I farmaci antidepressivi. Il crollo di un mito, ovvero "Andiamo avanti, ché indietro non si può. Non qui."
Il libro di Irving Kirsch, si legge in giro, racconta di cose che si sanno da molti anni. Sarà anche vero. Tuttavia -e qui sta il punto- alla base del saggio di Kirsch sta una rigorosa ed avvincente storia di teoria e pratica metodologica. Diffondere un 'sentito dire' è semplice. Cercare di accertar
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Il libro di Irving Kirsch, si legge in giro, racconta di cose che si sanno da molti anni. Sarà anche vero. Tuttavia -e qui sta il punto- alla base del saggio di Kirsch sta una rigorosa ed avvincente storia di teoria e pratica metodologica. Diffondere un 'sentito dire' è semplice. Cercare di accertarsi della realtà 'sentita dire' è difficile. Le meta-analisi condotte da Kirsch o da lui citate ed analizzate sono presentate, ovviamente in modo divulgativo, con il più elevato rigore che una pubblicazione per il largo pubblico contente. Ma sono state svolte lungo decenni di minuzioso lavoro tenendo conto della maggiore parte dei fattori che potrebbero avere invalidato o, per lo meno, reso più deboli molti studi nel settore della farmacologia e della farmacocinetica. Il testo di Kirsch è, a prescindere dal contenuto, un saggio appello a fare della buona ricerca. Perché, anche in buona fede, paradigmi di ricerca consolidati possono fuorviare i risultati. Che, nel caso di molecole attive sugli esseri umani, comportano conseguenze che, eticamente, non si possono non considerare. Se poi ci si aggiunge un pizzico di malafede e una gigantesco giro di denaro, ecco che, a maggiore ragione, la ricerca metodologica di controllo deve evolvere ed essere effettuata con serietà e diligenza. Il bello del libro di Kitsch, che riflette una positiva qualità della personalità dell'autore, per come si percepisce dalle numerose interviste nel web e non solo, è la serena pacatezza con cui espone argomentazioni da cui si evince il crollo del famoso "mito" costituito dall'efficacia di alcune classi di psicofarmaci e la demolizione della teoria dello squilibrio chimico del cervello (che, diciamo, è soltanto un pio desiderio psichiatrico, ma facilmente divulgabile!). L'autore sa usare le parole come macigni, ma senza generare violente frane di accusa al sistema o attacchi demolitori a prescindere. Irving Kitsch restituisce sempre una pars costruens laddove ha dispiegato, dati alla mano, la pars destruens. Lo si vede tanto nell'ultima parte del testo, specificamente dedicata a illustrare possibili vie laddove quella dei farmaci è inefficace. Ma non solo. Per ogni esperimento o set di trial analizzati, lo scienziato propone come migliorare la qualità del dato, come evitare biases, come potere procedere con nuovi schemi sperimentali. Senza polemica. Ma anche senza negare la responsabilità di strutture di controllo, di scienziati e di case farmaceutiche che hanno accettato il mito delle pillole della salvezza, talvolta pure celando dati preziosi. Preziosi anche per gli stessi autori sostenitori del "mito", se fossero state usate in modo leale e lungimirante. Quello che voglio evidenziare, è che ci troviamo di fronte ad uno scienziato che sa mettere in risalto i problemi, metterli davvero a fuoco, al centro dell'attenzione, senza circondarli di una nebbia di indignazione ed emozione che ne celerebbero il significato profondo. Ci dice: signori, questi sono i problemi veri, in merito ai quali abbiamo ora ampie certezze. Ci concentriamo su questi problemi? Li risolviamo? Modifichiamo i vincoli a cui abbiamo noi stessi legato la nostra ricerca? Questo è il messaggio. Non gettare un sasso nello stagno per il piacere estetico delle onde. Gettare un sasso per catturare l'attenzione di chi si cimenterà nella gigantesca opera di cambiare. Qui si pongono altri problemi, sempre ben focalizzati dall'autore. Il problema di conoscere meglio l'azione placebo, per sfruttarla al massimo. Perché è un problema? Perché è difficile fruire del beneficio di un placebo senza un minimo di inganno verso il paziente. Siamo di fronte ad uno dei tanti problemi etici che si pongono nella cura. E che l'autore affronta, sempre pacatamente, uno ad uno, dandoci una 'possibile' soluzione e lasciando aperto un serio dibattito laddove una unica soluzione proponibile non c'è. C'è il problema del coinvolgimento del paziente: in che modi è possibile migliorare l'alleanza terapeutica senza negarne le fondamentali basi fiduciarie? Nel testo vengono esposte alcune possibilità. Poi c'è la psicoterapia. Pare accertato ed accettato che, almeno quella cognitivo-comportamentale, funzioni tanto nel breve quanto, qui è il nodo cruciale, nel lungo periodo. Così è consigliabile. Ma ci sono risorse sufficienti per applicarla ad un fenomeno, la depressione, che si sta espandendo a macchia d'olio nelle società, specie occidentali? Occorre una scelta: formare nuovi terapeuti, ri-formare sistemi sanitari farmaco-dipendenti, favorire un processo di consapevolezza nella gente e diffondere buone prassi. Ecco alcuni problemi, ecco altri punti su cui la politica dovrebbe impegnarsi (e l'accademia, spesso ancora arroccata nel proprio fortino, pure). E quanto alle cure alternative? Anche qui occorre ricerca e apertura mentale, una visione olistica dell'uomo che reinterpreti i disagi delle persone depresse quali adattamenti ad un contesto ed un ambiente che, forse forse, non favoriscono tutti. Arriviamo qui al problema sociale che la depressione è e che pare essere legato a come è strutturata un certo di tipi di società. Una società dove la depressione colpisce prevalentemente le persone povere, meno istruite, disoccupate e non di razza bianca. Cambiare le condizioni sociali è un atto terapeutico. Si confrontino, per approfondimenti di natura sociologica, i lavori di Luciano Gallino (che consiglio a tutti di leggerli tutti!) e di Benjiamin Barber, per fare due esempi. Insomma, abbiamo attraversato un contesto storico e scientifico che, adottando il riduzionismo, ha cercato di spiegare la malattia ed il funzionamento dell'organismo. Sciocco negare che tale contesto è stato prolifico più che mai ed essenziale per comprendere quanto oggi sappiamo dell'essere umano. Come ogni buon paradigma, ci ha regalato molti successi ed è incappato in molti errori. Errori che ora vengono sistematizzati ed analizzati, da scienziati quali Kirsch, e che spingono per un nuovo paradigma. Che pare essere quello della complessità, della medicina integrata e dello studio delle interconnessioni fra i sistemi che costituiscono l'organismo e il suo rapporto con l'ambiente. I miti da sempre servono per darci una spiegazione del nostro disagio nel mondo. In ogni mito sta parte della verità. Ma i miti sono nati per venire superati: magari da altri miti, magari da altre prospettive sul funzionamento del maestoso sistema in cui ci troviamo. La revisione del mito dei farmaci antidepressivi ha rivelato che l'utilità della sua esistenza è conclusa. E' ora di andare avanti.
