Come in un quadro di Escher: l'inquietudine dell'identità tra libertà e sicurezza
Il piccolo libro di Bauman è uno strumento prezioso per orientarsi tra le variegate sfaccettature del “problema dell'identità”: il sociologo polacco riesce infatti ad analizzare, con implacabile lucidità e chirurgica precisione, i molteplici elementi che caratterizzano questo tema denso e complesso.
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Il piccolo libro di Bauman è uno strumento prezioso per orientarsi tra le variegate sfaccettature del “problema dell'identità”: il sociologo polacco riesce infatti ad analizzare, con implacabile lucidità e chirurgica precisione, i molteplici elementi che caratterizzano questo tema denso e complesso. In primis Bauman mette in evidenza come, con la crisi dello Stato-nazione, siano emerse prepotentemente le ambiguità che attraversano il concetto di identità: da un lato infatti le identità sono sempre più volatili, elusive e interscambiabili, dall'altro esse si irrigidiscono e si cristallizzano in identità armate, a radice unica, che ruotano attorno al concetto di comunità (Gemeinschaft). Bauman però è attento a non lanciarsi in facili e entusiastici elogi della precarietà, delle identità deboli e fluide. Il celebre sociologo, sulla scia delle scienze sociali contemporanee, riconosce lo status precario, incompleto e proteiforme dell'identità, la quale è sempre in qualche modo costruita, inventata, frutto di una continua attività di bricolage: l'identità è un puzzle imperfetto e incompleto a cui manca sempre qualche pezzo. Ciononostante Bauman mette in guardia dalle identità eccessivamente liquide, precarie, flessibili in quanto, in primo luogo, esse sono sintomo della superficialità dei rapporti che connota la “modernità liquida” e, in secondo luogo, rispecchiano il modello liberale-capitalistico, per il quale anche l'identità diventa un prodotto commerciale da usare, consumare, cambiare, gettare. In tale prospettiva ogni individuo può scegliere e forgiare la propria identità come se fosse un abito da da indossare, esibire, scartare (identità pret-à-porter): “le identità ormai svolazzano liberamente e sta ai singoli individui afferrarle al volo usando le proprie capacità e i propri strumenti”. Scorrazzare liberamente nel bazar multiculturale globale per potersi costruire la propria identità è però un privilegio di una ristretta minoranza che può viaggiare senza limiti (élite cosmopolita senza radici). La maggioranza degli abitanti del pianeta invece resta fissa in un posto e non può viaggiare liberamente, in quanto verrebbe fermata al primo confine, rispedita a casa o rinchiusa nei campi per “immigrati clandestini”. L'identità (nella sua concezione moderna e individualistica) agisce così come un fattore di discriminazione e di esclusione per tutti coloro, gli “scarti” della globalizzazione, che non hanno accesso al mercato globale dei consumatori (di identità) e, di conseguenza, vedono nel richiamo della comunità (Gemeinschaft) una prospettiva invitante, un atto di resistenza, un'alternativa confortante. In tale direzione Bauman critica il modello imperante e “dongiovannesco” della libertà estrema, del “cosmopolitismo senza radici” che è ad appannaggio di una ristretta élite e evidenzia come il bisogno di un “noi”, il senso di sicurezza, l'appartenenza ad una comunità siano altrettanto importanti per il benessere dell'uomo. Libertà e sicurezza costituiscono infatti “i due poli entrambi amati e indispensabili per una vita umana decente e compiuta tutto sta nel saper sapientemente dosare queste due esigenze irrinunciabili, nel sapere trovare un equilibrio, nel trovare i giusti mezzi per un determinato fine. Un esercizio non facile e mai finito che costituisce una vera e propria “arte della vita”, a cui l'identità però non sembra contribuire un granché, rivelandosi uno strumento quantomai inadeguato, visto che finisce sempre per sfruttare “fino in fondo uno, e uno soltanto, dei due valori”.
