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- By Maurizio de Giovanni
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- La rivoluzione delle tasse (10)
- Perché il sistema è costruito per non funzionare
- By Bruno Tinti
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“No taxation without representation” gridavano i coloni americani nel 1755, contro il governo inglese che imponeva loro il pagamento delle tasse, senza dare loro una rappresentazione alla camera di Londra.
Questo diede il via alla rivoluzione americana e alla genesi della prima Democrazia dell'evo ... (continue)
“No taxation without representation” gridavano i coloni americani nel 1755, contro il governo inglese che imponeva loro il pagamento delle tasse, senza dare loro una rappresentazione alla camera di Londra.
Questo diede il via alla rivoluzione americana e alla genesi della prima Democrazia dell'evo moderno.
Inizia con la citazione di questo episodio questo saggio dell'ex magistrato Bruno Tinti che invoca una nuova rivoluzione, a partire sempre dalle tasse.
Una rivoluzione in nome dell'articolo 53 della Costituzione “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.”Dunque di tasse e di evasione si parla: l'autore infatti, nella sua carriera si è spesso occupato di reati finanziarti ed è stato esponente della commissione che ha poi portato nel 2000 alla legge sui reati fiscali (in realtà poi il Parlamento annacquo molto le sue proposte).
Ne “La rivoluzione delle tasse”, Bruno Tinti ci illustra come funziona il sistema Tributario italiano (o come non funziona, si dovrebbe dire), nella seconda parte parla della sua riforma abortita dai partiti nel 2000 per arrivare infine, nella terza parte, a dire cosa bisognerebbe fare adesso per contrastare l'evasione e dare piena applicazione a questo articolo della Costituzione (il 53), oggi non pienamente applicato.Prima parte: il patto scellerato tra Stato ed evasori.
Ovvero come mai abbiamo un sistema “ è costruito per non funzionare”: tra condoni, studi di settori, controlli che colpiscono solo una percentuale ridicola dei professionisti, oggi il peso delle tasse ricade soprattutto sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pensionati."L'evasione arriva dal 'popolo dell'Iva'. Non che lavoratori dipendenti e pensionati non vogliano evadere. Lo vorrebbero, solo che non possono; come fanno? Le imposte gliele prendono subito, prima ancora di dare loro la paga, il salario, lo stipendio."
Evasione che ha un peso stimato tra 120-160 miliardi di euro:
"L'evasione fiscale si frega più o meno la stessa somma che lo Stato percepisce dai cittadini a titolo di imposta (146 miliardi). Se non ci fosse evasione, saremmo ricchi il doppio."
E non avremmo bisogno di manovre lacrime e sangue, di aumenti delle tariffe, della benzina, dell'Iva, dei tagli allo stato sociale.Ci spiega Tinti che è come se ci fosse un patto tra stato ed evasori: "Le leggi tributarie sono progettate per essere violate impunemente. Si tratta di pura e semplice complicità tra Stato ed evasore fiscale". Complicità dovuta anche al fatto che è proprio con i soldi evasi al fisco che avviene poi la corruzione, per gli appalti pubblici, per i controlli dello Stato, per i concorsi ..
Per capire le ragioni di questa complicità, l'autore racconta nella seconda parte la proposta di legge penale, che aveva ideato per contrastare chi non paga le tasse.
Seconda parte: La sordità dei politici. Storia di una riforma abolita.
Diciamo le cose come stanno: lo stato (ovvero il legislatore, il Parlamento, i governi in carica) hanno protetto sempre gli evasori. Sia " non controllandoli [la media oggi è un controllo fiscale ogni 10 aziende, con buona probabilità che finisca tutto in prescrizione], sia con iniziative 'ad hoc', come i condoni (uno ogni quattro anni), oppure con leggi specifiche (ad esempio, l'abolizione del falso in bilancio)".I condoni sono una cosa assolutamente vergognosa: la storia ha dimostrato he lo Stato ci guadagna pure di meno, da queste operazioni che servono solo a racimolare qualche soldo “maledetto e subito”, e magari a favorire qualche amico.
La sua proposta di legge, che aveva presentato in Parlamento, fu affossata dal "partito trasversale degli evasori": partito che conta tra i propri elettori pure una buona parte di evasori
"Cinque milioni e mezzo di voti (gli elettori appartenenti al popolo dell'Iva) significano la differenza tra vincere le elezioni o perderle. E sai che gliene importa dell'evasione fiscale a chi conta sul voto di questa gente!".
Questo spiega ad esempio, come mai contro l'ultimo scudo fiscale non ci fu vera opposizione in aula e al momento del voto.
Terza parte: adesso.
I governi politici hanno dimostrato un'incapacità nell'affrontare il problema dell'evasione. Ma ora abbiamo un governo tecnico: nell'intervista su Micromega, Tinti in proposito dice
L'attuale governo soffre un paio di paradossi: intanto è tecnico, quindi ha un margine di manovra che un governo politico non avrebbe. Non essendo espressione degli elettori, non ne richiede il consenso, e ha assicurata una possibilità di manovra sconosciuta all'esecutivo politico. Può compiere scelte impopolari, come quella di far pagare le imposte. Il primo paradosso è dunque che, per riuscire a combattere l'evasione fiscale, un Paese come il nostro, a scarsissima civiltà politica, ha bisogno di un governo che non sia politico, perché il governo politico ha dimostrato la sua complicità con gli evasori. Si tratta di un vero e proprio voto di scambio: non vi faccio pagare le imposte e vi garantisco l'impunità, ma voi eleggetemi. Chi era al potere stipulava questo tipo di contratto, trasversale ai partiti, con gli elettori. Il secondo paradosso, invece, è che per far pagare le imposte alle persone occorre adottare delle scelte di cui prime vittime sono proprio le persone che già pagano le tasse. Dopo l'estate scorsa, mentre il Paese era sull'orlo della bancarotta, non si sapeva se lo Stato sarebbe stato in grado di pagare pensioni e stipendi. Ciò significa che c’era bisogno di soldi e che si dovevano adottare misure draconiane. Chi ha maggiori risorse ha contemporaneamente maggiori possibilità di sottrarsi alle misure draconiane. Il capitale, per definizione, può essere spostato, a Hong Kong, a Lugano. Monti lo disse chiaramente che la patrimoniale sui grandi capitali è cosa complicata. I capitali possono sparire, non sono un salario, una paga. E' ovvio che, ferma restando la grande necessità di soldi, purtroppo in prima battuta questi soldi vengono forniti con grande sacrificio proprio dai più poveri, ma non è una scelta di Monti o, come è stato detto, una scelta "di destra". E' una scelta obbligata dalle cose: prendo i soldi dove li trovo. Il governo ha poi cercato di ovviare a questa situazione con la tasse sulla casa, cioè l'Imu. Patrimoniali sugli yacht o sulle auto di alta cilindrata come il superbollo sono cose che gravano sui ricchi, ma non danno un grande gettito. L'Imu è un’imposta equa, perché la pagano ricchi e poveri, ma in misura diversa. La riforma in base ai metri quadri, e non più in base ai vani, renderà questa imposta ancor più equa. Si tratta di provvedimenti destinati a fare cassa.E, a proposito del fallimento dei partiti:
L'evasione fiscale è il simbolo di una politica a cortissimo raggio: ci si garantisce il consenso pagando con i soldi degli altri, mettendo le mani nelle tasche dello Stato. Ma lo Stato così va in rovina. Perché abbiamo duemila miliardi di debito pubblico? Intanto a causa di una politica di spesa dissennata, fondata sulla necessità del consenso, una spesa insomma affrontata non per soddisfare le reali esigenze del Paese, ma per ragioni clientelari. In secondo luogo, noi non ricaviamo dalla capacità contributiva dei cittadini quanto occorre per sostenere le spese pubbliche e, dunque, dobbiamo continuare a indebitarci per mantenere i vari servizi dello Stato. Con 160 miliardi all’anno, che mancano all'appello, si fa presto a trovarsi carichi di debiti.Che fare allora?
Due le proposte di riforma che l'autore propone: rendere non conveniente più l'evasione per il singolo cittadini, permettendogli di scalare le proprie spese (quelle connesse alla propria vita familiare, con un tetto ben fissato) dalle tasse:
"Come si cambia la mentalità di persone per cui i modelli da imitare sono commercianti privi di scrupoli, banchieri dediti all'usura, imprenditori arricchitisi con lo sfruttamento dei lavoratori?... Mettendo un cittadino contro l'altro. Facendo diventare il vantaggio fiscale dell'uno lo svantaggio dell'altro."E, come ha anche proposto Report in una recente puntata, limitare al massimo l'uso del contante, disincentivandolo con tasse per il prelievo coi bancomat, e facilitando l'uso di carte di credito e Bancomat anche per piccoli importi. Import che verrebbero tracciati dal sistema tributario.
Questa sarebbe la vera rivoluzione: venire tassati non semplicemente sul reddito, che si può evadere, ma sul reddito sottratto dalle spese per la famiglia, per i figli, per poter vivere una vita dignitosa.
Spese tracciate e già a conoscenza dell'Agenzia delle entrate, visto che parliamo di pagamento elettronici.
Quando paghiamo con carta di credito abbiamo già due flussi d'informazione: uno che va alla mia banca, l'altro che va alla banca dell'idraulico. Dobbiamo aggiungerne un terzo che è ipotizzabile vada all'Anagrafe tributaria. Questo sempre se riusciamo a trovarlo un idraulico.
A cosa serve dunque il contante? A nascondere all'occhio del Grande Fratello i nostri consumi? Ma se questa privacy ha come rovescio della medaglia questo livello di evasione che portano poi allo smantellamento dello stato sociale, allora è meglio la trasparenza.
E chi lancia l'allarme dello stato di polizia tributaria, forse ha pure qualcosa da nascondere.
Fare pagare a tutti le tasse secondo le proprie capacità: questa la vera rivoluzione. - — May 13, 2012 | Add your feedback
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- Il momento è delicato (380)
- By Niccolò Ammaniti
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Finished in May 2012





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Probabilmente tocca dare ragione al consiglio che Gian Arturo Ferrari, allora capo di Mondadori, diede al giovane Ammaniti nel 1995: "il momento è delicato", per la pubblicazione di racconti. Visto che i racconti non vendono, non si pubblicano ..
Specie poi, se sono racconti del come quelli (non tut ... (continue)Probabilmente tocca dare ragione al consiglio che Gian Arturo Ferrari, allora capo di Mondadori, diede al giovane Ammaniti nel 1995: "il momento è delicato", per la pubblicazione di racconti. Visto che i racconti non vendono, non si pubblicano ..
Specie poi, se sono racconti del come quelli (non tutti ben riusciti) pubblicati in questa raccolta.
Che spazia temporalmente dal 1993 (al racconto scritto dopo un viaggio in India) al 2012 (Apocalisse).Questi i racconti :
Giochiamo? (scritto con Antonio Manzini)
Un uccello molto serio
Amore e pipistrelli
La medicina del momento
Respira. Piano. Ma respira
Alba tragica
A letto col nemico
La figlia di Shiva
Fa un po' male
Rane e girini
L'amico di Jeffrey Dahmer è l'amico mio
Gelida manina
Racconto per bambini cattivi
Il Festival Piú Importante Del Mondo
Sei il mio tesoro (scritto con Antonio Manzini)
ApocalisseLa maggior parte sono stati scritti dall'autore nel passato; alcuni sono già stati pubblicati in altre raccolte : "Alba tragica" ne "Tutti i denti del mostro sono perfetti" e "Il mio tesoro" in Crimini.
Tra l'altro questi sono poi i migliori di tutti gli altri: quelli che riescono a stare in piedi da soli, a divertire e colpire il lettore.«Il romanzo è una storia d'amore, il racconto è la passione di una notte».
Ecco, leggendo alcuni di quelli qui raccolti, viene da dire che non tutte le notti meriteranno di essere ricordate.