La dimensione interpersonale della coscienza, ovvero "Io nasco in te, tu in me"
"La dimensione interpersonale della coscienza", un testo di Giovanni Liotti, edito da Carocci Editore, in una nuova edizione (2005-2012), già nel titolo rivela il 'core' del testo, e cioè l'ipotesi che la coscienza emerga solo a fronte di una dimensione interpersonale. Il che, detto in parole sempli
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"La dimensione interpersonale della coscienza", un testo di Giovanni Liotti, edito da Carocci Editore, in una nuova edizione (2005-2012), già nel titolo rivela il 'core' del testo, e cioè l'ipotesi che la coscienza emerga solo a fronte di una dimensione interpersonale. Il che, detto in parole semplici, vuol dire che non disporremmo di una coscienza se non esistessero altri individui con cui relazionarci sin da quando veniamo al mondo e, anzi, proprio in un preciso arco temporale che è dato dai primi anni della nostra (si spera) lunga vita. Ora, prima di continuare, premettiamo una nota relativa a questo testo. Esso, diciamo, non si piega tanto ad una lettura "prima di andare a nanna" (anche se evidenze dimostrano che ciò che è letto prima di dormire poi si ricorda meglio... potere del sonno!), perché è relativamente meno divulgativo di altri testi commentati qua e là in aNobii. E', infatti, un testo che propone e sostiene una teoria della coscienza per fornire solide basi al terapeuta o al clinico per comprendere l'importanza della relazione nei disturbi relativi alle rappresentazioni di sé o in altri disturbi più complessi per i quali si può rimandare ai divrsi manuali sulle psicopatologie et similia. Ma (c'è sempre un ma!), ho scritto 'relativamente' meno divulgativo. Infatti, a mio giudizio, con una infarinatura di psicologia delle scuole medie superiori ed un lessico di base non specialistico, si è sufficientemente attrezzati per affrontare il testo nella sua complessità. Certo, occorre che ci sia curiosità per l'argomento e uno sforzo minimo per seguire alcuni punti delicati: del resto, che dire?, queste sono le premesse di ogni testo, sia esso un saggio o un romanzo! :-) Premesso ciò, vado avanti veloce. Nella prima, bellissima parte, di natura storica ed epistemologica, l'autore ci accompagna in un affascinante viaggio alla scoperta della filogenesi e della ontogenesi della coscienza di ordine superiore (la nostra), attraverso quel 'bricolage' dell'evoluzione che è uno dei fondamenti più potenti della omonima teoria: in sintesi, nell'evoluzione non si butta niente. Pensiamo ai tre cervelli, rettiliano, mammifero ed umano, per non parlare di quello enterico e cardiaco... che partecipano tutti dell'esperienza cosciente di noi esseri umani. Quanto ai due vocaboli strambi, filogenesi ed ontogenesi, ci serve qui ricordare che il primo indica, citando Rita Levi-Montalcini, "un processo evolutivo degli organismi vegetali e animali dalla loro comparsa sulla Terra a oggi"; il secondo, invece, l'insieme dei processi mediante i quali si compie lo sviluppo biologico di un organismo vivente, tanto a mezzo del genoma che caratterizza l'organismo quanto dell'ambiente nel quale il processo si svolge. Sì, ci risiamo: genetica + epigenetica! Perché focalizzarci su questi due termini? Perché Giovanni Liotti illustra largamente gran parte delle teorie esistenti che incrociano filo- ed ontogenesi e che hanno via via prodotto teorie, spesso assai diverse, su come dall'embrione, dal piccolo esserino che ognuno di noi è stato, si sia passati ad un organismo in grado di intendere la realtà e, soprattutto, di intendersi con altri che, insieme a lui, condividevano tale realtà. Qui sta il punto. Secondo alcuni prima l'evoluzione si è inventata la coscienza individuale e poi, tipicamente con il linguaggio, ha fondato interazione e cooperazione e pure violenza e quant'altro. Secondo altri, e Liotti è uno di questi, prima si sono radicati dei sistemi motivazionali interazionali (SMI), detto altrimenti, delle forme prototipiche di interazione marchiate a fuoco nella parte più ancestrale del nostro cervello. Solo in un secondo momento, a partire da questi SMI, si è costruito il linguaggio ed ogni altra forma di interazione. Delle due posizioni, quale è quella corretta? Quanto a dati ed evidenze neurobiologiche e neuroscientifiche, ad oggi la seconda presenta argomentazioni molto più solide della prima. Dalla quale, tuttavia (leggere il testo per i dettagli...) non si deve buttare via tutto, come in ogni sensato e ragionato studio su quel complicato meccanismo che è l'evoluzione. Tornando ai nostri SMI, alcuni li abbiamo già incontrati, per esempio in recensioni sull'opera di Bowlby, altri sono amici/nemici nuovi. C'è il sistema di attaccamento, quello complementare di accudimento, quello agonistico, quello sessuale e quello di cooperazione paritetica. Oh! Ricordiamoci che questi sistemi sono 'interpersonali', cioè esistono se e solo c'è una relazione. Esempio: la famosa figura di accudimento (FDA) attiva il sistema omonimo in rapporto a qualcuno da accudire, il o la quale si 'attacca' a tale figura. Almeno nel caso prototipico. Incrociando ed incastrando tutti i SMI, si può ragionare su una infinità di cose relative all'essere umano: come fa a parlare, perché pensa (certo, talvolta non si direbbe...), perché pratica sport da solo o in squadra, perché legge, perché fa sesso con uno o molti partner e via dicendo. Per non scrivere un papiro digitale, i punti più affascinanti sono questi: intanto i SMI funzionano con uno spirito (ma dai! non l'avremmo mai detto! :-) ) fortemente adattivo: servono a preservare l'organismo in vita, nonostante l'ambiente in cui si trovi 'gettato'. Poi modellano le prime teorie della mente: in parole più semplici cercano di farci intuire che cosa pensa l'altro, giusto per non sbagliare interpretazioni e soccombere. Poi ancora aiutano a modellare una coscienza di se stessi continua, coerente ed integra, sì che ognuno di noi possa raccontarsi una sua storia e possa negoziare rappresentazioni simboliche e non con gli altri, facendo cultura, società e guerra pure, se necessario. Qui saltello e lancio qualche spunto provocatorio: nel libro molto più argume e argomentazioni rendono il discorso davvero stupefacente. Finché giungiamo a un punto di non ritorno: se la coscienza nasce nell'interazione tra due essere umani dotati, in maniera innata, di SMI, che succede se questi SMI si 'incartano' nel loro funzionamento relazionale? Pensiamo alla 'strange situation' e al 'face still experiment' visti al corso. Pensiamo a come i SMI potrebbero favorire l'acquisizione di modelli operativi interni (i MOI illustratici da Mirko) più o meno funzionali nello stile di attaccamento. Pensiamo, tanto per cambiare, agli stili di attaccamento A, B, C e D. Che succede se osserviamo questi 'stili' sotto una lente relazionale? Non è che una teoria relazionale della coscienza ci faccia scoprire qualcosa in più sui pattern di attaccamento organizzati o su quello, estremo, della disorganizzazione dell'attaccamento? Non è che possiamo interpretare tali stili (A,B, C e D) quali possibili disturbi della coscienza negli attori della relazione? Del resto, all'inizio della vita, la teoria dell'attaccamento (vedi Bowlby) postula che la predisposizione innata alla ricerca di vicinanza protettiva con i conspecifici sia rappresentata da un sistema del controllo organizzato 'ciberneticamente' (feed-back e, talvolta, feed-forward) secondo linee molto semplici. Vedi il pianto del bimbo e la risposta (si spera adeguata) della FDA. Se la qualità di tale relazione, predisposta in modo innato in ambo gli attori, per qualche motivo degenera attivando SMI incongruenti, forse forse lo stile di attaccamento ne risente e, magari, la relativa deviazione da una sorta di norma si protrae per anni a seguire, restando parte della risposta a situazioni simili nell'età adulta. Che cosa significa: 'degenera'? Significa che si danneggia, che va in tilt, a causa, in genere, di impatti ambientali (epigenetica): per esempio, se la FDA di un bambino ha appena subito un lutto, ha perso il lavoro, la casa e l'assegno familiare, certo la sua mimica nella relazione di accudimento forse non sarà la migliore. E il bambino risentirà di questa 'mimica anomala', a sua volta ridefinendo, adattivamente, il proprio stile di attaccamento. Se la cosa si ripete, neurologicamente si radicano nel cervello schemi neuronali, adattativi eccome, per la situazione in corso, ma che, al di fuori di quella, magari diventati adulti, tanto adattativi non sono. Che cosa è successo all'individuo? Nulla di che, dal punto di vista della sopravvivenza, se sopravvive. Ma un gran pasticcio nella struttura alla base della coscienza, che risulterà dis-integrata, alterata, magari percorsa da assenza di ricordi, da amnesie e da una ricca sintomatologia che potrebbe anche sfociare nella psicopatologia. La rappresentazione di sé potrebbe assimilarsi a quelle di tipo "dismissing, entangled, unresolved" o creare altre forme alterate di coscienza fonte di dolore e di disagio. Non entro nel dettaglio della psicopatologia e dei disturbi dissociativi, ché ci sono moli di libri sull'argomento. Più che altro mi soffermo su un punto importante di tutta questa storiella e cioè che, in caso di un funzionale (dis)adattamento, l'attivazione del SMI della cooperazione paritetica sarà perturbato ed inibito. Ed è proprio quest'ultimo SMI alla base di un sano sviluppo della coscienza, della personalità e della socievolezza. Perché è l'unico che si fonda su una diade paritaria. E' la base del linguaggio della mente e del corpo, dell'intelletto e dell'emozione, ciò che consente a due persone di narrare un proprio racconto (e se si è fortunati, di comporre una vera e propria poesia!) comune, di vivere una vita di fiducia e serenità, integrata con le vite degli altri. E' il SMI che consente di interiorizzare chi noi siamo e di rispecchiarci (vedi i neuroni specchio, che tornano sempre...) nell'altro/a, in un rapporto sicuramente meno asimmetrico di quello esistente tra la strega cattiva e il suo specchio magico. E' il SMI che ci consente di sperimentare l'alleanza terapeutica, in base alla quale noi siamo "medicine interazionali" (un po' evocando una bella canzone dei Negrita che mi frulla, pensa un po' te, in testa adesso), sia nel rapporto tra noi, sia tra noi ed il medico/terapeuta/sciamano. Senza questo SMI e le felici conseguenze di una sua prolungata attivazione, difficile è intraprendere una terapia fondata sulla fiducia e, quindi, beneficiare di tutti gli effetti della attesa e dell'aspettativa che, come si è visto altrove, tanto 'placebo' non sono. Ecco. Direi che mi fermo qui e che mo' canticchio un po':
"Medicine come noi non le inventeranno mai siamo soci I'll give you all my love..."
La bilancia dello stress, ovvero "Lo stress, se lo conosci, lo gestisci; se non lo conosci... è meglio che tu legga questo libro!"