Il secolo dei Lumi e delle "buone maniere" (note su "Il brodo indiano" di Piero Camporesi)
Ne “Il brodo indiano” Camporesi racconta la profonda trasformazione della moda e del gusto che ha segnato l'Europa del Settecento. Nel secolo dei Lumi, infatti, cambia radicalmente il rapporto dell'individuo con il corpo, il cibo, l'abito: in contrapposizione all'eccesso barocco si impone un modell
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Ne “Il brodo indiano” Camporesi racconta la profonda trasformazione della moda e del gusto che ha segnato l'Europa del Settecento. Nel secolo dei Lumi, infatti, cambia radicalmente il rapporto dell'individuo con il corpo, il cibo, l'abito: in contrapposizione all'eccesso barocco si impone un modello di raffinatezza, di delicatezza, di eleganza misurata che influisce sull'ideale di bellezza, sulla cucina e sulla moda del secolo. Il Settecento, in contrapposizione ai corpi pesanti e grevi del Seicento, prevede corpi snelli, scattanti, asciutti, fasciati in abiti stretti e attillati come vuole la moda del tempo. Alla calda femminilità seicentesca, inoltre, il “secolo purgato” risponde con “donne-fiori, aeree, leggere, sciolte come giunchi, mobili come notturne farfalle”, donne algide, snelle, eteree, eleganti nelle sale da ballo illuminate a giorno in un'epoca che vede la definitiva vittoria della cultura sulla natura, del tempo notturno sul tempo diurno: la notte nel Settecento non è più il tempo sinistro e spaventoso delle streghe e degli spettri, ma è “illuminata da sfavillanti lampadari” e diventa il regno della seduzione femminile. Questa nuova estetica settecentesca, fondata sulla leggerezza e sulla raffinatezza, trova corrispondenza in una rinnovato gusto culinario: vengono messi al bando alimenti ritenuti volgari e rozzi, dai sapori e odori forti, come la cipolla, il formaggio, il cavolo, l'aglio. Le carni nere, viscide e pesanti, che troneggiavano nei banchetti seicenteschi, vengono sostituite dalle carni bianche e leggere, dalle molli e gelatinose ostriche e dai tartufi, “sotterranei frutti nutriti di tenebre, di rugiade notturne, di linfe opache”. Le vere protagoniste della tavola illuministica sono però le bevande: sorbetti, limonate, aranciate e soprattutto il caffè (che diventa uno dei simboli più importanti di quest'epoca) e il leggendario “brodo indiano”, la cioccolata, che incontra un successo straordinario tra le classi agiate e diventa l'emblema dell'esterofilia, del gusto per l'esotico e del cosmopolitismo culinario della cultura settecentesca. La nuova ratio ciborum sancisce la supremazia della cucina francese, illuminata, raffinata, cosmopolita: la Francia, culla della civilisation e depositaria della nuova “scienza di saper vivere”, diventa così il centro propulsore della nuova arte culinaria e esporta in tutta Europa cuochi (ma anche parrucchieri, sarti e maestri di ballo), divulgatori delle nuove tendenze del gusto e della moda. Anche in Italia si afferma progressivamente la cultura alimentare transalpina e nelle cucine nobiliari della Penisola diventa quasi d'obbligo assumere un cuisiner francese, esperto di “pranzi e cene dilicate”, perfetto interprete del nuovo “gusto del secolo” che prevede “diete leggere, carezzevoli, piatti vellutati e insinuanti, morbidamente dolci e addobbati con capricciosa grazia su agili tavolini dalla gambe snelle e mosse”. La cucina italiana, di fronte alla marcia trionfale della cuisine française, entra in una fase di crisi, di riflessione e di ripensamento anche se la riforma illuministica della tavola trova, in alcuni casi, “tenaci resistenze e ostinati rifiuti”: tra i ceti elevati italiani, infatti, sopravvive felicemente il mangiar sostanzioso e saporito, la “mensa larga” di tradizione tardo-rinascimentale. Il modello alimentare settecentesco è pensato non solo per il palato, ma anche e soprattutto per l'occhio: le vivande e le portate sono disposte secondo una precisa ratio convivialis, un ordine geometrico che organizza sapori e colori, i quali “si fondono nel concerto ben temperato del pranzo come in una elegante frase musicale”. La componente visiva del cibo viene esaltata dall'utilizzo di un raffinato corredo di leggiadre suppellettili (porcellane, cristalli, tazzine, teiere etc) allineate nella credenza o perfettamente disposte in tavola. La mensa, impreziosita da decori effimeri, raffinati, leggiadri, deve garantire un colpo d'occhio ad effetto e diventa così una scenografia, caratterizzata dalla policromia e dalla miniaturizzazione, in perfetto stile rococò. La poetica della delicatezza e della raffinatezza, alimentata dalle nuove tendenze filosofiche, trova dunque compimento in un'arte culinaria e credenziera che postula “sapori fini e pastellati, riflessivi e meditati secondo lo stile di una cucina misurata e composta, pensata per commensali frizzanti e spiritosi, per sensibili “attillati damerini” e per dame leggere che si muovevano, seguendo i ritmi e le cadenze della nuova gestualità, tra argenterie e suppellettili finissime, tra aeree e sottilissime porcellane che sembravano esprimere, con le loro fragili presenze, lo stesso esprit de finesse delle mani che le muovevano”. Il Settecento è così, secondo la retorica del tempo, l'epoca delle “buone maniere” connotata dal raffinamento progressivo dei costumi e dalla civilizzazione graduale del gusto: la società “illuminata” del Settecento è ansiosa di prendere le distanze dall'eredità dei secoli bui e rozzi che l'hanno preceduta e si colloca pertanto in un rapporto di radicale discontinuità e evidente rottura con il passato. Il gusto “riformato” del bel mondo si erge così come una barriera temporale nei confronti delle epoche precedenti, ma anche come una barriera sociale nei confronti del mondo popolare: il modello estetico e alimentare, improntato alla raffinatezza e alla delicatezza, si pone infatti come un “dispositivo di rafforzamento delle frontiere dello status privilegiato” che contribuisce a scavare un fossato incolmabile tra l'aristocrazia e le classi popolari. Nella seconda metà del Settecento, però, l'élite pagherà cara l'indifferenza e la chiusura verso le classi inferiori: la Rivoluzione francese infatti spazzerà via in poco tempo l'ancien régime e con esso la delicata frivolezza e l'aristocratica raffinatezza che l'avevano contraddistinto.
