La settimana scorsa ho letto un romanzo che mi è stato prestato, ancora inedito in Italia: The vampire shrink di Lynda Hilburn. Da amante dei vampiri "di una volta", sono diffidente fino al patologico quando si parla di romanzi post-Twilight, ancora di più se poi si tratta di paranorma
... (continue)
La settimana scorsa ho letto un romanzo che mi è stato prestato, ancora inedito in Italia: The vampire shrink di Lynda Hilburn. Da amante dei vampiri "di una volta", sono diffidente fino al patologico quando si parla di romanzi post-Twilight, ancora di più se poi si tratta di paranormal romance, neanche di horror o gotico. Tuttavia, mi sono sforzata di leggere il romanzo senza pregiudizi. Dopo tutto, qualche romance ogni tanto m'è capitato per le mani, e ai primissimi che ho letto, da piccola, sono perfino rimasta nostalgicamente affezionata. Scrivendo urban fantasy & dintorni, poi, sono l'ultima persona che può permettersi supponenza nei confronti di un genere. Quindi, ho letto il romanzo volentieri.
La trama si può riassumere in breve: Kismet Knight, psicologa, prende in cura un’adolescente convinta che i vampiri esistano e frequentino un locale della loro città, Denver. Inizialmente, Kismet indaga sull'infanzia della ragazza e crede si tratti di semplici fantasie, tutt'al più ipotizza il pericolo di adulti che alimentino la sua illusione e approfittino della sua fragilità. Poiché trova intrigante la materia, Kismet decide di proporsi come «Psicologa dei vampiri» e prendere in cura i numerosi giovani fissati con le creature della notte, per poi magari scrivere un libro. Nonostante la bizzarria della scelta, l'interesse dei media e le telefonate minatorie di Fratello Luther, un fanatico religioso, i clienti cominciano ad arrivare. Ben presto però la faccenda si rivela più complicata di quel che Kismet credeva. Prima la dottoressa conosce Devereux, l'affascinante master della comunità di vampiri, di cui Midnight è infatuata, e che provoca in Kismet un turbine di sensazioni travolgenti. Poi, un'amica di Midnight, Emerald, viene aggredita e quasi dissanguata e la dottoressa deve portarla d'urgenza all'ospedale, dove incontra Alan Stevens, un eccentrico ma affascinante agente dell'FBI, disinvolto e sicuro di sé, che sta indagando su una catena di omicidi: le vittime vengono dissanguate. Più tardi, un altro vampiro, Bryce, la assale, sia fisicamente che con i suoi poteri ipnotici, e solo l'intervento di Devereux salva Kismet... E così via.
Giudizio finale? A mio parere, si tratta del classico esempio di idea graziosa e malamente sprecata. Le prime scene sono riuscite a interessarmi: la protagonista, che racconta in prima persona, condisce la storia con un piacevole senso dell'umorismo, e le sue sedute di terapia con Midnight, adolescente fissata con i vampiri, sono ben costruite. Si percepisce che anche l'autrice è psicologa e conosce ciò di cui racconta. Tuttavia, la storia si sfalda presto in una sarabanda di momenti romance senza particolare originalità (sì, ci sono le scene di sesso; sì, la protagonista è concupita da praticamente qualsiasi maschio, umano o non morto, in circolazione, e anche se si trova ben presto divisa tra due possibili partner, conclude solo con uno, come da tradizione; e sì, quell'uno è perfetto sotto tutti gli aspetti: bellissimo, affascinante, dotato di forza sovrumana ma anche colto, raffinato, ricchissimo). E tutto questo erotismo così insistito, da "ogni scusa è buona per eccitarsi", invece che coinvolgere finisce per annoiare, quando non si scade nel ridicolo involontario o nell'inverosimile. Ma, in fondo, è romance, no? Tralasciamo quindi la monomania sessuale dei personaggi e guardiamo al resto. L'intreccio avventuroso procede per colpi di fortuna, deus ex machina, coincidenze, idiozie e interventi provvidenziali di vampiri super-strong; e c'è spazio per un pastiche di credenze e atmosfere new age e neopagane (le scene dei rituali sono un'accozzaglia di effetti speciali grossolani che ben presto sommergono il tentativo di creare un'atmosfera mistica, con elementi «wiccan & dintorni» fusi insieme a un armamentario magico alla Harry Potter). Così come l'universo gothic è pure parecchio banale e descritto con superficialità, dando per scontato che dietro il vestirsi in un certo modo ci sia chissà quale «problema» (e, mi spiace, la cosa risulta decisamente irritante, almeno per me che vesto total black). I «cattivi», poi, sono fastidiosamente macchiettistici: il super-bellissimo-eccetera vampiro Bryce, innamorato respinto dall'altro macho vampiro Devereux, sa solo pronunciare scontate minacce e mostrarsi perennemente in calore (be', destino comune più o meno a tutti i personaggi maschili e non solo), e viene sconfitto, alla fine, in maniera sbrigativa, dopo non pochi momenti di WTF?; non un antagonista che verrà rimpianto. Oltre tutto, non c'è neanche yaoi... L'altro malvagio, Lucifer o Luther, avrebbe potuto essere un'idea più interessante – è un vampiro, eppure è anche un maniaco religioso (in questa veste, rappresentato come un fanatico del tutto cliché); è un serial killer afflitto da personalità multiple, ma l'autrice non mi sembra avere le doti per rendere giustizia al personaggio. Né per reggere un intreccio: personaggi scompaiono dimenticati quando non servono più, forse anche perché la protagonista è fin troppo presa dai suoi problemi per rivolgere un pensiero a chi non la sta direttamente corteggiando al momento. Inoltre, la Hilburn ripete e spiega senza alcun pudore c'è che ha già mostrato appena prima, affidando alla narrazione di Kismet il compito di chiarire nodi di trama e fatti già evidenti; ma se la protagonista non è un genio, non è detto che anche i lettori difettino di intelletto e memoria. Dulcis in fundo, la protagonista, appunto. La dottoressa Mary