A vederlo ospite in uno dei più noiosi salotti televisivi nazionali non avrei mai pensato che quel signore sugli ottanta e passa potesse essere un tale concentrato di esperienze e frequentazioni così eccezionali e fuori dal comune. Walter Mauro lo conoscevo come critico letterario, ma della sua vita
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A vederlo ospite in uno dei più noiosi salotti televisivi nazionali non avrei mai pensato che quel signore sugli ottanta e passa potesse essere un tale concentrato di esperienze e frequentazioni così eccezionali e fuori dal comune. Walter Mauro lo conoscevo come critico letterario, ma della sua vita non sapevo nulla. Beh, questo libro snello e denso mi ha stupito, molto. Walter Mauro in queste 150 pagine racconta, per brevi capitoli, gli incontri di una vita vissuta intensamente. Critico non solo letterario, ma anche musicale, è stato professore la mattina, ma anche musicista jazz la notte, e tanto altro ancora. Il libro inizia parlando degli anni baresi dell’autore, quelli del liceo classico e del Partito d’Azione, “l’unico al quale sono mai stato iscritto”, gli anni dell’antifascismo. Qui a Bari conosce personaggi del calibro di Croce, frequenta i Laterza. Già questo basterebbe per far capire la straordinarietà della biografia di Mauro, ma questo è solo l’inizio. Nel 1942 c’è una retata a scuola che lo porta in carcere. Assieme ad alcuni compagni, finisce tra i detenuti politici accusato di antifascismo. Otto mesi di carcere e la maturità classica ad honorem, “l’ultima pagina barese della mia vita”. E poi Roma, l’Università, le lezioni di Sapegno e il rapporto con Ungaretti e ancora musica, quella del padre, “per lui esisteva solo Wagner”, quella della madre, pianista concertista “ma decise di interrompere quella carriera già avviata, quando nacqui io”, e la sua, il jazz. “La letteratura è un cortile, nel senso dei pettegolezzi, dell’odio, del rancore, dei dispettucci tra letterati (tra questi bambini non cresciuti che battono i piedini dall’età della ragione alla morte)”, e qui di dispettucci tra letterati ce ne sono. Ci sono le forbici del redattore Calvino pronte ad abbattersi su quei libri che, secondo lui, avrebbero potuto fare concorrenza allo scrittore Calvino; ci sono i futuri Nobel García Márquez e Vargas Llosa che litigano per una donna, “una lite che si sarebbe protratta per anni”; c’è un Ungaretti furioso alla notizia del Nobel a Quasimodo; l’amicizia difficile tra Camus e Mauriac e tanti altri. Ma il cortile è fatto anche di amori, passioni consumate rapidamente, bruciate, come quella tra Miles Devis e Juliette Gréco sotto gli occhi di Sartre e di Simone de Beauvoir, in una Parigi centro nevralgico della cultura europea e mondiale. Il critico Walter Mauro emerge con naturalezza qua e là senza mai appesantire il testo, spiega e dà giudizi, anche giudizi poco alla moda e controcorrente, “Oggi chi scala le classifiche, le scala con la cronaca, ma quelle sono le classifiche della letteratura, quei libri occupano un posto che non è riservato a loro. La cronaca è doverosa, Gomorra è una doverosa cronaca, ma rientra indebitamente nella categoria della letteratura. Oggi il romanziere segue la strada del cronista”. Questo libro mi è piaciuto, l’ho letto saltando avanti e indietro da un capitolo all’altro, prima di dormire ma anche nello spazio di due fermate in autobus. Un difetto? Cala nel finale. Gli ultimi capitoli sono un po’ troppo ripiegati su un passato che non c’è più. L’autore è chiaro, lo dice, non si sente un “celebratore dei tempi antichi, un laudator temporis acti, e ‘nostalgia’ è una parola che non mi appartiene”. Forse, ma qui sembra il contrario, la nostalgia c’è ed è palpabile. Perché non dirlo, ammetterlo, gridarlo? La nostalgia è una cosa normale, quasi fisiologica direi se sei un uomo di ottanta e passa anni vissuti così intensamente. Ultima notazione: arrivato a casa, libro intonso, l’ho aperto e due pagine sono volate via. Con un libro nuovo non mi era mai successo. Adesso sembra a posto, la situazione è calma, ma sembrava che quelle due pagine non c’entrassero col libro. Tiratina d’orecchie! http://aaawantedbook.blogspot.com/2011/03/la-letteratur…