In questo delizioso saggio Camporesi riesce a delineare e descrivere, con eccezionale precisione, l'alta società del primo Settecento: la sua è una scrittura fortemente “visiva” ed evocativa che permette al lettore di immergersi totalmente, come in un quadro di Watteau, Liotard o Hogarth, nell'atmosfera ovattata e delicata delle tavole e dei salotti settecenteschi. Il libro è inoltre straordinariamente denso e dotto: l'erudizione di Camporesi non è però formale, manieristica, pesante, ma è un'erudizione di sostanza, alleggerita da un linguaggio agile e levigato. “Il brodo indiano” non è così un semplice saggio di storia del costume e del gusto, ma è un piccolo scrigno fatto di brevi capitoli perfettamente cesellati e scintillanti come gemme. Assolutamente da leggere.
Con questo libro Jacques Le Goff, percorrendo la strada pionieristicamente aperta da Marc Bloch, si propone di “dare posto alle avventure del corpo” nella società medievale. Il corpo ha una storia e la storia si è espressa attraverso il corpo. La storia è stata, però, “spogliata del suo corpo, dell
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Con questo libro Jacques Le Goff, percorrendo la strada pionieristicamente aperta da Marc Bloch, si propone di “dare posto alle avventure del corpo” nella società medievale. Il corpo ha una storia e la storia si è espressa attraverso il corpo. La storia è stata, però, “spogliata del suo corpo, della sua carne, dei suoi visceri, delle sue gioie e miserie”. Il corpo è stato a lungo ignorato dagli storici in quanto, essendo considerato un dato naturale, non era ritenuto un oggetto degno di interesse per gli studiosi. Con l'emergere e il consolidamento delle scienze sociali, però, si è imposta una concezione diversa del corpo: esso non è un mero dato biologico, ma una costruzione sociale, culturale, simbolica, storica. Fatta propria questa nuova visione del corpo, gli storici (in primis quelli della "scuola delle Annales") hanno preso coscienza della corporeità della storia e della storicità del corpo. Sulla scia di studiosi come Marc Bloch e Lucien Febvre, Le Goff si propone così di scrivere una storia del corpo, una storia “fatta di carne e sangue”, con particolare riferimento al Medioevo in quanto tale epoca, secondo lo storico francese, rappresenterebbe la matrice del presente: fare luce sulle vicende del corpo nel Medioevo permetterebbe dunque di capire un po' meglio, “nelle stupefacenti convergenze e nelle irriducibili divergenze”, alcune dinamiche del nostro tempo. Le Goff parte da un assunto fondamentale: l'atteggiamento medievale nei confronti del corpo è ambivalente, attraversato da tensioni e contraddizioni. Da una parte, infatti, il corpo è disprezzato, condannato, mortificato, dall'altra, il corpo è glorificato, esaltato (venerazione del corpo martoriato e sofferente di Cristo). Tra mortificazione e glorificazione, tra peccato originale e incarnazione, il corpo medievale è il luogo del paradosso, della contraddizione, della tensione. All'ideologia anticorporale e ai tentativi di civilizzazione del corpo messi in atto dalla Chiesa, si contrappone infatti una controcultura popolare, carnevalesca, una sorta di “anti-civiltà” che fa della vitalità del corpo la sua caratteristica peculiare: “il corpo umano e sociale si muove e fa baldoria, all'ombra della quaresima perpetua dei chierici e quella occasionale dei laici”. Il corpo medievale oscilla così tra Quaresima e Carnevale, tra magro e grasso, tra astinenze ed eccessi, occupando un ruolo centrale nell'immaginario e nella realtà del Medioevo. Il saggio di Le Goff, seppur a tratti un pò dispersivo, superficiale e didascalico, offre spunti originali e suggestivi (almerno dal mio punto di vista "antropologico") e si propone come una lettura scorrevole e godibile. Molto interessante, inoltre, l'introduzione in cui Le Goff ricostruisce, a grandi linee, i percorsi della "storia del corpo".
