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  • Cover of La fine dei giorni

    La fine dei giorni

    2 people find this helpful

    E’ questo il futuro che Alessandro De Roma consegna a un mondo non lontano dal nostro, anzi vicinissimo, praticamente a due passi, un futuro che non chiede aiuto a soluzioni fantascientifiche o a immaginari astrusi e decide invece di affidare la paura proprio alla sua spiazzante riconoscibilità. Par ... (continue)

    E’ questo il futuro che Alessandro De Roma consegna a un mondo non lontano dal nostro, anzi vicinissimo, praticamente a due passi, un futuro che non chiede aiuto a soluzioni fantascientifiche o a immaginari astrusi e decide invece di affidare la paura proprio alla sua spiazzante riconoscibilità. Parzialmente immune alla grottesca epidemia di perdita della memoria che ha colpito i suoi simili, il timido e goffo Ceresa - giovane professore liceale abitudinario e privo di grandi ambizioni - tenta di opporsi a questa insondabile malattia redigendo un disperato diario in cui descrive, pezzo dopo pezzo, l’universo stravolto che degenera giorno dopo giorno davanti ai suoi occhi.
    Universo che ha un nome preciso, quello di una città, Torino, perfettamente disegnata nella sua austera e gelida geometria urbana, guadata di continuo dai passi insicuri del protagonista che passa da una strada all’altra annotando ogni spostamento, anche il più insignificante, per non dimenticare, per non dimenticarsi, insomma per non perdersi del tutto. Viaggi minimi ai confini del sogno attraverso marciapiedi che brulicano di sbandati, ladri, accattoni, e lungo i corridoi vuoti di supermercati senza viveri, i vagabondaggi di Ceresa assumono progressivamente la forma di una visita agli inferi, uno stralunato attraversamento di gironi pazzi e sinistri. L’umanità intera è rimasta vittima di un incubo peggiore dell’umanità stessa, si è dimenticata di esistere, ha perso ogni aggancio con il reale e ora sta cadendo in picchiata verso il nulla.
    Possibile immaginare un incubo peggiore? E’ possibile eccome, se alla stupefatta contemplazione di una società in rovina si affianca la certezza che un disastro del genere fa parte di sinistri progetti politici orchestrati dall’alto. Progetti segreti, aberranti, sfuggiti di mano ai loro stessi ideatori, e ora in balia del caso e della fantasia di chi vorrà inventare soluzioni possibili e rivoluzioni capovolte.
    Seconda prova narrativa di De Roma dopo il sorprendente Vita e morte di Ludovico Lauter che poco più di un anno fa gli valse premi, riconoscimenti e ampi favori critici (a breve verrà anche pubblicato in Francia da Gallimard), La fine dei giorni conferma il talento di uno scrittore anomalo, sicuro, certamente degno dell’ammirazione (dell’invidia?) di quanti nella letteratura amano trovare narrazioni seducenti unite a uno stile forte, convinto della propria forza, soprattutto privo di sbrodolature e furbeschi facilismi. Una letteratura che sa usare il reale senza essere realista riuscendo a trasfigurare il mondo spostando solo qualche pedina, qualche tassello, per poi cedere il passo a spinte visionarie che lo mutino in metafora di tutti i mondi possibili. Perché è proprio nella trasfigurazione, nel consapevole sforzo di non cedere ai luoghi comuni della contemporaneità che la scrittura di De Roma cerca (e, miracolosamente, trova) la chiave giusta per parlare di un presente - il nostro, qui e ora - che malgrado tutto non ha ancora imparato a guardare oltre il proprio naso, ancorato com’è ai suoi vizi, alle sue piccole paure, all’ansia di doversi confrontare, prima o poi, con se stesso e, un attimo dopo, con le incombenze di un futuro non troppo lontano.
    Insomma questo libro è un affresco che parla di noi, delle nostre ripugnanti viltà e della nostra incapacità di reagire ai subdoli soprusi del potere. Fa finta di mentire, ma mentendo dice la verità. E la dice incredibilmente bene.