"La bilancia dello stress. Uno strumento per capire, misurare, gestire", è un libro di David Lazzari, Presidente della SIPNEI, responsabile psicologia clinica presso l'Ospedale S. Maria Terni, docente di Psicologia medica alla Facoltà di Medicina di Perugia, polo di Terni, e, senza dubbio, uno tra i
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"La bilancia dello stress. Uno strumento per capire, misurare, gestire", è un libro di David Lazzari, Presidente della SIPNEI, responsabile psicologia clinica presso l'Ospedale S. Maria Terni, docente di Psicologia medica alla Facoltà di Medicina di Perugia, polo di Terni, e, senza dubbio, uno tra i migliori divulgatori scientifici italiani che io conosca. David Lazzari redige i suoi testi curando ogni frase, ogni sintagma, ogni parola, affinché quanto egli scrive sia non solo un piacere per chi legge, ma anche un esempio di chiarezza e pulizia linguistica, qualità senza le quali i concetti medici, psicologici e fisiologici utilizzati sarebbero quanto mai ostici e, comunque, non adatti per una estesa diffusione al di là dell'ambito medico. L'utilizzo sapiente della grafica, che accompagna ogni suo testo, rende ancora più agevole la comprensione della materia trattata. Materia che, nel caso del libro citato, è lo *stress*: tanto dal punto di vista del cos'è e di come funziona, quanto dal punto di vista delle modalità con le quali lo possiamo misurare e gestire, nella quotidianità. Dalle diverse e confusionarie definizione su che cosa sia lo stress, nei primi capitoli Lazzari cerca di inquadrarne rigorosamente il concetto, storicamente evolutosi a partire dal pionieristico lavoro di Selye (http://it.wikipedia.org/wiki/Hans_Selye), ma, in realtà, già ben presente nelle riflessioni di pensatori greci o mistici orientali. E' però con Selye che, ci racconta Lazzari, la reazione allo stress è vista quale "sindrome generale di adattamento", col che intendendosi "quella risposta che l'organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor", quali stimoli fisici, mentali, sociali o ambientali. Secondo Selye, la risposta allo stress avviene in tre fasi: 'allarme', durante la quale l'organismo risponde allo stress mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento (coping) sia fisici sia mentali (per esempio, aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, tono muscolare ed 'arousal', cioè una sorta di generale attivazione psicofisiologica); 'resistenza', durante la quale l'organismo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell'affaticamento prolungato, producendo, per esempio, risposte ormonali specifiche da varie ghiandole (l'esempio ricorrente è quello delle surrenali); 'esaurimento', se lo stress diventa eccessivo e prolungato, al punto che l'organismo può venire sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico della struttura psichica e/o somatica. Ora, se la storia dello stress, in senso moderno, inizia da questa analisi, in realtà, con l'evolversi degli studi, il modello di Selye viene integrato "con gli aspetti emotivi e cognitivi connessi all'elaborazione soggettiva operata dalla persona circa gli specifici fattori stressanti" (p. X). Ogni persona, infatti, reagisce allo stress in modi e tempi diversi e con gradi di resistenza molto variabili. Per questo è stato necessario individuare una misura dello stress che fosse in grado di rendere ragione delle differenze tra singoli individui. Il "carico allostatico" è una sorta di indicatore del "peso biologico" dello stress sull'individuo: maggiore è il valore di tale indicatore, maggiore la probabilità di incorrere in effetti nefasti per la salute.
Detto ciò, ecco che Lazzari, con semplicità e coerenza, ci spiega nei dettagli il funzionamento di quel 'guardiano dell'adattamento' che è lo stress, rivelandoci, in particolare, le vide dirette ed indirette che lo stress presenta nell'agire sull'organismo. E, in contrasto, le azioni che l'organismo attua per fronteggiare lo stress. Emerge il disegno di un vero e proprio network psico-corporeo, entro il quale lo stress è ricondotto ad un modello bio-psico-sociale, disponendo di circuiti che interessano tutti e tre gli ambiti di azione citati: i sistemi biologico, psicologico e sociale in cui è immerso ognuno di noi. Attraverso esempi e grafici e schemi, ecco che l'autore illustra i rapporti tra stress e salute, tra stress e malattia e, infine, per iniziare la fase formativa del libro, tra stess e soggettività. Ecco che, in tre capitoli densi e intriganti, rileggiamo la teoria dell'attaccamento, gli equilibri e gli squilibri delle relazioni interpersonali (non tralasciando l'interazione, a molteplici livelli, tra le famose 'letterine di stile' A,B,C,D...), l'atteggiamento individuale rispetto ai problemi e le distorsioni cognitive proprie di persone con diversi stili comunicativi. Incontriamo i cinque cervelli di cui siamo dotati e le reciproche interazioni. Ritroviamo il rapporto tra emozione e ragione, alla base delle nostre percezioni e decisioni, nonché dei canovacci che da tale rapporto emergono e formano il nostro stare-al-mondo. Ritorna la piramide dei bisogni di Maslow e spunti di analisi transazionale (cfr. Eric Berne, per es., "A che gioco giochiamo?", 2000, Bompiani, Tascabili o Thomas Harris, per es., "Io sono ok, tu sei ok", 2000, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, collana benessere) e un sacco di altri stimoli, tutti organizzati in armonica sinfonia, senza parole difficili, in una esposizione ricca di tabelle di confronto e molto operativa. Per giungere al punto: la *bilancia*. Bilancia che, da fondamentale strumento per la misurazione del peso di un corpo (...più esattamente, della sua massa...), costituito, in genere, da una leva all'estremità della quale sono sospesi due piatti, diventa modello per 'pesare' grandezze... diverse dal peso, ma non meno significative nell'ottica dello stress. Stress che, ci ricorda Lazzari, ha a che fare con la difesa di un equilibrio, non solo tra individuo e contesto, ma anche all'interno dell'individuo, tra risorse e richieste interiori (che si ritengono, o meno, disponibili) e richieste e risorse esterne che si ritengono, in maggiore o minore misura, presenti e pressanti. Lo stress nasce dal divario tra il 'piatto' delle richieste e il 'piatto' delle risorse a disposizione per rispondere a tali richieste. Richieste e risorse che, data la nostra soggettiva percezione del mondo, possono essere percepite come interne ed esterne e possono condizionare il nostro stato di ansia e le nostre azioni, legate, peraltro, agli stili di attaccamento acquisiti... Si può avere una misura del proprio stress adottando la tecnica della bilancia che, ovviamente, prima deve essere 'tarata' in base alle peculiarità di ognuno di noi. Lazzari spiega a fondo e con tanti esempi come 'pesarsi' sulla bilancia, eventualmente con l'aiuto esterno ma, principalmente, attraverso una serie di tecniche atte a garantirci una consapevolezza migliore e, quindi, una misurazione meno affetta da errori.
E poi? Già, perché misurarsi lo stress è una bella cosa ma, magari, ci piacerebbe anche ridurlo un poco, laddove non funzionale al nostro ben-essere. E qui parte la... seconda parte del testo: misurato lo stress, ecco che Lazzari indica una serie di azioni da intraprendere (su se stessi e sul mondo) per gestire lo stress, per migliorare il rapporto tra i pesi della bilancia, per avvicinarci a quell'equilibrio che, già nel pensiero antico, era simbolo di un sano rapporto tra mente, corpo e ambiente. Qui il testo si fa intrigante e suggestivo: l'autore illustra, con calma, alcune buone prassi da seguire per gestire il nostro meccanismo di adattamento al mondo e conclude con sette regole d'oro che, oltre ad aiutarci nell'affrontare il percorso riequilibrante, sono anche efficace sintesi di quanto proposto nel testo. Testo che qui non conclude. Non conclude perché manca un 'contrappunto' che si fa appendice, breve storia del 'tensore degli sforzi', raccontata da una ricercatrice in fisica, Silvia Gaudenzi, che si fa ponte verso il mondo che ella stessa, narra, "prima non avrei potuto immaginare!". E' il mondo della fisica, dei campi tensoriali, propri del tensore degli sforzi, appunto, trait d'union tra le basi della materia e le sue espressioni organiche ed inorganiche, tra i microscopici legami atomici alle basi delle molecole del vivente -tra cui proteine, peptidi, sequenze di DNA e RNA, membrane cellulari, mediatori elettrici e chimici- e l'espressione genica ed epigen(et)ica alla base della vita in forma macroscopica. Alla ricerca di quel canto armonico, di quell'oscillazione sincrona che teorie integrate e sempre in evoluzione iniziano a cogliere e ad ascoltare nella sua intrinseca bellezza.
Un libro da leggere, per informarsi e per agire. Per il ben-essere. Che non è cosa da poco!