Aglio, menta e basilico: per un elogio del Mediterraneo
”Aglio, menta e basilico” di Jean-Claude Izzo è un libro semplice, caldo e fragrante come il pane.Un elogio appassionato del Mediterraneo (il “mare bianco di mezzo” come lo chiamano gli arabi), dei suoi sapori (l’aglio, la menta e il basilico, appunto) e, soprattutto, delle sue città: da Tangeri a N
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”Aglio, menta e basilico” di Jean-Claude Izzo è un libro semplice, caldo e fragrante come il pane.Un elogio appassionato del Mediterraneo (il “mare bianco di mezzo” come lo chiamano gli arabi), dei suoi sapori (l’aglio, la menta e il basilico, appunto) e, soprattutto, delle sue città: da Tangeri a Napoli, da Barcellona a Genova, da Alessandria a Istanbul. In una sua personale “geografia delle felicità possibili” Izzo dichiara il suo amore sviscerato per queste città mediterranee: “E ognuna di queste città, con le sue stradine strette, tortuose, pullulanti di gente, mi ha offerto i suoi colori, i suoi frutti, i suoi fiori, i gesti dei suoi uomini e lo sguardo delle sue donne”. Ma è Marsiglia, città natale di Izzo, il luogo più amato. Marsiglia “bastarda”, volgare, selvaggia, accattivante come una zingara dallo sguardo fiero e sfacciato. Marsiglia è una donna che ride forte e che si trucca troppo, è una puttana dei vicoli. Ma sta proprio in questa esagerazione il suo fascino più profondo: “Marsiglia esagera, sempre. È la sua essenza”. Spudorata ma accogliente Marsiglia “si dà senza opporre resistenza a chi sa prenderla, amarla” a quegli uomini perduti, figli dell’esilio che qui hanno trovato casa. Hommes perdus d’autres ports, qui portez avec vous la conscience du monde…
Il libro di Izzo non è però solamente un poetico canto d’amore per il Mediterraneo, esso delinea anche una visione politica dell’ “esperienza mediterranea”, intesa come espressione di una nuova cultura aperta, meticcia, creola che si oppone al pensiero omologante e separatista del Nord (della Banca mondiale e dei capitali privati internazionali): “ Sì, guardando il mare credo che se c’è un futuro per l’Europa, un futuro bello, è in ciò che Edouard Glissant chiama ‘creolità mediterranea’”. Izzo, al “pensiero atlantico” dominante, contrappone così un’ “alternativa mediterranea”, per la quale il “mare di mezzo” possa tornare ad essere uno spazio aperto, fluido, un ponte, un legame. Il libro di Izzo tocca così alcune tematiche di stridente attualità: viviamo infatti in un epoca “atlantica”, dominata da un capitalismo sfrenato, in cui anche il tollerante Mediterraneo sta diventando sempre più un muro tra Europa e mondo arabo, tra Oriente e Occidente e un cimitero per milioni di migranti, per quei “dannati della terra” che bussano alle porte di una Fortezza Europa sempre più impaurita e ripiegata nella sua arrogante ma fragile solitudine. In tal senso il messaggio di apertura dello scrittore francese si configura come una vera e propria boccata d’aria, rinnovando la speranza che il Mediterraneo possa diventare un “appello alla riconciliazione”, uno spazio di connessione e di incontro.
“Lì con lo sguardo perso, innamorato, ricordo che mi sono detto che non c’è niente di più bello, di più significativo, per chi ama con lo stesso amore l’Africa e il Mediterraneo, che contemplare la loro unione in questo mare”
Sono immersa nella lettura del “Libro d’ore” di Rainer Maria Rilke, una sorta di preghiera in forma di poesia (o una poesia in forma di preghiera?). Il libro è bellissimo e “verticale”, in una continua tensione verso l’Alt(r)o. Da leggere nelle ore notturne, in der Sternenstille, nel silenzio delle
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Sono immersa nella lettura del “Libro d’ore” di Rainer Maria Rilke, una sorta di preghiera in forma di poesia (o una poesia in forma di preghiera?). Il libro è bellissimo e “verticale”, in una continua tensione verso l’Alt(r)o. Da leggere nelle ore notturne, in der Sternenstille, nel silenzio delle stelle.
La mia vita non è quest’ora ripida che mi vedi scalare in fretta. Sono un albero innanzi all’orizzonte, una delle mie molte bocche, e la prima a chiudersi.
Sono l’attimo tra due suoni che male s’accordano perché il suono morte vuole emergere –
Ma nella pausa buia si riconciliano entrambi tremando.
E bello resta il canto.
Artigiani siamo: garzoni, muratori, maestri e siamo qui a costruirti, alta navata. A volte giunge uno straniero cupo, scintilla per i nostri cento spiriti, e ci mostra tremando un nuovo appiglio.
Saliamo ponti vacillanti,
grevi martelli nelle nostre mani Finché l’attimo non ci bacia in fronte viene da te come il vento dal mare fulgendo quasi conoscesse tutto.
