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- Racconti sugli anni Settanta
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- L'Italia sepolta sotto la neve - IV parte
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C’è ancora poesia. -
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A parziale riscatto della vita voglio però lasciarvi con un atto di fede e d’amore, opera recente di uno dei (del) più grandi poeti viventi.
“Trenta miserie d’Italia” è un canzoniere d’amore “incattivito”, come avvisa lo stesso autore nel risvolto di copertina. Correndo tutti i rischi di frain ... (continue) - — Sep 13, 2011 | Add your feedback
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D'altri tempi
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i libri con dentro le storieC’è un libro di questi tempi che può incendiare la memoria e proiettarci verso il futuro. È un libro di storie ed è un libro di storia. Una storia tutta vissuta, tanto da poter essere raccontata.
Un piccolo editore italiano “Alegre” me l’ha allungato nel magma del Salone del libro di Torino: “A te ... (continue)
C’è un libro di questi tempi che può incendiare la memoria e proiettarci verso il futuro. È un libro di storie ed è un libro di storia. Una storia tutta vissuta, tanto da poter essere raccontata.
Un piccolo editore italiano “Alegre” me l’ha allungato nel magma del Salone del libro di Torino: “A te che interessano le storie”.
Mi interessano le storie, mi interessa la testimonianza, mi interessa il tentativo che fa di questi tempi la letteratura di tornare oralità, di smettere i suoi panni più accademici, le sue costruzioni ardite, per militare nel campo della testimonianza. Il ché poi non dista più di tanto da una scelta estetica: “l’idea più è bella e più e vera” diceva Ivan della Mea.
C’è un bel libro “D’altri tempi” (ed. Alegre, 13 euro) che raccoglie 10 narrazioni di Stefano Tassinari, uno dei più rigorosi combattenti letterari in attività. Stefano lascia per un po’ gli affreschi in forma di giallo politico che ce l’hanno fatto conoscere e amare (“I segni sulla pelle”, “L’amore degli insorti”), lascia da parte la funzione demiurgica del narratore che svela, capitolo per capitolo, la trama di un romanzo e si eclissa elegantemente dietro dieci voci. Ognuno dei racconti che compongono questo bel libro (e, più ancora che “bello”, utile, che è il massimo complimento che mi riesce di fare a un’opera d’arte) è raccontato in prima persona da un testimone del fatto, o dal protagonista stesso.
Brian Jones, il chitarrista ribelle dei Rolling Stones percorre con tono divertito la propria delirante carriera, la propria sfortunata e breve esistenza.
L’agonia di Carol Lobravico – attrice del Living Theatre – ci è cosegnata dalla memoria inquieta di un secondino del manicomio criminale di Pozzuoli, dove la poveretta trovò la sua fine assurda legata a un letto di contenzione. L’io narrante di questo racconto riecheggia cupamente il Pasquale Cafiero deandreiano.
Salvador Puig i Antich, l’anarchico catalano garrotato nel 1974, ci agghiaccia con la diretta delle sue ultime ore:
“Prima mi fasciano il collo con un grande anello di ferro, poi un aiutante del boia verifica che le mie vertebre cervicali siano perfettamente posizionate all’altezza del foro praticato nel legno. Adesso è tutto a posto, a parte la Storia, che sta per incamminarsi su una strada sbagliata. Qualcuno dà il via all’esecuzione. Sento lo scricchiolio del legno, e poi il cigolio della vite che comincia ad entrare nel tronco della garrota, e subito dopo il freddo dell’anello che inizia a stringermi il collo, e poi la punta della vite che mi tocca la zona più alta della spina dorsale. Istintivamente cerco di ritrarmi, ma questa specie di collare me lo impedisce. Tutto avviene rapidamente, anche se a me sembra il contrario. La punta inizia ad infilarsi nella pelle, mentre l’anello, sempre più stretto, mi riduce il respiro. Sono gli ultimi istanti. Vorrei gridare “viva l’anarchia!”, ma non ho abbastanza fiato e allora lo penso soltanto. È un attimo: avverto il sangue che mi bagna la schiena, la punta che cerca un passaggio tra due vertebre, il collare che mi soffoca, lo sforzo del boia, le voci delle guardie e del giudice militare, i miei lamenti, il dolore fisico, ancora il sangue, ancora la punta, ancora il cerchio, ancora il sangue, ancora la punta, ancora il cerchio… Crac.”
E così via, fino ad arrivare al penultimo racconto dove la voce del narratore - che già aveva fatto capolino nel brano dedicato alla Bloody sunday irlandese - ci guida per una poetica rievocazione dell’assassinio in piazza del militante bolognese Francesco Lorusso, rievocazione che diventa autopsia psicologica e bilancio “finché i necrologi sui giornali saranno troppi per farci credere di essere ancora una generazione”.
In questa potente pagina è il senso dell’intero libro e ciò che me lo rende caro. Questo incrocio di voci che si agitano inquiete al racconto, questa capacità unica della voce, anche così trascritta in letteratura, di essere cosa viva, di dire che qualcosa brilla ancora sul fondo di questa notte, che forse certe stelle sono morte da milioni di anni, eppure permangono come un lucido movimento di luce a indicare la strada per chi va.
Questa recensione è il frammento di un articolo apparso su "A rivista anarchica"
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