ed un’ingenuità a mio parere non riconducibili all’influenza dello scrittore russo, che compare solo a metà romanzo e in 4 passaggi striminziti, la maggior parte dei quali dedicati a descrizioni di ambienti e azioni, più che ad uno dei pensiero dei protagonisti del romanzo russo. Non è Turgenev ad influenzare Mary Louise e non è neanche l’amore per Robert a farlo, ma solo la volontà della protagonista che si incaponisce a voler vivere nel suo sogno di gioventù. Volontà che appare allo stesso tempo granitica, per la costanza e l’impegno con cui la pratica e passiva, per la sua mancanza di coraggio nel non voler dichiarare la sua infelicità e il suo errore iniziale. Non ho provato empatia per la protagonista, anche se per certi versi il paragone con la Bovary può sembrare calzante, lo ammetto. Ma in Emma, per quanto “odiosa e ingenua”, ricordo un certo coraggio, forse una sorta di coraggiosa incoscienza effettivamente, ma comunque uno stimolo ad agire che in Mary Louise non c’è.
Sarà per questo che la prima pagina della mia copia del libro è rimasta orfana di note, o forse dipende dallo stile di Trevor, che per quanto chiaro e perfettamente comprensibile, non mi ha colpito come speravo. Pazienza.
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Aria precaria
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ARIA PRECARIA di Sara Roothttp://aaawantedbook.blogspot.it/2013/01/aria-precaria-…