Intervista sull'identità
Il piccolo libro di Bauman è uno strumento prezioso per orientarsi tra le variegate sfaccettature del “problema dell'identità”: il sociologo polacco riesce infatti ad analizzare, con implacabile lucidità e chirurgica precisione, i molteplici elementi che caratterizzano questo tema denso e complesso. ... (continue)
Il piccolo libro di Bauman è uno strumento prezioso per orientarsi tra le variegate sfaccettature del “problema dell'identità”: il sociologo polacco riesce infatti ad analizzare, con implacabile lucidità e chirurgica precisione, i molteplici elementi che caratterizzano questo tema denso e complesso. In primis Bauman mette in evidenza come, con la crisi dello Stato-nazione, siano emerse prepotentemente le ambiguità che attraversano il concetto di identità: da un lato infatti le identità sono sempre più volatili, elusive e interscambiabili, dall'altro esse si irrigidiscono e si cristallizzano in identità armate, a radice unica, che ruotano attorno al concetto di comunità (Gemeinschaft). Bauman però è attento a non lanciarsi in facili e entusiastici elogi della precarietà, delle identità deboli e fluide. Il celebre sociologo, sulla scia delle scienze sociali contemporanee, riconosce lo status precario, incompleto e proteiforme dell'identità, la quale è sempre in qualche modo costruita, inventata, frutto di una continua attività di bricolage: l'identità è un puzzle imperfetto e incompleto a cui manca sempre qualche pezzo. Ciononostante Bauman mette in guardia dalle identità eccessivamente liquide, precarie, flessibili in quanto, in primo luogo, esse sono sintomo della superficialità dei rapporti che connota la “modernità liquida” e, in secondo luogo, rispecchiano il modello liberale-capitalistico, per il quale anche l'identità diventa un prodotto commerciale da usare, consumare, cambiare, gettare. In tale prospettiva ogni individuo può scegliere e forgiare la propria identità come se fosse un abito da da indossare, esibire, scartare (identità pret-à-porter): “le identità ormai svolazzano liberamente e sta ai singoli individui afferrarle al volo usando le proprie capacità e i propri strumenti”.
Scorrazzare liberamente nel bazar multiculturale globale per potersi costruire la propria identità è però un privilegio di una ristretta minoranza che può viaggiare senza limiti (élite cosmopolita senza radici). La maggioranza degli
abitanti del pianeta invece resta fissa in un posto e non può viaggiare liberamente, in quanto verrebbe fermata al primo confine, rispedita a casa o rinchiusa nei campi per “immigrati
clandestini”. L'identità (nella sua concezione moderna e individualistica) agisce così come un fattore di discriminazione e di esclusione per tutti coloro, gli “scarti” della globalizzazione, che non hanno accesso al mercato globale dei consumatori (di identità) e, di conseguenza, vedono nel richiamo della comunità (Gemeinschaft) una prospettiva invitante, un atto di resistenza, un'alternativa confortante. In tale direzione Bauman critica il modello imperante e “dongiovannesco” della libertà estrema, del “cosmopolitismo senza radici” che è ad appannaggio di una ristretta élite e evidenzia come il bisogno di un “noi”, il senso di sicurezza, l'appartenenza ad una comunità siano altrettanto importanti per il benessere dell'uomo. Libertà e sicurezza costituiscono infatti “i due poli entrambi amati e indispensabili per una vita umana decente e compiuta tutto sta nel saper sapientemente dosare queste due esigenze irrinunciabili, nel sapere trovare un equilibrio, nel trovare i giusti mezzi per un determinato fine. Un esercizio non facile e mai finito che costituisce una vera e propria “arte della vita”, a cui l'identità però non sembra contribuire un granché, rivelandosi uno strumento quantomai inadeguato, visto che finisce sempre per sfruttare “fino in fondo uno, e uno soltanto, dei due valori”.