Molte racconti mi sono sembrati banalotti e scontati, sui soliti temi dell'adolescenza, del sesso e della scuola. Altrove compare un pizzico di fantascienza in più, e Ammaniti affronta il tema dell'adolescenza e delle difficoltà nel dover crescere ed accettare i cambiamenti che la vita ti impone.Ammaniti sa scrivere di meglio (e certi esperimenti di scrittura nati nelle notti insonni potrebbero pure rimanere nel cassetto).
- — May 9, 2012 | Add your feedback
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- Un posto sbagliato per morire (77)
- By Hans Tuzzi
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Finished in May 2012





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L'incipt.
L'alba ai vetri. E, fuori, l'ampio orizzonte di piazzale Lodi. Ancora poche, le macchine, e i primi filobus assonnati: le linee di circonvallazione povere, quelle frequentate dai proletari, dai lavapiatti arabi, da persone col sudore addosso.
Milano, 30 settembre 1981: il cadavere d ... (continue)
L'incipt.
L'alba ai vetri. E, fuori, l'ampio orizzonte di piazzale Lodi. Ancora poche, le macchine, e i primi filobus assonnati: le linee di circonvallazione povere, quelle frequentate dai proletari, dai lavapiatti arabi, da persone col sudore addosso.
Milano, 30 settembre 1981: il cadavere del famoso architetto Manrico Barbarani viene scoperto all'alba da una guardia giurata. Il luogo della scoperta è solo il primo degli enigmi del caso: cosa ci faceva, in quel posto frequentato di prostitute e travestiti, l'architetto? Come ci è arrivato? Cosa cercava in quel posto, "un posto sbagliato per morire", l'architetto Barbarani?
Sono le domande a cui deve trovare una risposta il vicequestore Melis, a capo del nucleo anticrimine.
E, per trovarle, inizia a scavare dentro a vita professionale e familiare dell'architetto: socio del collega Bozzoli in uno studio che nel passato aveva vinto degli appalti a Milano, ma anche nelle ex colonie.
Senza nemici apparenti, sul mondo del lavoro: un ex praticante architetto che aveva lasciato lo studio portandosi dietro un progetto, cosa di cui Barbarani non era mai riuscito a dimenticare. Un onorevole, con cui lo studio si era scontrato per un appalto vinto dal nipote dello stesso.
Un costruttore milanese, uno di quelli che erano diventati ricchi col mattone e col cemento, proprio in quegli anni della Milano da bere. E che non aveva digerito una certa intervista dell'architetto dove parlava delle sue origini finanziarie ..Ma è nella vita privata, che Melis e la sua squadra trovano tanti spunti su cui indagare: due ex mogli e una figlio dalla seconda di queste. Una causa difficile per l'affidamento del bambino, Duccio, trascurato dalla madre che aveva ottenuto l'affidamento dal Tribunale.
Ex moglie per nulla dispiaciuta per la dipartita dell'ex coniuge e una segretaria forse segretamente innamorata di lui, diverse amicizie femminili (con le donne ci sapeva fare).
Più che nell'analisi degli indizi e nel lavoro della scientifica, e nell'analisi del carattere del morto la chiave della soluzione del caso.
Chi era l'architetto Barbarani?"Melis si limitò a mordicchiare il labbro superiore. Gli sfuggiva qualcosa in quella storia. Non riusciva a completare l'immagine che si stava facendo di Barbarani. Qualcosa, di quell'uomo, restava indistinta, come celata da una nebbia. Come certi volti, in certi sogni inquietanti .. Ma cosa? Un uomo colto, ricco, affermato. Un padre amoroso e presente. Tant'è che il suo notaio, pur rifiutandosi di anticipare la lettura del testamento, gli aveva assicurato che l'architetto aveva da tempo predisposto tutto in modo che il beneficiario dei suoi beni fosse Duccio, al riparo da rivendicazioni o speculazioni materne. Ma, quanto a marito? Quanto a socio? I confini, aveva detto Bozzoli, un uomo teso a varcare i confini. anche i confini del lecito? E cosa aveva sottinteso, Giuliana Paravati, con quella frase: anche Manrico, quanto a distruggere .. Che uomo era, Manrico Barbarani? «L'architetto non amaca l'idea di invecchiare. Oh, mi intenda, non era di quelli che si fanno il lifting o si tingono i capelli, no. Però, ecco, spiava il proprio invecchiamento..» "
pagina 121
"Un posto sbagliato per morire" è un giallo molto delicato, di buona scrittura, colta e scorrevole, scritto non per colpire il lettore con colpi di scena.
A guidare l'indagine è la razionalità e la profonda umanità dell'investigatore Melis. Non un poliziotto che non si accontenta dell'arresto facile, solo per placare i desideri dei superiori e magari della stampa: una mente che ragiona che sa immedesimarsi nei panni delle persone, nei loro pensieri.Questo libro era già uscito per le edizioni Sylvestre Bonnard, nel 2004 col titolo "Come il cielo sull'Annapurna", che è un riferimento alla psicologia del dell'architetto e la sua passione per la montagna.
- — May 3, 2012 | Add your feedback
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- Uscire dalla crisi è possibile (6)
- By Aldo Giannuli
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Finished in Apr 2012





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Uscire dalla crisi è possibile




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Riformare la finanza, promuovere l'eguaglianza, ripensare la globalizzazione: per un nuovo primato della politica e dell'economia reale.
Quali sono le cause della crisi finanziaria che stiamo vivendo, come mai questa volta potrebbe essere una crisi più pesante delle altre?
E quali le ricette per u ... (continue)Riformare la finanza, promuovere l'eguaglianza, ripensare la globalizzazione: per un nuovo primato della politica e dell'economia reale.
Quali sono le cause della crisi finanziaria che stiamo vivendo, come mai questa volta potrebbe essere una crisi più pesante delle altre?
E quali le ricette per uscire dalla crisi?Queste due domande sono l'ossatura stessa del libro (naturale continuazione de “2012: La grande crisi”, uscito l'anno scorso): a queste Aldo Giannuli, storico nonchè consulente di varie commissioni di inchiesta parlamentari su stragi ed eversione, ha dato una risposta chiara ed esaustiva.
Risposte che vanno contro le ricette economiche propinate oggi dai tecnici in Italia e in Europa e che ci constringono a rivedere tutta l'architettura finanziaria su cui abbiamo costruito l'economia mondiale nell'epoca della globalizzazione.Questa crisi, signori, è la naturale conseguenza delle politiche neoliberiste che da trent'anni vediamo riproposte in tutte le salse dai governi occidentali (non tutti forse e non nella stessa maniera).
Dagli anni 80, infatti, con l'elezione di Ronald Reagan e Margaret Tatcher negli Usa e in Inghilterra abbiamo iniziato a vedere leggi che mettevano da parte lo Stato come ente regolatore dell'industria e della finanza (e dunque l'ente col compito di fare redistribuzione del reddito).
Meno stato, più mercato … il mercato sa regolarsi da solo … questi i mantra dei neoliberisti di tutto il mondo: economisti, lobbisti, giornalisti che hanno sposato questo dogma infallibile: al mercato, che doveva regolare tutto, dalle commodity (i beni di consumo) ai servizi, al petrolio, alla finanza, non si può mentire.
E allora via i “lacci e lacciuoli” che bloccano il denaro dentro i confini di uno stato, via alle leggi che rendono più semplici le delocalizzazioni. Via alle leggi che impediscono alle banche di fare attività speculativa (il Glass Stegall Act). In pochi decenni si è passati da paesi ad economia industriale, a paesi basati su una economia di servizio, dove l'industria veniva piano piano svuotata, e con essa i diritti e gli stipendi delle persone che ci lavoravano dentro.
Perchè è il mercato che lo chiede: nello stesso periodo se da un lato si gonfiava di miliardi l'economia della finanza, l'economia reale veniva mortificata, il ceto medio iniziava il suo declino e si assisteva allo spostamento della ricchezza verso “riccolandia”.Per questo la crisi del 2008, e la successiva crisi di adesso, sono ancora in essere: sono qualcosa di diverso da quelle degli anni passati (la depressione del 1929, quella del 1973-74, quella del 1992-93). Oggi, ci siamo giocati l'economia industriale, la produzione, la competitività e contemporaneamente, è aumentato il debito dei nostri paesi e se anche dovessimo arrivare alla tanto attesa ripresina, questa servirebbe a malapena a ripagare gli interessi su di questo.
L'errore che è stato commesso, per uscire da questa crisi, è stato quello di affrontarla con l'iniezione di liquidità (soldi pubblici), nel mondo delle banche, dunque nel mondo della finanza. Allo stesso modo come nel 2008, si è lasciata fallire Lehman Brothers, ma si sono salvate con soldi pubblici le altre banche americane che stavano sull'orlo del crac.Questi soldi non hanno fatto altro che tamponare solo per qualche momento il problema: le banche si sono ricapitalizzate a spese nostre, hanno comprato altri titoli di stato (sfruttando il momento favorevole, per gli alti interessi che questi garantivano), ma non hanno dato alcun contributo al rilancio dell'economia.
Alla stessa maniera per cui i grandi manager di Wall Street, dopo la grande paura del 2008 (per la crisi dei mutui subprime, trasformati in titoli derivati con cui hanno intossicato i bilanci di mezzo mondo), sono oggi ritornati agli antichi splendori.
Nessuna regola stringente alla finanza, all'utilizzo delle stock options, ai superstipendi dei manager, alla possibilità di fare speculazioni contro stati sovrani a colpi di cd swap, di HTF (le transazioni veloci), di vendite allo scoperto. E che dire delle agenzie di rating? Le tre sorelle americane che danno la tripla A agli USA, ma mazzuolano i paesi europei, che pure hanno una situazione debitoria migliore di quella americana? Le stesse agenzie che davano per buoni i titoli Parlamat e Lehmann anche prima del crac …L'ipercapitalismo finanziario, che ha contagiato mercati, borse, banche, fondi di investimento, ha garantito l'eldorado per pochi (ma non pochissimi) fortunati: ma è una ricchezza che non è ritornata in ricircolo nell'economia ma è anzi spesso andata a sottrarsi al fisco (secondo il mantra neoliberista, i ricchi devono pagare meno tasse, poiché spendono per beni di lusso ...).
Il denaro solo per fare denaro. Tanto, alla peggio si può sempre stamparne di altro, non essendoci più la necessità di un suo corrispettivo reale.
Nessuno, tra i neoliberisti, spiega come mai questo dogma non abbia saputo prevedere la crisi del 2008, come mai gli stessi liberisti oggi accorrono al capezzale dello stato per salvarsi, lasciando per strada lavoratori senza lavoro (perchè non competitivi con i corrispetivi cinesi o indiani).
L'economia non è quel mondo perfetto, il mercato che non si può ingannare: non è sufficiente spostare i problemi sul domani (e continuare con l'indebitamento delle imprese per spremere il fatturato, delle banche per continuare a fare mutui). È sufficiente un terremoto (Fukushima), una rivolta (la primavera araba, innescata proprio dall'aumento del prezzo delle materie prime), per sconvolgere questi equilibri.Giannuli affronta la questione della crisi da tutte le sue angolazioni: dal lato economico ma anche da quello sociale e politico.
In situazioni come quella attuale le nazioni che soffrono per il proprio debito stanno perdendo, in nome della ricetta dell'austerità (ricetta dei dottori che sono poi in parte responsabili della stessa situazione), a perdere un pezzo della loro sovranità.
La Grecia, ma poi anche il Portogallo, la Spagna e l'Italia (ma in un futuro anche la Francia) sono costrette a rivedere la politica di spesa, a tagliare la spesa sociale, a spostare capitali che sarebbero preziosi per l'economia vera, per l'università, per la ricerca, in quel pozzo senza fine che è il ripagamento del debito.