Sue... ops!, Kismet Knight spreca ben presto il credito che ha guadagnato nei primi capitoli e si rivela la solita insopportabile eroina bellissima – ma lei si sente taaanto insicura ed è socialmente impedita – dietro alla quale tutti corrono, che tutti i «buoni» appoggiano e ammirano e che tutti i «cattivi» minacciano, «perché sì». Spesso e volentieri la logica delle sue azioni è quanto meno scricchiolante; e a uno scetticismo portato avanti a oltranza, al punto di snervare il lettore almeno quanto il classico «idiota in soffitta» dei film horror, si unisce un'incredibile incapacità di capire quello che chiunque – lettore compreso, ahimè – afferrerebbe in un lampo: cosa vogliono i cattivi, l'identità dei personaggi «misteriosi» e così via. I stood frozen, feeling like a helpless idiot dice a pagina 431: be', il sentimento è giustificato, verrebbe da risponderle. Anche perché perfino il tocco umoristico dei suoi commenti, alla fine, si ripete uguale a se stesso e stufa. E l'indipendente Kismet Knight, nonostante le proteste, si ritrova preda dei soliti maschi che non si sono accorti di vivere nel Ventunesimo secolo e, fino alla conclusione, poco combina, a parte accettare complimenti, scoprire la propria dirompente sensualità ed essere salvata. Girl power, insomma... In conclusione: certo è possibile trovare di peggio, nel filone paranormal romance da Twilight in giù; e certo il libro potrebbe piacere a qualche fanatica del genere. Ma c'è proprio bisogno di un altro romanzo sui vampiri supersexy e perennemente arrapati? Spero di no.
Qualche giorno fa ho terminato la lettura di Self-editing for fiction writers, la seconda edizione di un manuale incentrato, come potete intuire dal titolo, sulle tecniche di revisione del proprio romanzo. Autori sono Renni Browne e Dave King, entrambi editor. Purtroppo mi risulta che il test
... (continue)
Qualche giorno fa ho terminato la lettura di Self-editing for fiction writers, la seconda edizione di un manuale incentrato, come potete intuire dal titolo, sulle tecniche di revisione del proprio romanzo. Autori sono Renni Browne e Dave King, entrambi editor. Purtroppo mi risulta che il testo sia reperibile solo in inglese (qualche editore che abbia voglia di tradurlo? Dino Audino, per esempio, che ha portato in Italia numerosi manuali utilissimi?) Lo trovate comunque facilmente su Amazon, edito da Harper.
Perché, sia detto subito: è un testo che vi consiglio, senza se e senza ma. Più agile e immediato rispetto a Revising fiction di David Madden (denso, densissimo), più puntuale rispetto a Revision & Self-editing di Bell, che è piacevole, ma è soprattutto un "bignami" di tutto quello che si dovrebbe tenere presente parlando di scrittura, e per quanto riguarda la parte di editing è piuttosto stringato. Nel loro testo, invece, Browne e King permettono di toccare con mano il concreto lavoro svolto dagli editor sui romanzi, unendo le spiegazioni teoriche a numerosissimi esempi concreti, estrapolati sia da testi già pubblicati sia da manoscritti sottoposti loro in valutazione; ogni capitolo è concluso da un'utilissima lista di punti da consultare per analizzare il proprio testo dal punto di vista dell'ultimo argomento trattato, nonché da esercizi, con la soluzione (o una delle possibili proposte di soluzione, visto che si parla di scrittura e non di matematica) in fondo al libro. E qualche volta ci si diverte anche a "editare" brani presi da illustri classici, ad esempio Il grande Gatsby, perché, come giustamente sottolineano gli autori del manuale, la tecnica di scrittura si evolve, e inoltre, be', quale scrittore è sempre e solo perfetto?
Parlando di contenuti, il manuale è diviso in dodici capitoli ricchissimi di spunti e di consigli molto pratici, che spaziano da quelli apparentemente più banali e utili ai principianti (non che agli scribacchini di lungo corso non faccia bene un ripasso, ogni tanto...) fino a quelli invece più raffinati e meno intuitivi. Come per ogni manuale, non dovete seguire tutti i consigli e tutti gli avvertimenti proposti qui a ogni costo: piuttosto, lo scopo è porsi domande, prendere in considerazione metodi diversi, sperimentare, acquisire consapevolezza di aspetti magari mai considerati prima ed esercitarsi in modo pratico, per creare così il proprio metodo di lavoro. E chissà, magari trovare lo spunto giusto per risolvere una momentanea impasse della storia cui state lavorando da mesi, o farsi illuminare da una lampadina improvvisa, "ehi, a questo non ho mai pensato, magari funziona!" Si spazia dall'immortale, famoso, imprescindibile show don't tell (consiglio di cui ormai tutti si riempiono la bocca, salvo spesso non avere idea di quello che significa davvero). Il "mostrare e non raccontare" non è considerato l'unica possibilità: gli autori si soffermano anche sui momenti in cui è meglio usare qualche riga di narrative summary, per esempio tra una scena e l'altra (quindi, se siete diffidenti, non temete: manuale non è sinonimo di assolutismo e catene). E propongono una sigla facile facile, ma oh quanto importante, come memento: R.U.E., ovvero Resist the Urge to Explain. Resistere all'impulso di spiegare. Per fare un esempio triviale, così su due piedi: se scrivete in un dialogo "Vaffanculo, stronzo!" non c'è bisogno di aggiungere subito dopo "Tizio era arrabbiato e offeso". Le parole pronunciate (e si spera anche i gesti del personaggio, il contesto ecc) bastano a mostrare quello che prova Tizio, perché appesantire il tutto con l'ovvio? Come si dice a p. 85, You don't want them to know the fact, you want them to feel the emotion, come autori non vogliamo che i lettori "sappiano" come si sente un personaggio, vogliamo che provino sulla loro pelle le stesse emozioni. Ecco qui riassunto perché è importante e non opzionale il "mostrare".