Il brodo indiano
Ne “Il brodo indiano” Camporesi racconta la profonda trasformazione della moda e del gusto che ha segnato l'Europa del Settecento. Nel secolo dei Lumi, infatti, cambia radicalmente il rapporto dell'individuo con il corpo, il cibo, l'abito: in contrapposizione all'eccesso barocco si impone un modell ... (continue)
Ne “Il brodo indiano” Camporesi racconta la profonda trasformazione della moda e del gusto che ha segnato l'Europa del Settecento. Nel secolo dei Lumi, infatti, cambia radicalmente il rapporto dell'individuo con il corpo, il cibo, l'abito: in contrapposizione all'eccesso barocco si impone un modello di raffinatezza, di delicatezza, di eleganza misurata che influisce sull'ideale di bellezza, sulla cucina e sulla moda del secolo. Il Settecento, in contrapposizione ai corpi pesanti e grevi del Seicento, prevede corpi snelli, scattanti, asciutti, fasciati in abiti stretti e attillati come vuole la moda del tempo. Alla calda femminilità seicentesca, inoltre, il “secolo purgato” risponde con “donne-fiori, aeree, leggere, sciolte come giunchi, mobili come notturne farfalle”, donne algide, snelle, eteree, eleganti nelle sale da ballo illuminate a giorno in un'epoca che vede la definitiva vittoria della cultura sulla natura, del tempo notturno sul tempo diurno: la notte nel Settecento non è più il tempo sinistro e spaventoso delle streghe e degli spettri, ma è “illuminata da sfavillanti lampadari” e diventa il regno della seduzione femminile. Questa nuova estetica settecentesca, fondata sulla leggerezza e sulla raffinatezza, trova corrispondenza in una rinnovato gusto culinario: vengono messi al bando alimenti ritenuti volgari e rozzi, dai sapori e odori forti, come la cipolla, il formaggio, il cavolo, l'aglio. Le carni nere, viscide e pesanti, che troneggiavano nei banchetti seicenteschi, vengono sostituite dalle carni bianche e leggere, dalle molli e gelatinose ostriche e dai tartufi, “sotterranei frutti nutriti di tenebre, di rugiade notturne, di linfe opache”. Le vere protagoniste della tavola illuministica sono però le bevande: sorbetti, limonate, aranciate e soprattutto il caffè (che diventa uno dei simboli più importanti di quest'epoca) e il leggendario “brodo indiano”, la cioccolata, che incontra un successo straordinario tra le classi agiate e diventa l'emblema dell'esterofilia, del gusto per l'esotico e del cosmopolitismo culinario della cultura settecentesca.
La nuova ratio ciborum sancisce la supremazia della cucina francese, illuminata, raffinata, cosmopolita: la Francia, culla della civilisation e depositaria della nuova “scienza di saper vivere”, diventa così il centro propulsore della nuova arte culinaria e esporta in tutta Europa cuochi (ma anche parrucchieri, sarti e maestri di ballo), divulgatori delle nuove tendenze del gusto e della moda. Anche in Italia si afferma progressivamente la cultura alimentare transalpina e nelle cucine nobiliari della Penisola diventa quasi d'obbligo assumere un cuisiner francese, esperto di “pranzi e cene dilicate”, perfetto interprete del nuovo “gusto del secolo” che prevede “diete leggere, carezzevoli, piatti vellutati e insinuanti, morbidamente dolci e addobbati con capricciosa grazia su agili tavolini dalla gambe snelle e mosse”. La cucina italiana, di fronte alla marcia trionfale della cuisine française, entra in una fase di crisi, di riflessione e di ripensamento anche se la riforma illuministica della tavola trova, in alcuni casi, “tenaci resistenze e ostinati rifiuti”: tra i ceti elevati italiani, infatti, sopravvive felicemente il mangiar sostanzioso e saporito, la “mensa larga” di tradizione tardo-rinascimentale.
Il modello alimentare settecentesco è pensato non solo per il palato, ma anche e soprattutto per l'occhio: le vivande e le portate sono disposte secondo una precisa ratio convivialis, un ordine geometrico che organizza sapori e colori, i quali “si fondono nel concerto ben temperato del pranzo come in una elegante frase musicale”. La componente visiva del cibo viene esaltata dall'utilizzo di un raffinato corredo di leggiadre suppellettili (porcellane, cristalli, tazzine, teiere etc) allineate nella credenza o perfettamente disposte in tavola. La mensa, impreziosita da decori effimeri, raffinati, leggiadri, deve garantire un colpo d'occhio ad effetto e diventa così una scenografia, caratterizzata dalla policromia e dalla miniaturizzazione, in perfetto stile rococò.
La poetica della delicatezza e della raffinatezza, alimentata dalle nuove tendenze filosofiche, trova dunque compimento in un'arte culinaria e credenziera che postula “sapori fini e pastellati, riflessivi e meditati secondo lo stile di una cucina misurata e composta, pensata per commensali frizzanti e spiritosi, per sensibili “attillati damerini” e per dame leggere che si muovevano, seguendo i ritmi e le cadenze della nuova gestualità, tra argenterie e suppellettili finissime, tra aeree e sottilissime porcellane che sembravano esprimere, con le loro fragili presenze, lo stesso esprit de finesse delle mani che le muovevano”.
Il Settecento è così, secondo la retorica del tempo, l'epoca delle “buone maniere” connotata dal raffinamento progressivo dei costumi e dalla civilizzazione graduale del gusto: la società “illuminata” del Settecento è ansiosa di prendere le distanze dall'eredità dei secoli bui e rozzi che l'hanno preceduta e si colloca pertanto in un rapporto di radicale discontinuità e evidente rottura con il passato. Il gusto “riformato” del bel mondo si erge così come una barriera temporale nei confronti delle epoche precedenti, ma anche come una barriera sociale nei confronti del mondo popolare: il modello estetico e alimentare, improntato alla raffinatezza e alla delicatezza, si pone infatti come un “dispositivo di rafforzamento delle frontiere dello status privilegiato” che contribuisce a scavare un fossato incolmabile tra l'aristocrazia e le classi popolari. Nella seconda metà del Settecento, però, l'élite pagherà cara l'indifferenza e la chiusura verso le classi inferiori: la Rivoluzione francese infatti spazzerà via in poco tempo l'ancien régime e con esso la delicata frivolezza e l'aristocratica raffinatezza che l'avevano contraddistinto.