È estremamente chiaro, l'autore: tutti gli stati europei sono in default tecnico. Se non lo siamo, è perché, per il meccanismo delle scatole cinesi, non conviene a nessuno che la Grecia fallisca di botto (e lo stesso vale per la Spagna e l'Italia); così come ai cinesi non conviene reclamare il debito americano, ma si accontentano di prenderne gli interessi.
Ma fino a quando possiamo andare avanti? Se si esclude il botto, Giannuli immagina una situazione di “cronicizzazione del malessere”, che porterà alla crescita (ormai sotto gli occhi di tutti) dei movimenti di protesta. Gli indignados, a sinistra, ma soprattutto i movimenti dell'estrema destra xenofoba (e la situazione della Germania negli anni '20 dovrebbe dirci qualcosa).E l'Europa? Stiamo pagando l'errore di una moneta unica senza però una unità politica ed economica: avremmo dovuto sfruttare questa situazione di emergenza per portare avanti riforme in tal senso, anziché parlare di uscire dall'euro (pensiamo veramente che la Lira avrebbe più credibilità?).
Invece ogni paese ha pensato a sé: anche a livello mondiale passeremo dal predominio dell'impero americano, ad un mondo diviso in zone di influenza dalle nuove potenze emergenti.Che fare allora? Come uscire dalla crisi.
Giannuli ricorda la frase di Mao: “la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza”.La lotta politica e sociale che dobbiamo mettere in atto, noi italiani e noi europei, non sarà un pranzo di gala, ma sarà una lotta che richiederà asprezze assai acute.
In ballo c'è il futuro delle nazioni così come oggi le immaginiamo: infatti dobbiamo decidere se vogliamo salvare il mondo della finanza così com'è, o gli stati.Solo l'intervento dello stato, anzi degli stati, può arginare questa crisi: basta con le iniezioni di liquidità, mettere le briglie alla finanza, uno stop all'uso dei derivati e delle HFT (High frequency trading) e delle transazioni che avvengono al di fuori dei mercati (senza il passaggio per le clearing house). Fine dell'oligopolio dei grossi gruppi finanziari (le banche che sono “too big too fail”, ma che in realtà sono come i dinosauri “too big to live”); ritornare al Glass Steagall Act.
Aumentare le pene per i reati finanziari e introdurre il concetto di terrorismo finanziario (non è solo Al Queda che mette in pericolo le democrazie occidentali).
Introdurre meccanismi di compensazione tra le imprese che limitino il flusso di denaro tra queste (perchè il denaro ha un costo), e anche tra paese europeo e paese europeo (per esempio tra Italia e Francia, che possegono titoli l'uno dell'altro).
La crisi, si dice, è globale: è allora globale deve essere la risposta dee paesi occidentali che dovranno rinegoziare il loro debito in parte posseduto dalle nazioni emergenti (Cina, India, Brasile, ..), in cambio di alcuni pezzi di potere, concedendo spazio negli organi internazionali oggi presieduti da USA, Europa e Giappone (FMI, la Banca Mondiale, l'Onu).La tassazione.
Se fino ad oggi si è permesso ai super ricchi di essere sempre più ricchi e pagare meno tasse, da domani dobbiamo invertire la tendenza (come d'altronde stabilisce la Costituzione).
Basta con i paradisi fiscali, e con il dumping fiscale all'interno degli stessi paesi della Ue: nell'epoca della globalizzazione, pure la legislazione deve essere globale. I soldi devono girare liberamente tra stato e stato? Sì, ma devono avere la bandierina sopra che dica dove vanno e dove vengono. Basta col segreto fiscale, visto che questo non ha nulla a che vedere con privacy o cosa, ma solo con evasione o peggio. E visto che questi soldi non sono investiti nell'economia vera.
Sì ad una tobin tax, come pure ad una patrimoniale che individui bene cosa tassare (quali patrimoni) e a che livello: “o si restringe la libertà dei capitalio si globalizza il fisco”.L'economia reale.
Chi lo ha detto che non conviene più produrre in Occidente (e in Italia)? Le stesse persone che ora non hanno previsto la crisi e che ora chiedono aiuto allo stato cioè a noi. Perché credergli dunque?
A tendere, per l'aumento dei costi del petrolio e per la fine del gioco dei cambi (con la moneta cinese) non converrà più produrre in Cina per esportare qui da noi.
Dobbiamo riportare la produzione da noi, siccome le delocalizzazioni hanno generato solo disoccupazione, bassi salari, precariato, la perdita delle conquiste salariali e dei diritti dei lavoratori, e ora anche una situazione di tensione sociale che non si può risolvere con la forza.
Ad incidere sui costi di produzione, tra l'altro non sono solo gli stipendi di chi lavora, ma anche quelli ben più pesanti del management.
Quanto pesa un Marchionne, o un Ligresti, di fronte ad un Cipputi?
Anziché chiedere il pareggio di bilancio ai paesi membri, la Ue dovrebbe imporre il pareggio della bilancia commerciale e spingere, proprio in questi momenti, verso un intervento statale in economia (che poi è quello che Monti e C. non vogliono fare).
Lo stato deve tornare a farsi imprenditore per decidere quale politica industriale deve andare avanti nel paese, con quali regole, e con quali costi: un'azienda statale dovrebbe raccogliere i soldi della BCE per girarli poi all'economia reale (senza passare più dalle banche).
Il modello che Giannuli ha in mente per il nostro futuro è quello dell'impresa sociale (l'esatto contrario dell'impresa globalizzata, che sta in piedi solo grazie agli aiuti di Stato di Cina , India, Serbia ..).Ovvero passare da dipendenti precari ad autoimprenditori di imprese in network che operano per compensazione (il vecchio baratto), con l'autogestione dei dipendenti alla vita delle stesse (come in Germania con i sindacati).
Lo Stato italiano potrebbe infine concedere prestiti e una fiscalità agevolata a queste nuove forme societarie.La fine della tecnocrazia.
“..Abbiamo cercato di aggiungere anche quella degli aspetti sociali e politici di questa che, in ogni senso, è la primi crisi globale della Storia. E proprio la mancanza di consapevolezza di questo inestricabile intreccio tra aspetti economico-finanziari, sociali, politici e militari è uno dei fattori del suo aggravamento.
Quello che non funziona, abbiamo detto, non è l'eccesso di azzardo di qualcuno o il semplice problema della sottrazione dei grandi capitali alla sovranità fiscale degli stati, ma l'architettura complessiva di un sistema che subordina la politica all'economia, l'economia alla finanza e la finanza ad un pugno di speculatori che esercitano una «dittatura non politica» sull'intero sistema. Sin qui la storia ci aveva offerto modelli diversi: dittature «commissarie» e dittature «sovrane», del proletariato e della borghesia, militari e civili, personali e dittatoriali, ma pur sempre legate ad un esercizio discrezionale o incontrollato del potere statale. [..]
La globalizzazione neoliberista, come si è detto,ha prodotto una crisi sul concetto stesso di sovranità nazionale, trasferendo altrove la sede di gran parte del suo potere decisionale. Questo è stato particolarmente vero nei regimi democratici dell'Occidente, dove le forme della democrazia (carattere elettivo degli organi di potere, libertà di stampa, di sciopero, di opinione, pluralismo politico) sono state pienamente conservate, ma sempre più svuotate nel senso, al punto che autorevoli politologi e sociologi si sono spinti a parlare di «post-democrazia».
Per un'ironia della Storia, l'esportazione della democrazia si è risolta nell'importazione di nuove forme di autoritarismo. Il potere discrezionale e incontrollato non è esercitato direttamente attraverso lo Stato, ma attraverso una fitta serie di trattati e convenzioni che trasferiscono potere statale ad apparati tecnocratici formati al di fuori di qualsiasi prassi democratica ()WTO, FMI, Banca Mondiale, BCE e banche centrali in generale, NATO, ecc.) correlati alle massime istituzioni finanziarie, attraverso lo stretto controllo proprietario della stragrande maggioranza dei mezzi di informazione, attraverso il condizionamento delle leadership politiche e anche attraverso una egemonia culturale garantita da un soverchiante dispiegamento di mezzi finanziari.”Pagina 286-287
Giannuli immagina un nuovo FMI staccato dagli Usa (alimentato da una tassa sulle transazioni finanziarie) e una nuova Bretton Woods che permetta il passaggio dal dollaro ad una nuova moneta internazionale per gli scambi: qui si dovrebbe decidere della moratoria sui debiti (che comunque nessuno è in gradi di pagare) e ripensare la globalizzazione, come esportazione di diritti sociali e pari condizioni fiscali.
“Sarà dura, ma dovremo dire basta a questo regime tecnocratico dove una massa di non eletti nelle banche, negli organi finanziari, decide del futuro delle democrazie.
Anche se questo non sarà facile, ci vorrà tempo: questa liberazione avverrà solo dopo una fase conflittuale, viste le due opposte visioni del mondo e della vita economica:
Se uno degli attori è convinto che l'unico scopo dell vita economica sia l'arricchimento individuale e che non ha senso peseguire fini sociali e, dall'altra parte, c'è chi invece pensa che il fine sia la soddisfazione dei bisogni sociali e l'eventuale arricchimento individuale deve essere subordinato a questo, non c'è mediazione possibile. C'è solo un conflitto da decidersi sul piano dei rapporti di forza, e chi vincerà imporrà le sue regole sull'altro.
I neoliberisti hanno vinto la loro battaglia grazie alla «guerra di classe vinta dai ricchi» (Buffett), essi sono stati l' «armata culturale» di quella «dittatura non politica» di cui abbiamo detto. Oggi con la crisi, quella «guerra di classe» si riapre e, con essa, anche lo scontro virtuale.”
Pagina 300-301Bisogna scegliere: o i paesi o la finanza. Tutte e due le cose non si possono salvare: come cittadini non possiamo più accettare le parole “non c'è alternativa a questo sistema”.
- — Apr 29, 2012 | Add your feedback
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- La camera azzurra (2947)
- By Georges Simenon
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L'incipit:
«Ti ho fatto male?».
«No».
«Ce l'hai con me?»
«No».
Era vero. In quel momento tutto era vero, perchè viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire. E non solo tutto era vero, ... (continue)L'incipit:
«Ti ho fatto male?».
«No».
«Ce l'hai con me?»
«No».
Era vero. In quel momento tutto era vero, perchè viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire. E non solo tutto era vero, ma era anche reale: lui, la camera, Andrée ancora distesa sul letto sfatto, nuda …Una storia di amore extraconiugale, nella piccola provincia francese: una storia che nasce quasi per caso, che porta con sè un furore quasi animalesco tra i due protagonisti, Tony e Adrée, che arrivano a costruirsi un loro mondo dentro la camera azzurra dove consumano i loro rapporti. Un loro mondo che è in realtà un non mondo, estraneo alla realtà.
Ma a poco a poco, da tradimenti e camere d'albergo, dal racconto emerge una storia di piccole infelicità familiari, di rapporti superficiali, di amore piccolo borghese: Tony che ama fare sesso con Andrée, ma non abbandonerebbe mai sua moglie e sua figlia, perchè quello è il mondo a cui ama tornare la sera. Nonostante con loro non abbia slanci affettivi, nonostante non riesca nemmeno a dire alla moglie quanto la ami.
Tony che desidera Andrée, ma che si immagina di passare la sua vecchiaia con Gisele.
Tony che non sa (e non vuole) rispondere alla domanda di Andrée, anche lei sposata, che gli chiede se vivrebbe con lui per il resto della sua vita:
“Se io mi ritrovassi libera...faresti in modo di renderti libero anche tu?”Come in altri suoi romanzi, Simenon scava nella psicologia dei personaggi, lasciando da parte tutto il resto: pochi e scarni personaggi, un'azione che si svolge per lo più al chiuso, nella camera azzura, o nel palazzo della Giustizia. Quasi subito la storia di tradimento si trasforma in un dramma giudiziario, quando i due vengono accusati della morte dei rispettivi coniugi. Troppo tardi, Tony si accorgerà che il mondo della camera azzura ha travolto la placida serenità del suo mondo esterno. Ma continuerà a ripercorrere nei ricordi quelle scene nella camera azzurra, subendo passivamente il dramma.