VITA E OPINIONI FILOSOFICHE DI UN GATTO di Hippolyte Thaine
State cercando un libro da leggere sotto l’ombrellone o nella pace di una vetta alpina? Perfetto, eccolo qui: Vita e opinioni di un gatto del filosofo francese Hippolyte Taine, un libro piccolo piccolo ma dall’anima doppia che riesce ad essere doppiamente delizioso e adatto a essere letto ovunque e
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State cercando un libro da leggere sotto l’ombrellone o nella pace di una vetta alpina? Perfetto, eccolo qui: Vita e opinioni di un gatto del filosofo francese Hippolyte Taine, un libro piccolo piccolo ma dall’anima doppia che riesce ad essere doppiamente delizioso e adatto a essere letto ovunque e da chiunque. Seppur breve, Vita e opinioni filosofiche di un gatto si presenta come vero e proprio racconto di formazione e compendio della filosofia materialista e relativista di Hippolyte Taine, che mischia ironia e realismo, leggerezza e cinismo per raccontare una favola morale, un racconto filosofico che traccia un doppio ritratto, quello del gatto e della natura, e quello dell’uomo: egoista, orgoglioso e superstizioso. Il racconto inizia con una dolcezza che però già lascia presagire altro: “Sono nato in una botte in fondo a un fienile: la luce cadeva sulle mie palpebre chiuse, così, i primi otto giorni, mi sembrò tutto rosa”. A parlare è il protagonista, un gatto che dopo un esordio zuccheroso dove tutto è bello e tutti sembrano essere felici, esce dal fienile e comincia la sua scoperta del mondo attraverso gli insegnamenti di un’oca. Il cortile è “una repubblica di alleati; il piú attivo, l’uomo, era stato scelto come capo”, ma una mattina la cuoca prende l’oca e le taglia la testa. Il nostro gatto è “un po’ sgomento”, ma non esita ad assaggiare il sangue dell’amica oca “era davvero buono, e andai in cucina a vedere se ne avrei avuto ancora”. A questo punto sarà lo zio filosofo “molto esperto e anziano” a guidarlo e a istruirlo. In un mondo dove la convenienza e la forza sembrano dominare, la felicità consiste nel sonnecchiare e nell’avere la pancia piena, perché “Chi mangia è felice. Chi digerisce lo è di piú. Chi sonnecchia digerendo è ancora piú felice. Tutto il resto è solo vanità e impazienza”. Dopo aver molto riflettuto, queste sono le conclusioni del gatto a cui interessa solo la musica dei miagolii, “un’arte celestiale, sicuramente è un privilegio della nostra razza”, l’antipatia per l’odiato cane “che da sempre è stato considerato un mostro”, e la sua teoria sul mondo: “La natura assomiglia dovunque a se stessa, e offre nelle piccole cose l’immagine delle grandi. Da dove escono tutti gli animali? Da un uovo. Dunque la Terra è un immenso uovo rotto”. Il racconto è bello, ma altrettanto bella è l’introduzione, (corredata da una buona bibliografia), di Giuseppe Scaraffia, che ci racconta di un uomo solitario, schivo, uno “sbiadito professorino occhialuto” tuttaltro che brillante, dalla vasta cultura, che “Nelle cene, in compagnia di persone come Flaubert, Sainte-Beuve e Gavarni, brillava piú per profondità che per vivacità”. Un uomo che amava insegnare ma che non riesce a fare carriera, uno scrittore che fa fatica a scrivere e se ne lamenta con gli amici. Scaraffia traccia un profilo di Taine che riesce ad essere interessante e godibile, avvicinando il lettore a questo autore raccontando l’uomo prima e l’intellettuale poi, anzi, Scaraffia riesce a intrecciare così bene i due aspetti che diventano indistinguibili e indissolubili, regalandoci un ritratto che diventa un vero racconto.