In questo delizioso saggio Camporesi riesce a delineare e descrivere, con eccezionale precisione, l'alta società del primo Settecento: la sua è una scrittura fortemente “visiva” ed evocativa che permette al lettore di immergersi totalmente, come in un quadro di Watteau, Liotard o Hogarth, nell'atmosfera ovattata e delicata delle tavole e dei salotti settecenteschi.
Il libro è inoltre straordinariamente denso e dotto: l'erudizione di Camporesi non è però formale, manieristica, pesante, ma è un'erudizione di sostanza, alleggerita da un linguaggio agile e levigato. “Il brodo indiano” non è così un semplice saggio di storia del costume e del gusto, ma è un piccolo scrigno fatto di brevi capitoli perfettamente cesellati e scintillanti come gemme. Assolutamente da leggere.
Il corpo nel Medioevo
Con questo libro Jacques Le Goff, percorrendo la strada pionieristicamente aperta da Marc Bloch, si propone di “dare posto alle avventure del corpo” nella società medievale.continue)
Il corpo ha una storia e la storia si è espressa attraverso il corpo. La storia è stata, però, “spogliata del suo corpo, dell ... (
Con questo libro Jacques Le Goff, percorrendo la strada pionieristicamente aperta da Marc Bloch, si propone di “dare posto alle avventure del corpo” nella società medievale.
Il corpo ha una storia e la storia si è espressa attraverso il corpo. La storia è stata, però, “spogliata del suo corpo, della sua carne, dei suoi visceri, delle sue gioie e miserie”. Il corpo è stato a lungo ignorato dagli storici in quanto, essendo considerato un dato naturale, non era ritenuto un oggetto degno di interesse per gli studiosi. Con l'emergere e il consolidamento delle scienze sociali, però, si è imposta una concezione diversa del corpo: esso non è un mero dato biologico, ma una costruzione sociale, culturale, simbolica, storica. Fatta propria questa nuova visione del corpo, gli storici (in primis quelli della "scuola delle Annales") hanno preso coscienza della corporeità della storia e della storicità del corpo. Sulla scia di studiosi come Marc Bloch e Lucien Febvre, Le Goff si propone così di scrivere una storia del corpo, una storia “fatta di carne e sangue”, con particolare riferimento al Medioevo in quanto tale epoca, secondo lo storico francese, rappresenterebbe la matrice del presente: fare luce sulle vicende del corpo nel Medioevo permetterebbe dunque di capire un po' meglio, “nelle stupefacenti convergenze e nelle irriducibili divergenze”, alcune dinamiche del nostro tempo.
Le Goff parte da un assunto fondamentale: l'atteggiamento medievale nei confronti del corpo è ambivalente, attraversato da tensioni e contraddizioni. Da una parte, infatti, il corpo è disprezzato, condannato, mortificato, dall'altra, il corpo è glorificato, esaltato (venerazione del corpo martoriato e sofferente di Cristo). Tra mortificazione e glorificazione, tra peccato originale e incarnazione, il corpo medievale è il luogo del paradosso, della contraddizione, della tensione. All'ideologia anticorporale e ai tentativi di civilizzazione del corpo messi in atto dalla Chiesa, si contrappone infatti una controcultura popolare, carnevalesca, una sorta di “anti-civiltà” che fa della vitalità del corpo la sua caratteristica peculiare: “il corpo umano e sociale si muove e fa baldoria, all'ombra della quaresima perpetua dei chierici e quella occasionale dei laici”. Il corpo medievale oscilla così tra Quaresima e Carnevale, tra magro e grasso, tra astinenze ed eccessi, occupando un ruolo centrale nell'immaginario e nella realtà del Medioevo.
Il saggio di Le Goff, seppur a tratti un pò dispersivo, superficiale e didascalico, offre spunti originali e suggestivi (almerno dal mio punto di vista "antropologico") e si propone come una lettura scorrevole e godibile. Molto interessante, inoltre, l'introduzione in cui Le Goff ricostruisce, a grandi linee, i percorsi della "storia del corpo".