Ma, appunto, lui e Andrée erano solo due solo a letto, solo in quella camera azzurra che con una sorta di sfrenatezza – per usare le parole del giornalista – impregnavano del loro odore.
Non erano mai stati due in nessun altro posto, se non quando avevano fatto l'amore per la prima volta, fra l'erba alta e e le ortiche al margine del bosco di Sarelle.
«Se lei non l'amava, come spiega ..»
Che cosa intendevano per «amare»? Il professor Bigot - lui che pretendeva di restare su un piano scientifico – avrebbe saputo dare una spiegazione di quella parola? Avrebbe potuto dire in che modo sua figlia , che si era sposata da poco , amava il marito?
E il piccolo giudice Diem, con la sua aureola di capelli scarmigliati? La moglie gli aveva appena dato il primo figlio, e di certo gli capitava - come a tutti i giovani padri, e come era capitato anche a Tony – di doversi alzare la notte per dargli il biberon. Come l'amava, lui, la moglie?
Per rispondere, bisognava poter raccontare momenti che non si raccontano, momenti come quelli che Tony aveva vissuto alle Sables.Non solo Tony non è stato capace di prendere una decisione sul suo rapporto con Andrée, subendo passivamente il corso degli eventi, ma non è nemmeno stato in grado di spiegare al giudice che lo interroga, o allo psicologo del carcere, il perchè delle sue parole nella camera dell'albergo, delle sue scelte o non scelte:
“A che serviva tentare ancora di spiegarsi? Alla gente piace pensare che tutti agiscano sempre per una ragione precisa”. - — Apr 29, 2012 | Add your feedback
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- Respiro corto (324)
- By Massimo Carlotto
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Una nuova razza criminale si è affacciata sul tavolo da gioco degli affari della criminalità: sono giovani arroganti, forti, che hanno studiato nelle migliori università e sanno come si sta al mondo. Sanno come comunicare da un capo del mondo all'altro, come creare in pochi minuti società offshore v ... (continue)
Una nuova razza criminale si è affacciata sul tavolo da gioco degli affari della criminalità: sono giovani arroganti, forti, che hanno studiato nelle migliori università e sanno come si sta al mondo. Sanno come comunicare da un capo del mondo all'altro, come creare in pochi minuti società offshore verso cui far confluire proventi di guadagni illeciti facendoli scomparire per sempre.
Parlano più lingue e sono il frutto malato del mondo globale, dove la regole le stabilisce chi è più forte: e il più forte è quello che riesce a ragionare più in fretta, ha in mano il coltello dalla parte giusta e non si fa affatto scrupolo di usarlo.
Sanno quali sono gli affari più remunerativi (nel settore costruzioni di lusso per pochi fortunati, nelle telecomunicazioni, nello smaltimento illegale dei rifiuti e nelle bonifiche di zone inquinate, nel settore del traffico di organi ..)
E ora, hanno deciso di soppiantare la vecchia mala.Respiro corto racconta di quattro ragazzi che hanno studiato assieme economia a Leeds e che provengono da famiglie benestanti da diversi angoli del mondo: sono la "Dromos Gang".
Per una serie di circostanze che accadono ad inizio della storia, si ritrovano a Marsiglia, decisi a conquistarsi la città.Un bricio di riconoscenza dovremmo però averlo per le nostre odiate famiglie, - suggerì il russo. - In fondo ci hanno mandato a Leeds ed è stata la nostra fortuna. Lì abbiamo capito che potevamo essere migliori di loro senza far parte del loro mondo.
pagina 88Zosim Kataev, usato dal FSB come talpa dentro Organizatsya e ora spedito a Marsiglia sempre dai servizi federali russi per smaltellare una rete di terroristi ceceni
"Marsiglia è la porta tra l'Europa e l'Africa ed è il crocevia dei traffici degli estremisti islamici con cui i ceceni hanno rapporti più che stabili. Uomini, armi .. dobbiamo avere la possibilità di intercettarli prima che arrivino in Russia e mettano bombe nella metropolitana. Non ti abbiamo mandato qui solo per riciclare e far fruttare soldi della tua compianta Organizatsya. Dobbiamo usare le risorse economiche che tu gestisci per mettere su una rete efficiente e stabile".
pagina 50Sunil Banerjee, rampollo di una famiglia di proprietari di alberghi, spedito a Leeds per studiare economia. E ora imprenditore nel settore dello smaltimento rifiuti in fondo al mare (o nelle discariche dell'Albania) e in quello del traffico di organi umani ("pezzi di ricambio", li chiamano) per trapianti. Organi provenienti da ignare famiglie dell'India.
Inez Theiler, dirigente di una banca a Zurigo e per questo in grado di individuare meglio i polli da contattare per finanziare le imprese criminali.
Infine Giuseppe Cruciani, il camorrista riuscito a sfuggire alla prigione grazie ad un accordo (e un milione di euro di mazzetta) con la polizia cin cui ha fatto incarcerare gli altri membri della banda. Ora importante imprenditore nel settore della chirurgia estetica nonchè nel settore trapianti illegali.A Marsiglia si scontreranno col commissario Bernadette Bourdet, B.B. per gli amici: dopo un periodo di disgrazia per una indagine contro un politico finita male, è ora a capo di una squadra che combatte le bande di narcotrafficante con metodi "poco ortodossi"
Il patto era questo: B.B. e i suoi uomini indagavano e smantellavano le bande dei narcotrafficanti, ma le scartoffie e i meriti andavano ad altri. Era meglio per tutti che non entrassero in contatto coi giudici e non finissero sui banchi dei testimoni. [..]
Nel frattempo Marsiglia, la città degli eccessi, era diventata incontrollabile. Quella che la stampa chiamava apertamente «guerra dei territori» veniva combattuta a raffiche di Kalashnikov da bande di giovanissimi comandati da vecchi 'caids' che spesso finivano ammazzati per strada. [..]
I capi della polizia, pressati dal governo e dall'opinione pubblica, avevano deciso di reprimere il fenomeno con fermezza e l'Ocrtis [l'antidroga] aveva affidato a B.B. il comando di una squadra che si occupasse delle bande dei narcos che provenivano dal Centro e dal Sudamerica.[..] Aveva stretto un patto con col boss della mala corso-marsigliese Armand Grisoni, che controllava buona parte dei traffici della città e aveva a sua volta buoni rapporti con il crimine organizzato maghrebino. Tutti avevano convenienza nell'impedire l'espandersi dei latinos e procuravano informazioni preziose alla squadra che, in cambio, non indagava sulla coca che arrivava dalla Colombia.
B.B. era convinta di difendere la città. Corsi e nordafricani ormai ne facevano parte da troppo tempo ed era impossibile debellarli. Si potevano però limitare i danni chiudendo le porte di Marsiglia a tutti gli altri.
pagina 66Carlotto in questa storia condensa il massimo della crudeltà, del cinismo e dell'assenza di qualsiasi umanità: da una parte questa nuova razza criminale che sa come vestirsi bene e quali sono le strade del denaro.
Dall'altra la vecchia mala di Marsiglia, "protetta" dal commissario Bourdet: la sua lotta senza quartiere (e senza scrupoli sui mezzi per portarla avanti) contro i latinos porteranno le loro strade ad incrociarsi, in uno scontro dove è destino che a sopravvivere sia il più forte.
Una storia dove si viaggia dal Paraguay alla costa dell'India, dalla Siberia alla Svizzera, per finire nella Marsiglia, terra di conquista delle nuove bande di spacciatori di droga. Tutti a caccia del guadagno milionario della coca, come Esteban Garricha, solo omonimo del famoso calciatore.
Non è una lotta del bene contro il male, nè del buono contro il cattivo, anzi. Se anche solo una parte di quanto ha scritto Carlotto (e sappiamo che Carlotto è uno che fa bene i compiti prima di scrivere un romanzo) corrisponde al vero, c'è da avere paura. - — Apr 19, 2012 | Add your feedback
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- L'aspra stagione (39)
- By Tommaso De Lorenzis, Mauro Favale
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Finished in Apr 2012





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L'Italia non sogna più. Ha smesso di farlo un mattino di maggio del 1978. Da allora ha imparato a rigurgitare di tutto pur di restare con gil occhi sbarrati. Non lucida. Soltanto sveglia. Un paese senza sonno. E senza sogni. Un paese in cui non c'è differenza tra il giorno e la notte. Un paese in cu ... (continue)
L'Italia non sogna più. Ha smesso di farlo un mattino di maggio del 1978. Da allora ha imparato a rigurgitare di tutto pur di restare con gil occhi sbarrati. Non lucida. Soltanto sveglia. Un paese senza sonno. E senza sogni. Un paese in cui non c'è differenza tra il giorno e la notte. Un paese in cui sono successe troppe cose. Ma è come se niente fosse successo. Niente, dall'ultimo risveglio. Da quando ci siamo alzati e siamo usciti diretti al porto, per imbarcarci sull'unica nave galleggiante. La nave sulla quale abbiamo viaggiato fino a oggi. Navigando a vista.Questa non è la storia del sogno prima della veglia. E nemmeno del viaggio sul Titanic.Questa è la storia del tragitto dalle piazze al molo, dalle case al porto. E' la storia degli ultimi passi sulla terraferma. La storia di come è iniziato l'ultimo, vero, mutamento di questo paese. E' la storia d'un eterno presente e di un passato che ritorna. Di un modo, uno dei tanti, per uscire da una crisi gigantesca. E' la storia di come fabbricare esplosivo e ficcarlo nel culo dell'Italia, con un timer che segna la percentuale del debito pubblico e un innesco chiuso dentro una ventiquattore piena di soldi.
Questo è il racconto degli anni in cui il Nostromo studiava da ammiraglio. Il racconto di chi è salito prima degli altri sulla nave, per cadere in mare prima che il viaggio avesse inizio. E di chi ha preso un biglietto di terza classe, aggrappandosi a una passerella. Questo è il racconto dell'imbarco di corsari e bucanieri, promossi - sul ponte - al rango di ufficiali. Ed è il racconto d'una ciurma che aveva fretta di partire.
E questa è la storia di un uomo che ha sognato e poi s'è svegliato. Un uomo che ha vissuto, creduto e capito, che ha scritto e raccontato. E che se n'è andato un attimo prima che la nave salpasse.Roma gennaio 2010
Quel qualcuno, di cui si parla in queste prime righe è Carlo Rivolta, giornalista prima per Paese Sera e poi per la Repubblica, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari nel 1976 di cui Carlo fu uni dei migliori cronisti di strada. Quelli cioè capaci di raccontare senza troppi foltri il mondo che sta là fuori.Macchine bruciate, radio libere, eroina, operai, lotta armata, “La Repubblica”, Moro, indiani metropolitani, P2, studenti, chi va a sparare e chi va a ballare, riflusso, Lotta Continua, non cambia nulla in città.
Rivolta raccontò la Roma violenta di Johnny lo zingaro, le piazze dello spaccio della droga (e le difficoltà che le persone incontravano nei centri di disintossicazione) in mano ad una nuova criminalità organizzata, i movimenti extraparlamentari alla sinistra del PCI (e malvisti dal partito). Il rogo di Primavalle e l'errore della stampa di sinistra che si orientò subito sulla pista interna all'MSI (mentre invece di quelle morti sono responsabili tre esponenti di Potere Operaio). La situazione delle carceri, le prime rivolte dei detenuti contro la dura vita nelle celle.