Si parla poi anche del modo migliore di caratterizzare i personaggi, di punti di vista, di dialoghi, di proporzione (concetto meno famoso dello show don't tell, ma fondamentale, IMHO, nonché più arduo da applicare di quanto sembri), perfino della suddivisione in paragrafi, e si conclude con diversi consigli per mostrare la propria professionalità e non essere scambiati per dilettanti allo sbaraglio (per esempio, evitare troppi punti esclamativi, stare attenti all'uso delle costruzioni in -ing, corrispondente all'insidioso gerundio, ecc.) e, infine, un capitolo dedicato a un concetto elusivo e ostico da definire, quello della "voce" di un autore. E anche se, come riconoscono gli autori, non è possibile "insegnare" a qualcuno qual è la sua voce, che dovrebbe essere unica e inconfondibile, anche qui però non mancano consigli e proposte che ho trovato molto interessanti per prendere coscienza della scrittura e acquisire dimestichezza con la propria "voce". Non mancano aneddoti derivati dall'esperienza diretta dei due editor, e un po' di sana ironia per alleggerire il testo e renderne piacevole la lettura. E nonostante l'indubbia importanza della tecnica, la vediamo sempre al servizio della storia, dei personaggi, dell'obiettivo finale - scrivere il libro migliore possibile - e perciò, in definitiva, del lettore. Che magari non sarà mai consapevole del lavoro immenso dietro al romanzo che tiene tra le mani, né avrà idea di cosa significhi la parola "tecnica" riferita alla scrittura; ma godrà i frutti di quella fatica. In fondo, a technique that distracts the reader is never a good idea (p. 89), la tecnica non deve distrarre il lettore, deve anzi essere invisibile: solo così può essere efficace. Ecco perché, per esempio, infarcire un romanzo di paroloni eleganti in genere serve solo ad appesantire e snervare, perché richiama l'attenzione sull'autore come se stesse gridando "guarda quanto sono bravo, guarda che bel linguaggio so usare!", e perciò distoglie dalla storia.
Nota. Visto che in Italia si fa sempre polemica parlando di "critiche agli autori", di "rispetto", di quello che i lettori "possono" o "non possono" dire recensendo un romanzo e così via, cito da pagina 82 del volume la conclusione di un brano che Browne e King traggono dal New York Times Books Review, una recensione di un libro di Ludlum firmata da Newgate Callender: The book may sell in the billions, but it's still junk. Detto così, senza mezzi termini, di un autore best seller, dopo ovviamente aver spiegato i motivi di questo giudizio. E noi stiamo ancora a offenderci quando qualcuno fa notare che il tal libro è mal scritto.
Forster è autore inglese noto per romanzi come Casa Howard, Passaggio in India, Monteriano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Forster a Cambridge nel 1927 e, nonostante i quasi novant'anni trascorsi, si è rivelato tanto interessante quanto attuale, o meglio a
... (continue)
Forster è autore inglese noto per romanzi come Casa Howard, Passaggio in India, Monteriano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Forster a Cambridge nel 1927 e, nonostante i quasi novant'anni trascorsi, si è rivelato tanto interessante quanto attuale, o meglio ancora potrei dire "sempreverde". Ho apprezzato di più la prima parte, dove Forster riflette, ad esempio, sui personaggi (o meglio, le persone) o sulla trama; mentre ho trovato meno efficaci le sezioni dedicate al fantastico e agli autori "profeti", descritti secondo una concezione che ho avvertito piuttosto distante, nonché meno illuminante, oppure l'ultima su "modello e ritmo", più fumosa. Interessante il tentativo di Forster di analizzare alcuni autori presi ad esempio - la Woolf, Hemingway, Melville e così via - sganciandosi dalla tradizionale visione cronologica, immaginando di averli tutti insieme a scrivere nella stessa stanza, per trovare elementi comuni al di là delle differenze sociali, storiche, geografiche. Quando i suoi personaggi muoiono, il romanziere ormai li capisce, riesce di fronte a loro a essere esatto e ricco d'immaginazione: il più potente dei cocktail (p. 63). Questo è l'equilibrio da cercare, quello tra l'"esatto" e l'"immaginazione", ciò che rende verosimile una storia, ciò che le dona la sua potenza. Recensione pubblicata su http://aislinndreams.blogspot.it/2012/10/scrittura-lett…
Laura Lepri è uno dei più noti ed esperti editor italiani, nonché insegnante di scrittura creativa. Il sottotitolo, Libri, editori e vanità nella Venezia del Cinquecento, aiuta a chiarire il contenuto di quello che esito a definire "saggio": narrative non fiction, se vogliamo ricorrere
... (continue)
Laura Lepri è uno dei più noti ed esperti editor italiani, nonché insegnante di scrittura creativa. Il sottotitolo, Libri, editori e vanità nella Venezia del Cinquecento, aiuta a chiarire il contenuto di quello che esito a definire "saggio": narrative non fiction, se vogliamo ricorrere a un termine più di moda. Tra queste pagine infatti trovate uno spaccato dell'editoria italiana - veneziana, in particolare, ma non solo - ai suoi albori, tra innovazioni tecniche, incertezze e lotte familiari e commerciali; le descrizioni di ambienti, personalità, usi e costumi cinquecenteschi trascolorano spesso dallo stile divulgativo a qualche suggestione romanzesca, mentre seguiamo la vicenda di un personaggio misconosciuto ma fondamentale, Giovan Francesco Valier, "editor" prima che esistesse questo termine, uomo di mondo, amico di potenti e letterati, sempre pronto ad aiutare con la correzione e il lavoro di lima su testi destinati a maggiore o minore gloria; tra gli altri, diede un contributo fondamentale al Cortegiano di Baldassar Castiglione. E sono proprio i retroscena della prima edizione di questo libro d'assoluta importanza storica e letteraria che occupano la parte maggiore di Del