Guarire con la nuova medicina integrata, ovvero "Rifondiamo una medicina per il benessere"
"Guarire con la nuova medicina integrata", 2012, Soresi Enzo, Garzia Pierangelo, Rosati Edoardo, Sperling & Kupfer, 220 pp., ci racconta l'evoluzione della medicina 'tradizionale' ed è esso stesso un testo in evoluzione, in rete, sia attraverso il blog a cura di Enzo Soresi e Pierangelo Garzia(http:
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"Guarire con la nuova medicina integrata", 2012, Soresi Enzo, Garzia Pierangelo, Rosati Edoardo, Sperling & Kupfer, 220 pp., ci racconta l'evoluzione della medicina 'tradizionale' ed è esso stesso un testo in evoluzione, in rete, sia attraverso il blog a cura di Enzo Soresi e Pierangelo Garzia(http://bioneuroblog.wordpress.com/), da registrare tra le letture giornaliere, sia attraverso la pagina Facebook del libro, sempre ricca di post con gli ultimi aggiornamenti sull'avanzamento della medicina basata sull'evidenza e centrata sul paziente (https://www.facebook.com/pages/La-nuova-medicina-integrata/348053755271792?fref=ts). Ora, questo testo si può raccontare sotto due punti di vista: quello della struttura e quello del contenuto. Spenderò poche parole su quest'ultimo, perché in rete, a partire dalle indicazioni di cui sopra, si può trovare tutto il necessario per comprendere la ricchezza di suggestioni e l'oggetto specifico del testo. Testo che solleva, come accennato sopra, l'importante questione della integrazione tra una medicina fondata sull'evidenza e una medicina centrata sul paziente, in cui, cioè, l'agire medico non trascura i bisogni e le preoccupazioni dell'individuo, anzi, questi vengono posti alla base della terapia di cura, che è personale, unica per ogni malato. E che richiede una delicato calibrazione del rapporto "medico-paziente-caregiver", in cui il contesto familiare, affettivo, ambientale rientra nelle variabili da considerare nell'approccio terapeutico. Approccio che contempla una apertura verso tutto quanto esiste, al di là della medicina tradizionale/ufficiale/protocollare, per facilitare la guarigione del malato e per consentirgli di vivere meglio la malattia. Il paziente deve ricuperare la propria responsabilità nella relazione di cura, per favorire il pieno sfruttamento delle proprie risorse interne (emotive ed intellettive). Ora, qui voglio essere chiaro: quando si parla di "al di là della medicina tradizionale", *non* si intende che si rinuncia alla medicina tradizionale, la cui efficacia si è dimostrata valida ed il cui ambito di ricerca è da salvaguardare con le unghie. La medicina integrata, la medicina che 'va al di là', è un'etichetta che, con le parole di Garzia e Rosati, "identifica fondamentalmente l'atteggiamento di quei medici che si guardano bene dall'invitare il paziente a interrompere le terapie standard prescritte (inducendolo ad abbracciare esclusivamente i rimedi 'naturali'), ma lavorano associando i trattamenti farmacologici, chirurgici, radioterapici o comunque ospedalieri con altre sostante o metodiche nell'ambito della medicina un tempo definita 'alternativa' o 'dolce'. Badando bene, per esempio, che il preparato scelto, di provenienza naturale, non vada a interferire con una molecola farmacologica". Questo è un punto da tenere sempre a mente, per non cadere nelle braccia di 'venditori della salute' che, oltre a sottrarre denaro, sottraggono la vita del malato e dei familiari. Quello che la medicina integrata propone è, innanzitutto, una apertura mentale verso procedure e sostanze che riportano evidenze e risultati positivi, ricorrenti e spiegabili, ma che, storicamente, sono state escluse dalla medicina ufficiale. Quello che la medicina integrata richiede è medici senza il paraocchi, come il dott. Enzo Soresi, che è il nostro Omero nell'Odissea di due pazienti raccontata in questo libro e del quale, davvero, consiglio di leggere "Il cervello anarchico", un testo letto il quale non si può più rimanere dormienti nei propri giudizi o pre-giudizi sulla salute. Nessuno è un guru della medicina e men che meno Enzo Soresi che, se così è definito, si altera assai. Ma tutti possono essere ottimi guaritori, laddove integrino nel loro approccio alla cura parole come 'centralità' del paziente, soggettività, diritto di sapere, sollievo, assistenza, aiuto e, come sempre, un pizzico di sensibilità ed empatia. Passiamo alla struttura del testo, perché qui c'è qualcosa da notare. Il testo è articolato in capitoli, lungo ed entro i quali Enzo Soresi narra delle traghettate nel mare magnum della medicina alternativa, offrendoci la propria esperienza circostanziata e contestualizzata nel racconto di due persone malate, racconto che 'dà il la' per le esplorazioni in terre 'alternative' della medicina. All'interno di ogni capitolo ci sono schede di approfondimento semplici e ricche di informazioni su alcuni dei temi principali della medicina integrata o contenenti spiegazioni semplici di meccanismi chimici o organici complessi. Prefazione, introduzione e conclusioni contengono la cornice del testo, dove si riassumono le conclusioni sinora raggiunte sul tema della medicina integrata e dove si raccolgono le principali questioni ancora aperte. Interessante, però, è l'ultima sezione, riduttivamente denominata 'bibliografia' ma che, invece, costituisce una vasta fonte di informazione di riferimento, tematicamente suddivisa (aging, alimentazione, omeopatia, placebo, stili di vita, etc.), sulle frontiere di ricerca di medicina integrata. Non solo una bibliografia, perché in realtà offre consigli e rimandi a Istituti, network, studiosi del settore, rimandi che poi, per completezza, vengono sostenuti da una vasta linkografia, che testimonia della presenza in Internet della medicina integrata. Ora, la mia perplessità è questa: il testo -se lo leggiamo ce ne accorgiamo dopo poche righe- è stato scritto straripante di entusiasmo e passione (un po' come il testo in parte simile, "La biologia delle credenze", di Bruce H. Lipton), il che è un bene, perché ha portato a redarre un contributo non da poco. La mole di riferimenti internet e bibliografici riportati ha, tuttavia, un limite proprio nella sua stessa vastità. In che senso? Nel senso che quanto scritto dagli autori e buona parte della bibliografia classica è in qualche modo 'validato', sicuro, non parte per la tangente di illusioni o misinterpretazioni. Invece, esaminando, come ho fatto, i siti citati, occorre che il lettore/fruitore di tali siti abbia un atteggiamento un po' "smaliziato" rispetto ai temi trattati. Perché qualche volta questi vengono spinti al di là... di quel iniziale 'al di là' con cui abbiamo definito la medicina integrata. In buona fede, si intende. Ma anche in buona fede si rischia, a mio avviso, di fare intraprendere al lettore meno esperto, o non accompagnato, delle strade poco sicure. Detto ciò, sono convinto che il rischio sia molto inferiore al vantaggio potenzialmente conseguibile. E che l'informazione in medicina integrata vada diffusa. Ma non potevo, lettore responsabile quale il testo stesso richiede, prescindere dall'osservare questo potenziale pericolo. Per il resto, per tutto il resto, si tratta di un libro da leggere e da seguire in rete quale base sicura di esplorazione da cui partire verso terreni alternativi e a cui ritornare per riposarsi e riprendere... a navigare!
Nella mente degli altri, ovvero "Ti vedo e mi vedo: così impariamo!"
"Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale", (112 pp., 2007, Zanichelli, Chiavi di lettura), di Giacomo Rizzolatti, professore ordinario di Fisiologia Umana all'Università degli Studi di Parma, dove è direttore del Dipartimento di Neuroscienze, e Lisa Vozza, biologa e divulg
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"Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale", (112 pp., 2007, Zanichelli, Chiavi di lettura), di Giacomo Rizzolatti, professore ordinario di Fisiologia Umana all'Università degli Studi di Parma, dove è direttore del Dipartimento di Neuroscienze, e Lisa Vozza, biologa e divulgatrice scientifica, nonché Scientific Officer presso l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), è un piccolo libretto che spiega per bene e senza tecnicismi i meccanismi alla base dei neuroni specchio, non mancando di collocare le conseguenze della scoperta di questi ultimi nell'ambito di diverse discipline. Tutto comincia "[...] all'Università di Parma, all'inizio degli anni Novanta. Giacomo Rizzolatti, Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese sono alle prese con i neuroni motori. In laboratorio ci sono spesso noccioline americane: a volte sono l'oggetto con cui le scimmie compiono azioni, a volte la ricompensa per un compito appena eseguito con un oggetto diverso. Le arachidi però fanno gola a tutti, non solo ai macachi. Così capita che, nella pausa fra una registrazione e l'altra, chi segue gli esperimenti ne 'rubi' qualcuna dal contenitore preparato per gli animali. In occasione di qualcuno di questi 'furti', proprio nel momento in cui il ricercatore di turno sta portando alla bocca una manciata di noccioline, l'oscilloscopio che registra l'attività dei neuroni della scimmia emette un tac-tac-tac molto singolare. Il macaco infatti è fermo e non sta interagendo con nessun oggetto..." - così, ancora una volta per un episodio di serendipità, inizia una ricerca che porterà in breve a collegare lo studio del movimento con gli studi sull'osservazione, la ripetizione e l'imitazione, in una affascinante storia di ipotesi ed esperimenti che, sotto la guida dei nostri due eccellenti autori, ci porterà sino alle origini del linguaggio e alle rivelazioni più sorprendenti relative al "sistema specchio" che pervade l'agire umano. Rivelazioni che è bello scoprire leggendo questo agile manuale, racconto ricco di aneddoti ed episodi cruciali nella scoperta della base neurale della percezione dell'emozione e del comportamento negli altri e, di riflesso (appunto!), in noi stessi, senza cui stare al mondo sarebbe impresa davvero difficile. Moltissimi gli spunti, organizzati in dieci brevi capitoletti dai titoli accattivanti... Se si è curiosi, ma molto curiosi, e non volete attendere di avere il libretto tra le mani, ecco il link ad un blog dove si trova una articolata recensione/descrizione del testo:
I farmaci antidepressivi: il crollo di un mito
Il libro di Irving Kirsch, si legge in giro, racconta di cose che si sanno da molti anni. Sarà anche vero. Tuttavia -e qui sta il punto- alla base del saggio di Kirsch sta una rigorosa ed avvincente storia di teoria e pratica metodologica. Diffondere un 'sentito dire' è semplice. Cercare di accertar ... (continue)
Il libro di Irving Kirsch, si legge in giro, racconta di cose che si sanno da molti anni. Sarà anche vero. Tuttavia -e qui sta il punto- alla base del saggio di Kirsch sta una rigorosa ed avvincente storia di teoria e pratica metodologica. Diffondere un 'sentito dire' è semplice. Cercare di accertarsi della realtà 'sentita dire' è difficile. Le meta-analisi condotte da Kirsch o da lui citate ed analizzate sono presentate, ovviamente in modo divulgativo, con il più elevato rigore che una pubblicazione per il largo pubblico contente. Ma sono state svolte lungo decenni di minuzioso lavoro tenendo conto della maggiore parte dei fattori che potrebbero avere invalidato o, per lo meno, reso più deboli molti studi nel settore della farmacologia e della farmacocinetica.