"Arrivato a un simile grado di saggezza, non ho piú niente da chiedere alla natura, agli uomini, a nessuno, tranne forse qualche piccola scorpacciata al girarrosto. L’unica cosa che posso fare è addormentarmi sulla mia saggezza, perché la mia perfezione è sublime e nessun gatto pensante è penetrato prima e quanto me nel fondo segreto delle cose".
In questo breve romanzo, La mancanza di gusto (La faute de goût –Actes Sud), la storia è esile, banale e piatta fino alla noia. Eppure, Caroline Lunoir, riesce a dar vita con una scrittura essenziale a una narrazione elegante, che per forza di stile, acquista una sorprendente piacevolezza di lettura
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In questo breve romanzo, La mancanza di gusto (La faute de goût –Actes Sud), la storia è esile, banale e piatta fino alla noia. Eppure, Caroline Lunoir, riesce a dar vita con una scrittura essenziale a una narrazione elegante, che per forza di stile, acquista una sorprendente piacevolezza di lettura. Come ogni anno, in un castello nel sud della Francia, si riunisce a ferragosto una grande famiglia borghese, piena di zii e nonni, cugini, cognate e nipoti, una famiglia che però ha al centro le donne, vere uniche eredi della proprietà che tengono saldamente indivisa anche a costo di non parlare, di omettere, di far finta di non sapere che la dissoluzione di tutto è imminente, la dissoluzione della proprietà come dei riti che uniscono e accompagnano questa famiglia così tenacemente aggrappata alla difesa di privilegi fuori dalla storia e nutriti dal pregiudizio. Mathilde, la narratrice, osserva questo microcosmo che nella calura estiva sembra rimanere immobile, spettatore di sé stesso come della natura che circonda e avvolge il castello e i suoi abitatori, fino a quando qualcosa turba la quiete, la “pace sociale”: Rosana, la custode, fa il bagno nella nuova piscina. Basta questo semplice gesto a smascherare l’ipocrisia della famiglia, che si trova subito compatta nel contrastare anche il più piccolo cambiamento. Paul, il nonno, è l’uomo che tra tante donne “In un’epoca che volge al termine […] tiene alto il sogno”, è lui che si occupa della proprietà, “lui è cognato, zio, nonno di riferimento”. Mathilde lo presenta come il capo famiglia in pectore, è lui ad aver voluto la piscina, ed è lui che ha invitato Rosana a usarla. Eppure, basta una parola della moglie, delle donne, per farlo tornare a essere solo il principe consorte, in un attimo non conta nulla. La stessa Mathilde viene annullata come fosse una bambina quando si spinge a esprimere un dubbio, a discostarsi dalla famiglia, ma è solo un sussulto, subentra subito per entrambi una passiva accettazione di quello stato di cose. Mathilde è consapevole ma non agisce, va via, torna a Parigi con “la nostalgia di ciò che non è stato”, più rassegnata che delusa. E infatti tornerà al castello, a farsi avvolgere dall’inerzia di quel mondo che sta per sparire. Con mezzi ridotti, Caroline Lunoir dà vita a un romanzo bello e sottile (in tutti i sensi), facendo dello stile la sua arma migliore, trattando con eleganza una storia in sé noiosa e banale. La mancanza di gusto è il romanzo d’esordio di Caroline Lunoir, ed è stato pubblicato in Francia da Actes Sud nel 2011 con buon successo di critica e di pubblico, mentre in Italia è edito da 66thand2nd, che merita di essere citato sia per la bella cura del libro, sia perché questo (piccolo) editore romano, è riuscito a far costare il libro tradotto meno dell’originale francese (anche nella versione ebook), cosa da non trascurare, offrendo un ottimo prodotto a un buon prezzo. Complimenti! http://aaawantedbook.blogspot.it/2013/02/la-mancanza-di…
Capita di prendere delle cantonate. Questo libro è stata una enorme cantonata. Marco Vichi in questo racconto sfrutta e gioca con il topos del patto col diavolo intrecciandolo con uno tra i temi in assoluto più usati nella letteratura: la metaletteratura, ovvero, il protagonista è uno scrittore. Dic