denaro e della gloria, tra copie contraffatte, dissidi tra editori e contrattazioni; prima di seguire il "betareader" e "editor" Valier fino a una drammatica fine. L'inizio del libro forse butta troppa carne al fuoco, tra dettagli ambientali, personaggi e informazioni che si accumulano in poche pagine, ma presto si acquisisce familiarità con "attori" e scenari e la vicenda inizia a scorrere proprio come un romanzo. E, tra illustri poeti come il Bembo (per il quale nutro una personale idiosincrasia...) e scaltri pennivendoli come l'Aretino, tra nobili e spie, tra dame e sovrani, ci si immerge in un'epoca, si respira la sua aria, si apprende non poco sulla nascita dell'editoria. Ed è quando emerge naturale il paragone con il nostro presente (manoscritti v/s libri a stampa... ricorda qualcosa? E poi editori spregiudicati, problemi distributivi, costi di magazzino...) che i tocchi d'aggraziata ironia dell'autrice arricchiscono il tutto. E a chi pensa ancora che la scrittura debba essere spontanea e libera dagli "impacci" di tecnica, studio e revisione, non posso che rivolgere le parole che la Lepri utilizza parlando dell'Ariosto: Come ogni grande artista, non si era accontentato, né aveva temuto solitudine, rovelli e penurie, se questo era il prezzo per far crescere il suo lavoro. Prendere appunti, please. Recensione pubblicata su http://aislinndreams.blogspot.it/2012/10/scrittura-lett…
Ho voluto leggerlo per due motivi: perché il titolo mi ha subito colpito favorevolmente - la scrittura è anche artigianato, lavoro di cesello e lima, non solo Arte con la A maiuscola ed eteree conversazioni con le Muse - e perché l'autrice è italiana, mentre quasi tutti i manuali che ho letto sono a
... (continue)
Ho voluto leggerlo per due motivi: perché il titolo mi ha subito colpito favorevolmente - la scrittura è anche artigianato, lavoro di cesello e lima, non solo Arte con la A maiuscola ed eteree conversazioni con le Muse - e perché l'autrice è italiana, mentre quasi tutti i manuali che ho letto sono americani (spesso direttamente in inglese perché non tradotti nel nostro Paese). Inoltre, di Grazia Gironella apprezzo spesso gli spunti offerti nella sua pagina Facebook pubblica (http://www.facebook.com/pages/Per-scrivere-bisogna-sporcarsi-le-mani-Grazia-Gironella/217830234958458?fref=ts) e, anche se non posso dire di conoscerla personalmente, ho potuto intrattenere con lei qualche conversazione virtuale attraverso il social network. Credo che Per scrivere... sia un ottimo testo per chi vuole approcciarsi alle questioni fondamentali della scrittura creativa per la prima volta: se non avete mai letto un manuale, qui si toccano passo passo tutti i punti essenziali della tecnica, dai metodi per costringere l'ispirazione a lavorare, ovvero per trovare le idee, alle strutture della trama, alla caratterizzazione, e così via fino alla revisione. Certo, in circa 140 pagine non potrete pretendere che ogni questione sia sviscerata ed approfondita come si potrebbe - non a caso esistono tanti manuali monografici, ovvero dedicati solo alla creazione dei personaggi, solo alla descrizione eccetera; e in qualche caso si avverte con chiarezza la necessità di qualche parola in più, ad esempio quando si accenna a concetti non immediati quali la "risonanza" del finale, o resonance, e la "premessa tematica" o premise. Il manuale tuttavia è estremamente serio e si percepisce la documentazione dell'autrice: numerose volte ho ritrovato consigli, concetti e riflessioni che si richiamano direttamente alla tradizione anglosassone e spiegano in modo conciso e chiaro le nozioni che qualsiasi scrittore o aspirante tale dovrebbe masticare senza difficoltà, e che spesso invece sono, in Italia, il regno della confusione - quando non vengono del tutto snobbate, per ignoranza o, ahimè, per cosciente rifiuto. Se, quindi, di manuali ne avete già letti parecchi, in italiano o in inglese, vi servirà comunque questo testo? Be', sì; servirà da ripasso e fornirà magari qualche spunto per sperimentare metodi diversi dalla propria abitudine (mia esperienza personale: non uso spesso le "schede" di cui si parla nel capitolo dedicato alla struttura della trama, ma visto che al momento sto delineando la scaletta del romanzo nuovo, rispolverare questa possibilità mi ha fatto riconsiderare di utilizzarle ora per sistemare in ordini gli eventi che ho in mente) o per organizzare passo dopo passo la revisione della vostra opera. Manca purtroppo una bibliografia di riferimento, che a mio parere sarebbe stata utilissima in chiusura per permettere al lettore di trovare altri testi simili, generici o specifici su un aspetto della scrittura; ma, a parte questo, sono rimasta soddisfatta dalla lettura. Recensione pubblicata su http://aislinndreams.blogspot.it/2012/10/scrittura-lett…
The Vampire Shrink
La settimana scorsa ho letto un romanzo che mi è stato prestato, ancora inedito in Italia: The vampire shrink di Lynda Hilburn. Da amante dei vampiri "di una volta", sono diffidente fino al patologico quando si parla di romanzi post-Twilight, ancora di più se poi si tratta di paranorma ... (continue)
La settimana scorsa ho letto un romanzo che mi è stato prestato, ancora inedito in Italia: The vampire shrink di Lynda Hilburn. Da amante dei vampiri "di una volta", sono diffidente fino al patologico quando si parla di romanzi post-Twilight, ancora di più se poi si tratta di paranormal romance, neanche di horror o gotico. Tuttavia, mi sono sforzata di leggere il romanzo senza pregiudizi. Dopo tutto, qualche romance ogni tanto m'è capitato per le mani, e ai primissimi che ho letto, da piccola, sono perfino rimasta nostalgicamente affezionata. Scrivendo urban fantasy & dintorni, poi, sono l'ultima persona che può permettersi supponenza nei confronti di un genere. Quindi, ho letto il romanzo volentieri.