Il testo di Kirsch è, a prescindere dal contenuto, un saggio appello a fare della buona ricerca. Perché, anche in buona fede, paradigmi di ricerca consolidati possono fuorviare i risultati. Che, nel caso di molecole attive sugli esseri umani, comportano conseguenze che, eticamente, non si possono non considerare. Se poi ci si aggiunge un pizzico di malafede e una gigantesco giro di denaro, ecco che, a maggiore ragione, la ricerca metodologica di controllo deve evolvere ed essere effettuata con serietà e diligenza.
Il bello del libro di Kitsch, che riflette una positiva qualità della personalità dell'autore, per come si percepisce dalle numerose interviste nel web e non solo, è la serena pacatezza con cui espone argomentazioni da cui si evince il crollo del famoso "mito" costituito dall'efficacia di alcune classi di psicofarmaci e la demolizione della teoria dello squilibrio chimico del cervello (che, diciamo, è soltanto un pio desiderio psichiatrico, ma facilmente divulgabile!). L'autore sa usare le parole come macigni, ma senza generare violente frane di accusa al sistema o attacchi demolitori a prescindere. Irving Kitsch restituisce sempre una pars costruens laddove ha dispiegato, dati alla mano, la pars destruens. Lo si vede tanto nell'ultima parte del testo, specificamente dedicata a illustrare possibili vie laddove quella dei farmaci è inefficace. Ma non solo. Per ogni esperimento o set di trial analizzati, lo scienziato propone come migliorare la qualità del dato, come evitare biases, come potere procedere con nuovi schemi sperimentali. Senza polemica.
Ma anche senza negare la responsabilità di strutture di controllo, di scienziati e di case farmaceutiche che hanno accettato il mito delle pillole della salvezza, talvolta pure celando dati preziosi. Preziosi anche per gli stessi autori sostenitori del "mito", se fossero state usate in modo leale e lungimirante. Quello che voglio evidenziare, è che ci troviamo di fronte ad uno scienziato che sa mettere in risalto i problemi, metterli davvero a fuoco, al centro dell'attenzione, senza circondarli di una nebbia di indignazione ed emozione che ne celerebbero il significato profondo. Ci dice: signori, questi sono i problemi veri, in merito ai quali abbiamo ora ampie certezze. Ci concentriamo su questi problemi? Li risolviamo? Modifichiamo i vincoli a cui abbiamo noi stessi legato la nostra ricerca? Questo è il messaggio. Non gettare un sasso nello stagno per il piacere estetico delle onde. Gettare un sasso per catturare l'attenzione di chi si cimenterà nella gigantesca opera di cambiare.
Qui si pongono altri problemi, sempre ben focalizzati dall'autore. Il problema di conoscere meglio l'azione placebo, per sfruttarla al massimo. Perché è un problema? Perché è difficile fruire del beneficio di un placebo senza un minimo di inganno verso il paziente. Siamo di fronte ad uno dei tanti problemi etici che si pongono nella cura. E che l'autore affronta, sempre pacatamente, uno ad uno, dandoci una 'possibile' soluzione e lasciando aperto un serio dibattito laddove una unica soluzione proponibile non c'è. C'è il problema del coinvolgimento del paziente: in che modi è possibile migliorare l'alleanza terapeutica senza negarne le fondamentali basi fiduciarie? Nel testo vengono esposte alcune possibilità.
Poi c'è la psicoterapia. Pare accertato ed accettato che, almeno quella cognitivo-comportamentale, funzioni tanto nel breve quanto, qui è il nodo cruciale, nel lungo periodo. Così è consigliabile. Ma ci sono risorse sufficienti per applicarla ad un fenomeno, la depressione, che si sta espandendo a macchia d'olio nelle società, specie occidentali? Occorre una scelta: formare nuovi terapeuti, ri-formare sistemi sanitari farmaco-dipendenti, favorire un processo di consapevolezza nella gente e diffondere buone prassi. Ecco alcuni problemi, ecco altri punti su cui la politica dovrebbe impegnarsi (e l'accademia, spesso ancora arroccata nel proprio fortino, pure).
E quanto alle cure alternative? Anche qui occorre ricerca e apertura mentale, una visione olistica dell'uomo che reinterpreti i disagi delle persone depresse quali adattamenti ad un contesto ed un ambiente che, forse forse, non favoriscono tutti.
Arriviamo qui al problema sociale che la depressione è e che pare essere legato a come è strutturata un certo di tipi di società. Una società dove la depressione colpisce prevalentemente le persone povere, meno istruite, disoccupate e non di razza bianca. Cambiare le condizioni sociali è un atto terapeutico. Si confrontino, per approfondimenti di natura sociologica, i lavori di Luciano Gallino (che consiglio a tutti di leggerli tutti!) e di Benjiamin Barber, per fare due esempi.
Insomma, abbiamo attraversato un contesto storico e scientifico che, adottando il riduzionismo, ha cercato di spiegare la malattia ed il funzionamento dell'organismo. Sciocco negare che tale contesto è stato prolifico più che mai ed essenziale per comprendere quanto oggi sappiamo dell'essere umano. Come ogni buon paradigma, ci ha regalato molti successi ed è incappato in molti errori. Errori che ora vengono sistematizzati ed analizzati, da scienziati quali Kirsch, e che spingono per un nuovo paradigma. Che pare essere quello della complessità, della medicina integrata e dello studio delle interconnessioni fra i sistemi che costituiscono l'organismo e il suo rapporto con l'ambiente. I miti da sempre servono per darci una spiegazione del nostro disagio nel mondo. In ogni mito sta parte della verità. Ma i miti sono nati per venire superati: magari da altri miti, magari da altre prospettive sul funzionamento del maestoso sistema in cui ci troviamo. La revisione del mito dei farmaci antidepressivi ha rivelato che l'utilità della sua esistenza è conclusa. E' ora di andare avanti.