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Capita di prendere delle cantonate. Questo libro è stata una enorme cantonata. Marco Vichi in questo racconto sfrutta e gioca con il topos del patto col diavolo intrecciandolo con uno tra i temi in assoluto più usati nella letteratura: la metaletteratura, ovvero, il protagonista è uno scrittore. Dico subito che il gioco è a dir poco malriuscito. Ne vien fuori un racconto scarsamente originale, scritto in modo mediocre e a tratti talmente male da diventare irritante, come irritante è l’uso continuo, spropositato e inutile dei punti di sospensione. Il protagonista del racconto, è un aspirante scrittore frustrato che non riesce a far pubblicare i suoi libri e che alla promessa di ottenere l’agognato successo, accetta l’invito di riscrivere la Commedia di Dante “un poema sullo stesso identico stile dell'Alighieri, ma ovviamente diverso nell'essenza e nelle intenzioni, completamente diverso...”, “Il poemetto si intitolerà La Vera Comèdia... Senza quell'altra parolina, che non ha alcun senso...”. Alla firma del contratto seguirà la faticosa scrittura del libro, ma alla fine ci sarà una sorpresa. A Marco Vichi piace giocare con le parole, si diverte a far scrivere La Vera Comèdia al suo personaggio, questo è il cuore del racconto e si sente. Anche troppo. I nuclei narrativi del racconto invece, sono appena accennati, si rimane in superficie lasciando una serie di abbozzi sospesi, senza uno straccio di sviluppo, usando, anche i forti riferimenti culturali entro cui si colloca la narrazione, solo come cornice formale e nulla più. Il contratto è un racconto mal lavorato e sbilanciato, funzionale più al diverimento dell’autore che alla bontà della narrazione, un racconto che poteva essere scritto in 30 pagine o diventare un romanzo di 300, ma così com’è non funziona. http://aaawantedbook.blogspot.it/2013/04/note-brevi-il-…
La stella nera di New York l'ho comprato al volo grazie alla mega offerta giornaliera di Amazon (1,99 €). L'atmosfera dei ruggenti anni venti era un richiamo a cui non ho saputo resistere. Ma quello che mi ha fatto continuare nella lettura, un pò noiosa al dire il vero, non è stata di certo la parte
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La stella nera di New York l'ho comprato al volo grazie alla mega offerta giornaliera di Amazon (1,99 €). L'atmosfera dei ruggenti anni venti era un richiamo a cui non ho saputo resistere. Ma quello che mi ha fatto continuare nella lettura, un pò noiosa al dire il vero, non è stata di certo la parte gialla/fantasy della storia, bensì i vari personaggi e i rapporti che intercorrono fra loro. Alla lunga le descrizioni di NYC (mai avrei pensato di poterlo dire) mi hanno stancato; il continuo uso di parole come "maschiette", "jazz", "gin", ecc. mi sono sembrate una forzatura non necessaria, soprattutto nella parte finale. Abbiamo capito che ci troviamo a NYC e negli anni venti, sappiamo leggere! La protagonista tutto sommato è ben riuscita, non essendo assolutamente rilegata in stereotipi a cui ci hanno ormai abituato gli autori fantasy. In generale è un libro senza pretese e se fosse stata un centinaio di pagine più corto certamente meno noioso. Alla casa editrice Fazi va comunque riconosciuto il grosso lavoro di marketing. Facebook e Twitter sono stati invasi da news, contest e anteprime sull'ultimo lavoro di Libba Bray, ma va detto che se non fosse stato per la promozione amazoniana per l’edizione ebook, non avrei mai speso 14,00 € per l’edizione rilegata, anche perché di Libba Bray avevo già letto Una grande e terribile bellezza e il fatto che non ricordi nemmeno il nome della protagonista di questo suo romanzo vorrà pure dire qualcosa, o no? E poi, per favore, vi imploro, basta saghe!
