Sono d'accordo con Clowes: la poesia non ha speranze se confrontata con le volgarità che grondano dai media e a cui ci si assuefa più facilmente che al più puro degli endecasillabi. Il mio vicino di casa potrebbe essere il più grande poeta vivente ma quali concrete possibilità ha di dimostrarlo? Dov
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Sono d'accordo con Clowes: la poesia non ha speranze se confrontata con le volgarità che grondano dai media e a cui ci si assuefa più facilmente che al più puro degli endecasillabi. Il mio vicino di casa potrebbe essere il più grande poeta vivente ma quali concrete possibilità ha di dimostrarlo? Dovrebbe rapire un bambino e poi scrivere una lettera di riscatto in versi, nell'auspicio che Federica Sciarelli, Salvo Sottile o Barbara D'Urso la leggano davanti alle telecamere. L'unica strada è che la poesia si appropri di quel linguaggio, di quei temi, diventi essa stessa volgare, violenta, guardona o anche narcisa, egoriferita, non sia ipocrita e dica in faccia quello che pensa (questo, soprattutto), partecipi a qualche reality, ne sia impietosa commentatrice da studio, apra quindi una pagina su facebook e scriva stronzate su anobii, discutendo infine se stessa. Quando il processo di trasformazione sarà completato, non la si distinguerà più dalle penose vicende, cronache, dichiarazioni, interviste che ci assediano ogni giorno. Tutto sarà poesia.
La conferma che non bastano le idee o le trovate a fare arte, che si tratti di letteratura o altro, ci vuole anche la maestria e la compiutezza nella rappresentazione dell'idea e Lem ne ha profuse a iosa.
Il romanzo, ambientato durante la guerra di secessione americana, si piega presto alle bisogne del melodramma inelegante, privo di raffinatezza nello stile, grossolano nell'intreccio, scontato nella caratterizzazione dei personaggi, tranne che nella figura del protagonista Jacob Rappaport, un ragazz
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Il romanzo, ambientato durante la guerra di secessione americana, si piega presto alle bisogne del melodramma inelegante, privo di raffinatezza nello stile, grossolano nell'intreccio, scontato nella caratterizzazione dei personaggi, tranne che nella figura del protagonista Jacob Rappaport, un ragazzo ebreo che fugge dinanzi all'obbligo matrimoniale imposto dalla famiglia, si arruola tra gli yankee, fa il sicario e poi la spia tra i ribelli, se ne pente ma forse no, si innamora ma non troppo, anzi sì, boh, poi però ci riflette bene e allora sì, era vero amore, ma lei è perduta però non è detto e lui agisce da vigliacco o coraggioso, dipende, è nobile o meschino, a seconda, un protagonista di cui non si sa proprio cosa pensare, non perché l'autrice ce lo voglia rendere sfuggente e misterioso, piuttosto perché non sa che direzione fargli prendere.
A metà libro sono arrivato alla conclusione che la storia tra Alejandra e Martìn è solo un pretesto emotivo che Sabato non s'è fatto scrupolo di adoperare come agente inquinante per contaminare la percezione del lettore sulle vicende storiche, sociali, artistiche del novecento argentino di cui volev
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A metà libro sono arrivato alla conclusione che la storia tra Alejandra e Martìn è solo un pretesto emotivo che Sabato non s'è fatto scrupolo di adoperare come agente inquinante per contaminare la percezione del lettore sulle vicende storiche, sociali, artistiche del novecento argentino di cui voleva scrivere. Assistiamo così a una magnifica messa in scena pervasi da quel senso di vana aspettativa, tristezza e impotenza che continuamente si rinnova ad ogni incontro tra Martìn e Alejandra, perché sappiamo già come andrà a finire, perché sappiamo che Martìn non ha mai avuto speranze con lei, eppure ancora crediamo che le cose sarebbero potute andare diversamente, funzionare, come fosse una storia normale, come fosse un Paese normale, perché quella vana aspettativa, quella tristezza e quella impotenza sembrano sentimenti buoni per l'Argentina tutta. È una sensazione che ti si appiccica addosso sin da quel primo incontro sulla panchina del parco Lezama e di lì ti segue tra le pagine fino a che non ti imbatti, un po' inaspettatamente, nel rapporto sui ciechi. E a quel punto te ne stai zitto.