La dimensione interpersonale della coscienza
"La dimensione interpersonale della coscienza", un testo di Giovanni Liotti, edito da Carocci Editore, in una nuova edizione (2005-2012), già nel titolo rivela il 'core' del testo, e cioè l'ipotesi che la coscienza emerga solo a fronte di una dimensione interpersonale. Il che, detto in parole sempli ... (continue)
"La dimensione interpersonale della coscienza", un testo di Giovanni Liotti, edito da Carocci Editore, in una nuova edizione (2005-2012), già nel titolo rivela il 'core' del testo, e cioè l'ipotesi che la coscienza emerga solo a fronte di una dimensione interpersonale. Il che, detto in parole semplici, vuol dire che non disporremmo di una coscienza se non esistessero altri individui con cui relazionarci sin da quando veniamo al mondo e, anzi, proprio in un preciso arco temporale che è dato dai primi anni della nostra (si spera) lunga vita. Ora, prima di continuare, premettiamo una nota relativa a questo testo. Esso, diciamo, non si piega tanto ad una lettura "prima di andare a nanna" (anche se evidenze dimostrano che ciò che è letto prima di dormire poi si ricorda meglio... potere del sonno!), perché è relativamente meno divulgativo di altri testi commentati qua e là in aNobii. E', infatti, un testo che propone e sostiene una teoria della coscienza per fornire solide basi al terapeuta o al clinico per comprendere l'importanza della relazione nei disturbi relativi alle rappresentazioni di sé o in altri disturbi più complessi per i quali si può rimandare ai divrsi manuali sulle psicopatologie et similia. Ma (c'è sempre un ma!), ho scritto 'relativamente' meno divulgativo. Infatti, a mio giudizio, con una infarinatura di psicologia delle scuole medie superiori ed un lessico di base non specialistico, si è sufficientemente attrezzati per affrontare il testo nella sua complessità. Certo, occorre che ci sia curiosità per l'argomento e uno sforzo minimo per seguire alcuni punti delicati: del resto, che dire?, queste sono le premesse di ogni testo, sia esso un saggio o un romanzo! :-)
Premesso ciò, vado avanti veloce. Nella prima, bellissima parte, di natura storica ed epistemologica, l'autore ci accompagna in un affascinante viaggio alla scoperta della filogenesi e della ontogenesi della coscienza di ordine superiore (la nostra), attraverso quel 'bricolage' dell'evoluzione che è uno dei fondamenti più potenti della omonima teoria: in sintesi, nell'evoluzione non si butta niente. Pensiamo ai tre cervelli, rettiliano, mammifero ed umano, per non parlare di quello enterico e cardiaco... che partecipano tutti dell'esperienza cosciente di noi esseri umani. Quanto ai due vocaboli strambi, filogenesi ed ontogenesi, ci serve qui ricordare che il primo indica, citando Rita Levi-Montalcini, "un processo evolutivo degli organismi vegetali e animali dalla loro comparsa sulla Terra a oggi"; il secondo, invece, l'insieme dei processi mediante i quali si compie lo sviluppo biologico di un organismo vivente, tanto a mezzo del genoma che caratterizza l'organismo quanto dell'ambiente nel quale il processo si svolge. Sì, ci risiamo: genetica + epigenetica! Perché focalizzarci su questi due termini? Perché Giovanni Liotti illustra largamente gran parte delle teorie esistenti che incrociano filo- ed ontogenesi e che hanno via via prodotto teorie, spesso assai diverse, su come dall'embrione, dal piccolo esserino che ognuno di noi è stato, si sia passati ad un organismo in grado di intendere la realtà e, soprattutto, di intendersi con altri che, insieme a lui, condividevano tale realtà. Qui sta il punto. Secondo alcuni prima l'evoluzione si è inventata la coscienza individuale e poi, tipicamente con il linguaggio, ha fondato interazione e cooperazione e pure violenza e quant'altro. Secondo altri, e Liotti è uno di questi, prima si sono radicati dei sistemi motivazionali interazionali (SMI), detto altrimenti, delle forme prototipiche di interazione marchiate a fuoco nella parte più ancestrale del nostro cervello. Solo in un secondo momento, a partire da questi SMI, si è costruito il linguaggio ed ogni altra forma di interazione. Delle due posizioni, quale è quella corretta? Quanto a dati ed evidenze neurobiologiche e neuroscientifiche, ad oggi la seconda presenta argomentazioni molto più solide della prima. Dalla quale, tuttavia (leggere il testo per i dettagli...) non si deve buttare via tutto, come in ogni sensato e ragionato studio su quel complicato meccanismo che è l'evoluzione. Tornando ai nostri SMI, alcuni li abbiamo già incontrati, per esempio in recensioni sull'opera di Bowlby, altri sono amici/nemici nuovi.
C'è il sistema di attaccamento, quello complementare di accudimento, quello agonistico, quello sessuale e quello di cooperazione paritetica. Oh! Ricordiamoci che questi sistemi sono 'interpersonali', cioè esistono se e solo c'è una relazione. Esempio: la famosa figura di accudimento (FDA) attiva il sistema omonimo in rapporto a qualcuno da accudire, il o la quale si 'attacca' a tale figura. Almeno nel caso prototipico. Incrociando ed incastrando tutti i SMI, si può ragionare su una infinità di cose relative all'essere umano: come fa a parlare, perché pensa (certo, talvolta non si direbbe...), perché pratica sport da solo o in squadra, perché legge, perché fa sesso con uno o molti partner e via dicendo. Per non scrivere un papiro digitale, i punti più affascinanti sono questi: intanto i SMI funzionano con uno spirito (ma dai! non l'avremmo mai detto! :-) ) fortemente adattivo: servono a preservare l'organismo in vita, nonostante l'ambiente in cui si trovi 'gettato'. Poi modellano le prime teorie della mente: in parole più semplici cercano di farci intuire che cosa pensa l'altro, giusto per non sbagliare interpretazioni e soccombere. Poi ancora aiutano a modellare una coscienza di se stessi continua, coerente ed integra, sì che ognuno di noi possa raccontarsi una sua storia e possa negoziare rappresentazioni simboliche e non con gli altri, facendo cultura, società e guerra pure, se necessario. Qui saltello e lancio qualche spunto provocatorio: nel libro molto più argume e argomentazioni rendono il discorso davvero stupefacente.
Finché giungiamo a un punto di non ritorno: se la coscienza nasce nell'interazione tra due essere umani dotati, in maniera innata, di SMI, che succede se questi SMI si 'incartano' nel loro funzionamento relazionale? Pensiamo alla 'strange situation' e al 'face still experiment' visti al corso. Pensiamo a come i SMI potrebbero favorire l'acquisizione di modelli operativi interni (i MOI illustratici da Mirko) più o meno funzionali nello stile di attaccamento.
Pensiamo, tanto per cambiare, agli stili di attaccamento A, B, C e D. Che succede se osserviamo questi 'stili' sotto una lente relazionale? Non è che una teoria relazionale della coscienza ci faccia scoprire qualcosa in più sui pattern di attaccamento organizzati o su quello, estremo, della disorganizzazione dell'attaccamento? Non è che possiamo interpretare tali stili (A,B, C e D) quali possibili disturbi della coscienza negli attori della relazione? Del resto, all'inizio della vita, la teoria dell'attaccamento (vedi Bowlby) postula che la predisposizione innata alla ricerca di vicinanza protettiva con i conspecifici sia rappresentata da un sistema del controllo organizzato 'ciberneticamente' (feed-back e, talvolta, feed-forward) secondo linee molto semplici.
Vedi il pianto del bimbo e la risposta (si spera adeguata) della FDA. Se la qualità di tale relazione, predisposta in modo innato in ambo gli attori, per qualche motivo degenera attivando SMI incongruenti, forse forse lo stile di attaccamento ne risente e, magari, la relativa deviazione da una sorta di norma si protrae per anni a seguire, restando parte della risposta a situazioni simili nell'età adulta. Che cosa significa: 'degenera'? Significa che si danneggia, che va in tilt, a causa, in genere, di impatti ambientali (epigenetica): per esempio, se la FDA di un bambino ha appena subito un lutto, ha perso il lavoro, la casa e l'assegno familiare, certo la sua mimica nella relazione di accudimento forse non sarà la migliore. E il bambino risentirà di questa 'mimica anomala', a sua volta ridefinendo, adattivamente, il proprio stile di attaccamento. Se la cosa si ripete, neurologicamente si radicano nel cervello schemi neuronali, adattativi eccome, per la situazione in corso, ma che, al di fuori di quella, magari diventati adulti, tanto adattativi non sono. Che cosa è successo all'individuo?
Nulla di che, dal punto di vista della sopravvivenza, se sopravvive. Ma un gran pasticcio nella struttura alla base della coscienza, che risulterà dis-integrata, alterata, magari percorsa da assenza di ricordi, da amnesie e da una ricca sintomatologia che potrebbe anche sfociare nella psicopatologia. La rappresentazione di sé potrebbe assimilarsi a quelle di tipo "dismissing, entangled, unresolved" o creare altre forme alterate di coscienza fonte di dolore e di disagio.
Non entro nel dettaglio della psicopatologia e dei disturbi dissociativi, ché ci sono moli di libri sull'argomento.
Più che altro mi soffermo su un punto importante di tutta questa storiella e cioè che, in caso di un funzionale (dis)adattamento, l'attivazione del SMI della cooperazione paritetica sarà perturbato ed inibito. Ed è proprio quest'ultimo SMI alla base di un sano sviluppo della coscienza, della personalità e della socievolezza. Perché è l'unico che si fonda su una diade paritaria. E' la base del linguaggio della mente e del corpo, dell'intelletto e dell'emozione, ciò che consente a due persone di narrare un proprio racconto (e se si è fortunati, di comporre una vera e propria poesia!) comune, di vivere una vita di fiducia e serenità, integrata con le vite degli altri.
E' il SMI che consente di interiorizzare chi noi siamo e di rispecchiarci (vedi i neuroni specchio, che tornano sempre...) nell'altro/a, in un rapporto sicuramente meno asimmetrico di quello esistente tra la strega cattiva e il suo specchio magico.
E' il SMI che ci consente di sperimentare l'alleanza terapeutica, in base alla quale noi siamo "medicine interazionali" (un po' evocando una bella canzone dei Negrita che mi frulla, pensa un po' te, in testa adesso), sia nel rapporto tra noi, sia tra noi ed il medico/terapeuta/sciamano. Senza questo SMI e le felici conseguenze di una sua prolungata attivazione, difficile è intraprendere una terapia fondata sulla fiducia e, quindi, beneficiare di tutti gli effetti della attesa e dell'aspettativa che, come si è visto altrove, tanto 'placebo' non sono.
Ecco. Direi che mi fermo qui e che mo' canticchio un po':
"Medicine come noi
non le inventeranno mai
siamo soci
I'll give you all my love..."
La bilancia dello stress
"La bilancia dello stress. Uno strumento per capire, misurare, gestire", è un libro di David Lazzari, Presidente della SIPNEI, responsabile psicologia clinica presso l'Ospedale S. Maria Terni, docente di Psicologia medica alla Facoltà di Medicina di Perugia, polo di Terni, e, senza dubbio, uno tra i ... (continue)
"La bilancia dello stress. Uno strumento per capire, misurare, gestire", è un libro di David Lazzari, Presidente della SIPNEI, responsabile psicologia clinica presso l'Ospedale S. Maria Terni, docente di Psicologia medica alla Facoltà di Medicina di Perugia, polo di Terni, e, senza dubbio, uno tra i migliori divulgatori scientifici italiani che io conosca.