Carlo raccontò dal di dentro le cronache di fiamme, del fumo, degli spari sparati sia dalla polizia che dagli autonomi, delle strade trasformate in campi di battaglia. Suo è il racconto del 77, così come suo è anche il racconto dell'assalto al palco del sindacalista Lama nel suo comizio di fronte La Sapienza.
I 55 giorni del rapimento Moro: suo l'articolo sull'agguato in via Fani e anche gli altri sulla vicenda che segnò lo spartiacque non solo per l'insurrezione armata, ma anche per la sua carriera in Repubblica.
Lui, cene sciolto, cronista abituato a cercarsi le notizie e geloso delle sue fonti, sentì di essere stato messo da parte per la sua linea garantista e contraria alla linea della fermezza. Che era quella del suo giornale, espressa degli editoriali del direttore Scalfari (“Sacrificare un uomo o perdere lo stato”), che era quella del PCI. Troppo troppo vicino al movimento per non esserne coinvolto,
Nonostante questo, anche dopo la fine del 1978, continua la collabolazione con Repubblica: “Continua a scrivere, lasciando in eredità una mappa del terrorismo nostrano utile a chi voleva davvero provare a capire l’Italia di quegli anni. Ma non solo. Ci sono i reportage dagli States, le cronache dalla terremotata Irpinia e i pezzi dalla sua Trebisacce, testimonianze di un modo di fare informazione che oggi si vede sempre di meno. "In teoria – dice Mauro Favale – i margini per raccontare la realtà, per osservarla con occhio critico, contestualizzando, creando legami, guardando oltre la superficie di un fatto esistono sempre. Esistevano allora e son possibili anche oggi. Dipende, come sempre, dalla curiosità personale e dalle opportunità che una testata giornalistica ti dà. Oggi, forse, certe dinamiche vengono ritenute marginali, appaiono sui giornali solo quando succede un “fatto” che di per sé fa notizia. Ecco, forse in questo modo ci si perde tutto il resto: tutto quello che c’è intorno e che aiuterebbe a capire da dove nasce 'il fatto'".” [paesesera.it]A metà strada tra biografia del giornalista e biografia del paese, l'Aspra stagione è un racconto a più voci (gli amici giornalisti e le donne della sua vita, la madre e le fidanzate Francesca e Antonella) degli anni della contestazione prima e del riflusso poi, visto con la particolare lente del giornalista giornalista (come raccontava nel film Fortapasc il caporedattore a Giancarlo Siani): uno che non si accontentava della velina preimpostata dal portavoce, della versione ufficiale della polizia o della Questura.
Rivolta, che si era fatto le ossa nella redazione di Paese Sera, aveva i contatti giusti nel mondo della sinistra estrema, nella zonea grigia tra eversione e contestazione. Per i suoi articoli ricevette persino delle minacce, ma nonostante questo continuo a fare quello che sapeva fare bene: girare nelle piazze, nelle strade, cercare di capire, di interpretare i fatti.Capire per esempio del legame tra il consumo di stupefacenti tra i giovani e il disagio di una generazione con sempre meno speranze. La droga come rifugio sicuro dai problemi: un rifugio in cui anche Carlo cercò riparo. I suoi problemi con la droga lo portarono all'incidente nel febbraio 1982, la caduta dal quarto piano, l'agonia di sette giorni.
L'aspra stagione inizia a finire col 1978, con quella R4 fatta ritrovare in via Caetani, con l'inizio della dissociazione dei due postini Morucci e Faranda, con la fine del partito della fermezza, e l'ingresso sulla scena politica dei socialisti di Craxi (quello che invece era per la trattativa e che aveva tenuto rapporti, nei giorni del sequestro, con personaggi di Pot.Op. In contatto con le Br), fino alla coppa del mondo sollevata da Dino Zoff in Spagna, nel luglio 1982.
Era già un'altra Italia, pronta ad essere telecomandata dalle televisioni (come la triste storia di Alfredino Rampi aveva fatto capire), da una nuova razza politica. Gli anni del riflusso, della Milano da bere, del pentapartito, del riformismo che attaccava i diritti dei lavoratori (come adesso d'altronde), fatto ancora piùù incredibile se si pensa che arrivava dal partito socialista.
“E la nave va …” avrebbe detto quel politico. E dove saremmo arrivati lo abbiamo visto: con gli ex contestatori di una volta rientrati nei salotti e nei giornali: il “ritorno all'ordine” ispirato al libro di Mughini dove si mettono assieme Sofri, Ferrara e Baged Bozzo.
Tutte cose che Carlo Rivolta non avrebbe visto più.Il suo articolo critico contro la rigidità del giornalista, come egli la percepiva, dopo i giorni del sequesto Moro.
Quello che è il suo testamento professionale: la scelta della diserzione
“è meglio non essere ipocriti e dire chiaramente che dai giornalisti oggi si vuole un lavoro di schieramento e non di testimonianza. Credo che ci vogliano tutti convinti di dover difendere ad ogni prezzo questo stato cisì com'è. Ma questa non è la nostra funzione, questa è una scelta individuale, soggettiva, non coatta. A questo punto, tra le revolverate dei terroristi che non apprezznao i giornalisti indipendenti e le galere di chi vuole i giornalisti poliziotti per sopperire alle insufficienze dell'apparato repressivo dello Stato non resta che una scelta: disertare. Nel nostro caso, concretamente, vuol dire non occuparsi più di terrorismo, abbandonare il campo, lasciare che a scrivere siano gli iscritti ai partiti, i reporter stipendiati dai palazzi del Sid e dalle veline dei tribunali. Gli altri, bisto che non possono informare seriamente, che restino a guardare ”
Dalla lettera di Carlo Rivolta a Lotta Continua, nel 1980.L'attacco dell'articolo di Carlo Rivolta sull'assalto al palco di Lama nel 1977 a La Sapienza: “Quel giorno a Roma, l'assalto a Lama va in scena la tragedia della sinistra italiana”
ROMA - Alle otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell'Università erano già formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d'ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po' attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli "indiani metropolitani", (l'ala "creativa" del movimento, composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile). Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell'ateneo: "I Lama stanno nel Tibet".
- — Apr 15, 2012 | Add your feedback
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- L'Italia della Uno bianca (22)
- Una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare
- By Giovanni Spinosa
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L'Italia della Uno bianca
"Una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare"Ecco un altro appassionato di dietrologia che vuole vedere misteri ed enigmi anche laddove non ce ne sono !
Questa potrebbe essere, più o meno, la reazione del lettore medio alla lettura del titolo di questo titol ... (continue)L'Italia della Uno bianca
"Una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare"Ecco un altro appassionato di dietrologia che vuole vedere misteri ed enigmi anche laddove non ce ne sono !
Questa potrebbe essere, più o meno, la reazione del lettore medio alla lettura del titolo di questo titolo, e soprattutto di quanto segue sotto: “una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare”.Ma, come, non c'è già stato un processo, anzi più processi, contro i membri della Uno Bianca? Non ci sono già state delle condanne con sentenza passata in giudicato? Non sono stati i fratelli Savi (Roberto il “ragioniere”, il poliziotto della questura di Bologna, e Fabio, il “fantasista”, con la complicità del fratello Alberto e di altri poliziotti) a compiere quella scia di sangue? 82 delitti, 23 omicidi, centinaia di feriti ..
Tutto vero.
E allora perchè questo libro?
Forse perchè, le sentenze, le confessioni (troppe confessioni), anche di delitti ancora da scoprire o di delitti per cui altri imputati erano già finiti davanti al giudice, (come per il processo Medda per lastrage del Pilastro e per il processo contro la banda Amato, composta da rapinatori catanesi), comunque lasciano scoperte delle zone d'ombra.
Perché le confessioni dei due fratelli sembra costruite a tavolino perché entrambi non ricordano certi episodi e particolari specifici, su altri mentono entrambi o fanno finta di non ricordare.
Mettendo assieme uno dopo l'altro i fatti, come ha fatto il magistrato autore del libro, si scopre che dietro i delitti della Uno Bianca, non possono esserci solo i Savi, ovvero una “impresa criminale a struttura familiare”.
Troppe testimonianze parlano di altre persone sui luoghi dei crimini, di altre macchine che si allontanavano dal luogo della rapina dopo aver raccolto i responsabili , ci sono pistole che hanno sparato contro delle vittime che non appartengono ai Savi ..Bisogna iniziare a distinguere tra i delitti della banda della Uno Bianca e i delitti (non del tutto slegati) della banda dei fratelli Savi.
Che qualcosa non torni, in questa storia di rapine, assalti a banche e coop, omicidi gratuiti e senza un perchè ci sono tante cose: prima di tutto la pista che portò ai Savi, da parte dei due ispettori della polizia Baglioni e Costanza.
Da qui inizia il suo lungo percorso Spinosa: dalla scoperta casuale della residenza di Roberto Savi, a Torriana, seguendo una punto bianca con la targa sporca (che aveva attirato l'attenzione dei due ispettori), che però è risultata non appartenere a nessuno dei fratelli.
Una circostanza che la stessa corte d'Assise di Rimini ha stabilito essere una “concomitanza di circostanze fortuite e sicuramente irripetibili”.
“La Fiat Tipo bianca che passò davanti alla banca era, quindi, la macchina di uno sconosciuto; quella parcheggiata davanti all’abitazione di Fabio Savi apparteneva a un innocuo vicino. (…) (…) Baglioni e Costanza non avrebbero avuto alcuna ragione d’insospettirsi per il passaggio di una Fiat Tipo (macchina che, in teoria, non avrebbe dovuto nemmeno essere segnalata come collegata ai banditi della Uno bianca) davanti alla banca, se tale passaggio non avesse avuto caratteristiche particolarmente sospette e reiterate. Verrebbe da dire: adescanti.”
Non si fa della dietrologia spicciola allora se si inizia a chiedersi perchè i Savi si sono incolpati di crimini di cui altri erano già sotto processo (i catanesi del Pilastro, Marco Medda un camorrista vicono alla NCO di Cutolo).
Quale era il loro vero ruolo in certe rapine: forse erano solo i fornitori di mezzi e armi (da qui si spiega il perchè delle targhe anteriori delle auto smontate, forse come segnale per i veri rapinatori).
Qualcuno voleva imbeccare i due agenti sulla pista giusta, e consegnare i Savi alla polizia, quando ormai si sapeva che erano bruciati?
Perchè i Savi, quando ne ebbero la possibilità non scapparono all'estero, non nascosero le armi che li inchiodavano ai loro reati? Perchè raccontarono alcune delle loro “imprese” alle rispettive fidanzate (il “fumarone” alla coop di Casalecchio di Reno)? Che fine hanno fatto i profitti delle loro azioni (1,9 miliardi di lire)? Come mai nelle loro abitazioni sono state trovate così tante armi, che nemmeno usarono nella loro vita criminale? Per chi erano a disposizione?Per arrivare a dare una risposta ai perchè (perchè quella violenza, hanno fatto tutto da soli, quali erano i loro reali obiettivi, perchè si sono presi anche colpe che potrebbero essere non loro, perchè non parlano, ..) Spinosa ricostruisce la storia della banda, seguendo le orme della sua evoluzione, dai primi colpi del 1987, fino all'arresto del 1994.
Mostrando una cosa all'apparenza poco scontata: la loro evoluzione criminale è stata tutt'altro che lineare, ovvero da piccoli furti, a furti via via più complessi, feroci o remunerativi.
No, usando una metafora dal mondo animale, Spinosa parla di evoluzione a “cespuglio”.
Ovvero una evoluzione con nel mezzo delle discontinuità, come se a compiere certe azioni non fossero le stesse persone.Dalla seconda parte del libro: “Una lunga scia di sangue”
- Dalle rapine ai caselli agli assalti alle coop (1987-1989)
Per quale motivo i Savi decisero di passare dai caselli, alle rapine alle coop, più complicate militarmente e logisticamente da gestire?