Aglio, menta e basilico
”Aglio, menta e basilico” di Jean-Claude Izzo è un libro semplice, caldo e fragrante come il pane.Un elogio appassionato del Mediterraneo (il “mare bianco di mezzo” come lo chiamano gli arabi), dei suoi sapori (l’aglio, la menta e il basilico, appunto) e, soprattutto, delle sue città: da Tangeri a N ... (continue)
”Aglio, menta e basilico” di Jean-Claude Izzo è un libro semplice, caldo e fragrante come il pane.Un elogio appassionato del Mediterraneo (il “mare bianco di mezzo” come lo chiamano gli arabi), dei suoi sapori (l’aglio, la menta e il basilico, appunto) e, soprattutto, delle sue città: da Tangeri a Napoli, da Barcellona a Genova, da Alessandria a Istanbul. In una sua personale “geografia delle felicità possibili” Izzo dichiara il suo amore sviscerato per queste città mediterranee: “E ognuna di queste città, con le sue stradine strette, tortuose, pullulanti di gente, mi ha offerto i suoi colori, i suoi frutti, i suoi fiori, i gesti dei suoi uomini e lo sguardo delle sue donne”. Ma è Marsiglia, città natale di Izzo, il luogo più amato. Marsiglia “bastarda”, volgare, selvaggia, accattivante come una zingara dallo sguardo fiero e sfacciato. Marsiglia è una donna che ride forte e che si trucca troppo, è una puttana dei vicoli. Ma sta proprio in questa esagerazione il suo fascino più profondo: “Marsiglia esagera, sempre. È la sua essenza”. Spudorata ma accogliente Marsiglia “si dà senza opporre resistenza a chi sa prenderla, amarla” a quegli uomini perduti, figli dell’esilio che qui hanno trovato casa. Hommes perdus d’autres ports, qui portez avec vous la conscience du monde…
Il libro di Izzo non è però solamente un poetico canto d’amore per il Mediterraneo, esso delinea anche una visione politica dell’ “esperienza mediterranea”, intesa come espressione di una nuova cultura aperta, meticcia, creola che si oppone al pensiero omologante e separatista del Nord (della Banca mondiale e dei capitali privati internazionali): “ Sì, guardando il mare credo che se c’è un futuro per l’Europa, un futuro bello, è in ciò che Edouard Glissant chiama ‘creolità mediterranea’”. Izzo, al “pensiero atlantico” dominante, contrappone così un’ “alternativa mediterranea”, per la quale il “mare di mezzo” possa tornare ad essere uno spazio aperto, fluido, un ponte, un legame. Il libro di Izzo tocca così alcune tematiche di stridente attualità: viviamo infatti in un epoca “atlantica”, dominata da un capitalismo sfrenato, in cui anche il tollerante Mediterraneo sta diventando sempre più un muro tra Europa e mondo arabo, tra Oriente e Occidente e un cimitero per milioni di migranti, per quei “dannati della terra” che bussano alle porte di una Fortezza Europa sempre più impaurita e ripiegata nella sua arrogante ma fragile solitudine. In tal senso il messaggio di apertura dello scrittore francese si configura come una vera e propria boccata d’aria, rinnovando la speranza che il Mediterraneo possa diventare un “appello alla riconciliazione”, uno spazio di connessione e di incontro.
“Lì con lo sguardo perso, innamorato, ricordo che mi sono detto che non c’è niente di più bello, di più significativo, per chi ama con lo stesso amore l’Africa e il Mediterraneo, che contemplare la loro unione in questo mare”
http://ilmurointesta.wordpress.com/2010/10/05/aglio-men…
Poesie
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Sono immersa nella lettura del “Libro d’ore” di Rainer Maria Rilke, una sorta di preghiera in forma di poesia (o una poesia in forma di preghiera?). Il libro è bellissimo e “verticale”, in una continua tensione verso l’Alt(r)o. Da leggere nelle ore notturne, in der Sternenstille, nel silenzio delle ... (continue)
Sono immersa nella lettura del “Libro d’ore” di Rainer Maria Rilke, una sorta di preghiera in forma di poesia (o una poesia in forma di preghiera?). Il libro è bellissimo e “verticale”, in una continua tensione verso l’Alt(r)o. Da leggere nelle ore notturne, in der Sternenstille, nel silenzio delle stelle.
La mia vita non è quest’ora ripida
che mi vedi scalare in fretta.
Sono un albero innanzi all’orizzonte,
una delle mie molte bocche,
e la prima a chiudersi.
Sono l’attimo tra due suoni
che male s’accordano
perché il suono morte vuole emergere –
Ma nella pausa buia si riconciliano
entrambi tremando.
E bello resta il canto.
Artigiani siamo: garzoni, muratori, maestri
e siamo qui a costruirti, alta navata.
A volte giunge uno straniero cupo,
scintilla per i nostri cento spiriti,
e ci mostra tremando un nuovo appiglio.
Saliamo ponti vacillanti,
grevi martelli nelle nostre mani
Finché l’attimo non ci bacia in fronte
viene da te come il vento dal mare
fulgendo quasi conoscesse tutto.
http://ilmurointesta.wordpress.com/2010/09/09/io-e-rilk…