David Lazzari redige i suoi testi curando ogni frase, ogni sintagma, ogni parola, affinché quanto egli scrive sia non solo un piacere per chi legge, ma anche un esempio di chiarezza e pulizia linguistica, qualità senza le quali i concetti medici, psicologici e fisiologici utilizzati sarebbero quanto mai ostici e, comunque, non adatti per una estesa diffusione al di là dell'ambito medico. L'utilizzo sapiente della grafica, che accompagna ogni suo testo, rende ancora più agevole la comprensione della materia trattata.
Materia che, nel caso del libro citato, è lo *stress*: tanto dal punto di vista del cos'è e di come funziona, quanto dal punto di vista delle modalità con le quali lo possiamo misurare e gestire, nella quotidianità.
Dalle diverse e confusionarie definizione su che cosa sia lo stress, nei primi capitoli Lazzari cerca di inquadrarne rigorosamente il concetto, storicamente evolutosi a partire dal pionieristico lavoro di Selye (http://it.wikipedia.org/wiki/Hans_Selye), ma, in realtà, già ben presente nelle riflessioni di pensatori greci o mistici orientali. E' però con Selye che, ci racconta Lazzari, la reazione allo stress è vista quale "sindrome generale di adattamento", col che intendendosi "quella risposta che l'organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di stressor", quali stimoli fisici, mentali, sociali o ambientali. Secondo Selye, la risposta allo stress avviene in tre fasi: 'allarme', durante la quale l'organismo risponde allo stress mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento (coping) sia fisici sia mentali (per esempio, aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, tono muscolare ed 'arousal', cioè una sorta di generale attivazione psicofisiologica); 'resistenza', durante la quale l'organismo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell'affaticamento prolungato, producendo, per esempio, risposte ormonali specifiche da varie ghiandole (l'esempio ricorrente è quello delle surrenali); 'esaurimento', se lo stress diventa eccessivo e prolungato, al punto che l'organismo può venire sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico della struttura psichica e/o somatica.
Ora, se la storia dello stress, in senso moderno, inizia da questa analisi, in realtà, con l'evolversi degli studi, il modello di Selye viene integrato "con gli aspetti emotivi e cognitivi connessi all'elaborazione soggettiva operata dalla persona circa gli specifici fattori stressanti" (p. X). Ogni persona, infatti, reagisce allo stress in modi e tempi diversi e con gradi di resistenza molto variabili. Per questo è stato necessario individuare una misura dello stress che fosse in grado di rendere ragione delle differenze tra singoli individui. Il "carico allostatico" è una sorta di indicatore del "peso biologico" dello stress sull'individuo: maggiore è il valore di tale indicatore, maggiore la probabilità di incorrere in effetti nefasti per la salute.
Detto ciò, ecco che Lazzari, con semplicità e coerenza, ci spiega nei dettagli il funzionamento di quel 'guardiano dell'adattamento' che è lo stress, rivelandoci, in particolare, le vide dirette ed indirette che lo stress presenta nell'agire sull'organismo. E, in contrasto, le azioni che l'organismo attua per fronteggiare lo stress. Emerge il disegno di un vero e proprio network psico-corporeo, entro il quale lo stress è ricondotto ad un modello bio-psico-sociale, disponendo di circuiti che interessano tutti e tre gli ambiti di azione citati: i sistemi biologico, psicologico e sociale in cui è immerso ognuno di noi. Attraverso esempi e grafici e schemi, ecco che l'autore illustra i rapporti tra stress e salute, tra stress e malattia e, infine, per iniziare la fase formativa del libro, tra stess e soggettività. Ecco che, in tre capitoli densi e intriganti, rileggiamo la teoria dell'attaccamento, gli equilibri e gli squilibri delle relazioni interpersonali (non tralasciando l'interazione, a molteplici livelli, tra le famose 'letterine di stile' A,B,C,D...), l'atteggiamento individuale rispetto ai problemi e le distorsioni cognitive proprie di persone con diversi stili comunicativi. Incontriamo i cinque cervelli di cui siamo dotati e le reciproche interazioni. Ritroviamo il rapporto tra emozione e ragione, alla base delle nostre percezioni e decisioni, nonché dei canovacci che da tale rapporto emergono e formano il nostro stare-al-mondo. Ritorna la piramide dei bisogni di Maslow e spunti di analisi transazionale (cfr. Eric Berne, per es., "A che gioco giochiamo?", 2000, Bompiani, Tascabili o Thomas Harris, per es., "Io sono ok, tu sei ok", 2000, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, collana benessere) e un sacco di altri stimoli, tutti organizzati in armonica sinfonia, senza parole difficili, in una esposizione ricca di tabelle di confronto e molto operativa.
Per giungere al punto: la *bilancia*. Bilancia che, da fondamentale strumento per la misurazione del peso di un corpo (...più esattamente, della sua massa...), costituito, in genere, da una leva all'estremità della quale sono sospesi due piatti, diventa modello per 'pesare' grandezze... diverse dal peso, ma non meno significative nell'ottica dello stress. Stress che, ci ricorda Lazzari, ha a che fare con la difesa di un equilibrio, non solo tra individuo e contesto, ma anche all'interno dell'individuo, tra risorse e richieste interiori (che si ritengono, o meno, disponibili) e richieste e risorse esterne che si ritengono, in maggiore o minore misura, presenti e pressanti.
Lo stress nasce dal divario tra il 'piatto' delle richieste e il 'piatto' delle risorse a disposizione per rispondere a tali richieste. Richieste e risorse che, data la nostra soggettiva percezione del mondo, possono essere percepite come interne ed esterne e possono condizionare il nostro stato di ansia e le nostre azioni, legate, peraltro, agli stili di attaccamento acquisiti...
Si può avere una misura del proprio stress adottando la tecnica della bilancia che, ovviamente, prima deve essere 'tarata' in base alle peculiarità di ognuno di noi. Lazzari spiega a fondo e con tanti esempi come 'pesarsi' sulla bilancia, eventualmente con l'aiuto esterno ma, principalmente, attraverso una serie di tecniche atte a garantirci una consapevolezza migliore e, quindi, una misurazione meno affetta da errori.
E poi? Già, perché misurarsi lo stress è una bella cosa ma, magari, ci piacerebbe anche ridurlo un poco, laddove non funzionale al nostro ben-essere.
E qui parte la... seconda parte del testo: misurato lo stress, ecco che Lazzari indica una serie di azioni da intraprendere (su se stessi e sul mondo) per gestire lo stress, per migliorare il rapporto tra i pesi della bilancia, per avvicinarci a quell'equilibrio che, già nel pensiero antico, era simbolo di un sano rapporto tra mente, corpo e ambiente. Qui il testo si fa intrigante e suggestivo: l'autore illustra, con calma, alcune buone prassi da seguire per gestire il nostro meccanismo di adattamento al mondo e conclude con sette regole d'oro che, oltre ad aiutarci nell'affrontare il percorso riequilibrante, sono anche efficace sintesi di quanto proposto nel testo.
Testo che qui non conclude. Non conclude perché manca un 'contrappunto' che si fa appendice, breve storia del 'tensore degli sforzi', raccontata da una ricercatrice in fisica, Silvia Gaudenzi, che si fa ponte verso il mondo che ella stessa, narra, "prima non avrei potuto immaginare!". E' il mondo della fisica, dei campi tensoriali, propri del tensore degli sforzi, appunto, trait d'union tra le basi della materia e le sue espressioni organiche ed inorganiche, tra i microscopici legami atomici alle basi delle molecole del vivente -tra cui proteine, peptidi, sequenze di DNA e RNA, membrane cellulari, mediatori elettrici e chimici- e l'espressione genica ed epigen(et)ica alla base della vita in forma macroscopica. Alla ricerca di quel canto armonico, di quell'oscillazione sincrona che teorie integrate e sempre in evoluzione iniziano a cogliere e ad ascoltare nella sua intrinseca bellezza.
Un libro da leggere, per informarsi e per agire. Per il ben-essere. Che non è cosa da poco!
Guarire con la nuova medicina integrata
"Guarire con la nuova medicina integrata", 2012, Soresi Enzo, Garzia Pierangelo, Rosati Edoardo, Sperling & Kupfer, 220 pp., ci racconta l'evoluzione della medicina 'tradizionale' ed è esso stesso un testo in evoluzione, in rete, sia attraverso il blog a cura di Enzo Soresi e Pierangelo Garzia(http: ... (continue)
"Guarire con la nuova medicina integrata", 2012, Soresi Enzo, Garzia Pierangelo, Rosati Edoardo, Sperling & Kupfer, 220 pp., ci racconta l'evoluzione della medicina 'tradizionale' ed è esso stesso un testo in evoluzione, in rete, sia attraverso il blog a cura di Enzo Soresi e Pierangelo Garzia(http://bioneuroblog.wordpress.com/), da registrare tra le letture giornaliere, sia attraverso la pagina Facebook del libro, sempre ricca di post con gli ultimi aggiornamenti sull'avanzamento della medicina basata sull'evidenza e centrata sul paziente (https://www.facebook.com/pages/La-nuova-medicina-integrata/348053755271792?fref=ts).
