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Raimon Panikkar
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Raffaele Luise elabora un interessante resoconto sotto forma di dialogo romanzato del pensiero di Raimon Panikkar. Il loro primo incontro avviene in uno sfondo mistico e cinematografico. Pannikar infatti trascorse i suoi ultimi giorni sui Pirenei: a Cingles de Tavertet. Se cerchi un luogo mistico ... (continue)
Raffaele Luise elabora un interessante resoconto sotto forma di dialogo romanzato del pensiero di Raimon Panikkar. Il loro primo incontro avviene in uno sfondo mistico e cinematografico. Pannikar infatti trascorse i suoi ultimi giorni sui Pirenei: a Cingles de Tavertet. Se cerchi un luogo mistico deputato niente risulterà più suggestivo di una “mesa” protesa sull’abisso. A poca distanza da Barcellona il paesaggio diventa aspro e petroso. L’altipiano catalano rammenta il Tibet.
Panikkar, rispetto alle presenti tensioni tra il dogma cristiano e i rinnovati tentativi teologici di accordare fede e ragione sembra provenire da un altro pianeta. E’ davvero un profeta del dopodomani rispetto al quale ci sente oggi impreparati, colti da vertigine d’altezza. La sua profondità di pensiero deriva e si è misurata su studi “intrareligiosi”. Mandato in India dall'Opus Dei egli si è affaticato per oltre dieci anni nell’opera immane di tradurre i Veda dal sanscrito. Le sue considerazioni nascono pertanto da una profonda meditazione intraculturale, svolta da un prelato cattolico attento conoscitore del buddismo e dell’induismo. Egli non ha esitato a forzare le fortezze delle diverse tradizioni e degli integralismi.
“Cosa sono le apparenze strappate a Platone se non il volto della realtà e soglia a loro volta che sta tra il visibile e l’invisibile di ciò che esiste?” (M. Zambrano).
Le diversità tra le religioni si assottigliano, diventano veli ed apparenza travolgendo persino il muro concettuale che ha sempre opposto verticalmente monoteismo e politeismo. Lo stesso dogma della trinità “diventa questa relazione cosmoteandrica di Dio, Uomo e Cosmo, di cui noi siamo parte integrante”.
“Melete to pan”, coltiva il tutto dicevano i greci. Quello che la mente separa, l’amore e l’empatia riunisce. Questa dimensione non può essere attinta da una conoscenza concettuale, ma solo da un cammino sapienziale che richiede l’apertura del terzo occhio e una profonda trasformazione interiore.
“E’ la gioia il criterio della vita spirituale, anche se non credo che sia autentica la spiritualità di chi è insensibile al dolore ed alle speranze del mondo per paura di perdere la serenità e la gioia. Che nell’induismo è uno dei nomi di Dio, Ananda”
Estrapolo dal ringraziamento commovente che Raffaele rivolge al suo maestro a chiusura del libro:
“Grazie Raimon,
prerchè tu hai reso evidente
nel respiro stesso della tua vita,
che Dio è Amore. …
…
Grazie Raimon
uomo cosmoteandrico,
perché ci hai insegnato
che la Parola crea la Vita
e intesse i rapporti
che uniscono visibile ed invisibile.
…
Grazie Raimon,
perché mi hai insegnato
a raccogliere i colori
per farne arcobaleni”.
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