Ice haven
Sono d'accordo con Clowes: la poesia non ha speranze se confrontata con le volgarità che grondano dai media e a cui ci si assuefa più facilmente che al più puro degli endecasillabi.continue)
Il mio vicino di casa potrebbe essere il più grande poeta vivente ma quali concrete possibilità ha di dimostrarlo? Dov ... (
Sono d'accordo con Clowes: la poesia non ha speranze se confrontata con le volgarità che grondano dai media e a cui ci si assuefa più facilmente che al più puro degli endecasillabi.
Il mio vicino di casa potrebbe essere il più grande poeta vivente ma quali concrete possibilità ha di dimostrarlo? Dovrebbe rapire un bambino e poi scrivere una lettera di riscatto in versi, nell'auspicio che Federica Sciarelli, Salvo Sottile o Barbara D'Urso la leggano davanti alle telecamere.
L'unica strada è che la poesia si appropri di quel linguaggio, di quei temi, diventi essa stessa volgare, violenta, guardona o anche narcisa, egoriferita, non sia ipocrita e dica in faccia quello che pensa (questo, soprattutto), partecipi a qualche reality, ne sia impietosa commentatrice da studio, apra quindi una pagina su facebook e scriva stronzate su anobii, discutendo infine se stessa.
Quando il processo di trasformazione sarà completato, non la si distinguerà più dalle penose vicende, cronache, dichiarazioni, interviste che ci assediano ogni giorno.
Tutto sarà poesia.
Solaris
La conferma che non bastano le idee o le trovate a fare arte, che si tratti di letteratura o altro, ci vuole anche la maestria e la compiutezza nella rappresentazione dell'idea e Lem ne ha profuse a iosa.
Tutte le altre sere
Il romanzo, ambientato durante la guerra di secessione americana, si piega presto alle bisogne del melodramma inelegante, privo di raffinatezza nello stile, grossolano nell'intreccio, scontato nella caratterizzazione dei personaggi, tranne che nella figura del protagonista Jacob Rappaport, un ragazz ... (continue)
Il romanzo, ambientato durante la guerra di secessione americana, si piega presto alle bisogne del melodramma inelegante, privo di raffinatezza nello stile, grossolano nell'intreccio, scontato nella caratterizzazione dei personaggi, tranne che nella figura del protagonista Jacob Rappaport, un ragazzo ebreo che fugge dinanzi all'obbligo matrimoniale imposto dalla famiglia, si arruola tra gli yankee, fa il sicario e poi la spia tra i ribelli, se ne pente ma forse no, si innamora ma non troppo, anzi sì, boh, poi però ci riflette bene e allora sì, era vero amore, ma lei è perduta però non è detto e lui agisce da vigliacco o coraggioso, dipende, è nobile o meschino, a seconda, un protagonista di cui non si sa proprio cosa pensare, non perché l'autrice ce lo voglia rendere sfuggente e misterioso, piuttosto perché non sa che direzione fargli prendere.
Rapporto sui ciechi
Raggelante pezzo di bravura.
Di chi ha scritto, di chi ha dipinto.
Sopra eroi e tombe
A metà libro sono arrivato alla conclusione che la storia tra Alejandra e Martìn è solo un pretesto emotivo che Sabato non s'è fatto scrupolo di adoperare come agente inquinante per contaminare la percezione del lettore sulle vicende storiche, sociali, artistiche del novecento argentino di cui volev ... (continue)
A metà libro sono arrivato alla conclusione che la storia tra Alejandra e Martìn è solo un pretesto emotivo che Sabato non s'è fatto scrupolo di adoperare come agente inquinante per contaminare la percezione del lettore sulle vicende storiche, sociali, artistiche del novecento argentino di cui voleva scrivere.
Assistiamo così a una magnifica messa in scena pervasi da quel senso di vana aspettativa, tristezza e impotenza che continuamente si rinnova ad ogni incontro tra Martìn e Alejandra, perché sappiamo già come andrà a finire, perché sappiamo che Martìn non ha mai avuto speranze con lei, eppure ancora crediamo che le cose sarebbero potute andare diversamente, funzionare, come fosse una storia normale, come fosse un Paese normale, perché quella vana aspettativa, quella tristezza e quella impotenza sembrano sentimenti buoni per l'Argentina tutta.
È una sensazione che ti si appiccica addosso sin da quel primo incontro sulla panchina del parco Lezama e di lì ti segue tra le pagine fino a che non ti imbatti, un po' inaspettatamente, nel rapporto sui ciechi.
E a quel punto te ne stai zitto.