Ora, questo testo si può raccontare sotto due punti di vista: quello della struttura e quello del contenuto.
Spenderò poche parole su quest'ultimo, perché in rete, a partire dalle indicazioni di cui sopra, si può trovare tutto il necessario per comprendere la ricchezza di suggestioni e l'oggetto specifico del testo. Testo che solleva, come accennato sopra, l'importante questione della integrazione tra una medicina fondata sull'evidenza e una medicina centrata sul paziente, in cui, cioè, l'agire medico non trascura i bisogni e le preoccupazioni dell'individuo, anzi, questi vengono posti alla base della terapia di cura, che è personale, unica per ogni malato. E che richiede una delicato calibrazione del rapporto "medico-paziente-caregiver", in cui il contesto familiare, affettivo, ambientale rientra nelle variabili da considerare nell'approccio terapeutico. Approccio che contempla una apertura verso tutto quanto esiste, al di là della medicina tradizionale/ufficiale/protocollare, per facilitare la guarigione del malato e per consentirgli di vivere meglio la malattia. Il paziente deve ricuperare la propria responsabilità nella relazione di cura, per favorire il pieno sfruttamento delle proprie risorse interne (emotive ed intellettive). Ora, qui voglio essere chiaro: quando si parla di "al di là della medicina tradizionale", *non* si intende che si rinuncia alla medicina tradizionale, la cui efficacia si è dimostrata valida ed il cui ambito di ricerca è da salvaguardare con le unghie. La medicina integrata, la medicina che 'va al di là', è un'etichetta che, con le parole di Garzia e Rosati, "identifica fondamentalmente l'atteggiamento di quei medici che si guardano bene dall'invitare il paziente a interrompere le terapie standard prescritte (inducendolo ad abbracciare esclusivamente i rimedi 'naturali'), ma lavorano associando i trattamenti farmacologici, chirurgici, radioterapici o comunque ospedalieri con altre sostante o metodiche nell'ambito della medicina un tempo definita 'alternativa' o 'dolce'. Badando bene, per esempio, che il preparato scelto, di provenienza naturale, non vada a interferire con una molecola farmacologica". Questo è un punto da tenere sempre a mente, per non cadere nelle braccia di 'venditori della salute' che, oltre a sottrarre denaro, sottraggono la vita del malato e dei familiari. Quello che la medicina integrata propone è, innanzitutto, una apertura mentale verso procedure e sostanze che riportano evidenze e risultati positivi, ricorrenti e spiegabili, ma che, storicamente, sono state escluse dalla medicina ufficiale. Quello che la medicina integrata richiede è medici senza il paraocchi, come il dott. Enzo Soresi, che è il nostro Omero nell'Odissea di due pazienti raccontata in questo libro e del quale, davvero, consiglio di leggere "Il cervello anarchico", un testo letto il quale non si può più rimanere dormienti nei propri giudizi o pre-giudizi sulla salute. Nessuno è un guru della medicina e men che meno Enzo Soresi che, se così è definito, si altera assai. Ma tutti possono essere ottimi guaritori, laddove integrino nel loro approccio alla cura parole come 'centralità' del paziente, soggettività, diritto di sapere, sollievo, assistenza, aiuto e, come sempre, un pizzico di sensibilità ed empatia.
Passiamo alla struttura del testo, perché qui c'è qualcosa da notare. Il testo è articolato in capitoli, lungo ed entro i quali Enzo Soresi narra delle traghettate nel mare magnum della medicina alternativa, offrendoci la propria esperienza circostanziata e contestualizzata nel racconto di due persone malate, racconto che 'dà il la' per le esplorazioni in terre 'alternative' della medicina. All'interno di ogni capitolo ci sono schede di approfondimento semplici e ricche di informazioni su alcuni dei temi principali della medicina integrata o contenenti spiegazioni semplici di meccanismi chimici o organici complessi. Prefazione, introduzione e conclusioni contengono la cornice del testo, dove si riassumono le conclusioni sinora raggiunte sul tema della medicina integrata e dove si raccolgono le principali questioni ancora aperte.
Interessante, però, è l'ultima sezione, riduttivamente denominata 'bibliografia' ma che, invece, costituisce una vasta fonte di informazione di riferimento, tematicamente suddivisa (aging, alimentazione, omeopatia, placebo, stili di vita, etc.), sulle frontiere di ricerca di medicina integrata. Non solo una bibliografia, perché in realtà offre consigli e rimandi a Istituti, network, studiosi del settore, rimandi che poi, per completezza, vengono sostenuti da una vasta linkografia, che testimonia della presenza in Internet della medicina integrata.
Ora, la mia perplessità è questa: il testo -se lo leggiamo ce ne accorgiamo dopo poche righe- è stato scritto straripante di entusiasmo e passione (un po' come il testo in parte simile, "La biologia delle credenze", di Bruce H. Lipton), il che è un bene, perché ha portato a redarre un contributo non da poco. La mole di riferimenti internet e bibliografici riportati ha, tuttavia, un limite proprio nella sua stessa vastità. In che senso? Nel senso che quanto scritto dagli autori e buona parte della bibliografia classica è in qualche modo 'validato', sicuro, non parte per la tangente di illusioni o misinterpretazioni. Invece, esaminando, come ho fatto, i siti citati, occorre che il lettore/fruitore di tali siti abbia un atteggiamento un po' "smaliziato" rispetto ai temi trattati. Perché qualche volta questi vengono spinti al di là... di quel iniziale 'al di là' con cui abbiamo definito la medicina integrata. In buona fede, si intende. Ma anche in buona fede si rischia, a mio avviso, di fare intraprendere al lettore meno esperto, o non accompagnato, delle strade poco sicure. Detto ciò, sono convinto che il rischio sia molto inferiore al vantaggio potenzialmente conseguibile. E che l'informazione in medicina integrata vada diffusa. Ma non potevo, lettore responsabile quale il testo stesso richiede, prescindere dall'osservare questo potenziale pericolo. Per il resto, per tutto il resto, si tratta di un libro da leggere e da seguire in rete quale base sicura di esplorazione da cui partire verso terreni alternativi e a cui ritornare per riposarsi e riprendere... a navigare!
Nella mente degli altri
"Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale", (112 pp., 2007, Zanichelli, Chiavi di lettura), di Giacomo Rizzolatti, professore ordinario di Fisiologia Umana all'Università degli Studi di Parma, dove è direttore del Dipartimento di Neuroscienze, e Lisa Vozza, biologa e divulg ... (continue)
"Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale", (112 pp., 2007, Zanichelli, Chiavi di lettura), di Giacomo Rizzolatti, professore ordinario di Fisiologia Umana all'Università degli Studi di Parma, dove è direttore del Dipartimento di Neuroscienze, e Lisa Vozza, biologa e divulgatrice scientifica, nonché Scientific Officer presso l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), è un piccolo libretto che spiega per bene e senza tecnicismi i meccanismi alla base dei neuroni specchio, non mancando di collocare le conseguenze della scoperta di questi ultimi nell'ambito di diverse discipline.
Tutto comincia "[...] all'Università di Parma, all'inizio degli anni Novanta. Giacomo Rizzolatti, Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese sono alle prese con i neuroni motori. In laboratorio ci sono spesso noccioline americane: a volte sono l'oggetto con cui le scimmie compiono azioni, a volte la ricompensa per un compito appena eseguito con un oggetto diverso. Le arachidi però fanno gola a tutti, non solo ai macachi. Così capita che, nella pausa fra una registrazione e l'altra, chi segue gli esperimenti ne 'rubi' qualcuna dal contenitore preparato per gli animali. In occasione di qualcuno di questi 'furti', proprio nel momento in cui il ricercatore di turno sta portando alla bocca una manciata di noccioline, l'oscilloscopio che registra l'attività dei neuroni della scimmia emette un tac-tac-tac molto singolare. Il macaco infatti è fermo e non sta interagendo con nessun oggetto..." - così, ancora una volta per un episodio di serendipità, inizia una ricerca che porterà in breve a collegare lo studio del movimento con gli studi sull'osservazione, la ripetizione e l'imitazione, in una affascinante storia di ipotesi ed esperimenti che, sotto la guida dei nostri due eccellenti autori, ci porterà sino alle origini del linguaggio e alle rivelazioni più sorprendenti relative al "sistema specchio" che pervade l'agire umano. Rivelazioni che è bello scoprire leggendo questo agile manuale, racconto ricco di aneddoti ed episodi cruciali nella scoperta della base neurale della percezione dell'emozione e del comportamento negli altri e, di riflesso (appunto!), in noi stessi, senza cui stare al mondo sarebbe impresa davvero difficile. Moltissimi gli spunti, organizzati in dieci brevi capitoletti dai titoli accattivanti...
Se si è curiosi, ma molto curiosi, e non volete attendere di avere il libretto tra le mani, ecco il link ad un blog dove si trova una articolata recensione/descrizione del testo:
http://scienzadecisione.blogspot.it/2010/03/nella-mente…
Buona lettura!