Nell'assalto alla coop di via Gorki, chi sparò alla guardia Picello, alle spalle, mentre i due malviventi furono visti scendergli dal davanti?
Perchè spararono ad Adolfino Alessandri, colpevole solo di avergli gridato “Sa fet, delinquent!”.
Perchè quel colpo di fucile gratuito al casello di S Lazzaro nel 1988: forse per collegare quella nuova arma (il fucile a pompa) ai delitti della Uno Bianca?
Perchè le auto senza targhe anteriori, perchè i Savi non ricordano questo particolare?
Quale altra arma non posseduta dai Savi ha sparato ai carabinieri Stasi ed Erriu, colpevoli solodi essersi imbattuti nella banda della Uno Bianca che si stava preparando ad un altro colpo?- Furore omicida. Dalla prova del fuoco ai delitti senza maschera.
Sono i mesi delle morti senza un motivo particolare: non è razzismo (Roberto aveva una fidanzata nigeriana), né può essere stata una scelta dettata da uno scatto d'ira.
Il ferimento di Akesby (la prova del fuoco di Fabio Savi?), l'omicidio di Primo Zecchi, l'assalto al campo nomadi di Santa Caterina e quello in via Gobetti. Fino agli omicidi di Pasqui e Pedini, durante una rapina al distributore.- L'eccidio del Pilastro. Una sistematica e consapevole ricerca del caos (4 gennaio 1991).
Qui, della ricostruzione dei Savi (che ha permesso la scarcerazione di Antonio Medda), non convince nulla.
La posizione degli spari, come è iniziato l'agguato, perchè sono stati uccisi i tre carabinieri Mitilini, Stefanini e Moneta (morto con le armi in pugno). Cosa avevano visto, nel loro giro di pattuglia?- Omicidi senza un apparente perchè (9 gennaio – 28 agosto 1991).
L'omicidio nell'armeria di Volturno (Ansaloni e Capolungo), l'omicidio Mirri e Bonfiglioli durante una rapina ad un distributore di benzina. Chi era la persona distinta vista fuori dall'armeria? Infine l'omicidio dei tre senegalesi Cheick, Malik e Diaw.
- La stagione delle rapine in banca (novembre 1991 – novembre 1994).
In questa fase la banda della Uno bianca diventa sovrapponibile a quella dei Savi e il filone ecomomico diventa la leva principale del gruppo, che comunque non rinuncia a quello eversivo.L'Italia della Uno bianca.
Quale era l'Italia negli anni della Uno bianca? Era il paese in cui il gruppo di fuoco dei corleonesi aveva deciso di lanciare la sua sfida allo stato, dopo le sentenze (passate in Cassazione nel 1992) del maxi processo di Palermo.
La teoria del giudice Spinosa, vede nella violenza della banda della Uno Bianca il braccio armato della mafia per il loro piano di terrore nelle strade, nelle banche, negli uffici postali.
E i Savi, non erano estranei a questa criminalità, come si crede.
I legami con la criminalità organizzata e le rivendicazioni della Falange Armata, confermano questa teoria.Le varie corti che si sono occupate dei delitti della uno bianca hanno “parcellizzato” i fatti senza riuscire ad avere una visione d'insieme generale.
È diventato quasi un dogma, dice Spinosa, la permeabilità dei Savi alla criminalità organizzata (come la mafia, che in quegli anni si era ben radicata in Emilia Romagna). Eppure sono provati i contatti tra Fabio Savi e una certa Sabine Falschlunger, amante di Mario Iovine, esponente del clan dei casalesi.
Il racconto di Alberto Savi, in carcere, sui suoi rapporti per traffico d'armi con i camorristi della famiglia Jervolino.
I Savi, che in Italia si dice non avessero contatti con la criminalità, da chi avrebbero preso tutte quelle armi in loro possesso? E a chi le dovevano dare? E come mai Fabio Savi va in Ungheria per compare delle armi proprio dalla criminalità ungherese. Non è tutto questo poco ragionevole?La sigla misteriosa di FalangeArmata rivendicò molti delitti e stragi di mafia della stagione 1992-1993. 221 telefonate su 500 di questa struttura (probabilmente legata a cellule del Sismi) riguardavano proprio episodi della Uno bianca.
Così come i Savi servivano per portare il terrore nelle strade, la Falange Armata serviva come terrorismo mediatico: creare confusione e sfiducia nei cittadini nei confronti delle istituzioni. Una specie di sfida allo Stato, come lo è stata da un certo punto anche quella dei Savi, se si crede alle loro parole. Una banda familiare di criminali che non si riesce a prendere, e che praticamente si lascia arrestare quando alla fine viene scoperta (o fatta scoprire?).Forse, parafrasando Roberto Savi, dietro la Uno Bianca c'è qualcosa di più della targa e del paraurti ….
- — Apr 10, 2012 | Add your feedback
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- I fantasmi del cappellaio (840)
- By Georges Simenon
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Pochi libri come questo, riescono a raccontare in modo così lucido e spietato, le ossessioni e le pazzie della mente umana.
Un cappellaio e un sarto, che vivono uno di fronte all'altro: dalla casa del primo, il signor Labbè, si riesce a spiare la vita del secondo, il sarto di origine greca armena Ka ... (continue)Pochi libri come questo, riescono a raccontare in modo così lucido e spietato, le ossessioni e le pazzie della mente umana.
Un cappellaio e un sarto, che vivono uno di fronte all'altro: dalla casa del primo, il signor Labbè, si riesce a spiare la vita del secondo, il sarto di origine greca armena Kachoudas, poiché “la strada era così stretta che sembrava di vivere nella stessa casa”.E il secondo, dalle finestre del suo studio, segue i ritmi monotoni della vita del primo: commerciante benestante e marito di una moglie invalida a letto, che non sopporta le visite di estranei. Labbè tutte le sere, dopo aver chiuso il laboratorio, se ne va a fare qualche partita a carte con gli amici del bar “Caffè des Colonnes”. Perchè nella città di La Rochelle, ci si conosce tutti e di tutti si conosce la vita e le abitudini: il commissario, il giornalista, il medico, il senatore ..
Città che è alle prese con una pioggia incessante che da settimana batte le strade e le case delle persone e la serie di omicidi, compiuti ogni domenica notte, vittime delle donne anziane, sorprese dall'assassino nelle buie e umide strade.
I fantasmo del cappellaio è un noir anomalo poiché, pur essendoci degli omicidi, si scopre fin da subito chi è l'assassino. Quello che invece si scopre piano piano, con l'avanzare delle pagine, è il perchè di quelle morti, il perchè di quella necessità. Come l'assassino stesso scrive al giornalista Jeantet, che sta seguendo questi casi:
“L’ho uccisa come le altre, perché era necessario. E questo nessuno lo vuole capire. Diranno e scriveranno ancora che sono un pazzo, un maniaco, un sadico, un indemoniato, e non è così”.
Qui, l'obiettivo di Simenon è portarci dentro la mente del protagonista: le sue perversioni, le sue ossessioni (i suoi fantasmi). La curiosità che prova per il povero sarto Kachoudas, che volendo guadagnarsi la taglia che è stata messa sull'assassino, lo segue tutte le sere, nelle strade buie, nel bar, fino a casa.
Ma non ci sono solo i fantasmo del cappellaio (che scopriremo solo alla fine essere legati al suo rapporto con le donne), ma anche i dubbi del povero Kachoudas che, casualmente vede davanti ai suoi occhi la prova della colpevolezza, ma non trova la forza di andare a denunciare l'assassino alla polizia.
Il finale di questo libro è un crescendo di tensione, per il precipitare degli eventi (nonostante la cura maniacale dell'assassino, nel gestire la sua vita e il suo piano) e per il precipitare verso il basso dell'assassino, nella sua impossibilità dell'assassino di sfuggire al suo destino.
Il quarto di copertina
«Non so se I fantasmi del cappellaio sia il più bel romanzo di Simenon, perché ogni volta che leggo o rileggo una delle sue opere, mi pare sempre la più bella, la più misteriosa, la più drammatica. Ripubblicato dopo quasi cinquant'anni, colpisce al cuore per l'incomparabile capacità di comunicare l'oscuro precipitare dei suoi personaggi dentro la propria perdizione e disperazione». Natalia Aspesi - — Apr 1, 2012 | Add your feedback
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- La "Santissima Trinità" (5)
- Mafia, Vaticano e servizi segreti all'assalto dell'Italia 1943-1947
- By Nicola Tranfaglia
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Finished in Mar 2012





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La “Santissima Trinità”.
Mafia, Vaticano e servizi segreti all'assalto dell'Italia nel 1943-1947. Di Nicola Tranfaglia, con la collaborazione di Giuseppe Casarrubea e Mario José CereghinoAula del Tribunale di Viterbo, processo per l'eccidio di Portella della Ginestra: Gaspare Pisciotta luogotenent ... (continue)
La “Santissima Trinità”.
Mafia, Vaticano e servizi segreti all'assalto dell'Italia nel 1943-1947. Di Nicola Tranfaglia, con la collaborazione di Giuseppe Casarrubea e Mario José CereghinoAula del Tribunale di Viterbo, processo per l'eccidio di Portella della Ginestra: Gaspare Pisciotta luogotenente di Salvatore Giuliano e imputato per la strage, dopo essere stato condannato, urla alla giuria e ai giornalisti presenti in aula
“Banditi, mafiosi e polizia eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”, urla.
La stessa scena è stata inserita nel bellissimo film di Francesco Rosi “Salvatore Giuliano”. (*)La santissima Trinità racconta la storia dell'Italia tra gli anni 1943 e 1947: dagli ultimi anni della guerra, i dubbi di papa Pacelli nei confronti dell'impegno anticomunista degli alleati, fino alla cacciata dei comunisti dal governo di coalizione di De Gasperi, nel 1947.
Lo storico Nicola Tranfaglia, (con l'aiuto di Giuseppe Casarrubea e Mario Jose Cereghino) “ha ricostruito [i retroscena di quegli anni fondamentali della nostra democrazia], attraverso ricerche negli archivi inglesi e americani aperti dopo il decreto del presidente Clinton nel 2000 e liberati dal segreto di Stato che invece in Italia domina ancora. La ricerca storica ha dimostrato che nel nostro paese le resistenze alla democrazia repubblicana sono state più forti dei partiti politici e delle correnti culturali che volevano fondare un nuovo Stato, democratico e repubblicano”.Mafia banditi e polizia, la trinità che ha forzato la storia del nostro paese in una ben precisa direzione: quella anticomunista, favorevole agli interessi politici del Vaticano e delle potenze alleate. Quella reazionaria del latifondismo agrario appoggiato dalla mafia rurale (prima che questa diventasse Cosa Nostra) che si voleva opporre alle spinte riformiste in Sicilia e nel resto del paese.
Una storia ancora da raccontare di spie, agenti doppi, ex fascisti e neofascisti, il papa e i suoi cardinali, le sue spie nel Vaticano, le SS e la “rete di invasione”, l'aristocrazia terriera, terroristi passati alla storia come banditi (come il bandito Giuliano,addestrato dalla RSI come agente della Rete invasione che le SS volevano innestare nei territori occupati dagli angloamericani).Gli eventi di quegli anni: come nasce una Repubblica
Il libro inizia col rapporto del 23 febbraio 1943, diretto dal diplomatico tedesco van Bargen (Bruxelles) al ministero degli esteri di Berlino “Il papa è turbato dai successi miliari dei russi e dalla possibilità di un crollo della Germania, che apirebbe la strada al bolscevismo in Europa.[..] Il papa è angosciato innanzitutto dalla minaccia sovietica” .Contestualmente Don Sturzo dall'esilio americano mette in guardia l'intelligence americana dall'atteggiamento di Pio XII.