La letteratura è un cortile
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LA LETTERATURA È UN CORTILE di Walter MauroA vederlo ospite in uno dei più noiosi salotti televisivi nazionali non avrei mai pensato che quel signore sugli ottanta e passa potesse essere un tale concentrato di esperienze e frequentazioni così eccezionali e fuori dal comune. Walter Mauro lo conoscevo come critico letterario, ma della sua vita ... (continue)
A vederlo ospite in uno dei più noiosi salotti televisivi nazionali non avrei mai pensato che quel signore sugli ottanta e passa potesse essere un tale concentrato di esperienze e frequentazioni così eccezionali e fuori dal comune. Walter Mauro lo conoscevo come critico letterario, ma della sua vita non sapevo nulla. Beh, questo libro snello e denso mi ha stupito, molto.
Walter Mauro in queste 150 pagine racconta, per brevi capitoli, gli incontri di una vita vissuta intensamente. Critico non solo letterario, ma anche musicale, è stato professore la mattina, ma anche musicista jazz la notte, e tanto altro ancora.
Il libro inizia parlando degli anni baresi dell’autore, quelli del liceo classico e del Partito d’Azione, “l’unico al quale sono mai stato iscritto”, gli anni dell’antifascismo. Qui a Bari conosce personaggi del calibro di Croce, frequenta i Laterza. Già questo basterebbe per far capire la straordinarietà della biografia di Mauro, ma questo è solo l’inizio. Nel 1942 c’è una retata a scuola che lo porta in carcere. Assieme ad alcuni compagni, finisce tra i detenuti politici accusato di antifascismo. Otto mesi di carcere e la maturità classica ad honorem, “l’ultima pagina barese della mia vita”.
E poi Roma, l’Università, le lezioni di Sapegno e il rapporto con Ungaretti e ancora musica, quella del padre, “per lui esisteva solo Wagner”, quella della madre, pianista concertista “ma decise di interrompere quella carriera già avviata, quando nacqui io”, e la sua, il jazz.
“La letteratura è un cortile, nel senso dei pettegolezzi, dell’odio, del rancore, dei dispettucci tra letterati (tra questi bambini non cresciuti che battono i piedini dall’età della ragione alla morte)”, e qui di dispettucci tra letterati ce ne sono. Ci sono le forbici del redattore Calvino pronte ad abbattersi su quei libri che, secondo lui, avrebbero potuto fare concorrenza allo scrittore Calvino; ci sono i futuri Nobel García Márquez e Vargas Llosa che litigano per una donna, “una lite che si sarebbe protratta per anni”; c’è un Ungaretti furioso alla notizia del Nobel a Quasimodo; l’amicizia difficile tra Camus e Mauriac e tanti altri. Ma il cortile è fatto anche di amori, passioni consumate rapidamente, bruciate, come quella tra Miles Devis e Juliette Gréco sotto gli occhi di Sartre e di Simone de Beauvoir, in una Parigi centro nevralgico della cultura europea e mondiale.
Il critico Walter Mauro emerge con naturalezza qua e là senza mai appesantire il testo, spiega e dà giudizi, anche giudizi poco alla moda e controcorrente, “Oggi chi scala le classifiche, le scala con la cronaca, ma quelle sono le classifiche della letteratura, quei libri occupano un posto che non è riservato a loro. La cronaca è doverosa, Gomorra è una doverosa cronaca, ma rientra indebitamente nella categoria della letteratura. Oggi il romanziere segue la strada del cronista”.
Questo libro mi è piaciuto, l’ho letto saltando avanti e indietro da un capitolo all’altro, prima di dormire ma anche nello spazio di due fermate in autobus.
Un difetto? Cala nel finale. Gli ultimi capitoli sono un po’ troppo ripiegati su un passato che non c’è più. L’autore è chiaro, lo dice, non si sente un “celebratore dei tempi antichi, un laudator temporis acti, e ‘nostalgia’ è una parola che non mi appartiene”. Forse, ma qui sembra il contrario, la nostalgia c’è ed è palpabile. Perché non dirlo, ammetterlo, gridarlo? La nostalgia è una cosa normale, quasi fisiologica direi se sei un uomo di ottanta e passa anni vissuti così intensamente.