La trama si può riassumere in breve: Kismet Knight, psicologa, prende in cura un’adolescente convinta che i vampiri esistano e frequentino un locale della loro città, Denver.
Inizialmente, Kismet indaga sull'infanzia della ragazza e crede si tratti di semplici fantasie, tutt'al più ipotizza il pericolo di adulti che alimentino la sua illusione e approfittino della sua fragilità. Poiché trova intrigante la materia, Kismet decide di proporsi come «Psicologa dei vampiri» e prendere in cura i numerosi giovani fissati con le creature della notte, per poi magari scrivere un libro. Nonostante la bizzarria della scelta, l'interesse dei media e le telefonate minatorie di Fratello Luther, un fanatico religioso, i clienti cominciano ad arrivare.
Ben presto però la faccenda si rivela più complicata di quel che Kismet credeva. Prima la dottoressa conosce Devereux, l'affascinante master della comunità di vampiri, di cui Midnight è infatuata, e che provoca in Kismet un turbine di sensazioni travolgenti. Poi, un'amica di Midnight, Emerald, viene aggredita e quasi dissanguata e la dottoressa deve portarla d'urgenza all'ospedale, dove incontra Alan Stevens, un eccentrico ma affascinante agente dell'FBI, disinvolto e sicuro di sé, che sta indagando su una catena di omicidi: le vittime vengono dissanguate. Più tardi, un altro vampiro, Bryce, la assale, sia fisicamente che con i suoi poteri ipnotici, e solo l'intervento di Devereux salva Kismet... E così via.
Giudizio finale? A mio parere, si tratta del classico esempio di idea graziosa e malamente sprecata. Le prime scene sono riuscite a interessarmi: la protagonista, che racconta in prima persona, condisce la storia con un piacevole senso dell'umorismo, e le sue sedute di terapia con Midnight, adolescente fissata con i vampiri, sono ben costruite. Si percepisce che anche l'autrice è psicologa e conosce ciò di cui racconta.
Tuttavia, la storia si sfalda presto in una sarabanda di momenti romance senza particolare originalità (sì, ci sono le scene di sesso; sì, la protagonista è concupita da praticamente qualsiasi maschio, umano o non morto, in circolazione, e anche se si trova ben presto divisa tra due possibili partner, conclude solo con uno, come da tradizione; e sì, quell'uno è perfetto sotto tutti gli aspetti: bellissimo, affascinante, dotato di forza sovrumana ma anche colto, raffinato, ricchissimo). E tutto questo erotismo così insistito, da "ogni scusa è buona per eccitarsi", invece che coinvolgere finisce per annoiare, quando non si scade nel ridicolo involontario o nell'inverosimile.
Ma, in fondo, è romance, no? Tralasciamo quindi la monomania sessuale dei personaggi e guardiamo al resto. L'intreccio avventuroso procede per colpi di fortuna, deus ex machina, coincidenze, idiozie e interventi provvidenziali di vampiri super-strong; e c'è spazio per un pastiche di credenze e atmosfere new age e neopagane (le scene dei rituali sono un'accozzaglia di effetti speciali grossolani che ben presto sommergono il tentativo di creare un'atmosfera mistica, con elementi «wiccan & dintorni» fusi insieme a un armamentario magico alla Harry Potter). Così come l'universo gothic è pure parecchio banale e descritto con superficialità, dando per scontato che dietro il vestirsi in un certo modo ci sia chissà quale «problema» (e, mi spiace, la cosa risulta decisamente irritante, almeno per me che vesto total black).
I «cattivi», poi, sono fastidiosamente macchiettistici: il super-bellissimo-eccetera vampiro Bryce, innamorato respinto dall'altro macho vampiro Devereux, sa solo pronunciare scontate minacce e mostrarsi perennemente in calore (be', destino comune più o meno a tutti i personaggi maschili e non solo), e viene sconfitto, alla fine, in maniera sbrigativa, dopo non pochi momenti di WTF?; non un antagonista che verrà rimpianto. Oltre tutto, non c'è neanche yaoi...
L'altro malvagio, Lucifer o Luther, avrebbe potuto essere un'idea più interessante – è un vampiro, eppure è anche un maniaco religioso (in questa veste, rappresentato come un fanatico del tutto cliché); è un serial killer afflitto da personalità multiple, ma l'autrice non mi sembra avere le doti per rendere giustizia al personaggio. Né per reggere un intreccio: personaggi scompaiono dimenticati quando non servono più, forse anche perché la protagonista è fin troppo presa dai suoi problemi per rivolgere un pensiero a chi non la sta direttamente corteggiando al momento. Inoltre, la Hilburn ripete e spiega senza alcun pudore c'è che ha già mostrato appena prima, affidando alla narrazione di Kismet il compito di chiarire nodi di trama e fatti già evidenti; ma se la protagonista non è un genio, non è detto che anche i lettori difettino di intelletto e memoria.