Il papa detta la linea politica a De Gasperi, futuro capo del governo, al momento dentro una coalizione assieme a socialisti e comunisti: la DC “dovrà spostarsi verso destra e prepararsi a nuovi sviluppi politici”. In caso contrario il Vaticano è pronto a spostare il suo appoggio (e i suoi soldi) alla formazione dell'Uomo Qualunque.In Sicilia, sotto il comando del governatore Charles Poletti riassegnano incarichi direttivi ad ex mafiosi, creando sconcerto nella popolazione (che sperava con la liberazione di liberarsi dei fascisti e dei capimafia), e l'intelligence USA registra che “il terrore mafioso sta rapidamente ritornando in auge”, suggerendo di abbandonare piano piano ogni tentativo di controllare militarmente l'isola.
Un ministro italiano, decenni dopo, arriverà alla stessa convinzione.
La mafia inizia ad uscire dal feudo.
Nel 1946 in Italia sbarca Lucky Luciano (con le credenziali del Controspionaggio americano), che importerà nel paese i germi della nuova mafia, che a breve col commercio della droga si trasformerà in “Cosa nostra”.Le SS su ordini di Himmler , Herbert Kappler e Karl Hass mettono in piedi la “rete invasione”, un piano di sovversione militare nel sud d'Italia: per contrastare l'avanzata americana e preparare la lotta al comunismo (che tanto assillava il papa , ma che assillerà anche il futuro presidente americano Truman).
Gli agenti dell'OSS arrestano il principe Pignatelli che si dice convinto come “la sua classe sociale in Italia sarebbe certamente destinata alla catastrofe se un regime di tipo comunista dovesse conquistare il potere”.
Gruppi di resistenza si crenao in Sicilia, Puglia, Sardegna e in Calabria, con l'aiuto della RSI e dei tedeschi che fornisco le radio per far comunicare questi nuclei col nord'Italia, addestramento (tramite il battaglione Vega della X Mas) e soldi.La banda di Salvatore Giuliano partecipa ai “Moti del non si parte” in Sicilia nel 1945: fioriscono altre formazioni neofasciste come le Squadre Azione Mussolini (SAM) e i Fasci D'azione rivoluzionaria (FAR) nell'esercito, mentre i carabinieri promuovono la creazione di bande armate nel sud da usare al momento opportuno, in funzione anticomunista.
Momento opportuno che sembra arrivare nel 1946, con i piani (lo dicono le carte da Londra) di un golpe dei militari, in contatto coi servizi americani e De Gasperi: mettere fuori legge il PCI, instaurare una dittatura e bloccare i lavori della Costituente.L'intentona viene bloccata, dal “lago di sangue” di Portella della Ginestra che, alla luce di queste nuove carte, prende una luce nuova e più sinistra. Un messaggio terroristico e stragistico (alla stregua della bomba alla Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana nel 1969).
E anche il ruolo del bandito Giuliano, del luogotenente Pisciotta, dell'agente della polizia Fra Diavolo assume un nuovo significato. Spostare il baricentro politico del paese (o minacciare di volerlo fare con un golpe), secondo binari più consoni alla santissima trinità.
Da pochi mesi il fronte delle sinistre aveva vinto le elezioni regionali in Sicilia e si stava proseguendo con l'occupazione delle terre.
Il messaggio viene capito: il PCI esce dal governo e De Gasperi torna dagli Usa con l'assegno coi soldi per la ricostruzione.
Il sud rimane in mano alla mafia e al nord iniziano a formarsi le formazioni clandestine: a capo delle forze anticomuniste (ex militi, copri speciali di polizia, partigiani bianchi...) è messo il maresciallo Giovanni Messe per presidiare la pianura Padana dall'invasione che non avverrà mai.
Sarà il nucleo della Stay Behind italiana, la Gladio, che nel seguito della storia italiana rimarrà operativa nel nostro paese.(*) Condannato all’ergatolo con altri 11 per la strage di Portella Della Ginestra – la sentenza di primo grado è del maggio 1952- Pisciotta chiede, nel febbraio del 1954, di parlare con un magistrato.
L’allora sostituto procuratore Pietro Scaglione va a trovarlo in carcere. Pisciotta gli comunica la sua decisione di smascherare una volta per tutte i mandanti della strage.
Il magistrato gli dà un appuntamento al giorno successivo, quando tornerà con un cancelliere per verbalizzare il tutto.
La mattina dopo Pisciotta muore nella sua cella all’Ucciardone per una dose di stricnina versatagli da qualcuno nel caffè o, molto più probabilmente, nella medicina che è solito prendere per la tubercolosi. - — Mar 28, 2012 | Add your feedback
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- La Regina di Pomerania (457)
- e altre storie di Vigàta
- By Andrea Camilleri
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La regina di Pomerania e altre storie di Vigata
Quanno che nel munno 'ntero s'arrivò a mità dell'anno milli e ottocento e nivantanovi non ci fu jornali o rivista che non parlassi del novo secolo, di come sribbiro stati anni di civirtà e progresso, di paci e prosperità, con l'appricazioni delle ... (continue)
La regina di Pomerania e altre storie di Vigata
Quanno che nel munno 'ntero s'arrivò a mità dell'anno milli e ottocento e nivantanovi non ci fu jornali o rivista che non parlassi del novo secolo, di come sribbiro stati anni di civirtà e progresso, di paci e prosperità, con l'appricazioni delle granni scoperte sicentifiche che annavano dalla luci lettrica vhe di notti avrebbi illuminato le strate a jorno, a quella speci di carrozza a motori chiamata automobili [..] I jornali contavano anche dei granni festeggiamenti che si stavano priparanno in ogni parti, da Parigi a Nuovaiorca, e parlavano del ballo Excelsior che si sarebbi viduto alla Scala di Milano e che sarebbi stato il cchiù grannoso binvinuto al primo secolo moderno, quello indovi la vita di tutti sarebbi cangiata. In meglio, naturalmenti.
«E ccà a Vigata non facemo nenti?».Inizia così, dal gran ballo in maschera organizzato per il passaggio al nuovo secolo, in cui una moderna Giulietta incontrerà un Romeo che non saprà conquistarla, l'ultimo libro di racconti di Andrea Camilleri.
C'è qualcosa che non funziona, alla fine della lettura di questi: come se non brillassero abbastanza di luce propria.
Ma vivessero di luce riflessa, per il solo fatto di essere nati dalla mente e dalla fantasia di Camilleri e ambientati nella Vigata, tra la fine del 1800 e i prima metà del secolo passato.C'è, come è detto, una storia che ricorda quella di Romeo e Giulietta ma con un finale diverso. Due gelatai che si sfidano, anche per colpa di una donna, ma con sportività.
Un paio di scarpe nuove che non ne vogliono sapere di essere indossate da un padrone diverso, un asino che si chiama Mussolini (e che si dimostra meno asino di quello che si crede).
Una storia di truffa attorno al fantomatico regno di Pomerania, con un Console onorario ben distinto e relativa mogliera che racconta il capostazione al suo arrivo a Vigata "era notti, ma quanno scisero dal treno parse che era spuntato il sole".Uno degli episodi riguarda un caso di epidemia di littre anonime, che colpì Vigata verso la fine del 1945: lettere su cui il profissori Bruccoleri ha un'opinione ben pricisa:
«la causa scatinanti era stata il ritorno della dimocrazia doppo vint’anni e passa di fascismo, in quanto che, essenno la dimocrazia sinonimo di libbirtà, aviva fatto addivintari a tutti libbiri di scriviri ogni minchiata che ci passava per la testa e di scummigliare tanti artarini sia pure in forma ’ncognita».
Al termine della storia, il professore imparerà però che esistono anche lettere anonime di una categoria cui non aveva pensato:
«Di ritorno 'n treno, il profissori Ernesto Bruccoleri arriflittì che c'era 'na sesta categoria di littre nonime che doviva pigliare 'n considerazioni, quele che scrivute con l'intento di portari mali, finivano 'nveci per ottiniri l'effetto contrario.
Ma erano talmente scarse che, percentualmenti, non potivano contari, era come se non c'erano.
Purtroppo.».E poi una signore che si rivolge agli spiriti per una questione molto terrena. Un marchese non più giovane che riscopre gli ardori giovanili con una contadina con qualche istinto bestiale, ma a diventare bestiale sarà proprio lui.
Infine una moderna Cenerentola, bella come una Madonna, che fece del bene nel proprio letto. - — Mar 22, 2012 | Add your feedback
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- Metamorfosi di una democrazia (6)
- By Giuseppe D'Avanzo
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Il guscio vuoto. Metamorfosi di una democrazia
Un altro ventennio si è chiuso in Italia, forse si è conclusa un'epoca e sarà possibile ridare sostanza alla nostra democrazia. Per avviare la ricostruzione è necessario capire cosa è successo nell'era berlusconiana. Giuseppe D'Avanzo ha individuato i ... (continue)
Il guscio vuoto. Metamorfosi di una democrazia
Un altro ventennio si è chiuso in Italia, forse si è conclusa un'epoca e sarà possibile ridare sostanza alla nostra democrazia. Per avviare la ricostruzione è necessario capire cosa è successo nell'era berlusconiana. Giuseppe D'Avanzo ha individuato i meccanismi utilizzati dal potere per portare alla deriva la nostra democrazia: la trasformazione del linguaggio politico in slogan pubblicitario, lo stravolgimento della Costituzione, la sospensione dello stato di diritto, e l'eccezione che diventa la regola. Ancor di più: D'Avanzo ha colto quella specificità tutta italiana che glorifica l'ingegno talentuoso e non il metodo, la furbizia e non la lealtà, l'inventiva e mai la preparazione, il "miracolo" e mai l'organizzazione, l'individualità e mai il collettivo.
Prefazione di Franco Cordero.Il guscio vuoto come metafora per descrivere l'Italia uscita (ma non ancora del tutto) dal ventennio berlusconiano: una democrazia che è appunto, come un guscio svuotato di alcuni dei suoi diritti, quelli a tutela dei senza potere, dei ceti deboli, di quelli che stanno sotto in contrapposizione a quelli che stanno sopra.
Se nella precedente raccolta di articoli di Giuseppe D'Avanzo si spaziava dalla mafia, agli scandali della seconda Repubblica (Telekom Serbia, il Nigergate, il Sismi di Pollari e del rapimento di Abu Omar, per approdare infine alle inchieste su Berlusconi), questa seconda raccolta è interamente incentrata sull'Italia di questi ultimi anni: gli anni di Berlusconi e della sua politica dell'emergenza (costruita a tavolino), l'Italia delle favole usate per nascondere la realtà, l'Italia del potere verticale che decide in presa diretta scavalcando leggi, burocrazie, parlamento e tutto quanto si frapponga alla sua volontà.
Il crepuscolo della seconda repubblica che stiamo vivendo dovrebbe portarci ad una profonda riflessione sugli anni di “furore” appena passati e gli articoli raccolti in questo libro hanno appunto questo fine: seguendo il suo metodo, ovvero partite dai fatti per capire e raccontare poi una storia, D'Avanzo ha raccontato le bugie del potere sui casi Noemi, le escort nelle residenze del cavaliere, il caso D'Addario per finire con l'inchiesta su Ruby e le pressioni sulla Questura per farla rilasciare per l'incredibile balla che era la nipote del premier Mubarak.Gli articoli di D'Avanzo fanno capire, per coloro che ancora non hanno bene compreso la realtà che stiamo vivendo, quanto sia facile passare da una democrazia matura e compiuta, che si regge su un equilibrio di poteri separati che si controllano l'un l'altro, verso una autocrazia, monolitica e autoritaria, che risponde solo a se stessa in nome del voto popolare e del consenso (“il popolo mi ha votato”). Una democrazia autoreferenziale e opaca che destina non più l'olio di ricono e il manganello a chi vi si oppone (e non china subito il capo) la bastonatura mediatica da parte della “macchina del fango”. Se in origine era solo il centrosinistra, vittima delle commisioni di inchiesta pilotate sulla tangente Telekom Serbia, nell'Italia del governo Berlusconi VI stessa sorte è toccata al giudice Mesiano, al presidente Gianfranco Fini, a Veronica Lario (rea di aver denunciato per prima quel “ciarpame senza pudore” che aveva sotto gli occhi), il direttore dell'Avvenire Boffo ..