Ultima notazione: arrivato a casa, libro intonso, l’ho aperto e due pagine sono volate via. Con un libro nuovo non mi era mai successo. Adesso sembra a posto, la situazione è calma, ma sembrava che quelle due pagine non c’entrassero col libro. Tiratina d’orecchie!
http://aaawantedbook.blogspot.com/2011/03/la-letteratur…
Vita e opinioni filosofiche di un gatto
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VITA E OPINIONI FILOSOFICHE DI UN GATTO di Hippolyte ThaineState cercando un libro da leggere sotto l’ombrellone o nella pace di una vetta alpina? Perfetto, eccolo qui: Vita e opinioni di un gatto del filosofo francese Hippolyte Taine, un libro piccolo piccolo ma dall’anima doppia che riesce ad essere doppiamente delizioso e adatto a essere letto ovunque e ... (continue)
State cercando un libro da leggere sotto l’ombrellone o nella pace di una vetta alpina? Perfetto, eccolo qui: Vita e opinioni di un gatto del filosofo francese Hippolyte Taine, un libro piccolo piccolo ma dall’anima doppia che riesce ad essere doppiamente delizioso e adatto a essere letto ovunque e da chiunque.
Seppur breve, Vita e opinioni filosofiche di un gatto si presenta come vero e proprio racconto di formazione e compendio della filosofia materialista e relativista di Hippolyte Taine, che mischia ironia e realismo, leggerezza e cinismo per raccontare una favola morale, un racconto filosofico che traccia un doppio ritratto, quello del gatto e della natura, e quello dell’uomo: egoista, orgoglioso e superstizioso.
Il racconto inizia con una dolcezza che però già lascia presagire altro: “Sono nato in una botte in fondo a un fienile: la luce cadeva sulle mie palpebre chiuse, così, i primi otto giorni, mi sembrò tutto rosa”. A parlare è il protagonista, un gatto che dopo un esordio zuccheroso dove tutto è bello e tutti sembrano essere felici, esce dal fienile e comincia la sua scoperta del mondo attraverso gli insegnamenti di un’oca. Il cortile è “una repubblica di alleati; il piú attivo, l’uomo, era stato scelto come capo”, ma una mattina la cuoca prende l’oca e le taglia la testa. Il nostro gatto è “un po’ sgomento”, ma non esita ad assaggiare il sangue dell’amica oca “era davvero buono, e andai in cucina a vedere se ne avrei avuto ancora”. A questo punto sarà lo zio filosofo “molto esperto e anziano” a guidarlo e a istruirlo. In un mondo dove la convenienza e la forza sembrano dominare, la felicità consiste nel sonnecchiare e nell’avere la pancia piena, perché “Chi mangia è felice. Chi digerisce lo è di piú. Chi sonnecchia digerendo è ancora piú felice. Tutto il resto è solo vanità e impazienza”. Dopo aver molto riflettuto, queste sono le conclusioni del gatto a cui interessa solo la musica dei miagolii, “un’arte celestiale, sicuramente è un privilegio della nostra razza”, l’antipatia per l’odiato cane “che da sempre è stato considerato un mostro”, e la sua teoria sul mondo: “La natura assomiglia dovunque a se stessa, e offre nelle piccole cose l’immagine delle grandi. Da dove escono tutti gli animali? Da un uovo. Dunque la Terra è un immenso uovo rotto”.
Il racconto è bello, ma altrettanto bella è l’introduzione, (corredata da una buona bibliografia), di Giuseppe Scaraffia, che ci racconta di un uomo solitario, schivo, uno “sbiadito professorino occhialuto” tuttaltro che brillante, dalla vasta cultura, che “Nelle cene, in compagnia di persone come Flaubert, Sainte-Beuve e Gavarni, brillava piú per profondità che per vivacità”. Un uomo che amava insegnare ma che non riesce a fare carriera, uno scrittore che fa fatica a scrivere e se ne lamenta con gli amici. Scaraffia traccia un profilo di Taine che riesce ad essere interessante e godibile, avvicinando il lettore a questo autore raccontando l’uomo prima e l’intellettuale poi, anzi, Scaraffia riesce a intrecciare così bene i due aspetti che diventano indistinguibili e indissolubili, regalandoci un ritratto che diventa un vero racconto.