Dulcis in fundo, la protagonista, appunto. La dottoressa Mary Sue... ops!, Kismet Knight spreca ben presto il credito che ha guadagnato nei primi capitoli e si rivela la solita insopportabile eroina bellissima – ma lei si sente taaanto insicura ed è socialmente impedita – dietro alla quale tutti corrono, che tutti i «buoni» appoggiano e ammirano e che tutti i «cattivi» minacciano, «perché sì». Spesso e volentieri la logica delle sue azioni è quanto meno scricchiolante; e a uno scetticismo portato avanti a oltranza, al punto di snervare il lettore almeno quanto il classico «idiota in soffitta» dei film horror, si unisce un'incredibile incapacità di capire quello che chiunque – lettore compreso, ahimè – afferrerebbe in un lampo: cosa vogliono i cattivi, l'identità dei personaggi «misteriosi» e così via. I stood frozen, feeling like a helpless idiot dice a pagina 431: be', il sentimento è giustificato, verrebbe da risponderle. Anche perché perfino il tocco umoristico dei suoi commenti, alla fine, si ripete uguale a se stesso e stufa. E l'indipendente Kismet Knight, nonostante le proteste, si ritrova preda dei soliti maschi che non si sono accorti di vivere nel Ventunesimo secolo e, fino alla conclusione, poco combina, a parte accettare complimenti, scoprire la propria dirompente sensualità ed essere salvata. Girl power, insomma...
In conclusione: certo è possibile trovare di peggio, nel filone paranormal romance da Twilight in giù; e certo il libro potrebbe piacere a qualche fanatica del genere. Ma c'è proprio bisogno di un altro romanzo sui vampiri supersexy e perennemente arrapati? Spero di no.
Nel sito dell'autrice http://www.lyndahilburnauthor.com/excerpts.html trovate alcuni estratti, naturalmente in inglese.
Recensione postata in origine su http://aislinndreams.blogspot.it/2012/11/lynda-hilburn-…
Self-Editing for Fiction Writers, Second Edition
Qualche giorno fa ho terminato la lettura di Self-editing for fiction writers, la seconda edizione di un manuale incentrato, come potete intuire dal titolo, sulle tecniche di revisione del proprio romanzo. Autori sono Renni Browne e Dave King, entrambi editor. Purtroppo mi risulta che il test ... (continue)
Qualche giorno fa ho terminato la lettura di Self-editing for fiction writers, la seconda edizione di un manuale incentrato, come potete intuire dal titolo, sulle tecniche di revisione del proprio romanzo. Autori sono Renni Browne e Dave King, entrambi editor. Purtroppo mi risulta che il testo sia reperibile solo in inglese (qualche editore che abbia voglia di tradurlo? Dino Audino, per esempio, che ha portato in Italia numerosi manuali utilissimi?) Lo trovate comunque facilmente su Amazon, edito da Harper.
Perché, sia detto subito: è un testo che vi consiglio, senza se e senza ma. Più agile e immediato rispetto a Revising fiction di David Madden (denso, densissimo), più puntuale rispetto a Revision & Self-editing di Bell, che è piacevole, ma è soprattutto un "bignami" di tutto quello che si dovrebbe tenere presente parlando di scrittura, e per quanto riguarda la parte di editing è piuttosto stringato.
Nel loro testo, invece, Browne e King permettono di toccare con mano il concreto lavoro svolto dagli editor sui romanzi, unendo le spiegazioni teoriche a numerosissimi esempi concreti, estrapolati sia da testi già pubblicati sia da manoscritti sottoposti loro in valutazione; ogni capitolo è concluso da un'utilissima lista di punti da consultare per analizzare il proprio testo dal punto di vista dell'ultimo argomento trattato, nonché da esercizi, con la soluzione (o una delle possibili proposte di soluzione, visto che si parla di scrittura e non di matematica) in fondo al libro. E qualche volta ci si diverte anche a "editare" brani presi da illustri classici, ad esempio Il grande Gatsby, perché, come giustamente sottolineano gli autori del manuale, la tecnica di scrittura si evolve, e inoltre, be', quale scrittore è sempre e solo perfetto?
Parlando di contenuti, il manuale è diviso in dodici capitoli ricchissimi di spunti e di consigli molto pratici, che spaziano da quelli apparentemente più banali e utili ai principianti (non che agli scribacchini di lungo corso non faccia bene un ripasso, ogni tanto...) fino a quelli invece più raffinati e meno intuitivi. Come per ogni manuale, non dovete seguire tutti i consigli e tutti gli avvertimenti proposti qui a ogni costo: piuttosto, lo scopo è porsi domande, prendere in considerazione metodi diversi, sperimentare, acquisire consapevolezza di aspetti magari mai considerati prima ed esercitarsi in modo pratico, per creare così il proprio metodo di lavoro. E chissà, magari trovare lo spunto giusto per risolvere una momentanea impasse della storia cui state lavorando da mesi, o farsi illuminare da una lampadina improvvisa, "ehi, a questo non ho mai pensato, magari funziona!"
Si spazia dall'immortale, famoso, imprescindibile show don't tell (consiglio di cui ormai tutti si riempiono la bocca, salvo spesso non avere idea di quello che significa davvero). Il "mostrare e non raccontare" non è considerato l'unica possibilità: gli autori si soffermano anche sui momenti in cui è meglio usare qualche riga di narrative summary, per esempio tra una scena e l'altra (quindi, se siete diffidenti, non temete: manuale non è sinonimo di assolutismo e catene). E propongono una sigla facile facile, ma oh quanto importante, come memento: R.U.E., ovvero Resist the Urge to Explain. Resistere all'impulso di spiegare. Per fare un esempio triviale, così su due piedi: se scrivete in un dialogo "Vaffanculo, stronzo!" non c'è bisogno di aggiungere subito dopo "Tizio era arrabbiato e offeso". Le parole pronunciate (e si spera anche i gesti del personaggio, il contesto ecc) bastano a mostrare quello che prova Tizio, perché appesantire il tutto con l'ovvio? Come si dice a p. 85, You don't want them to know the fact, you want them to feel the emotion, come autori non vogliamo che i lettori "sappiano" come si sente un personaggio, vogliamo che provino sulla loro pelle le stesse emozioni. Ecco qui riassunto perché è importante e non opzionale il "mostrare".