Fino al caso dell'ex governatore Marrazzo, per quel video girato dai carabinieri in via Gradoli, avvisato gentilmente dal premier quando ormai quelle immagini erano già state viste da molti.Una nuova forma di regime basata su pochi principi: la povertà di un linguaggio che, come nei format televisivi, annulla la possibilità del ragionamento.
Gli immigrati diventano clandestini dunque criminali. L'opposizione sa dire solo di no. Non sono io colpevole dei reati a me imputati, ma esiste un complotto da parte dei media e dei partiti. L'ossessione del comunismo, visto in tutte le salse. Le battute da piano bar, per arrivare direttamente alla “pancia” dell'elettorato.
Mai pagato per stare con una donna, mai candidato una velina nelle liste, non sapevo che fossero delle escort ...
Noi siamo il governo del fare: aprire cantieri inutili e mai chiusi; gestire le emergenze militarizzando il territorio (i militari nelle strade, attorno alle discariche), andando sempre in deroga alle scelte, alle leggi, ai principi.
È successo a Napoli coi rifiuti, allontanati dal centro e spostato lontano dalle telecamere; è successo a l'Aquila, con le case consegnate in prima serata e le persone rimaste per mesi nelle tendopoli (quasi una reclusione). Militari per schedare i rom, per respingere gli immigrati lontano dalle nostre coste, per gestire i Cie, dove nessun giornalista può entrare.
La sospensione dei diritti in nome dell'emergenza, è anche quanto successo nel 2001 alla scuola Diaz e a Bolzaneto dove, per pochi giorni in Italia siamo tornati indietro di decenni, per quelle torture nei confronti di cittadini inermi da parte delle forze della polizia. L'Italia come l'Argentina dei generali, Bolzaneto come Garage Olimpio.
A dimostrazione di come sia ancora fragile la nostra democrazia: in quanti hanno pagato per quei reati? Che risposta ha dato lo stato, per sanare una ferita nei confronti di quei ragazzi che si avvicinavano alla politica magari per la prima volta?Governare per decreti secondo la politica dell'emergenza.
L'emergenza delle intercettazioni, per lo scandalo più grave della Repubblica (si riferiva all'archivio Genchi), per cui bisogna proibire la divulgazione e persino l'uso di questo importante strumento di indagine.
Infine, il lasciapassare per poter governare serenamente senza l'ultima sua personalissima emergenza: l'assillo dei processi in corso.
Forse non lo ricordiamo più, ma questa legislatura (lunghissima come l'inverno della democrazia), che doveva essere secondo il coro dei corifei di Arcore quella costituente, è iniziata col segno della richiesta di impunità.
O mi bloccate i miei processi con un lodo (ancora qui, una parola usata a sproposito, ma ripetuta ad arte per farla entrare nella mentalità dei sudditi) o blocchiamo tutti i processi.Infine il controllo dei media per cui, alla faccia del liberismo, un solo uomo controlla il maggior gruppo privato di informazione, e controlla la principale azienda pubblica, la Rai.
Lo ha raccontato negli articoli sulla struttura Delta, sulla macchina del fango, sulle menzogne ripetute ad ora di pranzo e ad ora di cena per potersi ricostruire una realtà che più gli faceva comodo.
La crisi non esiste, gli italiani sono tutti spiati, dobbiamo sanare lo scontro politica magistratura (ma chi è che attacca chi?), in tutte le democrazie non esistono intercettazioni e invece c'è l'immunità per le cariche dello Stato. L'opposizione vuole ribaltare il voto popolare (e cosa dovrebbe fare l'opposizione, se non mandare la maggioranza a casa, se quello che fa non lo ritiene giusto?).
Il pacchetto sicurezza e il reato di clandestinità.
La legge bavaglio, e la sottomissione del potere giudiziario all'esecutivo.
La protezione civile dominus per tutti gli eventi, senza nessun controllo contabile e politico.Tutte queste cose le ha raccontate D'Avanzo su Repubblica. Il racconto della metamorfosi della nostra democrazia in cui piano piano, si svuotava la Costituzione di alcuni suoi principi (art 3: la legge è uguale per tutti). Uno svuotamento del guscio che è avvenuto anche con una certa rassegnazione di noi cittadini italiani.
Non è a caso che l'ultima parte del libro sia concentrata su Napoli, metafora di un paese rassegnato a non cambiare mai (o forse no, visti i risultati delle amministrative).
Napoli come stato di eccezione permanente: la città dei rifiuti e dei commissari per questa emergenza che durata troppi anni. La città dei piccoli boss, della scuola tagliata dove i ragazzi crescono nelle strade e davanti alle playstation. “Siamo camorristi nella capa”: ma per cambiare la capa, bisogna dare un'opportunità alle persone. Altrimenti non è emergenza, è sistema.Scrive Carlo Galli, su Repubblica:
Ma quel perverso cortocircuito di eccezione e di menzogna se non è più cronaca non è ancora storia: anche se, forse, ce ne stiamo faticosamente uscendo, continua a prenderci letteralmente alla gola, e ci appare come un rischio che sarà presente, finché questa fase politica che non avrà trovato nuovi equilibri.
È questo rischio che dà al libro di D'Avanzo un significato non solo documentario ma anche civile; che ne fa un esempio di critica di ciò che ancora serve e servirà all'Italia: il coraggio di smascherare la menzogna e la passione per la realtà e per la verità.L'indice dell'opera
Parte prima
La Costituzione forzata
I quattro fantasmi dell’Egoarca, p. 15
Trucchi da fiera, p. 19
L’immunità illegittima, p. 22
Il privilegio dell’Eletto, p. 25
La metamorfosi della democrazia, p. 28
L’alba di uno Stato governativo, p. 31
Parte seconda
La macchina fascinatoria
La macchina fascinatoria e l’inemendabilità dei fatti, p. 39
Le dieci domande, p. 41
Il nuovo volto del potere, p. 51
Il primato della menzogna, p. 56
L’abuso di potere, p. 71
Un potere postpolitico e neoautoritario, p. 76
Le dieci bugie, p. 79
Come rendere superflua la realtà, p. 88
Parte terza
Infangare, delegittimare, distruggere
Chi tocca i fili muore, p. 97
L’officina dei veleni, p. 100
La macchina del fango, p. 103
I metodi dell’Innominato e la libertà del dissidente, p. 107
Così si muove e colpisce la macchina dei falsi, p. 113
Quando è nata la macchina del fango, p. 119
L’abolizione dell’idea di verità, p. 124
Parte quarta
Lo stato di eccezione
Le torture a Bolzaneto e la notte della democrazia, p. 133
La sospensione del diritto, p. 141
La politica militarizzata, p. 149
La strage di san Gennaro, p. 151
La nuova civiltà dell’odio, p. 158
Incompetenza e irresponsabilità, p. 161
L’eccezione è la regola, p. 164
Se scatta il divieto di pubblica opinione, p. 167
La missione della Struttura Delta, p. 172
Parte quinta
Lo stato di eccezione permanente: Napoli
La città che gioca con i suoi vizi, p. 183
Oltre Napoli il vero inferno, p. 186
L’eccezione napoletana, p. 188
L’“emergenza” come sistema, p. 191
Le leggi e i militari non fanno i cittadini, p. 196
L’intera città si è fatta lazzara, p. 201
I piccoli boss di Malanapoli, p. 203
La buona vita è la mala vita, p. 206
Gli scugnizzi perduti di Camorra City, p. 211
Io, tossico punito due volte, p. 217
Tra i ragazzi che dicono: siamo camorristi nella capa, p. 220
EpilogoGioca e sii uomo!, p. 229
- — Mar 18, 2012 | Add your feedback
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Il metodo del coccodrillo
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De Giovanni ha c'entrato un'altra volta il bersaglio: dopo la serie di romanzi col commissario Ricciardi, nella Napoli fascista degli anni 30, prepariamoci alla nuova serie (almeno queste sono le mie speranze) con protagonista l'ispettore Lojacono, di cui "Il metodo del coccordrillo" è il primo volu ... (continue)
De Giovanni ha c'entrato un'altra volta il bersaglio: dopo la serie di romanzi col commissario Ricciardi, nella Napoli fascista degli anni 30, prepariamoci alla nuova serie (almeno queste sono le mie speranze) con protagonista l'ispettore Lojacono, di cui "Il metodo del coccordrillo" è il primo volume.
Siamo nella Napoli di oggi, una città oscura dove nonostante la folla, la luce, è facile confondersi e nascondersi agli occhi delle persone, indaffarate e prese nei loro pensieri.
E' quello che fa l'assassino, il coccodrillo come verrà battezzato dalla stampa (perchè lascia sul luogo del delitto i fazzoletti con cui si asciuga gli occhi per una sua malattia).
Venuto in città su un treno, per compiere la sua missione di morte: tra ragazzi uccisi, senza nessun legame apparente tra di loro e appartenenti pure a differenti fasce sociali. Uno ragazzo dei quartieri che aveva iniziato da poco a compiere dei lavoretti per la camorra. La figlia adolescente di una famiglia facoltosa e infine il figlio di un famoso ginecologo studente di medicina per ripercorrere le orme del padre.
Tre morti difficilmente spiegabili, sebbene la pista della Camorra almeno all'inizio sia la più promettente.
Ma proprio gli insuccessi investigativi spingono il magistrato che sta seguendo il caso, ad affidare le indagini ad un ispettore che è finito a Napoli per punizione. L'ispettore Lojacono che, dopo la soffiata di un pentito di mafia (che lo ha indicato come "a disposizione" della mafia , è stato trasferito da Agrigento a Napoli. E lasciato a far niente nell'ufficio denunce, chiamato dai colleghi Cottolengo.
Lojacono ha perso tutto, non solo il mare e la sua città
"Una volta era andato vicino al mare; aveva avuto voglia di sentirne l’odore, di respirarne la brezza. Non l’aveva trovato. Quel lungomare cittadino, con migliaia di auto indifferenti a costeggiare la scogliera, sotto una pioggerella costante e infinita e un cielo grigio. Quell’odore di rancido, le pietre bianche buttate come una barriera. La sporcizia dimenticata, buste di plastica galleggianti sull’acqua stagnante come cadaveri di meduse".
pagina 76
Ma per questa punizione, senza alcun processo, ha perso in un sol colpo la moglie e la figlia.
Ma non ha perso però l'intuito, il sesto senso da poliziotto, la sbirritudine: sarà lui, infatti, a cogliere per primo le anomalie del primo omicidio e del secondo. A trovare, assieme alla dottoressa Piras (anche lei trapiantata a Napoli, con una perdita affettiva che non si è ancora del tutto rimarginata) le connessioni dei casi: cosa spinge l'assassino ad uccidere:
"E' così che caccia. Il metodo del coccodrillo. Conosce i movimenti, le abitudini, i tempi. Sa dove andranno i ragazzi, come si metteranno. E quando gli vanno in bocca, lui spara. Un solo colpo, con una pistola leggere, imprecisa. Ma non può sbagliare. Perchè ha studiato. Si è preparato, per chissà quanto tempo. E come i coccodrilli, ha sangue freddo"
pagina 100
Le colpe dei padri ricadono sui figli ...
C'è molto del de Giovanni che abbiamo conosciuto, in questo libro: il racconto di Napoli con i contrasti tra la città borghese che vive distante dai quartieri dove le case sono addossate le une alle altre.
Le passioni, buone o cattive, e i dolori che muovono i protagonisti della storia.
E, come per il commissario Ricciardi, anche qui abbiamo un uomo stretto tra due donne.
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