"Arrivato a un simile grado di saggezza, non ho piú niente da chiedere alla natura, agli uomini, a nessuno, tranne forse qualche piccola scorpacciata al girarrosto. L’unica cosa che posso fare è addormentarmi sulla mia saggezza, perché la mia perfezione è sublime e nessun gatto pensante è penetrato prima e quanto me nel fondo segreto delle cose".
http://aaawantedbook.blogspot.it/2012/09/vita-e-opinion…
La mancanza di gusto
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LA MANCANZA DI GUSTO di Caroline LunoirIn questo breve romanzo, La mancanza di gusto (La faute de goût –Actes Sud), la storia è esile, banale e piatta fino alla noia. Eppure, Caroline Lunoir, riesce a dar vita con una scrittura essenziale a una narrazione elegante, che per forza di stile, acquista una sorprendente piacevolezza di lettura ... (continue)
In questo breve romanzo, La mancanza di gusto (La faute de goût –Actes Sud), la storia è esile, banale e piatta fino alla noia. Eppure, Caroline Lunoir, riesce a dar vita con una scrittura essenziale a una narrazione elegante, che per forza di stile, acquista una sorprendente piacevolezza di lettura.
Come ogni anno, in un castello nel sud della Francia, si riunisce a ferragosto una grande famiglia borghese, piena di zii e nonni, cugini, cognate e nipoti, una famiglia che però ha al centro le donne, vere uniche eredi della proprietà che tengono saldamente indivisa anche a costo di non parlare, di omettere, di far finta di non sapere che la dissoluzione di tutto è imminente, la dissoluzione della proprietà come dei riti che uniscono e accompagnano questa famiglia così tenacemente aggrappata alla difesa di privilegi fuori dalla storia e nutriti dal pregiudizio.
Mathilde, la narratrice, osserva questo microcosmo che nella calura estiva sembra rimanere immobile, spettatore di sé stesso come della natura che circonda e avvolge il castello e i suoi abitatori, fino a quando qualcosa turba la quiete, la “pace sociale”: Rosana, la custode, fa il bagno nella nuova piscina. Basta questo semplice gesto a smascherare l’ipocrisia della famiglia, che si trova subito compatta nel contrastare anche il più piccolo cambiamento.
Paul, il nonno, è l’uomo che tra tante donne “In un’epoca che volge al termine […] tiene alto il sogno”, è lui che si occupa della proprietà, “lui è cognato, zio, nonno di riferimento”. Mathilde lo presenta come il capo famiglia in pectore, è lui ad aver voluto la piscina, ed è lui che ha invitato Rosana a usarla. Eppure, basta una parola della moglie, delle donne, per farlo tornare a essere solo il principe consorte, in un attimo non conta nulla. La stessa Mathilde viene annullata come fosse una bambina quando si spinge a esprimere un dubbio, a discostarsi dalla famiglia, ma è solo un sussulto, subentra subito per entrambi una passiva accettazione di quello stato di cose.
Mathilde è consapevole ma non agisce, va via, torna a Parigi con “la nostalgia di ciò che non è stato”, più rassegnata che delusa. E infatti tornerà al castello, a farsi avvolgere dall’inerzia di quel mondo che sta per sparire.
Con mezzi ridotti, Caroline Lunoir dà vita a un romanzo bello e sottile (in tutti i sensi), facendo dello stile la sua arma migliore, trattando con eleganza una storia in sé noiosa e banale.
La mancanza di gusto è il romanzo d’esordio di Caroline Lunoir, ed è stato pubblicato in Francia da Actes Sud nel 2011 con buon successo di critica e di pubblico, mentre in Italia è edito da 66thand2nd, che merita di essere citato sia per la bella cura del libro, sia perché questo (piccolo) editore romano, è riuscito a far costare il libro tradotto meno dell’originale francese (anche nella versione ebook), cosa da non trascurare, offrendo un ottimo prodotto a un buon prezzo. Complimenti!
http://aaawantedbook.blogspot.it/2013/02/la-mancanza-di…
Il contratto
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Note brevi a IL CONTRATTO di Marco VichiCapita di prendere delle cantonate. Questo libro è stata una enorme cantonata.continue)
Marco Vichi in questo racconto sfrutta e gioca con il topos del patto col diavolo intrecciandolo con uno tra i temi in assoluto più usati nella letteratura: la metaletteratura, ovvero, il protagonista è uno scrittore.