Si parla poi anche del modo migliore di caratterizzare i personaggi, di punti di vista, di dialoghi, di proporzione (concetto meno famoso dello show don't tell, ma fondamentale, IMHO, nonché più arduo da applicare di quanto sembri), perfino della suddivisione in paragrafi, e si conclude con diversi consigli per mostrare la propria professionalità e non essere scambiati per dilettanti allo sbaraglio (per esempio, evitare troppi punti esclamativi, stare attenti all'uso delle costruzioni in -ing, corrispondente all'insidioso gerundio, ecc.) e, infine, un capitolo dedicato a un concetto elusivo e ostico da definire, quello della "voce" di un autore. E anche se, come riconoscono gli autori, non è possibile "insegnare" a qualcuno qual è la sua voce, che dovrebbe essere unica e inconfondibile, anche qui però non mancano consigli e proposte che ho trovato molto interessanti per prendere coscienza della scrittura e acquisire dimestichezza con la propria "voce".
Non mancano aneddoti derivati dall'esperienza diretta dei due editor, e un po' di sana ironia per alleggerire il testo e renderne piacevole la lettura. E nonostante l'indubbia importanza della tecnica, la vediamo sempre al servizio della storia, dei personaggi, dell'obiettivo finale - scrivere il libro migliore possibile - e perciò, in definitiva, del lettore. Che magari non sarà mai consapevole del lavoro immenso dietro al romanzo che tiene tra le mani, né avrà idea di cosa significhi la parola "tecnica" riferita alla scrittura; ma godrà i frutti di quella fatica. In fondo, a technique that distracts the reader is never a good idea (p. 89), la tecnica non deve distrarre il lettore, deve anzi essere invisibile: solo così può essere efficace. Ecco perché, per esempio, infarcire un romanzo di paroloni eleganti in genere serve solo ad appesantire e snervare, perché richiama l'attenzione sull'autore come se stesse gridando "guarda quanto sono bravo, guarda che bel linguaggio so usare!", e perciò distoglie dalla storia.
Nota. Visto che in Italia si fa sempre polemica parlando di "critiche agli autori", di "rispetto", di quello che i lettori "possono" o "non possono" dire recensendo un romanzo e così via, cito da pagina 82 del volume la conclusione di un brano che Browne e King traggono dal New York Times Books Review, una recensione di un libro di Ludlum firmata da Newgate Callender: The book may sell in the billions, but it's still junk.
Detto così, senza mezzi termini, di un autore best seller, dopo ovviamente aver spiegato i motivi di questo giudizio.
E noi stiamo ancora a offenderci quando qualcuno fa notare che il tal libro è mal scritto.
Recensione pubblicata su http://aislinndreams.blogspot.it/2012/10/self-editing-f…
Aspetti del romanzo
Forster è autore inglese noto per romanzi come Casa Howard, Passaggio in India, Monteriano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Forster a Cambridge nel 1927 e, nonostante i quasi novant'anni trascorsi, si è rivelato tanto interessante quanto attuale, o meglio a ... (continue)
Forster è autore inglese noto per romanzi come Casa Howard, Passaggio in India, Monteriano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Forster a Cambridge nel 1927 e, nonostante i quasi novant'anni trascorsi, si è rivelato tanto interessante quanto attuale, o meglio ancora potrei dire "sempreverde". Ho apprezzato di più la prima parte, dove Forster riflette, ad esempio, sui personaggi (o meglio, le persone) o sulla trama; mentre ho trovato meno efficaci le sezioni dedicate al fantastico e agli autori "profeti", descritti secondo una concezione che ho avvertito piuttosto distante, nonché meno illuminante, oppure l'ultima su "modello e ritmo", più fumosa.
Interessante il tentativo di Forster di analizzare alcuni autori presi ad esempio - la Woolf, Hemingway, Melville e così via - sganciandosi dalla tradizionale visione cronologica, immaginando di averli tutti insieme a scrivere nella stessa stanza, per trovare elementi comuni al di là delle differenze sociali, storiche, geografiche.
Quando i suoi personaggi muoiono, il romanziere ormai li capisce, riesce di fronte a loro a essere esatto e ricco d'immaginazione: il più potente dei cocktail (p. 63). Questo è l'equilibrio da cercare, quello tra l'"esatto" e l'"immaginazione", ciò che rende verosimile una storia, ciò che le dona la sua potenza.
Recensione pubblicata su http://aislinndreams.blogspot.it/2012/10/scrittura-lett…
Del denaro o della gloria
Laura Lepri è uno dei più noti ed esperti editor italiani, nonché insegnante di scrittura creativa. Il sottotitolo, Libri, editori e vanità nella Venezia del Cinquecento, aiuta a chiarire il contenuto di quello che esito a definire "saggio": narrative non fiction, se vogliamo ricorrere ... (continue)
Laura Lepri è uno dei più noti ed esperti editor italiani, nonché insegnante di scrittura creativa. Il sottotitolo, Libri, editori e vanità nella Venezia del Cinquecento, aiuta a chiarire il contenuto di quello che esito a definire "saggio": narrative non fiction, se vogliamo ricorrere a un termine più di moda.