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    — Jul 1, 2008 | Add your feedback
  • Cover of Santo mostro

    Santo mostro

    Quando, nel gennaio del 1991, uscì anche in Italia "L'ultima vedova sudista vuota il sacco" (presso l'editore Leonardo, con una delle prime, strabilianti traduzioni di Raul Montanari), furono relativamente in pochi ad accorgersene, e all'enorme successo che appena un anno prima aveva accompagnato ne ... (continue)

    Quando, nel gennaio del 1991, uscì anche in Italia "L'ultima vedova sudista vuota il sacco" (presso l'editore Leonardo, con una delle prime, strabilianti traduzioni di Raul Montanari), furono relativamente in pochi ad accorgersene, e all'enorme successo che appena un anno prima aveva accompagnato negli Stati Uniti la pubblicazione di questo a dir poco fluviale romanzo (oltre 1170 fittissime pagine premiate, tra l'altro, con il “Sue Kaufman Prize” e con la diffusione in ben dodici lingue, per un totale di oltre due milioni di copie vendute) non corrispose, dalle nostre parti, un altrettanto meritato clamore. Ormai rintracciabile solo più sulle bancarelle, o al massimo sugli scaffali virtuali di qualche portale specializzato, quella pachidermica edizione risulta oggi perlopiù dispersa, smarrita, affidata allo stesso ingiusto destino condiviso dalle miriadi di altre notevoli opere che, malgrado il loro indiscutibile spessore, si trovano troppo spesso a spartire la propria grandezza con il nulla. Non sarà superfluo, allora, affermare che quella ostica e mirabolante Vedova varrebbe la pena ristamparla, perché l'epopea di Lucy Mardsen (la vecchietta quasi centenaria che con monologhi mozzafiato e aneddoti saltimbancheschi narrava in prima persona le vicende di una famiglia sospesa fra i ricordi della guerra di secessione americana e gli oblii di un ospizio chiamato, assai profeticamente, “Capo Linea”) è una storia che meriterebbe davvero l'attenzione di pubblici oceanici. Premessa doverosa per introdurre l'avvento di un nuovo (meno epico, d'accordo, ma ugualmente valoroso) titolo firmato dallo stesso autore del capolavoro perduto, e oggi lanciato (con una più che apprezzabile traduzione) dalla tanto piccola quanto meritevole editrice Playground. Nato a Rocky Mount, Nord Carolina, nel 1947, tra gli allievi di Grace Paley, e cocco prediletto di John Cheever durante i leggendari corsi Iowa Writers' (tra i cui partecipanti inevitabilmente ricordiamo Raymond Carver, Flanney O'connor e Michael Cunningham), Allan Gurganus ha finora dato alle stampe svariati romanzi, racconti e saggi, che per il lettore italiano non anglofono perseverebbero ancora nel totale anonimato se non fosse, appunto, per la recente proposta di "Santo mostro", lunga novella originariamente apparsa nella raccolta Pratical Heart, e ora estrapolata apposta per noi dall'intraprendente editore romano. Titolo che richiama in modo esplicito alla seducente ambivalenza del suo protagonista, un uomo tanto buono e delizioso nell'indole (“la creatura più gentile che abbia mai abitato la terra”) quanto grottescamente mostruoso nell'aspetto. Clyde Meadows – questo il suo nome – è un commesso viaggiatore incaricato di distribuire Bibbie nei motels più defilati e squallidi della provincia americana degli anni Cinquanta, attività non certo redditizia ma comunque in grado di mantenere la sua piccola, disastrata famiglia (disastrata soprattutto in virtù del fatto che l'amata e sensualissima moglie si ostina a tradirlo più o meno alla luce del sole con un volgare ma avvenente veterinario). Ad accompagnarlo nei suoi sottilmente epici pellegrinaggi popolati da personaggi assurdi e disperati (adulteri, ladri, pedofili) il figlioletto, che trascorre insieme al veneratissimo padre un'infanzia indimenticabile e dorata, almeno fino al giorno in cui gli capita di cogliere in fragrante la madre durante un amplesso amoroso con l'amante. Evento che segna il punto di rottura, un trauma devastante e definitivo cui seguirà, nel giro di poco tempo, anche la scomparsa del suo unico vero punto di riferimento. A distanza di molti anni, ormai trasformatosi in uno stimato professore universitario, Clyde Meadows Jr torna a scavare nel proprio vissuto, nello scomodo e doloroso tentativo di recuperare alcuni tasselli dispersi nel vortice del passato, tasselli che si ricompongono lentamente ad uno ad uno lasciando riaffiorare la memoria la vicenda umana di un uomo ridicolo e straordinario, e di un'America provinciale ormai scomparsa per sempre. Malinconico, delicatissimo, ma anche ricco di spunti divertenti, Santo mostro è insomma un piccolo delizioso affresco sulla perdita dell'innocenza (di un bambino, sì, ma soprattutto di un Paese, di un mondo), scritto con la preziosa eleganza del narratore puro, vitale e forte, magistralmente incapace di cadere nella trappola della melensaggine in cui molto spesso ama contorcersi certa letteratura nostalgica d'oggidì.

    Ade Zeno

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    — Oct 22, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Le Petit Prince

    Le Petit Prince

    2 people find this helpful

    diventare volpe addomesticata
    richiede in certi casi
    discrete dosi
    di fortuna sfacciata

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    — Jul 11, 2008 | Add your feedback

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