Dic ... (
Capita di prendere delle cantonate. Questo libro è stata una enorme cantonata.
Marco Vichi in questo racconto sfrutta e gioca con il topos del patto col diavolo intrecciandolo con uno tra i temi in assoluto più usati nella letteratura: la metaletteratura, ovvero, il protagonista è uno scrittore.
Dico subito che il gioco è a dir poco malriuscito. Ne vien fuori un racconto scarsamente originale, scritto in modo mediocre e a tratti talmente male da diventare irritante, come irritante è l’uso continuo, spropositato e inutile dei punti di sospensione.
Il protagonista del racconto, è un aspirante scrittore frustrato che non riesce a far pubblicare i suoi libri e che alla promessa di ottenere l’agognato successo, accetta l’invito di riscrivere la Commedia di Dante “un poema sullo stesso identico stile dell'Alighieri, ma ovviamente diverso nell'essenza e nelle intenzioni, completamente diverso...”, “Il poemetto si intitolerà La Vera Comèdia... Senza quell'altra parolina, che non ha alcun senso...”. Alla firma del contratto seguirà la faticosa scrittura del libro, ma alla fine ci sarà una sorpresa.
A Marco Vichi piace giocare con le parole, si diverte a far scrivere La Vera Comèdia al suo personaggio, questo è il cuore del racconto e si sente. Anche troppo.
I nuclei narrativi del racconto invece, sono appena accennati, si rimane in superficie lasciando una serie di abbozzi sospesi, senza uno straccio di sviluppo, usando, anche i forti riferimenti culturali entro cui si colloca la narrazione, solo come cornice formale e nulla più.
Il contratto è un racconto mal lavorato e sbilanciato, funzionale più al diverimento dell’autore che alla bontà della narrazione, un racconto che poteva essere scritto in 30 pagine o diventare un romanzo di 300, ma così com’è non funziona.
http://aaawantedbook.blogspot.it/2013/04/note-brevi-il-…
La stella nera di New York
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PILLOLE DI RECENSIONILa stella nera di New York l'ho comprato al volo grazie alla mega offerta giornaliera di Amazon (1,99 €). L'atmosfera dei ruggenti anni venti era un richiamo a cui non ho saputo resistere. Ma quello che mi ha fatto continuare nella lettura, un pò noiosa al dire il vero, non è stata di certo la parte ... (continue)
La stella nera di New York l'ho comprato al volo grazie alla mega offerta giornaliera di Amazon (1,99 €). L'atmosfera dei ruggenti anni venti era un richiamo a cui non ho saputo resistere. Ma quello che mi ha fatto continuare nella lettura, un pò noiosa al dire il vero, non è stata di certo la parte gialla/fantasy della storia, bensì i vari personaggi e i rapporti che intercorrono fra loro. Alla lunga le descrizioni di NYC (mai avrei pensato di poterlo dire) mi hanno stancato; il continuo uso di parole come "maschiette", "jazz", "gin", ecc. mi sono sembrate una forzatura non necessaria, soprattutto nella parte finale. Abbiamo capito che ci troviamo a NYC e negli anni venti, sappiamo leggere! La protagonista tutto sommato è ben riuscita, non essendo assolutamente rilegata in stereotipi a cui ci hanno ormai abituato gli autori fantasy. In generale è un libro senza pretese e se fosse stata un centinaio di pagine più corto certamente meno noioso. Alla casa editrice Fazi va comunque riconosciuto il grosso lavoro di marketing. Facebook e Twitter sono stati invasi da news, contest e anteprime sull'ultimo lavoro di Libba Bray, ma va detto che se non fosse stato per la promozione amazoniana per l’edizione ebook, non avrei mai speso 14,00 € per l’edizione rilegata, anche perché di Libba Bray avevo già letto Una grande e terribile bellezza e il fatto che non ricordi nemmeno il nome della protagonista di questo suo romanzo vorrà pure dire qualcosa, o no? E poi, per favore, vi imploro, basta saghe!
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