Tra queste pagine infatti trovate uno spaccato dell'editoria italiana - veneziana, in particolare, ma non solo - ai suoi albori, tra innovazioni tecniche, incertezze e lotte familiari e commerciali; le descrizioni di ambienti, personalità, usi e costumi cinquecenteschi trascolorano spesso dallo stile divulgativo a qualche suggestione romanzesca, mentre seguiamo la vicenda di un personaggio misconosciuto ma fondamentale, Giovan Francesco Valier, "editor" prima che esistesse questo termine, uomo di mondo, amico di potenti e letterati, sempre pronto ad aiutare con la correzione e il lavoro di lima su testi destinati a maggiore o minore gloria; tra gli altri, diede un contributo fondamentale al Cortegiano di Baldassar Castiglione. E sono proprio i retroscena della prima edizione di questo libro d'assoluta importanza storica e letteraria che occupano la parte maggiore di Del denaro e della gloria, tra copie contraffatte, dissidi tra editori e contrattazioni; prima di seguire il "betareader" e "editor" Valier fino a una drammatica fine.
L'inizio del libro forse butta troppa carne al fuoco, tra dettagli ambientali, personaggi e informazioni che si accumulano in poche pagine, ma presto si acquisisce familiarità con "attori" e scenari e la vicenda inizia a scorrere proprio come un romanzo. E, tra illustri poeti come il Bembo (per il quale nutro una personale idiosincrasia...) e scaltri pennivendoli come l'Aretino, tra nobili e spie, tra dame e sovrani, ci si immerge in un'epoca, si respira la sua aria, si apprende non poco sulla nascita dell'editoria. Ed è quando emerge naturale il paragone con il nostro presente (manoscritti v/s libri a stampa... ricorda qualcosa? E poi editori spregiudicati, problemi distributivi, costi di magazzino...) che i tocchi d'aggraziata ironia dell'autrice arricchiscono il tutto.
E a chi pensa ancora che la scrittura debba essere spontanea e libera dagli "impacci" di tecnica, studio e revisione, non posso che rivolgere le parole che la Lepri utilizza parlando dell'Ariosto: Come ogni grande artista, non si era accontentato, né aveva temuto solitudine, rovelli e penurie, se questo era il prezzo per far crescere il suo lavoro.
Prendere appunti, please.
Recensione pubblicata su http://aislinndreams.blogspot.it/2012/10/scrittura-lett…
Per scrivere bisogna sporcarsi le mani
Ho voluto leggerlo per due motivi: perché il titolo mi ha subito colpito favorevolmente - la scrittura è anche artigianato, lavoro di cesello e lima, non solo Arte con la A maiuscola ed eteree conversazioni con le Muse - e perché l'autrice è italiana, mentre quasi tutti i manuali che ho letto sono a ... (continue)
Ho voluto leggerlo per due motivi: perché il titolo mi ha subito colpito favorevolmente - la scrittura è anche artigianato, lavoro di cesello e lima, non solo Arte con la A maiuscola ed eteree conversazioni con le Muse - e perché l'autrice è italiana, mentre quasi tutti i manuali che ho letto sono americani (spesso direttamente in inglese perché non tradotti nel nostro Paese). Inoltre, di Grazia Gironella apprezzo spesso gli spunti offerti nella sua pagina Facebook pubblica (http://www.facebook.com/pages/Per-scrivere-bisogna-sporcarsi-le-mani-Grazia-Gironella/217830234958458?fref=ts) e, anche se non posso dire di conoscerla personalmente, ho potuto intrattenere con lei qualche conversazione virtuale attraverso il social network.
Credo che Per scrivere... sia un ottimo testo per chi vuole approcciarsi alle questioni fondamentali della scrittura creativa per la prima volta: se non avete mai letto un manuale, qui si toccano passo passo tutti i punti essenziali della tecnica, dai metodi per costringere l'ispirazione a lavorare, ovvero per trovare le idee, alle strutture della trama, alla caratterizzazione, e così via fino alla revisione. Certo, in circa 140 pagine non potrete pretendere che ogni questione sia sviscerata ed approfondita come si potrebbe - non a caso esistono tanti manuali monografici, ovvero dedicati solo alla creazione dei personaggi, solo alla descrizione eccetera; e in qualche caso si avverte con chiarezza la necessità di qualche parola in più, ad esempio quando si accenna a concetti non immediati quali la "risonanza" del finale, o resonance, e la "premessa tematica" o premise. Il manuale tuttavia è estremamente serio e si percepisce la documentazione dell'autrice: numerose volte ho ritrovato consigli, concetti e riflessioni che si richiamano direttamente alla tradizione anglosassone e spiegano in modo conciso e chiaro le nozioni che qualsiasi scrittore o aspirante tale dovrebbe masticare senza difficoltà, e che spesso invece sono, in Italia, il regno della confusione - quando non vengono del tutto snobbate, per ignoranza o, ahimè, per cosciente rifiuto.
Se, quindi, di manuali ne avete già letti parecchi, in italiano o in inglese, vi servirà comunque questo testo? Be', sì; servirà da ripasso e fornirà magari qualche spunto per sperimentare metodi diversi dalla propria abitudine (mia esperienza personale: non uso spesso le "schede" di cui si parla nel capitolo dedicato alla struttura della trama, ma visto che al momento sto delineando la scaletta del romanzo nuovo, rispolverare questa possibilità mi ha fatto riconsiderare di utilizzarle ora per sistemare in ordini gli eventi che ho in mente) o per organizzare passo dopo passo la revisione della vostra opera. Manca purtroppo una bibliografia di riferimento, che a mio parere sarebbe stata utilissima in chiusura per permettere al lettore di trovare altri testi simili, generici o specifici su un aspetto della scrittura; ma, a parte questo, sono rimasta soddisfatta dalla lettura.
Recensione pubblicata su http://aislinndreams.blogspot.it/2012/10/scrittura-lett…